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Posts Tagged ‘Fabrizio de André’

Da qualche giorno questa maledetta asma che ciclicamente mi accompagna da quasi tutta la vita è tornata. Va e viene come meglio le aggrada.

Però voglio cercare di prenderla in positivo e metterla sul ridere, perché visto che ho l’asma e ho giocato a rugby, ho due cose in comune con Ernesto “Che” Guevare. Voi quante ne avete?

Comunque lo stato d’animo è simile a quello descritto da Fabrizio de André in questa canzone;

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Oggi Fabrizio de André compirebbe 75 anni. Voglio ricordarlo con questo brano in versione live insieme a Massimo Bubola.

PS: Noto solo ora l’accostamento di due post che presentano nel titolo la parola “sbagliata”. È del tutto casuale, ma mi piace.

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Sono sempre stato affascinato dalla storia e dalle storie della conquista del West. Letture, fumetti, film western, mi hanno accompagnato durante infanzia e prima adolescenza. Divoravo Tex, leggevo Jack London e il mito della “frontiera” deve essersi impresso profondamente nella mia mente.

Poi… poi ho iniziato ad ascoltare Guccini e come dimenticare strofe come:

L’ America era allora, per me i G.I. di Roosvelt, la quinta armata,
l’ America era Atlantide, l’ America era il cuore, era il destino,
l’ America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata,
l’ America era il mondo sognante e misterioso di Paperino.

L’ America era allora per me provincia dolce, mondo di pace,
perduto paradiso, malinconia sottile, nevrosi lenta,
e Gunga-Din e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache,
un sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra.

che descrivono perfettamente la visione di un bambino a proposito del Nuovo Continente.

Ma l’America è stata anche la magnifica resistenza delle popolazioni autoctone, che, sebbene inferiori per tecnologia, decisero di vendere cara la pelle ai colonizzatori. Un’epopea raccontata da moltissimi film che, nonostante il tentativo retorico di mostrare l’indiano “cattivo”, selvaggio, non sono riusciti del tutto a farci smettere di amare questi popoli fieri. Sono riusciti invece, almeno per quella parte di noi più portata alla verifica dei fatti storici, a farci valutare meglio la portata dello sterminio, l’inutilità della crudeltà, perpetrata dai colonizzatori europei. Sono quindi convinto che, oggi, parlare un po’ di questa parte della nostra storia, dei tentativi di cancellarla, di proiettare l’immagine dell’europeo civilizzatore buono, non possa che aiutarci a valutare meglio quello che sta succedendo intorno a noi, il nostro atteggiamento nei confronti dei popoli e delle culture “altre”.

Recentemente, ho comprato un libro, del quale mi ha incuriosito il titolo (Sul sentiero di guerra. Scritti e testimonianze degli Indiani d’America). È una di quelle raccolte che, se lette dalla prima all’ultima pagina, rischiano di risultare noiose. Ma, se prese a piccole dosi, una testimonianza ogni tanto, possono aiutare a far luce sullo spirito, i sentimenti, le tradizioni e il modo di vivere di questo popolo. Insomma, l’ideale per alimentare un blog…

Voglio cominciare con la testimonianza di un Cheyenne, Gamba di Legno, che ci spiega come alcune tribù indiane si preparavano alla guerra.

Come ci si prepara alla battaglia
di Gamba di Legno, Cheyenne

Wooden Leg (Gamba di Legno)

Quando un guerriero usciva in cerca del nemico, portava con sé tutti i suoi abiti migliori. Il vestiario lo si riponeva in una borsa speciale – di solito una sacca di pelle di capriolo ornata di perline, oppure anche solo una borsa di pelle cruda – che pendeva al fianco del cavallo. La sacca conteneva, inoltre, un paio di mocassini di scorta, ricamati a perline, l’acconciatura di guerra, i colori per tingersi, uno specchio, certi speciali oggetti di medicina, e altri arnesi simili. In vista di una battaglia, per prima cosa il guerriero provvedeva a togliersi gli abiti comuni, affrettandosi a indossare quelli buoni. Inoltre, se aveva il tempo, si pettinava, si tingeva il viso alla maniera che gli era propria, faceva, insomma, tutto ciò che era necessario per assumere l’aspetto più splendido possibile; in altre parole, si preparava a morire.

