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Felice Roberto Pizzuti, Il Manifesto, 14 gennaio 2015

Come era pre­ve­di­bile, l’annuncio delle ele­zioni anti­ci­pate in Gre­cia e i son­daggi che indi­cano al primo posto Syriza, la sini­stra di Ale­xis Tsi­pras, hanno fatto scat­tare la stra­te­gia dell’allarmismo eco­no­mico, una rispo­sta con­ser­va­trice che, tut­ta­via, rischia di essere negli­gen­te­mente ali­men­tata anche da chi la subi­sce il pro­cesso d’unificazione euro­peo si sta peri­co­lo­sa­mente invol­vendo e si avvi­cina la resa dei conti sul se e sul come potrà andare a compimento.

Una ipo­tesi otti­mi­stica è che l’inasprirsi delle posi­zioni tede­sche (e col­le­gate) indi­chi l’inizio dalla Grande Con­trat­ta­zione su come defi­nire la costru­zione dell’Ue. Le con­si­de­ra­zioni che le ban­che tede­sche sono oggi (rispetto al 2012) molto meno espo­ste verso il debito greco e che le pic­cole dimen­sioni dell’economia greca la ren­dano non «troppo grande per poter fal­lire», potreb­bero farla rite­nere la vit­tima ideale nella logica di «col­pire uno per edu­carne cento». Ma sarebbe una visione miope, da appren­di­sta stre­gone. Chi è ten­tato da que­sta stra­te­gia, ma anche i cri­tici «da sini­stra» del pro­cesso uni­ta­rio, dovreb­bero riflet­tere su due que­stioni. La prima è che per ognuno dei Paesi euro­pei è dif­fi­cile imma­gi­nare un’alternativa eco­no­mica e poli­tica migliore alla per­ma­nenza nell’Unione. La seconda è che oggi non è in discus­sione se costruire ex novo l’Unione euro­pea e/o la moneta unica, ma se pro­ce­dere alla neces­sa­ria riqua­li­fi­ca­zione delle scelte fatte – impron­tate ad un ini­quo e con­tro­pro­du­cente libe­ri­smo austero — tenendo conto che anche solo rece­dere ordi­na­ta­mente dalla moneta unica richie­de­rebbe molta più coo­pe­ra­zione tra gli attuali Paesi mem­bri che non per avan­zare verso una unione eco­no­mica e poli­tica più orga­nica e coesa. Ma non sarebbe facile tor­nare indie­tro senza aggra­vare crisi col rischio di esten­derla oltre la dimen­sione economica.

I con­tra­sti sulla costru­zione euro­pea si stanno con­cen­trano sulle poli­ti­che di bilan­cio da attuare (o imporre) nei paesi dell’Unione e l’esperienza greca si avvia ad assu­mere una valenza dimo­stra­tiva. Peral­tro, emerge una para­dos­sale con­ver­genza nell’enfatizzare il debito pub­blico: tra chi lo con­si­dera una “colpa” da rimuo­vere a tappe for­zate per poter riav­viare una cre­scita “sana” (la logica del fiscal com­pact) e chi tout-court lo vuole ripu­diare come scelta poli­tica ripa­ra­trice dell’economia ini­qua che l’ha creato. In entrambe le posi­zioni si tende ad attri­buire un ruolo sim­bo­lico al debito pub­blico che pre­giu­dica le pos­si­bi­lità di disin­ne­scarne gli effetti negativi.

Ele­vati e per­si­stenti debiti pub­blici pos­sono gene­rare pro­blemi per la cre­scita e per la distri­bu­zione del red­dito, ma per non cadere in demo­niz­za­zioni con­tro­pro­du­centi è neces­sa­rio anche tener pre­sente che essi non hanno tutti le stesse ori­gini e la stessa com­po­si­zione dei cre­di­tori. Ad esem­pio, il debito tede­sco ricon­trat­tato nella con­fe­renza del 1953 ori­gi­nava da ripa­ra­zioni di danni di guerra impo­sti dai paesi vin­ci­tori e riguar­dava rap­porti tra stati; l’accordo fu una scelta poli­tica lun­gi­mi­rante (diversa da quella suc­ces­siva alla prima guerra mon­diale che ali­mentò l’avvento del nazi­smo). La que­stione del debito greco che Syriza vuole ridi­scu­tere riguarda essen­zial­mente le con­di­zioni impo­ste nel 2012 dalla troika (Fmi, Bce, Ue) al governo greco per il piano di sal­va­tag­gio delle finanze pub­bli­che elle­ni­che impron­tato alla logica dell’austerità che non solo sta oppri­mendo le con­di­zioni economico-sociali del Paese, ma sta minando la cre­scita dell’intera Ue e le sue stesse pro­spet­tive d’esistenza. Anche in que­sto caso si tratta di una richie­sta di ricon­trat­ta­zione tra isti­tu­zioni che andrà valu­tata in un con­te­sto politico.

