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Posts Tagged ‘fiscal compact’

Ancora sulla crisi dell’Unione Europea, sulla scaramuccia fra il nostro presidente del Consiglio dei ministri e quello della Commissione europea.

Lo si voglia o no, al momento quello dell’Europa è il nodo centrale della politica, a tutti i livelli. I condizionamenti delle scelte di Bruxelles si fanno sentire anche a livello locale e la vera sfida è quella di capire se i Trattati che istituiscono l’Unione Europea siano riformabili e in quale misura o se la costruzione debba considerarsi irreversibile e destinata al fallimento.

Le riflessioni dell’articolo sotto riportato sono interessanti, seppure espresse in forma assolutamente schematica, almeno per chi parte dal presupposto che l’unificazione dell’Europa sia un fatto politico imprescindibile.

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Thomas Fazi, sbilanciamoci.info, 9 novembre 2015

Siamo sostanzialmente di fronte ad un modesto rallentamento nel percorso di riduzione del deficit, ma secondo il governo si tratta di una manovra inequivocabilmente “espansiva”

Molto si è detto sulla legge di stabilità finanziaria 2015. Secondo il governo – e gran parte dei media – si tratta di una manovra «inequivocabilmente espansiva»; secondo i critici, non si può parlare di una manovra espansiva – la legge di stabilità prevede per il 2016 una riduzione del deficit dello 0,4 per cento, dal 2,6 per cento di quest’anno al 2,2 per cento – ma solo di una manovra meno restrittiva del previsto, che è una cosa ben diversa. La Nota di Aggiornamento al DEF del 19 settembre, infatti, prevede una riduzione del deficit inferiore a quella che si determinerebbe in assenza di interventi discrezionali (e alla manovra prevista nella bozza della legge di stabilità, pubblicata ad aprile).

Siamo sostanzialmente di fronte ad un modesto rallentamento nel percorso di riduzione del deficit, nulla di più; la Nota di Aggiornamento, infatti, parla di una «maggiore gradualità del consolidamento di bilancio». Il pareggio di bilancio, inoltre, viene spostato al 2018, un anno in più rispetto a quanto concordato in precedenza. Tanto basta al governo per definire la manovra «espansiva». «Ma è uno strano modo di ragionare», scrive Ruggero Paladini, giacché da che mondo è mondo il “segno” di una manovra si ottiene confrontando il deficit previsto per l’anno prossimo con quello dell’anno corrente. E visto che il deficit scende – e il saldo primario aumenta – la manovra non può che essere definita «restrittiva». Chi ha ragione, Paladini – e le altre voci critiche – o il governo?

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Roberto Musacchio, L’Altra Europa con Tispras, 2 ottobre 2015

Alfiero Grandi nell’articolo “Crisi dell’Unione Europea e sinistra” pone giustamente l’esigenza che la sinistra avanzi una propria proposta di ripensamento complessivo della UE. Ne offre l’occasione, scrive, l’autorevolezza con cui Mario Draghi pone la questione che ci si doti di un vero ministro dell’economia dell’area euro. Ciò consentirebbe di profittare dello spazio di riflessione che si è aperto anche in settori conservatori e di provarsi a modificare il quadro, compreso quello dei trattati, facendo perno sostanzialmente sull’area euro per un cambiamento politico di fondo. Chiedo scusa a Grandi per la sommarietà e forse l’imprecisione con cui ho riassunto la sua proposta.

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Giuseppe Palma, Scenari Economici, 10 settembre 2015

Mentre a Cernobbio andava in scena lo “spettacolo” del sistema che si autoconsolida e fa quadrato attorno a se stesso (sintomo che è prossimo al collasso), a Roma tutti sembrano essersi dimenticati del FISCAL COMPACT, il quale – a partire dal 2016 – renderà di fatto il nostro Paese una “colonia europea” priva di qualsivoglia potere sovrano di autodeterminazione.

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Daniela Preziosi, Il Manifesto, 11 settembre 2015

Fuori dall’euro: lo propone un manifesto firmato Varoufakis, Lafontaine, Mélenchon e Stefano Fassina. Lanciano una conferenza internazionale. Propongono di dire basta ai trattati-capestro

«Un piano B per la Gre­cia» era quello di Yanis Varou­fa­kis, quello della famosa «moneta paral­lela», quando da mini­stro dell’economia, nel corso delle trat­ta­tive tra il suo paese e la Ue, cer­cava di con­vin­cere il primo mini­stro Ale­xis Tsi­pras a non cedere al ricatto delle isti­tu­zioni euro­pee e cer­care strade alter­na­tive a quella che lui con­si­de­rava una resa. «Un plan B» è lo slo­gan usato in que­ste set­ti­mane da Jean-Luc Mélen­chon, lea­der del Parti de Gau­che fran­cese, nel Front de Gau­che, per indi­care una strada alter­na­tiva a quella dell’obbedienza, anche obtorto collo, ai trat­tati euro­pei. «Un piano B in Europa» è il titolo di un dibat­tito sboc­ciato ieri a sor­presa nel pro­gramma della Fête de l’Humanité, sto­rico appun­ta­mento della sini­stra fran­cese in corso in que­sti giorni alla Cor­neuve, alle porte di Parigi. Si terrà domani alle 16 e 30. E sarà un evento per le sini­stre di tutta Europa. I pro­ta­go­ni­sti sono un poker d’assi dei cul­tori del genere. Nes­suno di pro­ve­nienza ’estre­mi­sta’, anzi: sono tutti ex socia­li­sti o social­de­mo­cra­tici. Ma sono tutti usciti dai rispet­tivi par­titi con­tro la loro irre­si­sti­bile e inar­re­sta­bile «deriva a destra».

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Stefano Rodotà, Articoli interessanti, 16 luglio 2015

Non mi riconosco nell’Europa nata tra il 12 e il 13 luglio. Sembra che l’Unione abbia abbandonato l’ambizione di costruire il suo popolo.