Non bisogna credere che l’idea di vestirsi di tutto punto in vista della battaglia sia originata dalla convinzione che ciò possa accrescere il valore del combattente: il guerriero, al contrario, si prepara per la morte, nel caso che questa sia il risultato dello scontro. Ogni indiano desidera avere l’aspetto migliore quando si presenterà al Grande Spirito, perciò il rito di abbigliarsi viene compiuto quando il pericolo è imminente, che si tratti di una battaglia, di una malattia o di un incidente in tempo di pace. Certe tribù indiane non si preoccupavano di seguire questo rituale, e pare che alcune di esse non attribuissero eccessiva importanza al fatto di rischiare la vita nudi, parzialmente coperti, o malvestiti. Ma I Cheyenne e i Sioux osservavano scrupolosamente le usanze, e quando uno di loro veniva a trovarsi coinvolto in uno scontro imprevisto, senza avere la possibilità di vestirsi come si deve, di regola si dava alla fuga, evitando il combattimento e i rischi che ne derivano. E poteva darsi che il nemico, non comprendendo quel modo di fare, fosse portato a ritenerlo un vigliacco. In realtà, quegli stessi che le apparenze denunciavano come vigliacchi, potevano essere i più valorosi degli eroi, una volta indossati i loro abiti migliori e quando avevano la certezza di potersi presentare con un aspetto decente, nel caso fossero chiamati al cospetto del Grande Spirito.

Presso i Cheyenne e i Sioux, combattevano nudi soltanto quei guerrieri che s’erano particolarmente preparati con preghiere e altri esercizi spirituali. Costoro ricevevano precise istruzioni dagli uomini di medicina, si tingevano il corpo in maniera speciale, osservando ciascuno le indicazioni della guida spirituale preferita, e ognuno possedeva certi personali poteri personali di medicina, conferitigli dalla guida stessa. Si riteneva che il guerriero, il quale si preparava in questo modo ad affrontare la battaglia, fosse invulnerabile alle armi nemiche, e il suo posto era in prima linea, sia in caso d’attacco che in caso di difesa. L’idea che lo sorreggeva era questa: “Sono così validamente protetto dalla mia medicina, che non occorre mi vesta per la morte. Non c’è pallottola o freccia che possa colpirmi, adesso”. Invece il guerriero che non si preparava con speciali cerimonie o riti religiosi, pensava tra sé: “Una pallottola o una freccia potrebbe colpirmi e uccidermi, Devo vestirmi in modo da piacere al Grande Spirito, nel caso debba andare a Lui”.

Guerrieri Cheyenne

Copricapo indiano esposto alla mostra “La nuova frontiera. Storia e cultura dei nativi d’America dalle collezioni del Gilcrease Museum”, Firenze, Palazzo Pitti (3 luglio 2012 – 9 gennaio 2013)

Non tutti i guerrieri portavano l’acconciatura di guerra: pochissimi, infatti, erano i guerrieri appartenenti ai singoli clans della nostra tribù cui tale onore fosse concesso. Si pretendeva che uno studiasse l’arte di guerra per parecchi anni, o dimostrasse di essere un allievo eccezionale, prima di poter portare la corona di penne d’aquila. E solo allora il guerriero si decideva a farlo, a volte di sua spontanea iniziativa, più spesso dietro insistenza degli anziani. Tale gesto equivaleva all’affermazione che s’era ormai raggiunta un’indiscussa abilità nel maneggio delle armi: non solo, ma così facendo si veniva anche a dichiarare che s’era in grado d’accoppiare scaltrezza, buon senso, fredda capacità di calcolo, al valore di cui ogni guerriero doveva essere dotato. Si riteneva che colui il quale indossava tale acconciatura non avrebbe mai chiesto pietà in battaglia. Se capitava che qualche giovanotto ancora immaturo pretendesse tale onore, prima che ai suoi compagni sembrasse giunto il momento opportuno, costui veniva rimproverato e invitato a frenare la sua impazienza, Io mi misi per la prima volta l’acconciatura di guerra all’età di trentatré anni, quattordici anni dopo aver iniziato la vita nomade. Quando uno era stato riconosciuto degno di portare l’acconciatura di guerra, tale onore gli spettava per tutto il resto della sua vita. Di solito, l’acconciatura di guerra spettava sia ai capi guerrieri che ai capi della tribù, ma questo non era comunque un attributo indispensabile alla loro condizione. Poteva darsi che un sentimento di modestia trattenesse i guerrieri più valorosi e capaci dall’affermare il proprio diritto, come poteva pure darsi che un uomo, universalmente riconosciuto degno di portare l’acconciatura, non fosse scelto, o rifiutasse di assumere incarichi ufficiali. Ne derivava che il copricapo di penne non era affatto un segno che distinguesse chi aveva una carica, ma un simbolo dell’opinione personale e collettiva circa quello che era il valore di combattente d’un certo guerriero.

