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Posts Tagged ‘Giordania’

Chiara Cruciati, Il Manifesto, 11 maggio 2015

Human Rights Watch pubblica il video delle violenze turche sui rifugiati: ad aprile almeno 5 morti. Altre 48 ore di tregua ad Aleppo, mentre Usa e Russia annunciano un nuovo tavolo internazionale per il 17 maggio.

Faisal chiede aiuto per girare il corpo martoriato dai pestaggi di un rifugiato senza vita: «Questa persona è morta mentre attraversava il confine verso la Turchia. Sai com’è morta? Non per una pallottola, ma per le botte». Lui, siriano, si trova da mesi al confine per aiutare chi scappa dalla guerra. Il video pubblicato lunedì da Human Rights Watch è terrificante: si vedono le guardie di frontiera turche picchiare siriani in fuga, si vedono cadaveri, si sentono le voci di chi è sopravvissuto e ora racconta gli abusi subiti prima per strada e poi nelle caserme.

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Nafeez Ahmed, Oneuro, 28 novembre 2015

«Sosteniamo gli sforzi della Turchia nel difendere la propria sicurezza nazionale e combattere il terrorismo. La Francia e la Turchia sono dalla stessa parte nell’ambito della coalizione internazionale contro il gruppo terroristico ISIS». Dichiarazione del ministro degli Esteri francese, luglio 2015.

Come l’11 settembre 2001, anche il massacro del 13 novembre 2015 verrà ricordato come un momento di svolta nella storia mondiale.

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Alessandro Dal Lago, Il Manifesto, 13 novembre 2015

Al vertice di La Valletta tra i leader europei e africani ha vinto il cinismo globale. Noi vi diamo un miliardo e ottocento milioni di euro e voi ci tenete i migranti lontani dalle coste e dai confini della Ue. Non bastano, hanno rilanciato subito i leader africani, i quali si divideranno però la mancia, anche se nessuno sa di preciso come e quando. Qualche tempo fa, Angela Merkel, che pure aveva suscitato grande scalpore e simpatia dichiarando di aprire le porte della Germania ai profughi siriani, aveva fatto una proposta simile al governo turco, il quale ha risposto più o meno picche. Qual è il senso di questo mercanteggiamento sulla pelle di centinaia di migliaia di esseri umani?

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Questo articolo è tratto da un quotidiano che non è sicuramente accusabile di essere anti americano, il che rende ancora meno spiegabile (o, meglio, spiegabilissimo?) il perché dell’intervento statunitense volto a esautorare Bashar al-Assad e a sostituirlo con un politico più vicino agli interessi di Washington.

Sebastiano Caputo, Il Giornale, 6 ottobre 2015

In Medio Oriente, nell’universo politico di cultura laica, sono tante e spesso in conflitto tra loro, le personalità che si sono elevate al di sopra delle nazioni per incarnare l’ideale panarabo. Ahmed Ben Bella in Algeria, Gamal Abdel Nasser in Egitto, Saddam Hussein in Iraq, Muammar Gheddafi in Libia, Hafez Al Assad in Siria. Gli uomini passano, le idee restano. Di fronte ai grandi sconvolgimenti della regione, il più delle volte rimodellata dall’esterno, un solo gruppo politico è riuscito a conservarsi nel tempo e a mantenere viva la fiamma di un pensiero politico che ancora oggi appare profondamente attuale. È la storia del Baath, il partito che attualmente governa in Siria e che fa capo al presidente Bashar Al Assad. Nato nel Rashid Coffee House di Damasco (divenuto successivamente il Centro Culturale Sovietico), dove ogni venerdì un gruppo di giovani studenti provenienti da tutto il Paese – comprese le piccole delegazioni di Giordania, Libano e Iraq – il Baath si riunisce intorno a Michel Aflaq (1910-1989) e Salah Al Bitar (1912-1980), due insegnanti damasceni, rispettivamente di confessione cristiana e islamica, che si erano conosciuti a Parigi quando frequentavano le aule universitarie della Sorbona.

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Giovanna Branca, Il Manifesto, 4 marzo 2015

Mor Loushy

«Censored voices» di Mor Loushy raccoglie le testimonianze di soldati della Guerra dei sei giorni. Storie ben diverse da quelle raccontate dal governo israeliano

Nella nar­ra­tiva uffi­ciale, il 1967 è l’anno in cui Israele ha cele­brato la sua più grande vit­to­ria: con la guerra dei 6 giorni non ha solo respinto le truppe di Siria, Gior­da­nia ed Egitto inten­zio­nate ad anni­chi­lire la gio­vane nazione, ma ha tri­pli­cato le pro­prie dimen­sioni, annet­tendo anche la città vec­chia di Geru­sa­lemme; secondo molti, libe­ran­dola. Ma «chi ha libe­rato cosa? Io credo nella gente, non nei posti». A dire que­ste parole è lo scrit­tore Amos Oz, e non nella sua veste di noto espo­nente della sini­stra israe­liana, ma come sol­dato appena tor­nato dalla guerra dei 6 giorni. E con­ti­nua infatti così: «mi sen­tivo come uno stra­niero in terra stra­niera, per que­sto l’espressione ter­ri­tori libe­rati mi terrorizza».

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