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Posts Tagged ‘Giovanni Battista Canepa’

Dal libro del Partigiano Marzo (Giovanni Battista Canepa, del quale è disponibile una breve biografia su Wikipedia, uno dei comandanti della famosa Divisione Cichero), La Repubblica di Torriglia. Il Partigiano Marzo e i compagni della Cichero, che consulto nella edizione 2009 dei Fratelli Frilli Editori (dell’edizione originale non sono riuscito a trovare menzione, ma il libro dovrebbe essere stato pubblicato la prima volta negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale), traggo il capitolo riguardante il “Massacro della Benedicta”, una delle stragi più efferate effettuate dai nazifascisti. Un estratto di questo libro è consultabile online su Google Libri. Segnalo in particolar modo la lettera dell’operaio Gino Bonicelli (nome di battaglia Badoglin) riportata in prefazione.
Erano i giorni fra il 6 e l’11 aprile 1944 nei pressi di Capanne di Marcarolo, sull’Appennino a cavallo fra le province di Genova e Alessandria…

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Nella zona di Portofino si trovava un contingente della marina tedesca con funzione di avvistamento e difesa costiera, comandato dal tenente Ernst Reimers. Reimers aveva stabilito il proprio comando nel castello di San Giorgio, sulla punta orientale del capo, e ne aveva trasformato una parte in prigione.

A fine novembre 1944, in diverse zone del Ponente di Genova, le SAP (Squadre di Azione Patriottiche) uccidono nove fascisti. Immediatamente il comando tedesco decreta il coprifuoco dalle 19.00 alle 5.00 nelle zone teatro degli attentati: Cornigliano, Sestri Ponente, Pegli, Prà, Voltri, Bollzaneto, San Quirico, Pontedecimo e Campomorone.

Nella notte fra il 2 e il 3 dicembre 21 prigionieri politici e un detenuto comune vengono prelevati dal carcere di Marassi e messi a disposizione delle SS. Dopo la fucilazione all’Oliveta, i loro corpi, appesantiti con pesanti pietre e legati fra loro con filo di ferro, vennero gettati in mare. Si chiamavano: Abramo Bassignani, Domenico Camera, Agostino Carniglia, Emanuele Causa, Otello Centanelli, Cafiero Cipriani, Giovanni Costaluigi, Carlo Dellacasa, Domenico De Palo, Carlo Faverzani, Antonio Ferrari, Marcello Goffi, Giuseppe Golisano, Bartolomeo Maffei, Onelio Matterozzi, Alfredo Meldi, Luigi Calso Meldi, Tullio Molteni, Giovanni Odicini, Emanuele Sciutto, Cipriano Turco, Diofebo Vecchi.

La responsabilità della scelta dei condannati a morti fu del comandante dell’Aussenkommando Sipo-SD di Genova, il famigerato tenente colonnello Engel (1909-2006, condannato all’ergastolo in contumacia per le stragi della Benedicta, del Turchino, di Cravasco e di Campomorone, oltre che per quella di Portofino), con la collaborazione dell’altrettanto famigerato torturatore fascista Vito Spiotta, segretario del fascio di Chiavari e vice comandante della brigata nera “Silvio Parodi”.

Secondo Giorgio Gimelli (autore fra l’altro del monumentale Cronache militari della Resistenza in Liguria), la ragione dell’eccidio va posta in relazione alla cosiddetta “giornata della spia” del 30 novembre, quando vennero giustiziate, su iniziativa del Comando generale delle brigate Garibaldi, alcune spie fasciste, anche se i tedeschi non spiegarono mai le ragioni di questa strage.

Riporto un brano tratto da La Repubblica di Torriglia (del quale ho già proposto il brano “La gamba di Genny“) di Giovanni Battista Canepa.

Una frittata all’Oliveta

Del massacro dell’Oliveta, a Portofino, si venne a sapere soltanto dopo la Liberazione quando, catturato lo Spiotta ch’era uno di più spietati fascisti, gli venne chiesto dove fossero andati a finire i ventuno antifascisti che il 2 dicembre del ’44 avevano prelevato dal carcere di Marassi. Ebbene egli dapprima giurò e spergiurò di non saperne nulla; ma poi finì con l’ammettere di aver sentito dire dai tedeschi che li avevano portati a Portofino; di quel ch’era successo dopo avrei dovuto chiederlo a Falloppa (un altro aguzzino che però era riuscito a riparare in Spagna).

[…] già stavo per andarmene quando mi imbattei in un certo Silicani Giuseppe, che conoscevo da prima della guerra, quando lavorava nei cantieri di Riva Trigoso; poi era andato in pensione e si era trasferito a Portofino. Riporto testualmente quel che mi disse:

«I tedeschi mi avevano ingaggiato per fare il turno di notte al compressore. Ebbene quella notte non m’ero accorto di nulla perché il compressore faceva un rumore d’inferno. A un tratto mi si avvicinò un fascista che mi ordinò di fare bene attenzione che il motore non s’arrestasse. Fu allora che m’accordi del cellulare che s’era fermato sulla piazzetta, e dei tedeschi che facevano scendere quei poveretti e li mettevano in fila, schierati davanti al muro antisbarco. Contai ventidue ragazzi, ne ricordo esattamente il numero; e molti di loro s’erano messi a piangere, mentre uno si stava raccomandando a questo, a quel tedesco dicendo ch’era un grosso sbaglio, che lui non c’entrava, non era mai stato partigiano, aveva fatto soltanto il ladro e per questo non potevano ammazzarlo».