L’acconciatura di guerra veniva preparata dall’uomo stesso, che doveva portarla. La moglie, madre, o sorella che fosse, si limitava a cucire la striscia adorna di perline che cingeva la fronte. L’uomo doveva prepararsi anche gli oggetti magici che avrebbe adoperato, oppure poteva affidare tale incarico all’uomo di medicina. Le donne cucivano l’intero corredo da guerra, dalle casacche alle uose, ai mocassini, a tutti gli altri capi di vestiario maschile; e inoltre tutti gli abiti di ogni giorno per gli uomini, per se stesse, e per gli altri membri della famiglia. Gli uomini si fabbricavano le pipe, le armi, le lariat[1], e vari oggetti di uso esclusivamente maschile.

Gli specchietti non li adoperavamo solo per vestirci e dipingerci, ma anche per fare le segnalazioni. Due persone che fossero in grado di capirsi, potevano, con questo mezzo, comunicare tra loro a grande distanza, anche quando non riuscissero a vedersi. Alcune di queste segnalazioni le comprendevano tutti i membri della tribù. Spesso si poneva mano allo specchietto quando ci si avvicinava a un accampamento e il viaggiatore non fosse sicuro che si trattasse della sua oppure di gente nemica o sconosciuta. In tal caso, i lampeggiamenti di domanda e quelli di risposta, oppure la mancanza di una risposta, toglievano ogni dubbio.

Gamba di Legno o Gambe di Legno fu forse il più famoso guerriero Cheyenne. La sua storia è narrata nel libro Memorie di un guerriero cheyenne. La lunga marcia verso l’esilio, a cura di T.B. Marquis. Nella scheda informativa riportata su ibs,com si legge:

Tra i guerrieri pellerossa il più famoso è stato senza dubbio il cheyenne Gambe di Legno (Wooden Legs), così chiamato per la sua incredibile resistenza fisica. Gambe di Legno partecipò alla battaglia del Little Big Horn contro Custer e fu contattato dall’autore del libro, Thomas Marquis, allo scopo di ricostruire il ricordo di quell’evento. Ne nacque invece una sorta di racconto lunghissimo sulla vita dei cheyenne prima di venire rinchiusi nelle riserve; un racconto vivissimo e dettagliato di tutti i fatti che riempivano le giornate della tribù, negli anni che vanno dal 1855 al 1877 circa. Il libro è prezioso per le descrizioni delle usanze guerriere e di tutti i giorni dei cheyenne e, più in generale, degli indiani delle grandi pianure di allora, quando quasi tutte le altre tribù erano ormai state sconfitte. Queste pagine hanno ispirato i capolavori che hanno reso omaggio agli Indiani di America e cantato la crudele scomparsa del loro mondo, tra cui “Piccolo grande uomo” di Arthur Penn con Dustin Hoffman e la stupenda canzone “Fiume Sand Creek” di Fabrizio del André[2].

——–
NOTE

[1] Lariat: corda per il bestiame, lazo (termine in uso negli “Stati dell’Ovest” e derivante dal messicano la reaza, corda a laccio.
[2] Sulla strage del fiume Sand Creek (29 novembre 1864) sto periodicamente riportando quanto scritto nel libro di Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee.

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Lo so, il titolo di questo post è piuttosto criptico, ma non me ne veniva un altro. Cercherò quindi di spiegarmi in maniera più didascalica.

Tutto parte dalla citazione di una poesia di William Butler Yeats (1865-1939), When you are old, che un amico poeta ha postato su Facebook. La poesia parla di lettura, quindi non poteva non colpire la mia immaginazione. Sono quindi andato a fare una piccola ricerca su Google e ho scoperto degli sviluppi interessati, nonché delle contaminazioni con il mondo della musica.

Ma procediamo con ordine. Innanzitutto ecco la poesia di Yeats, in originale e nella traduzione di Eugenio Montale:

When you are old

When you are old and gray and full of sleep
And nodding by the fire, take down this book,
And slowly read, and dream of the soft look
Your eyes had once, and of their shadows deep;

How many loved your moments of glad grace,
And loved your beauty with love false or true;
But one man loved the pilgrim soul in you,
And loved the sorrows of your changing face.

And bending down beside the glowing bars,
Murmur, a little sadly, how love fled
And paced upon the mountains overhead,
And hid his face amid a crowd of stars.

***

Quando tu sarai vecchia, tentennante
tra fuoco e veglia prendi questo libro,
leggilo senza fretta e sogna la dolcezza
dei tuoi occhi d’un tempo e le loro ombre.

Quanti hanno amato la tua dolce grazia
di allora e la bellezza di un vero o falso amore.
Ma uno solo ha amato l’anima tua pellegrina
e la tortura del tuo trascolorante volto.

Cùrvati dunque su questa tua griglia di brace
e di’ a te stessa a bassa voce Amore
ecco come tu fuggi alto sulle montagne
e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle.