Di questo dovrebbero essere consapevoli soprattutto quelli che hanno molto investito nell’Europa unita come grande progetto politico, e che oggi solo partendo da queste amare considerazioni realistiche possono ancora coltivare un’estrema speranza di riacchiappare un filo che appare ormai spezzato.

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Mauro Gallegati, sbilanciamoci.info, 9 marzo 2015

Senza un cambiamento profondo, l’Europa non si riprenderà. È interessante analizzare i costi di un’uscita dall’euro, ma una moneta nazionale opererebbe in un contesto ben diverso dai tempi della lira. E senza Europa perderemo tutti.

Non credo esista una demarcazione netta nelle scienze sociali. Così l’economia si interseca con la storia, e queste si sovrappongono alla politica ed alla sociologia. Di per sé questo approccio ripudia il modello unico, la pretesa naturalità dell’economia. Se, per usare le parole di Piketty, “ci sono questioni che sono troppo importanti per essere lasciate agli economisti”, il tema dell’uscita dall’euro non fa eccezione. Le sofferenze sociali soprattutto dei Paesi più fragili dell’Europa, stanno producendo conseguenze sociali che ci fanno chiedere: quanto resiliente sarà la democrazia in Europa? L’euro ha lasciato i cittadini – soprattutto nei Paesi in crisi – senza voce in capitolo sul destino delle loro economie. Gli elettori hanno ripetutamente mandato a casa i politici al potere, scontenti della direzione dell’economia – ma alla fine il nuovo governo continua sullo stesso percorso dettato dalla Troika.

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Joseph Stiglitz, Sbilanciamoci.info, 2 marzo 2015

Joseph Stiglitz

Joseph Stiglitz

Chi pensava che l’euro non avrebbe potuto sopravvivere si è sbagliato. Ma i critici hanno ragione su una cosa: o ci sarà l’Europa politica – gli Stati uniti d’Europa – o non ci sarà l’euro. Un articolo del premio Nobel per l’economia, in collaborazione con Mauro Gallegati

Secondo i dati economici più recenti, sia gli Stati Uniti che l’Europa stanno mostrando segnali di ripresa, anche se è presto per dichiarare la fine dalla crisi. Tuttavia, nella maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, il Pil pro capite è ancora inferiore al periodo precedente la crisi: un intero decennio perduto. Dietro alle fredde statistiche, ci sono vite rovinate, sogni svaniti e famiglie andate a pezzi (o mai formatesi), un futuro quanto mai precario per le generazioni più giovani, mentre la stagnazione – in Grecia la depressione – avanza anno dopo anno.

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Barbara Spinelli, Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015

Barbara Spinelli

Nel 1998 il presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer descrisse i due «plebisciti» su cui poggiano le democrazie: quello delle urne, e il «plebiscito permanente dei mercati». La coincidenza con l’adozione di lì a poco dell’euro è significativa.

La moneta unica nasce alla fine degli anni ’90 senza Stato: per i mercati il suo conclamato vizio d’origine si trasforma in virtù. Le parole di Tietmeyer e i modi di funzionamento dell’euro segnano l’avvio ufficiale del processo che viene chiamato decostituzionalizzazione – o deparlamentarizzazione – delle democrazie.

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Felice Roberto Pizzuti, Il Manifesto, 14 gennaio 2015

Come era pre­ve­di­bile, l’annuncio delle ele­zioni anti­ci­pate in Gre­cia e i son­daggi che indi­cano al primo posto Syriza, la sini­stra di Ale­xis Tsi­pras, hanno fatto scat­tare la stra­te­gia dell’allarmismo eco­no­mico, una rispo­sta con­ser­va­trice che, tut­ta­via, rischia di essere negli­gen­te­mente ali­men­tata anche da chi la subi­sce il pro­cesso d’unificazione euro­peo si sta peri­co­lo­sa­mente invol­vendo e si avvi­cina la resa dei conti sul se e sul come potrà andare a compimento.

Una ipo­tesi otti­mi­stica è che l’inasprirsi delle posi­zioni tede­sche (e col­le­gate) indi­chi l’inizio dalla Grande Con­trat­ta­zione su come defi­nire la costru­zione dell’Ue. Le con­si­de­ra­zioni che le ban­che tede­sche sono oggi (rispetto al 2012) molto meno espo­ste verso il debito greco e che le pic­cole dimen­sioni dell’economia greca la ren­dano non «troppo grande per poter fal­lire», potreb­bero farla rite­nere la vit­tima ideale nella logica di «col­pire uno per edu­carne cento». Ma sarebbe una visione miope, da appren­di­sta stre­gone. Chi è ten­tato da que­sta stra­te­gia, ma anche i cri­tici «da sini­stra» del pro­cesso uni­ta­rio, dovreb­bero riflet­tere su due que­stioni. La prima è che per ognuno dei Paesi euro­pei è dif­fi­cile imma­gi­nare un’alternativa eco­no­mica e poli­tica migliore alla per­ma­nenza nell’Unione. La seconda è che oggi non è in discus­sione se costruire ex novo l’Unione euro­pea e/o la moneta unica, ma se pro­ce­dere alla neces­sa­ria riqua­li­fi­ca­zione delle scelte fatte – impron­tate ad un ini­quo e con­tro­pro­du­cente libe­ri­smo austero — tenendo conto che anche solo rece­dere ordi­na­ta­mente dalla moneta unica richie­de­rebbe molta più coo­pe­ra­zione tra gli attuali Paesi mem­bri che non per avan­zare verso una unione eco­no­mica e poli­tica più orga­nica e coesa. Ma non sarebbe facile tor­nare indie­tro senza aggra­vare crisi col rischio di esten­derla oltre la dimen­sione economica.

