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Posts Tagged ‘Forza Italia’

Angelo d’Orsi, Il Manifesto, 1 novembre 2015

Gli avve­ni­menti romani delle ultime set­ti­mane hanno posto in luce, mi pare, alcuni ele­menti di fondo sulla tran­si­zione ita­liana verso la post-democrazia, ossia il supe­ra­mento della sostanza della demo­cra­zia, con­ser­van­done le appa­renze, secondo un pro­cesso in corso in tutti gli Stati libe­rali, ma con delle pecu­lia­rità pro­prie, che hanno a che fare con la sto­ria ita­liana e, forse, anche l’antropologia del nostro popolo.

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Alessandro Portelli, Il Manifesto, 19 luglio 2015

L’altro giorno la nostra strega pre­fe­rita, Angela Mer­kel, ha fatto pian­gere una bam­bina pale­sti­nese dicen­dole senza peli sulla lin­gua: «non pos­siamo acco­gliere tutti». Insen­si­bi­lità teu­to­nica. Noi latini siamo più umani e bonari: non è che non pos­siamo acco­gliere tutti; più sem­pli­ce­mente, non vogliamo acco­gliere nessuno.

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Norma Rangeri, Il Manifesto, 2 giugno 2015

L’arroganza ren­ziana è stata punita e anche quella del suo Pd. E adesso si ria­prono i gio­chi sia all’interno della Sini­stra che nel Paese. Per­ché dopo il voto di dome­nica non è affatto scon­tato che la legi­sla­tura duri fino al 2018. E l’immagine di Renzi in tuta mime­tica men­tre visita i mili­tari in Afgha­ni­stan è per­fet­ta­mente in linea con quel che l’aspetta in Italia.

Eppure tra tutte le istan­ta­nee della lunga notte elet­to­rale, quella del ber­lu­sco­niano Toti che brinda e fuma per la vit­to­ria in Ligu­ria, inter­preta al meglio lo schiaffo preso dal pre­mier e le novità poli­ti­che pro­dotte dal voto. Fuori ogni pre­vi­sione, una vit­tima sacri­fi­cale but­tata nella mischia per la soprav­vi­venza di Forza Ita­lia vince, e diventa pre­si­dente di Regione in una delle roc­ca­forti della sini­stra tra­di­zio­nale, gra­zie ai voti deci­sivi della Lega. La Ligu­ria è una sin­tesi: da una parte la vit­to­ria del cen­tro­de­stra unito e a tra­zione sal­vi­niana, dall’altra la scon­fitta del Pd a ex voca­zione mag­gio­ri­ta­ria, per­ché non ha più la forza trai­nante del con­senso, e per­ché a sini­stra si apre un’altra, ina­spet­tata, possibilità.

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Franco Astengo su Il pane e le rose (2 giugno 2015) analizza l’andamento del voto alle regionali del 31 maggio in Liguria.

Numeri alla mano fa un quadro impietoso degli errori del Pd e del distacco dei cittadini dalla politica regionale e nazionale.

Da domani, dovremo tutti metterci al lavoro per recuperare il rapporto di fiducia fra cittadini e istituzioni – perché di questo si tratta, non della simpatia per un partito piuttosto che un altro -, base fondativa della democrazia. Ovviamente, non possiamo non considerare che ci troviamo di fronte a una situazione complessa, ma mi pare fondamentale rilevare ancora una volta come uno dei mali, se non il principale, sia la forzatura in senso maggioritario di tutti i sistemi elettorali. La storia italiana non è la storia americana e basterebbe leggere I Quaderni di Gramsci per averne una dettagliatissima spiegazione. La legge elettorale regionale, oltre ad essere particolarmente farraginosa, è anche obsoleta: è una legge proporzionale in senso maggioritario che ha dato i suoi frutti quando si presentavano al voto due coalizioni. Poi è arrivato il Movimento 5 Stelle e ha sparigliato tutto. E il cittadino è disorientato.

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Angela Mauro, Huffington Post, 12 marzo 2015

Tra Matteo Renzi e la minoranza Pd scoppia un altro incendio. Come se non bastassero le polemiche seguite all’approvazione della riforma costituzionale alla Camera, le minacce di scissione, gli annunci di votare no sull’Italicum qualora non venisse modificato.