Il lavoro di Yeats potrebbe essere stato ispirato dai versi di Pierre de Ronsard (1524-1585), che nel 1578 scrisse:

Sonnets pour Hélène

Quand vous serez bien vieille, au soir à la chandelle,
Assise auprès du feu, dévidant et filant,
Direz chantant mes vers, en vous émerveillant:
«Ronsard me célébrait du temps que j’étais belle»

che, tradotta da Mario Praz, in italiano suona così:

Quando vecchia sarete, la sera, alla candela,
seduta presso il fuoco, dipanando e filando,
ricanterete le mie poesie, meravigliando:
«Ronsard mi celebrava al tempo ch’ero bella»

Come spesso è accaduto e spero continui ad accadere, il mondo della poesia ha ispirato quello della musica. In particolare quello dei cantautori. Nel caso di questo brano, a essere ispirati sono stati Fabrizio de André (Valzer per un amore) e Angelo Branduardi (Quando tu sarai vecchia e grigia). La versione di Branduardi è tratta dall’album Branduardi canta Yeats: dieci brani ispirati ad altrettante opere del poeta irlandese, tradotte e adattate da Luisa Zappa.

Fabrizio de André – Valzer per un amore

Angelo Branduardi – Quando tu sarai vecchia e grigia

Infine, diamo a Cesare quel che è di Cesare: per scrivere queste note ho attinto a mani basse – oltre a essere stato ispirato dal mio amico su Facebook e alla solita, inesauribile fonte di ispirazione: Wikipedia – dal bellissimo blog O mio capitano (col chiaro riferimento a Walt Whitman), che precedentemente non conoscevo.

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Di qui a qualche giorno, cent’anni fa scoppiò la Prima guerra mondiale. Della Grande guerra, oggi, sappiamo molto: i nomi dei generali, le località delle battaglie; se abbiamo voglia di approfondire: la dislocazione dei reparti, i nomi degli eroi.

Ma sappiamo nulla, pochissimo, dei tanti anonimi soldati che la combatterono, delle loro sofferenze, di quelle che erano le loro aspirazioni per la vita in tempo di pace, di come, in modo quasi sempre stupido, sono morti.

La Grande guerra fu guerra di contadini. Ragazzi di vent’anni che venivano mandati allo sbaraglio al fronte – tanto l’importante era fare massa, volume di fuoco – senza quasi aver mai sparato un colpo di fucile. Ragazzi di vent’anni che avevano una ragazza di vent’anni che li aspettava a casa.

Forse proprio considerazioni di questo tipo spinsero De André a scrivere la guerra di Piero, nella quale più che narrare una storia dipinge una ritratto con pennellate da impressionista.

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Un libro non è un oggetto qualunque. Va trattato con rispetto, perché riflette la personalità di chi lo ha scritto, ma anche quella di chi lo ha letto. Sì, avete capito bene, anche quella del lettore e cercherò, per quanto mi è possibile, di spiegarlo.

Naturalmente parlo del libro cartaceo, perché a quello digitale sto facendo solo ora l’abitudine.

Leggere è una esperienza avvolgente (non a caso si dice “tuffarsi in libro”) e sensorialmente completa: coinvolge infatti, oltre che la vista, anche l’udito, per il fruscio della carta, il tatto, per la consistenza, lo spessore, la morbidezza della medesima, l’olfatto, per quel particolare odore che promana dalle pagine (inchiostro, carta, patina del tempo). Ciò porta a dire “ho gustato un buon libro”.

Vi è poi chi i libri li tratta bene, girando piano le pagine, evitando accuratamente che si formino orecchie, e chi i libri li vive con annotazioni, rimandi, chiose. Basta prendere un vecchio libro del liceo. Ogni pagina racconta chi eravamo in quel momento. Annotazioni frenetiche vicino alle formule di matematica che trovavamo ostico capire, sottolineature più spesse laddove trovavamo l’argomento meno piacevole, e così via. E quella dell’analisi delle chiose è disciplina antica, che va dagli antichi incunaboli medioevali fino a Fabrizio De André, come ci spiega Gino Castaldo nell’articolo “Le parole segrete di De André. Viaggio fra le carte del cantante-poeta“.

È per questo che sono rimasto scandalizzato nel leggere, sul blog La poesia e lo spirito. Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?, questa invettiva – ironica, gentile e calibrata, ma pur sempre invettiva – di Nicola Vacca (in calce al testo ho riportato le note biografiche così come le ho trovate) che ha trasformato la sua passione per i libri in qualcosa di più.