I con­tra­sti sulla costru­zione euro­pea si stanno con­cen­trano sulle poli­ti­che di bilan­cio da attuare (o imporre) nei paesi dell’Unione e l’esperienza greca si avvia ad assu­mere una valenza dimo­stra­tiva. Peral­tro, emerge una para­dos­sale con­ver­genza nell’enfatizzare il debito pub­blico: tra chi lo con­si­dera una “colpa” da rimuo­vere a tappe for­zate per poter riav­viare una cre­scita “sana” (la logica del fiscal com­pact) e chi tout-court lo vuole ripu­diare come scelta poli­tica ripa­ra­trice dell’economia ini­qua che l’ha creato. In entrambe le posi­zioni si tende ad attri­buire un ruolo sim­bo­lico al debito pub­blico che pre­giu­dica le pos­si­bi­lità di disin­ne­scarne gli effetti negativi.

Ele­vati e per­si­stenti debiti pub­blici pos­sono gene­rare pro­blemi per la cre­scita e per la distri­bu­zione del red­dito, ma per non cadere in demo­niz­za­zioni con­tro­pro­du­centi è neces­sa­rio anche tener pre­sente che essi non hanno tutti le stesse ori­gini e la stessa com­po­si­zione dei cre­di­tori. Ad esem­pio, il debito tede­sco ricon­trat­tato nella con­fe­renza del 1953 ori­gi­nava da ripa­ra­zioni di danni di guerra impo­sti dai paesi vin­ci­tori e riguar­dava rap­porti tra stati; l’accordo fu una scelta poli­tica lun­gi­mi­rante (diversa da quella suc­ces­siva alla prima guerra mon­diale che ali­mentò l’avvento del nazi­smo). La que­stione del debito greco che Syriza vuole ridi­scu­tere riguarda essen­zial­mente le con­di­zioni impo­ste nel 2012 dalla troika (Fmi, Bce, Ue) al governo greco per il piano di sal­va­tag­gio delle finanze pub­bli­che elle­ni­che impron­tato alla logica dell’austerità che non solo sta oppri­mendo le con­di­zioni economico-sociali del Paese, ma sta minando la cre­scita dell’intera Ue e le sue stesse pro­spet­tive d’esistenza. Anche in que­sto caso si tratta di una richie­sta di ricon­trat­ta­zione tra isti­tu­zioni che andrà valu­tata in un con­te­sto politico.

Il debito pub­blico ita­liano, che da decenni con­di­ziona la nostra eco­no­mia, riguarda pre­stiti con­tratti dallo stato ita­liano sui mer­cati che ogni anno ven­gono rin­no­vati per i titoli che arri­vano a sca­denza. Anche solo evo­care forme di con­so­li­da­mento da parte dei respon­sa­bili poli­tici ed eco­no­mici ita­liani pro­vo­che­rebbe rea­zioni dei mer­cati, degli altri stati, delle isti­tu­zioni inter­na­zio­nali e nella società ben più con­crete di gene­rici allar­mi­smi; cosic­ché, prima di par­larne, sarebbe oppor­tuno almeno con­fron­tare pre­ven­ti­va­mente que­sti effetti con quelli di altre pos­si­bili poli­ti­che di rien­tro del debito.

A scopo esem­pli­fi­ca­tivo, ricor­diamo che il fiscal com­pact pre­vede che il rap­porto debito/Pil sia ridotto in 20 anni entro il 60%. Per l’Italia, ciò impli­che­rebbe avanzi annuali del bilan­cio pub­blico pri­ma­rio (al netto delle uscite per inte­ressi sul debito) la cui entità dipende dalla cre­scita nomi­nale del Pil (com­pren­siva dun­que dell’inflazione) e dal tasso medio d’interesse sul debito. Se nel pros­simo ven­ten­nio ci fosse costan­te­mente una cre­scita reale dell’1%, infla­zione allo 0,5%, e un tasso medio d’interesse nomi­nale sul debito del 3% (con­di­zioni tutte più favo­re­voli di quelle attuali), astraendo dalle con­di­zioni di com­pa­ti­bi­lità di que­ste ipo­tesi, per ridurre il nostro debito al 60% del Pil occor­re­rebbe ogni anno un avanzo pri­ma­rio del 6% del Pil (più di 3 volte quello pro­gram­mato per il 2015) cioè una mano­vra annuale cor­ri­spon­dente a 90 miliardi attuali. È del tutto evi­dente che mano­vre di que­sta entità non sareb­bero nem­meno lon­ta­na­mente soste­ni­bili né eco­no­mi­ca­mente né social­mente e comun­que avreb­bero effetti peg­gio­ra­tivi sulla cre­scita e sul rap­porto debito/Pil.

Se invece ci fosse una cre­scita reale del 3%, infla­zione al 3% e un tasso d’interesse sul debito del 4% (valori attual­mente molto otti­mi­stici, ma non ano­mali) sarebbe suf­fi­ciente ogni anno un avanzo pri­ma­rio dell’1,8% (valore leg­ger­mente infe­riore a quello pro­gram­mato dal governo per il 2015; il quale, però, non con­sen­tirà né di rilan­ciare la cre­scita né di ridurre l’incidenza del debito per­ché inse­rito in un qua­dro di poli­ti­che “austere” che inte­ra­gi­scono nega­ti­va­mente). L’esercizio serve ad evi­den­ziare come il rien­tro del debito pub­blico richie­de­rebbe oneri molto minori e comun­que soste­ni­bili se inse­rito in un cir­colo vir­tuoso ali­men­tato da poli­ti­che rivolte alla cre­scita del Pil, a bassi tassi d’interesse e a una mode­rata infla­zione che dovrebbe essere accom­pa­gnata da misure di sal­va­guar­dia del potere d’acquisto dei red­diti da lavoro.

