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Alessandro Visalli, Tempo Fertile, 5 febbraio 2015

Joseph Stiglitz

Interessante intervento di Joseph Stiglitz, su Project Syndacate che ricorda come già all’inizio della crisi dell’Euro, la previsione degli economisti “keynesiani” era che l’austerità imposta alla Grecia ed agli altri paesi in crisi sarebbe fallita. Avrebbe fatalmente soffocato la crescita ed aumentato la disoccupazione (senza peraltro migliorare il rapporto debito/PIL). Il rapporto, infatti, dipende dal PIL tanto quanto dal debito; inoltre la contrazione economica fa salire la spesa (per effetto degli ammortizzatori) e contrae il gettito fiscale.

Ma queste cose sono ormai più che ovvie. Solo chi, presso la Commissione Europea, la BCE e alcune università (diciamo dalle parti di Chicago) credeva nella “austerità espansiva” poteva immaginare che la contrazione selvaggia della spesa pubblica potesse avviare una ondata di investimenti “fiduciari”. Non è successo perché non poteva succedere.

Persino, sottolinea Stiglitz, il FMI alla fine ha confermato che la contrazione ha creato (ma che strano) … contrazione.

Altri test sono superflui dopo cinque anni di applicazioni e conferme. La cosa non funziona perché non può funzionare. Sicuramente non in un’economia aperta.

Del resto l’austerità in condizioni simili ha fallito sempre: la prima volta sotto Herbert Hoover nella Grande Depressione, poi nei “programmi” (indimenticabile il libro del nobel americano su queste vicende) del FMI durante gli anni del “Washington Consensus” imposti all’est asiatico ed all’America latina. Politiche che guardavano il mondo dal lato di chi stacca le cedole e vuole assicurarsi di continuare a farlo.

Sapendo questo “quando la Grecia si è messa nei guai, è stato provato di  nuovo”. Dopo il salvataggio dei creditori la Grecia è riuscita a creare l’avanzo primario necessario per pagare gli interessi sul debito contratto. Però questo ha avuto un prezzo: “la contrazione della spesa pubblica è stata prevedibilmente devastante: 25% di disoccupazione, un calo del 22% del PIL dal 2009, e un aumento del 35% del rapporto debito-PIL”.

Un disastro epocale sul quale, con la schiacciante vittoria elettorale anti-austerity del partito Syriza, gli elettori greci hanno dichiarato di aver avuto abbastanza.

Che si deve fare? Si chiede Stiglitz. Intanto chiarire che non è colpa della Grecia, le stesse ricette sono state applicate in Spagna, che aveva surplus e debito pubblico basso prima della crisi ed è andata in una profonda depressione e deflazione.

Non servono riforme strutturali all’interno della Grecia e della Spagna ma “una riforma strutturale del design della zona euro e di un ripensamento fondamentale dei quadri politici che hanno portato ad una spettacolarmente cattiva performance dell’Unione Monetaria”.

Il problema della Grecia è più ampio, il mondo intero ha bisogno di uno schema di ristrutturazione del debito. Del debito eccessivo che ha creato la crisi del 2008, e quelle orientali del 1990, come la crisi dell’America Latina nel 1980. La cosa viene da lontano (e fa capo alla finanziarizzazione spinta che il crollo degli equilibri degli anni settanta ha portato nel mondo). Tutto ciò “continua a causare indicibili sofferenze negli Stati Uniti, dove milioni di proprietari di case hanno perso le loro case, e ora minaccia altri milioni in Polonia e altrove che hanno preso prestiti in franchi svizzeri”.

Il nodo è che “data la quantità di disagio causata da un debito eccessivo, ci si potrebbe anche chiedere perché gli individui e le nazioni si sono più volte messi in questa situazione. Dopo tutto, i debiti sono contratti – cioè, con accordi volontari – così i creditori sono altrettanto responsabili per loro come debitori. In realtà, i creditori probabilmente sono più responsabili: in genere, sono sofisticate istituzioni finanziarie, mentre i mutuatari spesso sono molto meno in sintonia con vicende di mercato e dei rischi associati ai diversi accordi contrattuali. Sappiamo, infatti, che le banche statunitensi hanno in realtà predato i loro debitori, approfittando della loro mancanza di sofisticazione finanziaria”.

Ogni paese avanzato si è reso conto che il capitalismo richiede che gli individui possano avere “nuovi inizi” per continuare a produrre. Come si è visto la prigione per debiti del XIX secolo era un danno per tutti e non una dissuasione. Normalmente non si prendono prestiti per fallire. Si fallisce perché condizioni avverse si verificano (e spesso senza colpa). La prigione distrugge il lavoro dell’individuo e non garantisce alcun rimborso. Compresa questa cosa si è capito anche che il punto è fornire incentivi migliori per garantire che i prestiti siano prudenti. Il punto è, cioè, più dall’altro lato del contratto di debito: “fornire migliori incentivi per un buon prestito, rendendo i creditori più responsabili per le conseguenze delle loro decisioni”.