Se anche gli editori e i distributori – ovvero coloro che vivono, dal punto di vista economico, di carta stampata campano – non hanno rispetto per i libri, allora siamo messi veramente male. D’altra parte sono io l’ingenuo, perché credo ancora nella cultura, nel rispetto e nella circolazione delle idee, mentre tutto è ormai una merce e ha valore solo per la sua tangibilità. Sono un ingenuo, lo ribadisco, perché avrei dovuto accorgermene tempo fa in edicola, comprando Il Manifesto: la nuova edicolante, soppesandolo come si potrebbe fare con un pezzo di pane o un frutto, mi disse: “Strano, è così leggero e costa più degli altri”…

In questa bassa Italietta letteraria il libro è finito anche perché gli editori scelgono i corrieri sbagliati.
Quella che vi racconterò è la storia di un omicidio libresco: un tipografo che si crede editore e manda i libri in giro con un corriere sbarazzino che li consegna al destinatario già pronti per il macero.
Ma la cosa bella è che questo tipografo travestito da editore è talmente presuntuoso che non ha nemmeno rimediato al disservizio con la persona interessata. Sì, cari lettori, è capitato a me che faccio di mestiere il critico letterario e a volte amo i libri più della stessa mia vita e li leggo e ne scrivo con il massimo e sacro rispetto.
Tutto è iniziato in una tarda mattinata di fine primavera. Ero alla mia scrivania già al lavoro, quando bussano alla porta. Eccolo il corriere che come sempre e quasi ogni giorno mi consegna i plichi libreschi. E devo dire che è continuamente una festa quando nella mia casa arrivano libri nuovi. Lo ammetto sono davvero malato e sempre avido di pagine da sfogliare e da leggere. E soprattutto mi piace avere cura dei libri.
Ero pronto a tuffarmi nella nuova avventura quotidiana con il libro. Con stupore bambino mi avvicino al nuovo arrivo ben sigillato. Sì ero pronto già a togliere l’involucro. Procedo avido e curioso.
Quando ho aperto il plico non pensavo di trovare un libro in agonia, stuprato e torturato. Ho rivolto lo sguardo alla mia libreria e mi si è stretto il cuore. In quel momento ho lamentato la mancanza di una specie di telefono azzurro per i libri. Il corriere e l’editore meritavano certo una lezione.
Davanti a questo scempio mi sono davvero sentito male. Ho pensato che qualcuno aveva da dato l’ordine di costruire un tempo di uccidere per i libri. E il primo omicidio si era appena consumato sotto i miei occhi.
Non potevo restare impotente davanti a questa barbarie: il corriere e l’editore certo non ne escono bene da questa storia che vede il libro ferito a morte sotto i tiri mancini di una mancanza totale di professionalità.
Ho preso subito le difese del libro maltrattato e ho scritto all’editore ( che poi in effetti si è comportato come un tipografo). “Ovviamente cercheremo rimedio”, questa è stata la risposta sibillina. Ovviamente da parte loro nemmeno un pallido tentativo di scusarsi perché hanno la presunzione di avere cura e di amare i libri che stampano.
A oggi il rimedio non è arrivato. Mi sono ritrovato in casa un libro cadavere e ho dovuto pure organizzare a mie spese il suo funerale. Sto pensando seriamente di mandare la fattura al corriere e all’editore.
Il minimo che potevo fare è dare una degna sepoltura a questo povero libro che è giunto morto sulla mia scrivania.
Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato in una situazione del genere. Organizzare le esequie di un libro. Accompagnare nell’eternità un corpo e un’anima fatti di pagine.
I libri si stampano per essere letti. È la prima volta che ho a che fare con un libro nato già morto.
E un libro morto non si può leggere, nemmeno sfogliare. In questo caso il corriere e l’editore gli hanno violentato l’anima, lo hanno ucciso prima ancora che le sue pagine arrivassero al cuore e alla mente del lettore che le aspettava per sfogliarle con cura e rispetto.
Adesso non voglio più annoiarvi. La storia del corriere e l’editore che hanno assassinato un libro finisce qui. Non è il caso di aggiungere altro. Mi auguro per il grande amore che nutro per i libri che questo crimine non resti impunito. Non pensavo nella mia vita che un giorno avrei fatto il funerale a un libro.
Kafkianamente è accaduto. A differenza del corriere e dell’editore continuerò ad amare i libri e a coccolarli con tutto l’amore che posso. Anche se penso che assisterò ancora a molti funerali.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction
Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni, 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli, Manni, 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni,2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio, 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio, 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio, 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio, 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto (Marco Saya edizioni, 2013).

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Il 18 febbraio 1940 nasceva Fabrizio De André. Oggi compirebbe 74 anni.