Una poli­tica di que­sto tipo – che ripa­ghe­rebbe il debito con la cre­scita evi­tando gli effetti impre­ve­di­bil­mente rischiosi e con­flit­tuali di un default — avrebbe molte chance di suc­cesso pro­prio se effet­tuata a livello euro­peo, dove favo­ri­rebbe la cre­scita gene­rale (anche della Ger­ma­nia), la distri­bu­zione del red­dito e la ridu­zione delle diso­mo­ge­neità nazio­nali. La mag­giore dimen­sione e la minore aper­tura verso l’estero dell’intero sistema eco­no­mico con­ti­nen­tale con­sen­ti­reb­bero mag­giori mar­gini di scelta anche rispetto al neces­sa­rio miglio­ra­mento della qua­lità sociale ed eco­lo­gica della cre­scita, atte­nuando i vin­coli posti dall’equilibrio della bilan­cia dei paga­menti, dai mer­cati e dalla spe­cu­la­zione inter­na­zio­nali. Que­sti sareb­bero aspetti strut­tu­rali del New Deal euro­peo neces­sa­rio a ribal­tare la visione liberistico-austera che sta tra­sci­nando l’Ue nella crisi e verso la sua dis­so­lu­zione. È in que­sta dire­zione di cam­bia­mento con­creto — e non con quello gene­ri­ca­mente “stril­lato” fun­zio­nale all’allarmismo con­ser­va­tore — che dovreb­bero con­ver­gere tutte le forze pro­gres­si­ste euro­pee, a comin­ciare — per quanto ci riguarda più da vicino — da quelle della sini­stra italiana.

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Marcello De Cecco, Sbilanciamo l’Europa, 10 ottobre 2014, N. 37, “MittelEuropa”

Non ci sono luci nell’orizzonte europeo. Recessione, rallentamento economico mondiale, conflitto ucraino e tensioni con Mosca affondano l’economia e rendono instabile la politica. L’«Europa tedesca» ha piegato la Francia, ma non può far funzionare l’Unione

Nelle scorse settimane c’è stato un diluvio di dati negativi sull’andamento dell’economia mondiale e, in particolare, su quella europea. I dati relativi alla zona euro sono i peggiori di tutti, ma sembra che ci siamo ormai abituati.

Il resto del mondo non se la passa meglio dei cittadini della zona euro. La Germania, il paese di maggior successo nell’area dell’euro, non può così sperare in un ragionevole tasso di crescita esportando quelle merci che non può e non vuole vendere sul mercato interno. Solo pochi mesi fa le prospettive di crescita per i paesi di maggior successo nella zona euro, in particolare per la Germania, apparivano significativamente migliori. Ed è altrettanto recente l’immagine di un euro forte nei confronti del dollaro. L’euro, tuttavia, oggi appare molto diverso: si è fortemente indebolito nei confronti del dollaro e la ragione principale di questo mutamento di prospettiva è la situazione di guerra aperta nell’est dell’Ucraina, esplosa con il pesante coinvolgimento, dietro le linee, di Russia e Unione Europea.

Una fragile tregua è stata raggiunta nelle scorse settimane, ma non è chiaro quanto sarà solida e per quanto potrà durare. Ovviamente, anche la politica monetaria europea e americana ha avuto un ruolo, ma la Federal Reserve, dal canto suo, non sembra ancora veramente decisa ad avviare una seria politica restrittiva.

Per questa ragione, penso che un’analisi dello stato dell’Unione Europea sul piano economico debba necessariamente considerare le variabili di politica internazionale come fattori esplicativi fondamentali. I fenomeni politici e militari incidono in modo particolare sulle aspettative future degli operatori economici. Quando si verifica un evento come l’attuale guerra civile in Ucraina, tendono a ridursi sia gli investimenti che i consumi nei paesi europei e, in particolare, in Germania, pesantemente coinvolta nelle vicende ucraine dai tempi degli zar e, nuovamente, da quando il paese è diventato indipendente dalla Russia. Inoltre, la Germania è oggi il cuore di una nuova versione della MittelEuropa, un’area che si è profondamente integrata con l’economia tedesca, tanto che oggi può essere considerata come un’unica area di produzione ed esportazione.

La Germania, naturalmente, è un gigante dell’export. È il principale produttore di automobili e beni d’investimento per il resto d’Europa, ma anche per altri grandi importatori come la Cina e gli Stati Uniti. Vista la caduta del Prodotto Interno Lordo (Pil) europeo causata dalla carenza di domanda interna, gli esportatori tedeschi si sono finora affidati alla domanda proveniente da Cina, Usa, Brasile e Russia.

Nessuno di questi paesi, tuttavia, sembra che potrà avere un boom di investimenti nel prossimo futuro. In Cina le prospettive di crescita sono state ridotte e il boom dell’economia brasiliana è al termine. L’economia americana continua a brillare se la si confronta con quella europea, ma a breve potrebbe essere colpita dall’inizio della fine di una fase quasi decennale di politica monetaria fortemente espansiva, anche se possiamo aspettarci che Janet Yellen, la presidente della Federal Reserve, aspetterà almeno l’esito delle elezioni americane di medio termine prima di prendere qualunque iniziativa sul fronte della politica monetaria. Il boom della Borsa americana non dev’essere fermato prima della competizione elettorale: ogni cittadino americano, attraverso il suo fondo pensione, ha un interesse perché questo non avvenga.

Se le elezioni americane dovessero andar male per i Democratici, com’è probabile, l’amministrazione Obama reagirà con una vigorosa politica espansiva nei due anni a venire, in modo di arrivare alle elezioni presidenziali con un’economia forte e una Borsa ancora più forte.

Tuttavia, se le relazioni tra Russia e occidente dovessero improvvisamente peggiorare in modo significativo, isolare la Borsa di New York dalle conseguenze negative della crisi internazionale potrebbe diventare molto difficile. Dovremo vedere la reazione della Federal Reserve di fronte a un crollo dell’indice Dow Jones del trenta per cento, un’ipotesi piuttosto realistica, visto che si è verificata non meno di sei volte negli ultimi decenni. La mia personale ipotesi, estrapolando i comportamenti passati, è che, così come dopo l’11 settembre 2001 e, in particolar modo dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, la Federal Reserve darà inizio a una nuova fase di denaro a bassissimo costo e la porterà avanti fino a che la fase acuta della crisi politica internazionale non sarà terminata. Tuttavia, anche con previsioni così accomodanti per la politica monetaria americana, è probabile che la recessione in Europa continui.

