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Posts Tagged ‘Francia’

Chiara Cruciati, Il Manifesto, 11 maggio 2015

Human Rights Watch pubblica il video delle violenze turche sui rifugiati: ad aprile almeno 5 morti. Altre 48 ore di tregua ad Aleppo, mentre Usa e Russia annunciano un nuovo tavolo internazionale per il 17 maggio.

Faisal chiede aiuto per girare il corpo martoriato dai pestaggi di un rifugiato senza vita: «Questa persona è morta mentre attraversava il confine verso la Turchia. Sai com’è morta? Non per una pallottola, ma per le botte». Lui, siriano, si trova da mesi al confine per aiutare chi scappa dalla guerra. Il video pubblicato lunedì da Human Rights Watch è terrificante: si vedono le guardie di frontiera turche picchiare siriani in fuga, si vedono cadaveri, si sentono le voci di chi è sopravvissuto e ora racconta gli abusi subiti prima per strada e poi nelle caserme.

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Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 31 dicembre 2015

«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società»

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza». L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna.

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Tommaso Di Francesco, Il Manifesto, 13 dicembre 2015

Intervista ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo ed esperto del paese

Abbiamo rivolto alcune domande sulla fase attuale della crisi libica ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano e esperto di Libia.

Mentre si apre oggi a Roma la conferenza internazionale sulla Libia e mentre l’inviato di Ban Ki-moon Martin Kobler annuncia che i due parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk, hanno raggiunto un accordo per un governo unitario che il 16 dicembre sarà sottoscritto in Marocco.

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Nafeez Ahmed, Oneuro, 28 novembre 2015

«Sosteniamo gli sforzi della Turchia nel difendere la propria sicurezza nazionale e combattere il terrorismo. La Francia e la Turchia sono dalla stessa parte nell’ambito della coalizione internazionale contro il gruppo terroristico ISIS». Dichiarazione del ministro degli Esteri francese, luglio 2015.

Come l’11 settembre 2001, anche il massacro del 13 novembre 2015 verrà ricordato come un momento di svolta nella storia mondiale.

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Alessandro Dal Lago, Il Manifesto, 25 novembre 2015

F. Dubois, La notte di San Bartolomeo

Sun Tzu, stratega cinese, vissuto tra il VI o V secolo avanti Cristo, sosteneva che la guerra è l’ultima risorsa di uno statista e la battaglia l’ultima risorsa di un comandante. Queste parole tornano alla mente quando si pensa al crescendo di appelli alle armi che risuonano a Parigi, a Bruxelles come a Londra. Quello che si vuole da tante parti non è neanche più uno scontro di civiltà alla Huntington.

È una guerra di religione, contro l’Isis o Daesh, ma anche contro l’Islam, contro gli immigrati, contro tutti i fantasmi o gli incubi che assillano un’Europa impaurita e paranoica.

Certo, gli accenti sono diversi. Si va dai fanatici dei diritti umani, nostalgici della guerra lampo del Kosovo, a quelli che vedono nell’Islam una volontà millenaria di rivalsa contro l’occidente cristiano, agli opinionisti “ragionevoli” che esigono dai musulmani che “escano allo scoperto” e “si pronuncino contro il terrorismo”, ai simpatizzanti di Netanyahu, che mettono nello stesso sacco Isis e resistenza palestinese, ecc.. Ma l’idea di fondo è che si faccia una bella coalizione di tutti contro l’Isis, che lo si polverizzi, magari insieme ai civili di Raqqa tra cui si nasconde, e poi… E poi?

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Riporto il testo integrale del discorso – nella traduzione di Anna Bissanti che ho ricevuto via mail senza, purtroppo, citazione della fonte – tenuto da François Hollande al Parlamento riunito a Versailles il 17 novembre 2015. Ciò che stupisce, e preoccupa, è l’uso ripetuto della parola “guerra”. In questo caso, almeno, si è utilizzato il termine corretto, senza ricorrere a insulsi giri di parole.