E stasera inizia anche il Festival di Sanremo, che pomposamente continua a chiamarsi Festival della Canzone Italiana. Mi auguro che Fabio Fazio, che di De André è un estimatore, non perda l’occasione di ricordare questa coincidenza di date.

Fabrizio al Festival non andò mai, ma ci andò purtroppo un suo amico, Luigi Tenco, che si suicidò pare per la depressione causata dal vedere canzoni come Io tu e le rose preferite alla sua Ciao amore ciao.

Il suicidio di Tenco ispirò a Fabrizio la delicatissima e tristissima Preghiera in gennaio.

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Don Andrea GalloL’ultimo libro di don Gallo, da molti definito – secondo me, giustamente – il suo testamento, ripercorre tutto il pensiero e l’opera di questo “prete di strada”, amato e odiato, ma mai indifferente.

Una storia – quella di don Gallo e quella di Fabrizio De André – che non poteva nascere che a Genova, fra i suoi caruggi, rappresentazione di un microcosmo che in pochi isolati racchiude tutte le contraddizioni del mondo, dalla magnificenza degli antichi palazzi al ghetto per i travestiti, dai negozi luminescenti al degrado della prostituzione, dai centri nevralgici del potere cittadino allo spaccio di stupefacenti, dalle banche ai “barboni”. Ma si sa: “Dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior”…

Intanto, già il sottotitolo è di per sé una provocazione: Il vangelo laico secondo De André nel testamento di un profeta. Ma si tratta di una provocazione intelligente, quella di un prete che ha fatto della strada la sua università e dell’accoglienza agli ultimi la sua missione. Un prete che spesso ha pestato i piedi ai benpensanti e allo stesso conformismo della Chiesa, pur obbedendo ai precetti cristiani, o forse proprio per l’obbedienza ai precetti cristiani. (Su questo argomento ho già scritto, per cui non voglio dilungarmi oltre). Un prete che ha come bussole i Vangeli e la Costituzione. Un prete che legge Gramsci più che San Tommaso, forse.

La copertina del libro
Edizioni Piemme, € 15,00

Don Gallo parte da dodici canzoni di De André (Crêuza de mä, Smisurata preghiera, Bocca di rosa, Prinçesa, Andrea, Anime salve, Il testamento di Tito, Amico fragile, La guerra di Piero, Don Raffaè, La canzone del maggio, Il pescatore, ognuna contrappuntata da una illustrazione di Vauro Senesi), ascoltando le quali dipana le sue meditazioni notturne. E ce lo immaginiamo, di notte, seduto davanti al computer a rispondere alle mail o ai post su FaceBook, mentre canta a squarciagola, le cuffiette dell’MP3 nelle orecchie,

Canzoni scritte in periodi diversissimi della vita del cantautore genovese, quasi a testimoniare una coerenza di pensiero e una sensibilità che si dipanano nel corso di tutta una vita. Ne risulta una narrazione rapida, un discorso diretto al lettore, quasi come l’autore fosse presente a raccontare. Attraverso la narrazione dell’uomo Fabrizio, impariamo a conoscere il poeta Fabrizio, e viceversa; attraverso le riflessioni del prete don Gallo scopriamo Andrea, l’uomo che indossa la tonaca come un’arma per smuovere le coscienze pigre, per trasmettere la sua visione del mondo, vicina al cristianesimo delle origini.

Su una parola insiste molto don Gallo: amore; amore per l’uomo individuo e membro di una comunità, per l’uomo abbandonato e derelitto, per l’uomo che ha una sessualità o anche un corpo che lo imprigiona, per l’uomo che non trovando sfogo alla sua rabbia fa del male a se stesso.

Ma non solo, dalla lettura viene fuori un quadro della politica, sia locale che nazionale, quantomeno sconfortante. Vedere come, dall’entusiasmo costruttivo dei giorni immediatamente successivi alla Liberazione, da quel capolavoro di sintesi costruttiva che è la Costituzione Italiana, espressione di valori di libertà, uguaglianza e giustizia solidale, si sia passati al più gretto egoismo e menefreghismo di oggi, dovrebbe scatenare la volontà rivoluzionaria – una rivoluzione pacifica, senza armi – in coloro che ancora non si sono arresi. Ecco, don Gallo è un prete “militante”, se diamo alla parola militante il significato di “colui che da della contraddizione tra fatti e valori una questione personale” (partendo da una felice sintesi di Mario Albertini).

Non mi resta che concludere con un’ampio estratto dal primo capitolo: “Caro Faber. la speranza non molla. Ascoltando Crêuza de mä”. Anzi, già che ci siamo, ascoltiamolo anche noi.

