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Posts Tagged ‘flessibilità’

Ancora sulla crisi dell’Unione Europea, sulla scaramuccia fra il nostro presidente del Consiglio dei ministri e quello della Commissione europea.

Lo si voglia o no, al momento quello dell’Europa è il nodo centrale della politica, a tutti i livelli. I condizionamenti delle scelte di Bruxelles si fanno sentire anche a livello locale e la vera sfida è quella di capire se i Trattati che istituiscono l’Unione Europea siano riformabili e in quale misura o se la costruzione debba considerarsi irreversibile e destinata al fallimento.

Le riflessioni dell’articolo sotto riportato sono interessanti, seppure espresse in forma assolutamente schematica, almeno per chi parte dal presupposto che l’unificazione dell’Europa sia un fatto politico imprescindibile.

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Matteo Renzi e Jean-Claude Juncker

Mai avrei pensato di arrivare al punto di dover difendere il presidente della Commissione europea Juncker, democristiano dichiarato lussemburghese, dall’attacco di Matteo Renzi, democristiano non dichiarato italiano. Siamo alla frutta. L’Europa, che avrebbe altre cose a cui pensare, lievemente più importanti, sembra essere impegnata in beghe da condominio, con l’inquilino dei piani bassi che protesta nei confronti dell’amministratore. Il tutto, naturalmente, mentre stiamo assistendo allo sfascio evidente dell’economia con la totale incapacità di trovare ricette alternative e alla palese violazione dei più elementari diritti civili nei confronti dei profughi di guerre cui l’Europa ha partecipato attivamente.

Se non si porrà fine a questa situazione, il nostro continente si trasformerà in un posto da incubo. Pessimismo, il mio? Purtroppo no. Sano realismo.

E trovo inoltre inquietante l’espressione arrogante del nostro presidente del Consiglio dei ministri nella foto qui a sinistra (scusate, ma mi rifiuto di chiamarlo premier perché, fino a prova contraria, la Costituzione repubblicana è ancora in vigore).

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Di Luciano Gallino ho letto parecchi libri e articoli, specie quelli (forse più divulgativi) scritti in questi ultimi anni, da quando la crisi economica ha fatto emergere il lato più atroce del neoliberismo, dottrina da lui combattuta fino all’ultimo. In particolare, mi pare opportuno notare come fosse uno degli ultimi a parlare di lotta di classe, argomento che sembra scomparso dall’agenda politica dei nostri tempi.

Davide Turrini, Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2015

“Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea”. L’ultimo anelito di speranza di fronte all’invasione del pensiero neoliberista in Europa, Luciano Gallino, professore emerito di sociologia all’Università di Torino dal ’65 al 2002, morto a 88 anni nella sua casa nel capoluogo piemontese dopo una lunga malattia, lo aveva affidato alle pagine del suo “Il denaro, il debito e la doppia crisi”, appena uscito in libreria per Einaudi, rivolgendosi proprio alle generazioni che verranno.

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Eugenio Occorsio, La Repubblica, 4 dicembre 2014

L’economista Jean-Paul Fitoussi punta dritto al cuore dell’Europa a trazione tedesca: Jobs Act in Italia, l’austerity di Bruxelles, la stessa iniziativa del neopresidente della Commissione sono provvedimenti di scarsa efficacia o addirittura controproducenti

“L’Italia è il Paese che più ha da perdere in questa crisi economica, perché di fatto è quello sottoposto alla più forte pressione fiscale sulle persone che comprime i consumi, in cui le aziende hanno i maggiori vincoli in termini sia di flessibilità che di costi del lavoro, e anche lo Stato che soffre di più della carenza di produttività e di competitività. Per tutti questi motivi è il Paese che più disperatamente ha bisogno di una politica di investimenti, di aiuti e di solidarietà europea. Proprio quello che manca”. Mentre parliamo al telefono con Jean-Paul Fitoussi, uno dei più prestigiosi economisti europei, nel pomeriggio di mercoledì 3 dicembre, scorrono sui terminali i video degli ennesimi scontri di piazza causati dalla contestazione alla politica del governo e in particolare al Jobs Act che sta vivendo gli ultimi passaggi di approvazione parlamentare. Fitoussi conosce molto bene l’Italia, dove insegna economia internazionale alla Luiss, incarico che affianca da qualche anno alla sua “storica” cattedra in quel crogiuolo di pensiero economico liberal che è la parigina SciencesPo. Anche lui sta vedendo le immagini: “Intendiamoci bene, io sono contro la violenza comunque motivata. Però provvedimenti come questo Jobs Act, parliamoci con altrettanta chiarezza, sembrano fatti apposta per esasperare gli animi”.