Se una previsione di questo tipo è ragionevole, una politica economica realistica per l’Europa dovrebbe prevedere la prosecuzione di una politica monetaria espansiva accompagnata da uno stimolo fiscale innovativo. Draghi continua a ripetere che non consentirà alla Bce di cambiare l’attuale politica espansiva, ma sottolinea che i governi, specialmente nei paesi in surplus, devono introdurre misure fiscali per stimolare consumi interni e importazioni.

Nessun effetto positivo di carattere macroeconomico sembra essere finora emerso dell’introduzione, il 4 novembre prossimo, dell’Unione Bancaria europea. Le banche quest’anno sono state assorbite dalla necessità di preparare i loro bilanci per la revisione patrimoniale che l’European Banking Authority sta realizzando sui 120 più grandi istituti del vecchio continente. I risultati di tale revisione saranno resi noti in occasione del trasferimento dei poteri di vigilanza bancaria alla Banca Centrale Europea, una vera innovazione nella politica bancaria e monetaria. La consapevolezza di avere una debole capitalizzazione ha spinto molte grandi banche a rafforzarsi, collocando nuove quote azionarie sul mercato ma, soprattutto, rientrando dalle proprie posizioni creditorie con ovvie conseguenze depressive. Inoltre, le banche, specie nei paesi più fragili, hanno preferito prestare ai propri governi piuttosto che a imprese esposte al rischio, malgrado la possibilità di dover accettare un forte “hair cut” nel valore del credito nel caso di una nuova crisi.

All’interno dell’Europa, le autorità francesi si sono costantemente collocate al fianco di quelle tedesche in tutte le decisioni, o non-decisioni, prese a livello europeo, con l’obiettivo di convincere i mercati internazionali che il loro paese avrebbe sicuramente avuto il sostegno della Germania nel caso si fosse presentata la necessità.

L’effetto di lungo periodo di questo tipo di alleanza è stata la costante pressione tedesca per rallentare l’azione della Bce e della Commissione Europea durante la crisi, risultando nel sensibile apprezzamento del tasso di cambio dell’euro. Tale apprezzamento ha avuto effetti molto negativi sull’economia francese, che è assai meno competitiva di quella tedesca.

In sintesi, lo stato economico dell’Unione Europea è deplorevole, in particolare se paragonato a quello di altri paesi come Stati Uniti o Cina. È da alcuni anni che la situazione è questa, e tale rimarrà nel prossimo futuro. Non sembrano esserci molte possibilità di vedere il surplus commerciale tedesco nei confronti del resto del mondo ridursi dai livelli patologici su cui si è attestato negli anni recenti. Il surplus tedesco nei confronti del resto d’Europa è scomparso, ma solo per il crollo della domanda nei paesi deboli, che si è tradotto in una caduta delle importazioni.

Nonostante le continue esortazioni di Mario Draghi, del Fondo Monetario Internazionale e ora anche di Jörg Asmussen, importante membro del Partito Socialdemocratico tedesco, la leadership cristiano democratica tedesca è irremovibile nel ribadire, in particolare attraverso la voce di Wolfgang Schauble – che ha il pieno sostegno della Cancelliera – i precetti dell'”economia sociale di mercato”. Si tratta delle regole imposte a tutti i membri dell’eurozona per ottenere da questi l’austerità che è stata e continua ad essere considerata necessaria perché questi paesi possano rimanere all’interno dell’area euro contando esclusivamente sulle proprie forze, senza ricorrere all’aiuto dei paesi più forti. Non ci sono possibilità, dunque, di vedere prossime emissioni di Eurobond.

L’«economia sociale di mercato» significa governare attraverso regole anziché con politiche discrezionali. Due anni fa tutti i paesi membri dell’area euro hanno accettato di introdurre nelle rispettive Costituzioni il pareggio di bilancio inizialmente introdotto dal parlamento tedesco, e perfino meccanismi che prevedono l’adozione automatica di misure deflattive da attivarsi non appena vengano superati i limiti prefissati relativamente al deficit ed al debito pubblico. Schauble ha recentemente annunciato che il bilancio pubblico tedesco raggiungerà il pareggio prima del previsto, nel corso di questo stesso anno fiscale. Altri stati membri non sembrano intenzionati a seguire la Germania su questa strada, malgrado abbiano approvato il Fiscal Compact, ma tutti i paesi in deficit sono stati obbligati ad adottare misure di austerità il cui impatto su spesa pubblica, domanda interna e occupazione non è stato compensato dalla crescita delle esportazioni. L’austerità in questo senso coincide con una visione del mondo che è il contrario di ciò che ispira la moderna politica economica e la macroeconomia.

L’austerità, che è un applicazione pratica dell'”economia sociale di mercato”, vede nei surplus commerciali esterni il risultato naturale del processo competitivo. Il surplus di un’economia molto competitiva è dunque visto come una situazione che non richiede alcun intervento correttivo da parte del paese in surplus. I deficit esteri, al contrario, sono interpretati come manifestazioni patologiche di scarsa competitività che dipendono dal mancato allineamento di salari e rendite con quelli dei paesi in surplus. I paesi in deficit sono dunque chiamati a realizzare politiche deflazionistiche e riforme strutturali capaci di riportare in linea salari e rendite.

Questo può sembrare nuovo, ma gli studiosi di storia economica sanno che questo è sempre stato l’atteggiamento delle nazioni in surplus. A Bretton Woods, furono gli Stati Uniti a impedire che si introducesse nel testo dell’accordo un meccanismo di riequilibrio che pesasse allo stesso modo sui paesi in surplus e in deficit. Gli sforzi di Keynes furono vani. Gli Stati Uniti non accettarono l’idea che l’economia mondiale non sarebbe stata caratterizzata da una tendenza naturale all’equilibrio di piena occupazione e che l’equilibrio avrebbe dovuto essere raggiunto attraverso accordi internazionali su politiche di rilancio da parte dei paesi in surplus.