La rabbia del giovane Fabrizio

Fabrizio de André negli anni Sessanta

Negli anni Sessanta ero viceparroco alla Madonna del Carmine, a ridosso di via del Campo e a cinquanta metri dal Liceo Colombo, il secondo della città. Era scritto che i nostri destini dovessero incrociarsi. In quel periodo, mio cugino Giacomino Piana, anch’egli prete, insegnava religione. Fabrizio era suo allievo, in terza liceo. Un giorno mio cugino mi fece leggere uno scritto furente proprio di Fabrizio De André, allora diciassettenne.

La settimana prima, uno studente si era suicidato e la parrocchia, ahimè, aveva rifiutato i funerali religiosi. Il fatto scatenò l’esigenza di verità del giovane che prese carta e penna dando forma ai suoi dubbi, alle sue perplessità. Perché la chiesa, annunciatrice del vangelo, madre dell’umanità, rifiutava i funerali? Non avrebbe dovuto essere, lei per prima, maestra dell’accoglienza e dell’abbraccio misericordioso a ogni essere vivente?

Lessi quella lettera di protesta e non potei che stare da quella parte. perché quella parte mi diceva in modo assai severo che colui che si suicida scommette su di sé un costo troppo alto per poter essere giudicato da chi resta. Il suo dolore è talmente grande che semmai va compreso, non certo condannato.

Chi siamo noi per giudicare le motivazioni intime e nascoste che stanno dietro un atto così brutale e personale come il suicidio? E perché la chiesa si prende, a volte, il diritto di esercitare una potestà giudicante sulle vicende nascoste e segrete dell’animo umano? Nel dicembre del 2006, ricordo con tristezza quando il cardinale Camillo Ruini, allora vicario di Roma, presa la sofferta decisione personale di non autorizzare i funerali religiosi per Piergiorgio Welby. Mi chiedo, oggi, se si sia mai pentito. Se si sia accorto di quante forzature ideologiche, non solo ai fedeli di matrice cattolica, abbia procurato con una decisione molto discutibile sul piano umano e teologico, perché lontana dalla misericordia annunciata nel Vangelo.

Il suicidio come ultima arma dei sofferenti d’animo.Accadde allo stesso Tenco: non ce la fece a reggere il peso del suo sogno stroncato. Fu durante un Festival di Sanremo, tristemente macchiato dal sangue. Nel 1963, qualche anno prima, anche Gino Paoli aveva tentato il suicidio che, per fortuna, non ebbe esiti letali.

L’incessante ricerca di quei ragazzi per il bene comune (allora si diceva lotta politica) nascondeva una spiritualità viva, diversa, forse ansiosa, ma liberante. Che nulla ha da spartire con la religiosità, ma che attraverso la creazione di un testo o di una musica riusciva a tramutarsi in un impegno etico forse potenzialmente superiore alla religione stessa.

Sono i cammini personali che m’interessano come pastore d’anime. E se i preti ancora non hanno capito questa lezione così disarmante e semplice, è meglio che cambino subito mestiere. Gesù è venuto sulla Terra per salvare l’uomo, non per giudicarlo e metterlo in castigo. E, credo, anche per cantare una canzone di De André.

Il vangelo di Faber

I lontani, gli esclusi. i reietti del pianeta. L’immaginario di De André era questo. E come potevo io, prete di strada, non esserne coinvolto? Ricordo quel che Fabrizio disse una volta in un’intervista: «ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane».

Le due direzioni che docilmente proponeva Fabrizio sono per me, da sempre, le vie del Vangelo. Il libro sacro dei dimenticati. La sua chitarra rappresenta, ancora oggi, la cetra di Davide e il flauto dei Salmi. Una dolce armonia che scuote e rende svegli, nel generale dormiveglia della cultura e della politica italiana.

Anzi, non credo di essere irriverente se dico ad alta voce che, insieme ai vangeli canonici, il mio quinto vangelo è quello laico di De André. Il quale amava ripetermi ogni volta che mi incontrava: «caro Andrea, ti sono amico perché sei l’unico prete che non mi vuol mandare in paradiso per forza».

Con Faber ho accolto a braccia aperte la mia Genova. Quella dei carruggi, di via del Campo, del porto vecchio. Quella bellissima di Crêuza de mä. Crêuza o crosa, termine che in genovese indica una stradina collinare in salita delimitata da mura, spesso di due confinanti, e che porta in piccoli borghi, sia marinareschi che dell’immediato entroterra, in realtà è diventata davvero la mulattiera di mare dove il vento ha adagiato il mio sale di uomo e prete. L’antico genovese, la lingua della Repubblica di Genova con la quale è stata costruita l’intelaiatura letterale di uno dei più grandi dischi di musica mediterranea degli anni Ottanta, non solo è il condensato della mia vita di genovese convinto, ma è anche un esperanto dove le marginalità e le diversità si scambiano idiomi e tradizioni nella convinzione che nulla dell’altro è da buttar via.