Pier Luigi Bersani

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Michele Ainis, Corriere della Sera, 15 febbraio 2015

La Costituzione è un pezzo di carta, diceva Calamandrei: lo lascio cadere e non si muove. Per animarla serve un popolo, un sentimento. Viceversa adesso circola solo risentimento

Il Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, mentre firma la Costituzione Italiana alla presenza di Alcide De Gasperi, Capo del governo, e di Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea costituente

Nessun dorma, canta il tenore mentre aspetta Turandot. E infatti i nostri deputati sono rimasti insonni per tre notti, insultando, strattonando, lanciando giavellotti. Troppi caffè, evidentemente. Ma dovremmo svegliarci anche noialtri, invece dormiamo come pargoli. Perché è questa la nota più dolente: la riforma costituzionale cade nel silenzio degli astanti, benché lassù non ci facciano caso. Saranno i doppi vetri che proteggono il Palazzo: loro non ci sentono, noi non li sentiamo.

Ma che cos’è una Costituzione? È un pezzo di carta, diceva Calamandrei: lo lascio cadere e non si muove. Per animarla serve un popolo, serve un sentimento. Viceversa adesso circola solo risentimento. Non era così, ai suoi tempi. Nel 1946 si tenevano comizi in piazze affollatissime, si discuteva nei partiti, c’era in edicola perfino una rivista (La costituente), che accompagnò i lavori dell’Assemblea.

Anche nel 2005, però, durante il parto della Devolution un fremito percorse gli italiani. Di qua i circoli di Forza Italia, di là i comitati Dossetti, le Acli, i sindacati. E l’anno dopo al referendum, benché senza quorum, votò il 53% degli elettori.

Ma adesso, alla partecipazione, è subentrata l’astensione. Le Politiche del 2013 hanno registrato l’affluenza più bassa della storia repubblicana. Nel 2014, in Emilia-Romagna, altro record negativo: si presentò alle urne il 37% appena degli aventi diritto. E nel frattempo la «cittadinanza sfiduciata» è diventata il doppio, osserva Carlo Carboni (L’implosione delle élite-Leader contro in Italia, ed. Europa).

Come ci è potuto accadere? Magari sarà colpa della crisi: a forza di stringere la cinghia, ci siamo trasformati in un popolo anoressico. Ma è soprattutto colpa loro, la nostra inappetenza. Basta fare un po’ di conti: in un paio d’anni hanno cambiato gruppo 184 parlamentari, uno su cinque. Correndo per lo più in soccorso del vincitore, sicché il Partito democratico ingrossa le sue fila, mentre da Scelta civica s’apre un esodo di massa. Ma questa no, non è una scelta civica. Dopo di che il Pd timbra la riforma in solitudine, perché le opposizioni escono dall’Aula. O meglio, non in solitudine: con i transfughi, con i 127 deputati eletti in virtù d’un premio annullato poi dalla Consulta.

Totale, 308 voti. Curioso: gli stessi che, nel novembre 2011, incassò Silvio Berlusconi sul rendiconto dello Stato. Lui ci rimise la poltrona, ora quel numero basta per correggere quaranta articoli della Costituzione. Che Forza Italia approva al Senato, disapprova alla Camera. Dice: ma è cambiato il clima. E tu chi sei, un costituente o un meteorologo? Nel secondo caso, meglio dotarsi d’un ombrello. Fuori piove, cerchiamo di non bagnare anche la Carta.

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 Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 13 febbraio 2015

Opposizioni fuori dall’aula, Pd e alleati votano da soli la riforma. Per Renzi «non è un problema». Per il suo partito solo un po’. L’«Aventino» al posto dell’ostruzionismo è la scelta della disperazione. Tra i dissidenti nessuno trova il coraggio di far mancare il numero legale

Non votano? Pro­blema loro». Comin­cia a scen­dere la sera quando l’aula della camera dei depu­tati si svuota per metà. Solo allora si sbloc­cano le vota­zioni sugli emen­da­menti, i sube­men­da­menti e gli arti­coli della legge di revi­sione costi­tu­zio­nale. Accade quando tutte le oppo­si­zioni sfi­lano via e il Pd e i suoi alleati cen­tri­sti comin­ciano a fare da soli. Nell’aula resta il ricordo delle risse e delle scaz­zot­tate not­turne; niente più ostru­zio­ni­smo né spar­ring part­ners. Ma il vuoto lascia addosso cat­tive sen­sa­zioni, rari ono­re­voli Pd ten­ten­nano. Renzi si occupa di rin­cuo­rare gli scet­tici e ammo­nire i dub­biosi: Le oppo­si­zioni non votano? «Pro­blema loro».

L’aula di Mon­te­ci­to­rio è un semi­cer­chio diviso in dieci spic­chi, i quat­tro più a destra sono com­ple­ta­mente vuoti. Un altro spa­zio abban­do­nato è all’estrema sini­stra, lì c’era Sel. Gior­nali, appunti, fasci­coli e cari­ca­bat­te­rie testi­mo­niano che i tito­lari dei posti non si sono allon­ta­nati troppo. Girano in altre stanze del Palazzo per con­fe­renze stampa, ven­gono con­vo­cati in riu­nioni. Fuori pro­te­stano, den­tro si cam­bia la Costituzione.