Gli Stati Uniti – a loro merito – dopo aver constatato gli effetti deflazionistici dell’accordo di Bretton Woods sull’Europa, lanciarono nel 1948 il Piano Marshall, spinti anche dal nascente scontro bipolare a livello internazionale. Si trattò di un gigantesco programma di aiuti economici per evitare ai paesi europei in deficit gli effetti negativi della deflazione sull’occupazione e sugli equilibri politici. La Germania e gli altri paesi europei in surplus stanno riproponendo oggi gli argomenti che gli Stati Uniti usarono contro Keynes all’epoca di Bretton Woods. Le autorità tedesche non hanno alcuna simpatia per l’approccio keynesiano adottato da Mario Draghi, dal Fondo Monetario Internazionale e dagli Stati Uniti, i quali provano a convincere la Germania a rilanciare la domanda interna e ridurre i surplus esterni. Tuttavia, il 2 di marzo 2012, sottoscrivendo il Fiscal Compact, tutti i paesi dell’area euro hanno accettato la visione del mondo della Germania. La domanda da porsi è perché i paesi in deficit abbiano deciso di accettare volontariamente la visione del mondo tedesca introducendola nelle loro agende di politica economica e perfino nelle loro costituzioni.

La mia risposta è articolata: nulla ispira l’imitazione quanto il successo. L’economia tedesca è stata un’economia di successo se si guarda al suo tasso di crescita, al suo tasso di disoccupazione, all’equilibrio dei conti pubblici e alla drastica riduzione del debito pubblico.

La Germania attrae lavoratori qualificati da tutta Europa pagando loro alti salari mentre in altri paesi è difficile trovare lavoro perfino per un giovane ingegnere. La disoccupazione giovanile è molto bassa mentre nell’Europa del sud ha raggiunto livelli fino a poco tempo fa inimmaginabili. E i tedeschi hanno pagato la riforma del loro mercato del lavoro con il proprio sangue, attraverso la creazione di non meno di 7 milioni di lavoratori pagati meno di 400 euro al mese.

Tuttavia, ciò che ha spinto i paesi europei a sottoscrivere il Fiscal Compact è stato il rischio, grave e imminente, di una dissoluzione dell’euro per l’effetto combinato della massiccia speculazione internazionale e del rifiuto da parte dell’opinione pubblica, dei politici e della Corte Costituzionale tedesca. Sarebbe stato possibile a Mario Draghi pronunciare il 26 luglio 2012 il suo ormai celebre «difenderò l’euro a qualunque costo», che sconfisse la speculazione internazionale contro l’euro e placò i timori di una dissoluzione dell’Unione Monetaria, se pochi mesi prima non fosse stato siglato il Fiscal Compact?

Dunque, oltre all’ammirazione per il modello tedesco di crescita economica, c’era nei paesi in deficit la consapevolezza che il Fiscal Compact sarebbe stato il prezzo da pagare per rendere le loro intenzioni sul piano delle politiche deflazionistiche credibili agli occhi della Germania. E, ovviamente, quanto venne deciso durante la famosa “passeggiata di Deauville” da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy nell’ottobre 2010 fu alla radice delle perturbazioni sui mercati e di tutto quanto seguì.

Di nuovo, possiamo vedere come il governo francese sia andato a rimorchio, accettando qualsiasi cosa pur di mostrare la propria relazione speciale con la Germania e costruendo, in questo modo, le basi per ottenere la tripla A per i propri titoli di Stato. Non esiste in Francia la tradizione di legare le decisioni del governo agli interessi dell’alta finanza come accade, ad esempio, nel Regno Unito con la City di Londra. In molte occasioni, tuttavia, abbiamo avuto la netta impressione che l’azione del governo francese in ambito europeo fosse spinta dalla necessità per le grandi banche francesi di mantenere un buon rating sul debito pubblico nazionale, da usare come base per le loro operazioni internazionali.

Qualcuno sostenne che questo stato di cose sarebbe cambiato una volta arrivato un socialista all’Eliseo. Gli stessi intravedono l’alba di una relazione speciale tra Francia ed Italia, capace di produrre una posizione politica nuova, opposta a quella tedesca. Quest’interpretazione, tuttavia, non è fondata. Ignora la nuova storia d’amore tra la Germania e la Spagna conservatrice. Dimentica anche che Matteo Renzi era un protetto della Cancelliera Merkel molto prima di essere nominato Presidente del consiglio e che il premier italiano ribadisce costantemente che la Germania rappresenta il suo modello di politica economica. Fino a quando l’opinione pubblica tedesca non inizierà a vedere gli effetti negativi della deflazione sul proprio benessere resterà ostile perfino a critiche moderate, come quella di Jörg Asmussen alle dure politiche di Schauble. Dopo che il recente deprezzamento dell’euro ha dato nuovo vigore alle esportazioni tedesche, le speranze di un cambiamento nella politica economica della Germania restano esclusivamente legate all’eventualità che l’acuirsi della crisi in Ucraina peggiori le previsioni per l’economia tedesca, in particolare per quel che riguarda investimenti e consumi. Le recenti dichiarazioni del presidente degli industriali tedeschi potrebbero rappresentare un segnale in questa direzione.

Si tratta, in ogni caso, di uno scenario da «ultima spiaggia». Vogliamo davvero che sia uno scenario di guerra indiretta tra Russia e Unione Europea nell’est dell’Ucraina quello che ammorbidisce la politica economica tedesca? Ricordiamoci che, se una situazione del genere avvenisse davvero, la reazione della Germania potrebbe essere opposta, con una crescita dei consensi al nuovo partito anti-euro Alternative fur Deutschland, e un atteggiamento ancora più rigido sul rispetto dei vincoli del Fiscal Compact.