Crêuza de mä, con le sue combinazioni fonetiche di parole provenienti dall’arabo, dal greco, dallo spagnolo, dal francese, è la prova vivente che l’alterità è un valore aggiunto.

Genova, capitale del mare e dei migranti, dei viandanti e dei marinai.

Genova, capitale della frittura di pesciolini bianchi di Portofino e di pasticcio in agrodolce di lepre di tegole, dove le ragazze odorano di buono e puoi guardarle senza preservativo.

Genova capitale di un Mediterraneo che attraverso la primavera araba sembra aver trovato la chiave di volta per immaginare di nuovo il suo futuro, tra cooperazione, nuove libertà politiche e religiose, e un’economia che all’altalena della borsa preferisce il pane fatto in casa e le litanie laiche e civili dell’amore e della democrazia.

Crêuza de mä mi fece di nuovo innamorare della mia città come poche volte. Provengo dal mare, lo conosco e mi ci adatto a ogni stagione della mia vita, ma questo bel Mediterraneo mi sbuffa in faccia le sue onde cariche di storie di uomini veri ogni giorno di buon maestrale. Pescatori e marinai, viaggiatori di mille leghe sotto i mari, immigrati e clandestini. Credo a un’Europa fatta da colori e tradizioni diverse. Credo in un’Europa plurale!

Lo dissi anche a Umberto Bossi due anni fa, ex leader della Lega Nord, quando, per risolvere i problemi legati all’ondata di migrazioni che stavano interessando in quei giorni l’Europa a seguito dei disordini in Libia, Egitto e Tunisia, propose di mandare i profughi in nord Europa. Magari a calci nel sedere.

È tutto inutile, caro Bossi. nessuno può fermare i migranti. Essi peregrinano per le terre del sole e del mare perché hanno fame. È come un fenomeno sismico, non possiamo fermarli. L’accoglienza da parte dell’Europa è un dovere, in particolare per l’Italia, che per la sua posizione è come un ponte sul Mediterraneo, un mare chiuso eppure, da sempre, aperto a tutti i viaggiatori e a tutte le culture.

Lo dico senza peli sulla lingua a tutti i razzisti di ogni mondo e ogni latitudine: andate a riascoltare Crêuza de mä. Una canzone che parla in ogni nota dell’eterno viaggio che accomuna tutta l’umanità. E oggi, che siamo più abituati a sentire lingue diverse nelle nostre città multiculturali, provate a capire, senza l’aiuto di nessun dizionario antico, cosa canta De André in un dialetto, meglio, in una lingua, che sul momento appare incomprensibile, ma che poi vi farà sentire a casa. non vi sentite a casa vostra ascoltando Crêuza de mä?

C’è la vita di tutti i giorni. Ci sono le carezze, i baci, persino i tradimenti. Insieme all’esaltazione del luogo principe dell’animus mediterraneo: la cucina. Con i suoi intingoli, le ricette, gli odori e sapori, le mani impastate con la farina e l’olio dei migliori ulivi a picco sul mare. Non ha forse detto il priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, che fare da mangiare è come dire all’ospite atteso, semplicemente «ti amo, ti voglio bene»? Anche la Comunità di San Benedetto ha nella cucina il suo centro d’elezione. Lì facciamo festa, lì, in cucina, la domenica prepariamo il pranzo per chi vuole mangiare con noi. Non chiediamo le generalità degli ospiti. Sono tutti attesi e benvenuti. Qualche volta non ne conosciamo nemmeno i volti. Qualcuno mi ha visto per strada, in giro per i corridoi stretti della vita che non fa sconti, e torna al desco con noi.

Si può essere fratelli con poche cose a disposizione e con l’ottimismo della speranza.

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L’11 gennaio 1999 ci lasciava Fabrizio De André, cantore delle contraddizioni della nostra epoca.

Per ricordarlo, ho scelto Amico fragile, forse la canzone più autobiografica di De André, nella versione di Vasco.

Proprio oggi ho letto sul Corriere Mercantile l’annuncio di quella che promette di essere una vera e propria chicca di questo inizio anno: la pubblicazione dell’ultimo libro di don Andrea Gallo, amico di lunga data di Fabrizio, “Sopra ogni cosa. Il vangelo laico secondo De André nel testamento di un profeta” per le edizioni Piemme. Credo proprio che non me lo lascerò scappare…

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Dedicato al popolo sardo alluvionato.

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Dal vivo con la PFM

 

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Fabrizio in concerto a Modena nel 1976. Dall’album Storia di un impiegato.

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