Fin­ché sono rima­sti in aula, Lega, Sel e 5 Selle con Forza Ita­lia di com­ple­mento hanno imbri­gliato notte e giorno discus­sione: si viag­giava al ritmo di tre arti­coli al giorno (su 41). Poi la scelta dell’Aventino, la stessa che il cen­tro­si­ni­stra fece nel 2003 con­tro la Devo­lu­tion di Bossi e Ber­lu­sconi ma sol­tanto all’ultimo voto, dopo aver dato bat­ta­glia sugli arti­coli. La fretta di oggi si spiega un po’ con il fatto che sta­vano per esau­rirsi anche i tempi sup­ple­men­tari per gli inter­venti della mino­ranza, un po’ con la ricerca di un gesto all’altezza del deci­sio­ni­smo di Renzi. E con la spe­ranza che gli spet­ta­tori guar­dino meno alla vit­to­ria del pre­si­dente del Con­si­glio e più alle mace­rie che la cir­con­dano. Per Renzi, appunto, non è un problema.

Dovrebbe esserlo per la mino­ranza ber­sa­niana del Pd, che negli ultimi tre giorni non ha toc­cato palla assi­stendo alla messa in scena di una media­zione tra palazzo Chigi e i gril­lini. Non che Renzi avesse inten­zione di modi­fi­care qual­cosa nella «sua» riforma, non che i 5 stelle fos­sero pronti al com­pro­messo. Ma gli abboc­ca­menti sono un ottimo metodo per sca­ri­care le respon­sa­bi­lità. «Abbiamo i numeri per andare avanti da soli, ma è un errore», pro­clama il capo­gruppo del Pd Spe­ranza prima di dedi­carsi con cura all’errore. La regia non è par­la­men­tare: nel momento delle deci­sioni tutti gli sguardi del gruppo demo­cra­tico cor­rono alla mini­stra Boschi e ai sot­to­se­gre­tari Lotti e Del­rio, loro a turno inter­ro­gano il tele­fono. Renzi non lo nasconde: «Stanno cer­cando di bloc­care il governo, non le riforme». Dal primo giorno su que­sta modi­fica di quasi un terzo della Costi­tu­zione pende la que­stione di fidu­cia, non si vota tanto sul bica­me­ra­li­smo quanto su un testo scritto a palazzo Chigi e por­tato avanti con i tempi decisi dal governo. Si vota in pra­tica sulla durata della legislatura.

Ecco il pro­blema della mino­ranza Pd: mal­grado non debba più trat­tare con Ber­lu­sconi, Renzi con­cede poco o nulla a chi chiede di cam­biare qual­cosa, qual­che pic­cola cosa della riforma. Anzi, il pre­mier rove­scia sulla mino­ranza il peso dell’accordo con l’ex Cava­liere: «Mai visti tanti nostal­gici del Naza­reno». L’aula vuota a metà è una cla­mo­rosa smen­tita del suo «le regole del gioco si fanno con tutti», lo slo­gan che ser­viva a giu­sti­fi­care i patti con Ver­dini. Adesso è cam­biato. «Non mi fac­cio ricat­tare», dice. È la Costi­tu­zione, ma anche un fatto per­so­nale. Intanto la mino­ranza si con­cen­tra sul metodo: cer­chiamo ancora un accordo con le oppo­si­zioni, dice Ber­sani nel secondo tempo della riu­nione del gruppo, fer­miamo la seduta fiume.

Volendo, potreb­bero. Svuo­tata dagli «aven­ti­niani», l’aula è con­ti­nua­mente a rischio numero legale. Sono fisi­ca­mente pre­senti tra i 300 e i 310 depu­tati. Diverse decine sono in mis­sione e dun­que for­mal­mente pre­senti solo per la rego­la­rità della seduta. Per bloc­care tutto baste­reb­bero un po’ di ber­sa­niani al bar. Non sal­te­reb­bero le riforme, sal­te­rebbe però la seduta fiume. Ma al dun­que solo Ste­fano Fas­sina e Pippo Civati pren­dono parola per dire «non così» e lasciare l’aula. Un altro po’ di depu­tati della mino­ranza, come Bindi, Zog­gia, Stumpo, lo stesso Ber­sani, a tratti evi­tano di votare. Sono poche gocce di una dis­si­denza che non si amal­gama. Dai ban­chi alti inter­viene Cuperlo per chie­dere alla pre­si­dente Bol­drini di con­ce­dere una sospen­sione, quella tre­gua che il Pd non intende con­ce­dere. E allora pro­te­stano i cen­tri­sti, Scelta civica e popo­lari. «È stato il Pd a por­tarci a que­sto punto, che que­sto sarebbe stato l’esito della seduta fiume era chiaro dal prin­ci­pio. Non si pos­sono avere dubbi adesso, non si pos­sono fare due parti in com­me­dia», infie­ri­sce Tabacci. Ed ecco che Renzi trova cin­que minuti per gli affi­da­bili alleati cen­tri­sti, una pas­se­rella che quelli del Nuovo cen­tro­de­stra si rispar­miano.