Mi spiace di non vedere per l’Europa un orizzonte molto luminoso. E non credo che le sanzioni renderanno Putin più ragionevole. La sua popolarità in Russia aumenta di pari passo con il nazionalismo delle sue posizioni. Può essere preso per fame, facendo salire alle stelle il prezzo dei generi alimentari in Russia, moltissimi dei quali sono importati dall’Europa e sono stati bloccati per ritorsione da Putin? Tradizionalmente, questo non è mai accaduto. Ma la Russia non era mai stata così dipendente dall’estero per beni essenziali come il cibo. Solo un enorme raccolto di grano ha consentito di allontanare il rischio di una crisi alimentare, ma il calo dei prezzi del petrolio ha lavorato nella direzione opposta riducendo gli introiti russi legati all’esportazione di materie prime.

L’AUTORE

Marcello de Cecco è uno dei maggiori esperti di italiani di politica monetaria e finanza. È professore emerito di Storia della moneta e della finanza alla Scuola Normale Superiore di Pisa e docente alla Luiss di Roma. Il suo ultimo libro sulla politica economica italiana e internazionale è «Ma che cos’è questa crisi. L’Italia, l’Europa e la seconda globalizzazione (2007-2013)», Donzelli, Roma, 2013. Questo testo riprende la sua relazione su «Lo stato dell’Unione europea» che ha aperto il convegno di EuroMemorandum tenuto a Roma il 25 settembre 2014 (www.euromemo.eu).

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L’ultimo numero di Lavoro & Politica, il settimanale del gruppo politico “per il Partito del Lavoro” che, come è noto, fa riferimento a Cesare Salvi e Gianpaolo Patta, (sito Internet www.partito-lavoro.it, dal quale si può scaricare la rivista) è introdotto da un editoriale di Cesare Salvi (già ministro del Lavoro in uno dei governi Prodi), nel quale si fa il punto sui quattro quesiti abrogativi di norme della legge numero 243 del 2012.

In sostanza, si tratta di una battaglia contro l’inserimento della norma del pareggio di bilancio in Costituzione, norma secondo molti contraria non solo allo spirito della nostra Carta, ma anche ai principi base dell’economia. Un tentativo di correggere alcuni degli innumerevoli disastri causati all’Italia dal governo di Mario Monti che lasceranno uno strascico per molti anni a venire.

Ecco il testo.

Nei giorni scorso sono stati depositati in Cassazione quattro referendum abrogativi di norme della legge 243 del 2012. Si tratta della legge che dà attuazione alla riforma costituzionale che ha introdotto il principio di pareggio del bilancio

Cesare Salvi

È noto che con zelo di miglior causa la maggioranza che sosteneva il governo Monti ha cambiato la Costituzione, rendendo obbligatorie le politiche di austerità, senza nemmeno che ciò fosse imposto dal fiscal compact (altri paesi che pure hanno sottoscritto quel trattato non hanno cambiato la loro Costituzione).

Meno noto è che la legge ordinaria applicativa (n. 243) è andata oltre quanto previsto dalle nuove norme costituzionali, rendendo ancora più rigida la riduzione forzosa e ravvicinata del debito pubblico.

Non è possibile proporre referendum abrogativi dei trattati internazionali o delle norme costituzionali; è possibile però farlo con le leggi ordinarie. L’obiettivo delle richieste referendarie è l’abrogazione di alcune norme della legge 243, che, non imposte né da princìpi costituzionali né da obblighi europei o internazionali, prevedono un’applicazione del principio di equilibrio di bilancio secondo modalità eccessivamente rigorose, imponendo e anzi aggravando quelle politiche di austerità che già tanti danni economici e sociali hanno procurato. Basti ricordare che dal 2007 al 2013 la disoccupazione è aumentata dal 6,1% al 12,7%; quella giovanile dal 20,3% al 43,3%; il pil è diminuito del 8,5%, il rapporto debito-pil è salito dal 103,3% al 132,7%.

È stato avanzato qualche dubbio sull’ammissibilità dei quesiti. I promotori ritengono invece che la giurisprudenza della Corte costituzionale ne consente l’ammissibilità; né può trascurarsi che l’esame dei quesiti potrebbe consentire alla Consulta di esprimere una valutazione sul rapporto tra le nuove normative europee e i nostri principi costituzionali, come hanno già avuto modo di fare la Corte costituzionale tedesca e quelle di altri paesi.

L’Italia è uno dei pochi tra i grandi paesi dell’Unione nel quale né il popolo attraverso referendum, né i giudici costituzionali hanno potuto esprimersi sulle nuove normative europee. Il parlamento italiano ha votato in pochi giorni e senza dibattito pubblico prima il fiscal compact, poi la nuova normativa costituzionale sul pareggio di bilancio, approvandola con la maggioranza dei due terzi. Il referendum ora proposto consente di colmare almeno in parte questo deficit di democrazia.

Il comitato promotore comprende studiosi di diverso orientamento, ma accomunati dalla richiesta di porre fine alla politica di austerità; tra loro figura Danilo Barbi della Cgil.

Naturalmente il problema è riuscire a raccogliere le cinquecentomila firme necessarie entro settembre, come prevede la legge sul referendum. C’è da auspicare che l’iniziativa abbia visibilità e che ad essa concorrano cittadini e movimenti. Presto saranno disponibili tutti i riferimenti organizzativi che consentiranno di aderire e concorrere al successo dell’iniziativa.

Non dimentichiamo che l’anno prossimo probabilmente si voterà sui referendum promossi dalla Lega, tra i quali quello abrogativo della riforma Fornero. Che vi sia anche un referendum nel quale gli italiani possano finalmente esprimersi sulle politiche di austerità sarebbe a mio avviso un fatto positivo.

Nel mio piccolo, ho accolto l’appello e, con questo post, inizio a divulgare l’iniziativa. Naturalmente si tratterà poi di essere presenti sul “campo di battaglia” della raccolta delle firme e lì dovremo organizzarci per agevolare il successo dell’iniziativa. Ci sarà bisogno del contributo di tutti.