Perché, professore, in fondo il Jobs act non va in direzione di quella flessibilità sul lavoro che lei stesso elencava fra le misure urgenti per il rilancio economico dell’Italia?
“Macché. Per come è congegnato, inevitabilmente, con il pretesto della flessibilità che pare voglia dire solamente libertà di licenziare e di pagare meno gli operai, non farà altro che rendere più tesi, meno stabili e soprattutto peggio pagati i rapporti di lavoro. Cambiano del tutto i rapporti di forza all’interno delle imprese, e non certo a favore dei lavoratori. Con un tasso di disoccupazione così alto, quindi con questa superofferta di lavoro, l’effetto depressivo sui salari è sicuro. Insomma, le proteste sono ampiamente spiegabili. Se questo significa fare le riforme strutturali, è meglio non farle. Purtroppo il tutto si inserisce in un aspetto particolarmente inquietante della crisi, e cioè che per i singoli cittadini italiani le esperienze negative sono molto peggiori di quelle dei cittadini degli altri Paesi”.

Ma perché? Anche qui quale diabolica complessità si inserisce ad aggravare il peso sui cittadini italiani?
“C’è anche un fattore psicologico, connesso con il fatto che in Italia c’è una ampia consapevolezza delle variabili in gioco. E’ come se non ci fosse alcuna fiducia nel futuro, nel riscatto, nel ritorno alla crescita. In buona parte questo è perfettamente spiegabile con il ridottissimo potere d’acquisto degli italiani per i motivi strutturali che dicevo all’inizio. E’ un paradosso, perché in Italia la ricchezza non manca, mi riferisco a quella patrimoniale: la maggior parte degli italiani possiede la propria casa, per esempio. C’è più ricchezza accumulata e nascosta, come dire inespressa, che in Germania. Ma meno reddito. Sta di fatto che la sofferenza sociale in Italia non ha uguali in Europa, neanche in Grecia dove pure sotto le “cure” della Troika la sanità pubblica, tanto per fare un esempio, è crollata tanto da provocare un incremento del 45% della mortalità infantile rispetto all’inizio della crisi”.

Ecco, professore, siamo arrivati al punto centrale: l’Europa. Tutti dicono che c’è bisogno di investimenti infrastrutturali per rilanciare la domanda aggregata, quindi in ultima analisi per ripristinare gradualmente una crescita dell’occupazione e infine anche dei salari. Ora è arrivato il piano Juncker: servirà a qualcosa?
“Piano Juncker? Quale piano? Si parlava di 300 miliardi di euro, poi è uscito fuori che l’Unione Europea non ne metterà più di 20, traendoli per lo più in massima parte dai fondi strutturali che già esistevano, e fidandosi per arrivare alla somma promessa sue due variabili imponderabili: la “leva” che dovrebbe attrarre chissà come investimenti privati da affiancare ai soldi pubblici in una misura del tutto irrealistica, addirittura uno a quindici, e i contributi aggiuntivi che dovrebbe garantire la Banca Europea degli Investimenti. Solo che la Bei è molto renitente nel buttarsi nell’iniziativa perché teme che movimentando troppo denaro, insomma rivolgendosi al mercato oltre misura, perda la tripla A di cui gode sui propri titoli obbligazionari, quindi debba alzare i tassi e infine incontrare problemi di collocamento. No, guardi, questo piano è del tutto fumoso e totalmente insufficiente. Doveva rappresentare il cambio di rotta dell’Europa e invece non rappresenta un bel niente”.

Il cambio di rotta, dice, da una politica di austerity ad una espansionistica come tanti economisti e tanti Paesi, tranne la Germania, chiedono?
“Esattamente. Ormai è un dovere per l’Europa acconsentire a un volume di investimenti più ampio e aprire la strada all’alleggerimento fiscale. Sono misure ormai indifferibili. Bisogna rivedere i trattati a partire dal Fiscal compact, correggere i vincoli del 3% o simili che sono del tutto assurdi. L’austerity provoca solo l’aggravarsi della recessione. E’ tempo che i governi italiano, francese, spagnolo e tutti gli altri di buon senso, si ribellino con decisione all’imposizione tedesca del rigore. Che può andar bene in momenti buoni per l’economia, non quando si sta attraversando la crisi più grave da un secolo a questa parte. Altrimenti il disagio crescerà continuamente, e con esso le forze politiche antieuropee, finché l’intera costruzione continentale finirà col crollare”.

 

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