Per la mino­ranza interna le bri­ciole. Di primo mat­tino il depu­tato Lau­ri­cella quasi implora l’appoggio del par­tito sulla pro­po­sta di inse­rire in Costi­tu­zione il divieto di future revi­sioni con­tra­rie ai prin­cipi fon­da­men­tali: «Vi sto chie­dendo di votare l’acqua calda, se ci dite no anche adesso non abbiamo alcuna spe­ranza». Dicono no. E a sera è Spe­ranza ad annun­ciare il risul­tato dell’assemblea: «La mino­ranza ha opi­nioni non coin­ci­denti, ma in aula voterà rispet­tando la deci­sione della mag­gio­ranza». Rico­min­cia la seduta.

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Il sito Sondaggi BiDiMedia pubblica oggi un’analisi dettagliata del voto per fasce d’età, titolo di studio, ecc. (qui l’articolo completo), a partire dal sondaggio Tecné commissionato da TGCom 24.

Naturalmente il sondaggio – come tutti i sondaggi – è sbilanciato sull’analisi dei tre grandi partiti, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Forza Italia. Ma alcuni dati sono comunque interessanti e meritano una piccola riflessione. Per gli altri rimando al link sopra riportato.

Il 33,1% degli elettori non era molto convinto, per usare un eufemismo, della propria scelta. Ha quindi votato il meno peggio, ha espresso un voto in linea con le tradizioni della famiglia… non lo so, ma 9 milioni 100 mila persone sono andate a votare senza avere maturato una scelta convinta.

Naturalmente questa indicazione non ci fornisce l’indicazione di quali siano state le scelte da loro espresse. Potremmo fare delle illazioni, ma non sarebbe un comportamento scientificamente corretto.

Secondo me, questo grafico andrebbe spiegato meglio. Altrimenti si rischia di confrontare dati non omogenei e di sottovalutare uno dei punti chiave di queste elezioni, ovvero l'”effetto Renzi”.

Portiamo tutti i dati in base 100 rispetto all’elettorato complessivo. Abbiamo quindi:

PD

  • Elettori precedentemente PD: 21,2%;
  • Dal M5S: 3.7%;
  • Da FI: 1.6%;
  • Da altri: 7.3%;
  • Dall’astensione: 6,9%

M5S

  • Elettori precedentemente M5S: 15.3%;
  • Dal PD: 1,1%;
  • Da FI: 0,8%;
  • Da altri: 1.9%;
  • Dall’astensione: 2,1%

FI

  • Elettori precedentemente FI: 12,4%;
  • Dal PD: 0,3%;
  • Dal M5S: 0,5%;
  • Da altri: 1,3%;
  • Dall’astensione: 2,2%

Avendo dati omogenei, possiamo meglio misurare l'”effetto Renzi” in entrata: il 19.5% dell’elettorato. In una sola parola: devastante.

Un’altra valutazione, da prendere con le pinze a causa della brevità del periodo considerato dalla ricerca, è quella che il risultato di M5S e FI è vicino a quello che possiamo presumere essere il loro “zoccolo duro”, mentre l’elettorato del PD è più “liquido”. Questo dato può aiutare a riflettere sui contenuti della campagna elettorale che, evidentemente, non sono stati tali da far convergere voti sulla propria proposta politica.

 

 

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Marina Berlusconi, il nuovo che avanza?

Leggo su Repubblica di questa mattina l’ultima trovata di Berlusconi: la candidatura, più volte ventilata, ma ora probabile, della figlia Marina.

Povera donna! A giudicare dal suo comportamento, schivo quanto non lo è quello del padre, sembra una persona con tutt’altre ambizioni per la testa: dedicarsi ai figli e seguire la sua passione per la danza. Finora ha fatto di tutto per non apparire e le rare volte che lo ha fatto, lo ha fatto con una certa sofferenza. Ora la vogliono mandare allo sbaraglio con Renzi. Povera donna! Lasciatela stare. (altro…)

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