Molti siti web riportano questo discorso, ma questa versione mi sembra la più precisa e chiara. Su tutti i quotidiani online ci sono articoli di commento e cronaca che, da diversi punti di vista, ne analizzano i contenuti.

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Fulvio Scaglione, Famiglia Cristiana, 15 novembre 2015

Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l’Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell’aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali

È inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.

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Di Luciano Gallino ho letto parecchi libri e articoli, specie quelli (forse più divulgativi) scritti in questi ultimi anni, da quando la crisi economica ha fatto emergere il lato più atroce del neoliberismo, dottrina da lui combattuta fino all’ultimo. In particolare, mi pare opportuno notare come fosse uno degli ultimi a parlare di lotta di classe, argomento che sembra scomparso dall’agenda politica dei nostri tempi.

Davide Turrini, Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2015

“Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea”. L’ultimo anelito di speranza di fronte all’invasione del pensiero neoliberista in Europa, Luciano Gallino, professore emerito di sociologia all’Università di Torino dal ’65 al 2002, morto a 88 anni nella sua casa nel capoluogo piemontese dopo una lunga malattia, lo aveva affidato alle pagine del suo “Il denaro, il debito e la doppia crisi”, appena uscito in libreria per Einaudi, rivolgendosi proprio alle generazioni che verranno.

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Marco Bascetta, Il Manifesto, 4 novembre 2015

Una cronologia delle vicende europee. Dalle illusioni iniziali all’attuale crisi irreversibile del progetto teso a costruire l’Europa politica. Una raccolta degli scritti di Thomas Piketty per Bompiani

L’autore c’è, eccome! È Tho­mas Piketty, una super­star, il cele­brato autore de Il Capi­tale nel XXI secolo. Il titolo anche: Si può sal­vare l’Europa? Chi mai sarebbe tanto nichi­li­sta o indif­fe­rente dal non porsi que­sta domanda? Quello che non c’è, invece, è pro­prio il libro, a dispetto delle quasi 400 pagine (Bom­piani, euro 20) che ci tro­viamo tra le mani. Ma, in fondo, era­vamo stati avver­titi: «il libro rac­co­glie l’insieme delle Cro­na­che men­sili dell’autore, pub­bli­cate su Libé­ra­tion dal set­tem­bre 2004 al giu­gno 2015, senza alcuna cor­re­zione o riscrit­tura». E, va aggiunto, senza alcuna nota o ele­mento di cura e sele­zione per l’edizione italiana.

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Pierluigi Ciocca, Il Manifesto, 28 ottobre 2015

I problemi economici del nostro paese sono antichi e strutturali. Aggravati da un ciclo europeo segnato dalla politica tedesca avallata dalla Bce. Produttività, occupazione, investimenti, competitività: tutta l’attività economica nell’ultimo decennio è precipitata in un abisso. Purtroppo, le scelte del governo Renzi non invertono la rotta ma anzi seguono le stesse ricette di Monti e Letta

L’economia ita­liana pati­sce da diversi lustri due mali con­giunti: domanda glo­bale ane­mica, stallo della produttività.

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Stefano De Agostini, Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2015

Il governo Renzi ha avvertito che, dopo la rottura tra sindacati e Confindustria sul rinnovo dei contratti, è pronto a intervenire fissando una soglia per la paga oraria. Una misura che esiste già in molti Paesi europei, dove però non è stabilita d’imperio dall’esecutivo. Ecco come funziona e cosa temono i rappresentanti dei lavoratori

I rischi non mancano: minore occupazione, aumento dei prezzi, scivolamento verso il lavoro nero. Sull’altro piatto della bilancia, un freno al Far west dei contratti decentrati e alla disuguaglianza. Stiamo parlando del salario minimo legale, un tema tornato alla ribalta negli ultimi giorni: dopo la rottura delle trattative tra sindacati e Confindustria sulla riforma della contrattazione, infatti, il governo è pronto a un intervento in questo campo. Da non confondere con il reddito minimo garantito, sostegno pubblico per i disoccupati, il salario minimo è la soglia sotto la quale un’impresa non può scendere quando paga il dipendente. Per capire a cosa stiamo andando incontro è utile uno sguardo all’Europa, dove in molti Paesi questa misura è già una realtà.