Questa soluzione trovava senso, aggiungo, in un’economia in cui il prestito ordinariamente serve per fare investimenti, perché il lavoro è adeguatamente remunerato. Ma nella nuova economia in cui lavorare non basta per mantenere il livello di consumi aggregati necessari per tenere in attività tutti (quindi in cui permane una tendenziale carenza di domanda e conseguentemente una latente sovrapproduzione e disoccupazione) i prestiti sono andati a recuperare il gap e finanziare i consumi. Chiaramente ciò al prezzo, ed a causa, di un progressivo allentamento della responsabilità dei creditori.

Per questa via il cerchio si chiude. Ma non poteva durare e non è durato.

Spostando la cosa a livelli di paesi, nasceva la necessità (che le Nazioni Unite hanno richiesto da anni) di creare una sorta di “legge fallimentare” di tipo moderno che salvasse dall’analoga prigione per debiti (quella in cui è la Grecia, costretta dai creditori internazionali a lavorare solo per pagare gli interessi per molti anni, deperendo): o in altri termini dai “lavori forzati”.

Da prima del 2008 si è tentato (ne parla anche Raghuram Rajan alla fine del suo libro), ma gli Stati Uniti (e la Germania) si sono opposti fermamente. Dice Stiglitz: “forse vogliono reintrodurre le prigioni debitorie per i funzionari dei paesi indebitati (in tal caso, lo spazio può essere l’apertura di Guantanamo Bay)”. Samaras è avvisato.

Questa idea sembra inverosimile, ma risuona tra le righe dei discorsi sull’azzardo morale e la perdita di responsabilità fatta dai creditori. Risuona nel timore che se si lascerà ristrutturare il debito si aprirà una via per contrarlo di nuovo. Cioè per continuare a spendere sopra le righe.

Una sciocchezza. Nessuno potrebbe intenzionalmente voler attraversare l’inferno Greco solo per fare alla fine un “giro libero” con i suoi creditori.

La verità è che il rischio morale è dall’altra parte. Sono gli Istituti di Credito che sono stati salvati qui. Sono loro che non hanno guardato con prudenza alla solidità del prenditore pensando che, tanto, al momento del rendiconto sarebbero stati salvati. Che nessuno avrebbe fatto fallire la Deutsche Bank (che era esposta per il 95% del patrimonio di vigilanza con le banche greche, su un totale del 6.800 % come racconta France Coppola, ed ora è scesa a 300 milioni). Che le stock option non si toccano. Che, tanto, al momento sarò già stato promosso…

L’Europa (e gli Stati Uniti, che con AIG hanno per lo più salvato crediti bancari in sofferenza, ancora di Deutsch Bank, magari alla Germania andrebbe gentilmente ricordato) ha permesso, per evitare “il contagio”, che questi debiti si spostassero dal portafoglio degli azionisti in quello dei contribuenti. Ma se ha fatto questo, per salvare i poveri azionisti e dirigenti imprudenti, “dovrebbe essere l’Europa, e non la Grecia a sopportarne le conseguenze. Infatti l’attuale situazione della Grecia, incluso il suo massiccio ricorso del rapporto di debito è in gran parte colpa dei programmi sbagliati della Troika rifilati.” Non è la ristrutturazione del debito ma la sua assenza ad essere “immorale”.

Del resto quel che succede alla Grecia è abbastanza normale nell’attuale fase di sovraindebitamento e carenza di domanda mondiale (due cose strettamente connesse, come anche connesse alle riserve ed alla enorme massa di denaro liquido che si sposta nei mercati), ciò che la rende difficile, dice Stiglitz “è la struttura della zona Euro”. Infatti “l’unione monetaria implica che gli Stati membri non possono svalutare ed in questo modo tirarsi fuori dai guai, ma il minimo di solidarietà europea che deve accompagnare questa perdita di flessibilità politica semplicemente non c’è”.

Perfidamente il nobel americano (che è  nella migliore posizione per dirlo) ricorda che settanta anni fa, alla fine della seconda guerra mondiale, gli alleati hanno concesso alla Germania un “nuovo inizio”. Comprendendo che l’ascesa di Hitler era stata causata più dal tasso di disoccupazione che dai disordini monetari (peraltro deflattivi e non inflattivi) e hanno rinunciato a far pagare alla Germania i suoi debiti di guerra ed i danni ciclopici provocati in mezzo mondo. Hanno perdonato i debiti ed hanno anche fatto di più: fornito aiuti e stimoli fiscali.

Insomma, se è un’azienda a fallire si fa un accordo tra debito e patrimonio (che li coinvolge) allo scopo di trovare la migliore soluzione in termini di equità ed efficacia possibile. Per la Grecia, sostiene Stiglitz, questo significherebbe convertire i suoi attuali debiti in Obbligazioni connesse alla crescita del PIL (io preferirei al tasso di disoccupazione ed al PIL) che spingerebbero tutti ad avere corretti interessi in favore della crescita sostenibile.

Per concludere lo studioso americano ricorda che “raramente le elezioni democratiche lasciano un messaggio chiaro come quello greco”, se l’Europa dice di no, “sta dicendo che la democrazia non ha alcuna importanza, almeno quando si tratta di economia”. Ma allora, “perché non chiudere la democrazia”?

“Si spera che coloro che comprendono l’economia del debito e dell’austerità, e che credono nella democrazia e nei valori umani prevalgano”.

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