Naturalmente, l’articolo di Salvi, essendo introduttivo, è piuttosto sintetico. Per un quadro informativo completo consiglio di visitare i seguenti link:

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Eugenio Occorsio, La Repubblica, 14 aprile 2013

«Se attacchi frontalmente la crisi, finisci col peggiorarla. Le riforme strutturali sono necessarie ma la realtà dei fatti dimostra che deve essere rivisto il loro timing, altrimenti Paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia, dalla recessione non usciranno mai».

Nouriel Roubini, appena tornato nel suo ufficio della New York University dall’ennesimo tour europeo, lancia le sue proposte di alternativa all’austerity. Proposte concrete e fattibili, ma soprattutto necessarie.

«Le scadenze di finanza pubblica vanno prorogate di almeno due-tre anni. Si è visto che il rigore non solo non basta, ma aggrava di giorno in giorno la situazione. Bisogna rovesciare l’impostazione voluta dalla Germania e puntare sulla più ampia circolazione di moneta per rilanciare la domanda aggregata, i consumi, la capacità di guadagno. Fare come gli Stati Uniti e adesso anche il Giappone. Altrimenti il pericolo ogni giorno più serio è quello di rivolte di piazza, violenza, nazionalismi. E sempre più spesso nelle elezioni vinceranno partiti di destra, antieuropei, populisti».

C’ è qualche riferimento all’ Italia?
«L’ affermazione di forze antagoniste alle scelte europee e la frammentazione del sistema politico italiano, premessa alla formazione di un governo che comunque sarà debole, sono conseguenze dirette della crisi e dell’austerity che questa crisi sta aggravando, imposta dall’Europa».

Ma come si fa a convincere Berlino, Bruxelles , Francoforte, che è urgente cambiare registro?
«Non è semplice almeno fino alle elezioni tedesche d’ autunno, che sono abbastanza incerte anche se è probabile che Angela Merkel vincerà pur di misura. Dopodiché verosimilmente i socialdemocratici entreranno nella coalizione. E allora c’ è la ragionevole speranza, che mi hanno confermato personalmente nei giorni scorsi alcuni esponenti politici tedeschi di primo piano, che la Germania ammorbidirà alcune delle sue posizioni. E non è neanche escluso che si arrivi alla proroga di cui parlavo a favore dei Paesi più in difficoltà, compresa l’ Italia, per tutto il pacchetto di risanamento fiscale, dal pareggio di bilancio sia strutturale che nominale (cioè quello che comprende nelle uscite anche gli interessi, ndr) per inseguire il quale si sta imponendo un carico di tasse insopportabile, fino al taglio dei rapporti fra Pil e deficit e debito. Tutte misure necessarie ma che bisogna poter raggiungere in un tempo più ampio di quello previsto, che è praticamente subito. Problemi come la finanza pubblica non possono essere risolti solo con una terapia d’ urto, brutale, controproducente e profondamente recessiva».

Fra le sue proposte “alternative” quali sono quelle che riguardano la banca centrale?
«La Bce dev’essere più aggressiva. Intanto abbattendo i tassi a zero, permettendo una riduzione dell’ euro del 10-20% e ridando fiato all’export. L’hanno fatto l’America, il Giappone, la Gran Bretagna, non si vede perché solo l’Europa non debba farlo.E poi vanno intraprese operazioni di monetary e di credit easing. Le prime sono estensioni delle Omt (outright monetary transaction) lanciate da Draghi. Occorre cogliere qualsiasi opportunità per ampliare la massa di denaro circolante, senza paura dell’ inflazione che è un pericolo lontanissimo né preoccupazioni di vincoli di statuto che possono essere rispettati pur ampliando la capacità operativa. Il tutto per sostenere la domanda, i consumi, i redditi, proprio quelle voci che l’ austerity sta mortificando. Il credit easing invece è rivolto alle banche nazionali, che vanno incentivate a sbloccare la stretta creditizia che mortifica specialmente le piccole aziende. Serve creatività: per esempio, ricorrere allo strumento della cartolarizzazione impacchettando blocchi di crediti verso le piccole aziende, creare così nuovi titoli e presentarli alla Bce che li sconta».

Fra la Bundesbank terrorizzata dall’ inflazione e l’ azzardo morale che la Germania sicuramente vedrebbe in quest’ ultima operazione non le sembrano poche le speranze che tali misure vedano la luce?
«Bisogna congegnarle bene. Per il credit easing va prevista una garanzia diretta del Fondo salva stati che riduca al 10-20% le possibilità di fallimento di queste obbligazioni. Così l’ operazione sarebbe accettabile per Berlino. Sono misure d’ emergenza, ma serve realismo: l’ intera costruzione europea è in pericolo, e se crolla tutto anche per Berlino è un disastro. Ma la Germania, essendo uno dei pochi Paesi in surplus , e guarda caso la maggiore economia europea, deve pure favorire i consumi interni tagliando le tasse, e avviare programmi di investimenti infrastrutturali in grado di rilanciare la domanda. Anche l’Europa ha bisogno di un piano di infrastrutture coordinato dalla Banca europea degli investimenti e finanziato con emissioni apposite di obbligazioni. Il debutto degli eurobond, da utilizzare anche per altre operazioni».

Quali, per esempio?
«Per sovvenzionare un massiccio programma rivolto ai giovani. Sono inaccettabili i livelli di disoccupazione giovanile. Serve un progetto europeo di prestiti speciali a lungo termine e bassi tassi, alle aziende che assumono e formano i giovani. Penso a un progetto da 50 miliardi per prestiti da 10mila euro o da 100 miliardi per prestiti da 20mila: sarebbe possibile assumere 5 milioni di giovani. Vede, a queste iniziative l’ Europa deve pensare, e invece ci si è ristretti all’ aspetto fiscale. Altro che fiscal compact, qui serve un growth compact, un patto per la crescita».

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