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Verrebbe quasi voglia di dire l’inelegantissimo “ma noi ve lo avevamo già detto”… La questione è che di Marx hanno discettato in molti, la maggior parte dei quali non lo ha mai letto. Eppure sarebbe bastato pochissimo sforzo, dato che previsioni quali la globalizzazione dell’economia erano contenute nelle pagine del Manifesto, opera breve e facilmente leggibile, a condizione di farlo con criterio scientifico, ovvero senza essere prevenuti. In fin dei conti si tratta della seconda opera più letta nella storia del mondo dopo la Bibbia.

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Mentre i renziani sono scatenati sui social network a celebrare la vittoria della loro fazione nella cosiddetta riforma del Senato, ho cercato di documentarmi per capire se, veramente, quello che dicono nelle loro affermazioni, peraltro categoriche ed elusive di ogni tentativo di dialogo – d’altra parte, si sa, quando uno non ha argomenti cerca di impedire alla controparte di usare i suoi -, abbia un minimo di fondamento. In sostanza, costoro sostengono che finalmente l’Italia si allinea ai principali paesi europei e modernizza la sua struttura istituzionale.

Andiamo quindi a verificare se è vero.

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Roberto Musacchio, L’Altra Europa con Tispras, 2 ottobre 2015

Alfiero Grandi nell’articolo “Crisi dell’Unione Europea e sinistra” pone giustamente l’esigenza che la sinistra avanzi una propria proposta di ripensamento complessivo della UE. Ne offre l’occasione, scrive, l’autorevolezza con cui Mario Draghi pone la questione che ci si doti di un vero ministro dell’economia dell’area euro. Ciò consentirebbe di profittare dello spazio di riflessione che si è aperto anche in settori conservatori e di provarsi a modificare il quadro, compreso quello dei trattati, facendo perno sostanzialmente sull’area euro per un cambiamento politico di fondo. Chiedo scusa a Grandi per la sommarietà e forse l’imprecisione con cui ho riassunto la sua proposta.

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Thomas Piketty, Diritti Globali, 19 settembre 2015

Thomas Piketty

Lo slancio di solidarietà in favore dei rifugiati osservato in queste ultime settimane è stato tardivo

Ma quantomeno ha avuto il merito di ricordare agli europei e al mondo una realtà fondamentale. Il nostro continente, nel XXI secolo, può e deve diventare una grande terra di immigrazione. Tutto concorre in tal senso: il nostro invecchiamento autodistruttivo lo impone, il nostro modello sociale lo consente e l’esplosione demografica dell’Africa abbinata al riscaldamento globale lo esigerà sempre di più. Tutte queste cose sono largamente note. Un po’ meno noto, forse, è che prima della crisi finanziaria l’Europa si avviava a diventare la regione più aperta del mondo in termini di flussi migratori. È la crisi, scatenatasi nel 2007-2008 negli Stati Uniti, ma da cui l’Europa non è mai riuscita a uscire per colpa di politiche sbagliate, che ha condotto all’aumento della disoccupazione e della xenofobia, e a una chiusura brutale delle frontiere. Il tutto in un momento in cui il contesto internazionale (Primavera Araba, afflusso di profughi) avrebbe giustificato, al contrario, una maggiore apertura.

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di Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, Oskar Lafontaine, Jean-Luc Mélenchon

Stefano Fassina

Il 13 luglio scorso, il governo democraticamente eletto di Alexis Tsipras è stato messo in ginocchio dall’Unione europea. “L”accordo” del 13 luglio è stato in realtà un coup d’état, messo in atto attraverso la chiusura delle banche greche indotta dalla Banca centrale europea, con la minaccia che non sarebbero state riaperte finché il governo non avesse accettato una nuova versione di quel fallimentare programma. Il motivo? L’Europa ufficiale non poteva tollerare che un popolo prostrato dalle sue politiche di austerità auto-distruttiva osasse eleggere un governo determinato a dire “No!”.