Il debito pub­blico ita­liano, che da decenni con­di­ziona la nostra eco­no­mia, riguarda pre­stiti con­tratti dallo stato ita­liano sui mer­cati che ogni anno ven­gono rin­no­vati per i titoli che arri­vano a sca­denza. Anche solo evo­care forme di con­so­li­da­mento da parte dei respon­sa­bili poli­tici ed eco­no­mici ita­liani pro­vo­che­rebbe rea­zioni dei mer­cati, degli altri stati, delle isti­tu­zioni inter­na­zio­nali e nella società ben più con­crete di gene­rici allar­mi­smi; cosic­ché, prima di par­larne, sarebbe oppor­tuno almeno con­fron­tare pre­ven­ti­va­mente que­sti effetti con quelli di altre pos­si­bili poli­ti­che di rien­tro del debito.

A scopo esem­pli­fi­ca­tivo, ricor­diamo che il fiscal com­pact pre­vede che il rap­porto debito/Pil sia ridotto in 20 anni entro il 60%. Per l’Italia, ciò impli­che­rebbe avanzi annuali del bilan­cio pub­blico pri­ma­rio (al netto delle uscite per inte­ressi sul debito) la cui entità dipende dalla cre­scita nomi­nale del Pil (com­pren­siva dun­que dell’inflazione) e dal tasso medio d’interesse sul debito. Se nel pros­simo ven­ten­nio ci fosse costan­te­mente una cre­scita reale dell’1%, infla­zione allo 0,5%, e un tasso medio d’interesse nomi­nale sul debito del 3% (con­di­zioni tutte più favo­re­voli di quelle attuali), astraendo dalle con­di­zioni di com­pa­ti­bi­lità di que­ste ipo­tesi, per ridurre il nostro debito al 60% del Pil occor­re­rebbe ogni anno un avanzo pri­ma­rio del 6% del Pil (più di 3 volte quello pro­gram­mato per il 2015) cioè una mano­vra annuale cor­ri­spon­dente a 90 miliardi attuali. È del tutto evi­dente che mano­vre di que­sta entità non sareb­bero nem­meno lon­ta­na­mente soste­ni­bili né eco­no­mi­ca­mente né social­mente e comun­que avreb­bero effetti peg­gio­ra­tivi sulla cre­scita e sul rap­porto debito/Pil.

Se invece ci fosse una cre­scita reale del 3%, infla­zione al 3% e un tasso d’interesse sul debito del 4% (valori attual­mente molto otti­mi­stici, ma non ano­mali) sarebbe suf­fi­ciente ogni anno un avanzo pri­ma­rio dell’1,8% (valore leg­ger­mente infe­riore a quello pro­gram­mato dal governo per il 2015; il quale, però, non con­sen­tirà né di rilan­ciare la cre­scita né di ridurre l’incidenza del debito per­ché inse­rito in un qua­dro di poli­ti­che “austere” che inte­ra­gi­scono nega­ti­va­mente). L’esercizio serve ad evi­den­ziare come il rien­tro del debito pub­blico richie­de­rebbe oneri molto minori e comun­que soste­ni­bili se inse­rito in un cir­colo vir­tuoso ali­men­tato da poli­ti­che rivolte alla cre­scita del Pil, a bassi tassi d’interesse e a una mode­rata infla­zione che dovrebbe essere accom­pa­gnata da misure di sal­va­guar­dia del potere d’acquisto dei red­diti da lavoro.

Una poli­tica di que­sto tipo – che ripa­ghe­rebbe il debito con la cre­scita evi­tando gli effetti impre­ve­di­bil­mente rischiosi e con­flit­tuali di un default — avrebbe molte chance di suc­cesso pro­prio se effet­tuata a livello euro­peo, dove favo­ri­rebbe la cre­scita gene­rale (anche della Ger­ma­nia), la distri­bu­zione del red­dito e la ridu­zione delle diso­mo­ge­neità nazio­nali. La mag­giore dimen­sione e la minore aper­tura verso l’estero dell’intero sistema eco­no­mico con­ti­nen­tale con­sen­ti­reb­bero mag­giori mar­gini di scelta anche rispetto al neces­sa­rio miglio­ra­mento della qua­lità sociale ed eco­lo­gica della cre­scita, atte­nuando i vin­coli posti dall’equilibrio della bilan­cia dei paga­menti, dai mer­cati e dalla spe­cu­la­zione inter­na­zio­nali. Que­sti sareb­bero aspetti strut­tu­rali del New Deal euro­peo neces­sa­rio a ribal­tare la visione liberistico-austera che sta tra­sci­nando l’Ue nella crisi e verso la sua dis­so­lu­zione. È in que­sta dire­zione di cam­bia­mento con­creto — e non con quello gene­ri­ca­mente “stril­lato” fun­zio­nale all’allarmismo con­ser­va­tore — che dovreb­bero con­ver­gere tutte le forze pro­gres­si­ste euro­pee, a comin­ciare — per quanto ci riguarda più da vicino — da quelle della sini­stra italiana.

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