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La vettura di Mussolini. La freccia indica il punto dell’impatto della bomba scagliata da Lucetti

Molto poco sarebbe bastato per cambiare, forse, il corso della storia. L’11 settembre del 1926, infatti, Mussolini stava compiendo, a bordo di una Lancia Lambda coupé de ville, il consueto tragitto che lo portava da casa a Palazzo Chigi. Un anarchico carrarese, tale Gino Lucetti, che si era appostato nel piazzale di Porta Pia, lanciò contro l’auto del dittatore una bomba artigianale. La bomba, anziché centrare il finestrino, sfondandolo, andò a rimbalzare contro il bordo superiore metallico e rimbalzò in strada. Qualche secondo dopo esplose ferendo otto passanti. Mussolini rimase illeso.

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Gabriele Pastrello, Il Manifesto, 1 settembre 2015

Fefs e Mef, meccanismo infernale. I mercati mettono i soldi, i Paesi solo la faccia. E i fondi salvastati fanno da agenti di riscossione

Siamo stati som­mersi, nei mesi pas­sati, dalla reto­rica dei media: trat­ta­tiva tra paesi cre­di­tori e la Gre­cia; i paesi cre­di­tori di qua, i paesi cre­di­tori di là… E i debiti si pagano…ecc. ecc.. E con­teggi di qua, e con­teggi di là…40 miliardi ver­sati dalla Stato ita­liano che non torneranno…ecc., ecc…

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Centro Europa Ricerche, 24 luglio 2015 (dal sito formiche.net)

La Germania ha un forte incentivo a conservare condizioni di instabilità nell’area della moneta unica. È questo il vero azzardo morale che sta esacerbando la crisi nell’eurozona, rendendola l’area a minor crescita del pianeta e accentuando la divergenza economica tra i paesi che ne fanno parte, con effetti potenzialmente dirompenti sulla stessa tenuta dell’area valutaria. L’ultimo rapporto del Cer (Centro Europa Ricerche) intitolato “Favoletta morale o calcolo economico?

Si può dire che, pur tra molti distinguo e con alcune eccezioni, l’interpretazione prevalente sul caso greco sia quella basata sulla contrapposizione fra la formica e la cicala. Non poche volte è risuonato, inoltre, il richiamo all’etica del capitalismo di Max Weber, che molti di noi hanno imparato a conoscere negli anni del liceo. Come stupirsi, allora, che una popolazione educata da generazioni al rispetto assoluto delle regole abbia alla fine avuto il suo scatto di orgoglio? Che sia quindi giunta a riconoscersi unanimemente nell’opzione Grexit, alla fine prospettata da un esasperato ministro Schäuble? Nell’auspicio più generale che la lezione alla Grecia sia d’insegnamento per l’opinione pubblica europea.

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Etienne Balibar, Sandro Mezzadra e Frieder Otto Wolf, Il Manifesto, 21 luglio 2015

Tsipras ha detto la verità dicendo che l’accordo con l’Unione Europea è pessimo. Per questo bisogna continuare a battersi

Gli «accordi» del 13 luglio a Bru­xel­les tra l’unione euro­pea e la Gre­cia segnano la fine di un’epoca? Sì, ma cer­ta­mente non nel senso indi­cato dal comu­ni­cato con­clu­sivo del «ver­tice». In effetti gli «accordi» sono fon­da­men­tal­mente inap­pli­ca­bili e tut­ta­via costi­tui­scono una for­za­tura altret­tanto vio­lenta, e ancor più con­flit­tuale, di quanto è già avve­nuto negli ultimi cin­que anni. Si è par­lato di dik­tat e que­sta dram­ma­tiz­za­zione è basata su fatti concreti.

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