S’arrestò per indicarmi una finestra al primo piano della casa che fa angolo sulla strada del Faro: «Lì – mi disse – abitava un’amico mio ch’era falegname. Si chiamava Pirè, ed ora è morto: s’affacciò alla finestra, il poveruomo e gridò: “vieni a prenderti il caffè, Beppe…”. Il fascista s’era allontanato e vicino a me era rimasto il tedesco che conoscevo un poco: gli dissi che andavo su dal Pirè a prendere un caffè e sarei subito ritornato, e lui mi lasciò andare. Restammo lassù, dietro quelle persiane, carichi di paura… Quando i tedeschi ebbero finito di frugare quei poveri ragazzi e gli ebbero tolto tutto quel che avevano indosso – qualche capotto, dei maglioni – il comandante li incolonnò, incatenati l’uno all’altro come bestie che si portano al macello… Proprio così…».

Dopo una pausa, si asciugò la fronte, eppoi riprese: «Stemmo un’ora e forse più, non si sentiva che il rumore di quel compressore. A un certo punto il Pirè parve di sentire delle raffiche di mitra che provenivano dall’Oliveta, ma io dicevo di no, che era il compressore che ogni tanto perdeva colpi; “Vedrai” gli dicevo, “che li hanno portati in torre per interrogarli eppoi li riportano qui…”. Sulla piazzetta c’erano tre o quattro fascisti che stavano chiacchierando col conducente del cellulare: finalmente dalla stradetta del Faro sbucarono di gran corsa tedeschi e fascisti, e uno di loro, forse il comandante, si rivolse al conducente: “Su, partiamo svelti, che la frittata ormai è fatta…”. Proprio queste parole disse: e tutti, in gran confusione, s’imbarcarono e il cellulare se ne partì. Allora scesi a fermare il compressore e per terra trovai un fazzoletto con 37 lire e quel mattino stesso lo consegnai al parroco della chiesa di S. Giorgio…».

Concluse: «Tanto orribile è stato questo massacro che a Portofino nessuno vuole sentirne parlare… come se fosse una vergogna per il paese… Gli scogli dell’Oliveta imbrattati di sangue… le reti sul molo scomparse, e così i rottami di ferro… Tutti lo sanno…».

***

Di ritorno a Genova mi recai subito al carcere di Marassi e così venni a sapere che quando portarono fuori dalle celle i 21 antifascisti, dissero loro ch’erano destinati ad uno scambio con dei tedeschi prigionieri dei partigiani, e allora tutti si fecero allegri e contenti, e la voce si sparse per tutto il carcere. Quando lo seppe lo Scopino, ch’era un ladruncolo che faceva le pulizie in quel reparto, e di cui è rimasto ignoto pure il nome [1], s’intrufolò nel gruppo sperando di poter acquistare in quel modo la libertà.

Invece era destinato anche lui a diventare un martire: uno dei martiri dell’Oliveta…

____
NOTE

[1] Il libro di Canepa venne scritto subito dopo la guerra. Evidentemente, visto che i nomi degli uccisi all’Oliveta sono 22, successive ricerche storiche sono state in grado di ricostruire la sua identità. Non sono però in grado di dire quale dei 22 fosse.

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Il breve racconto che segue è tratto dal libro La Repubblica di Torriglia. Il partigiano Marzo e i compagni della Cichero, di Giovanni Battista Canepa (nome di battaglia “Marzo”). Si tratta di un libro sulla Resistenza diverso dal solito, con molti brevi racconti che illustrano i diversi aspetti della lotta partigiana in Liguria.

Ecco la storia di Genny…

La gamba di Genny

Genny era giunto da Milano, dove fino allora aveva combattuto nei G.A.P., e ora insisteva per far parte di un distaccamento; ma quando scoprimmo che era mutilato (un perfetto arto meccanico non lasciava sospettare che la gamba fosse amputata sotto il ginocchio) lo convincemmo che la vita dei distaccamenti, a doversi spostare continuamente per sentieri impervi, era ben altra della lotta in città; sicché avrebbe potuto rendersi ugualmente utile lavorando in un ufficio.

Fu così che si stabilì in una locanda nelle vicinanze di Marsaglia, dov’era la redazione del “Partigiano”: un giornaletto che in quel triste inverno, quando il proclama di Alexander ci invitava a tornarcene a casa, serviva a rinsaldare lo spirito dei nostri combattenti.

Ora, poco prima di Natale, i tedeschi sferrarono il famoso rastrellamento dei mongoli, con due divisioni composte di prigionieri di guerra, abbruttiti da anni di «lager» e alcoolizzati per potersene meglio servire nella loro spietata repressione. Abbiamo già parlato del maggiore tedesco, quando venne a parlamentare, e così eravamo a conoscenza delle malefatte – incendi, ruberie, stupri e uccisioni – che quei disgraziati avevano compiuto in Val d’Ossola. Sicché, non avendo accettato di consegnare le armi, già sapevamo a cosa si sarebbe andati incontro: e difatti fu una lotta tremenda e inumana, nei monti coperti di neve, nelle valli e nei canaloni ghiacciati, cercando di sganciarci senza mai dare e aver tregua. Fintanto che, verso la fine di gennaio, fu la volta dei tedeschi a cercare scampo in pochi capisaldi protetti da campi minati, e lì starsene asserragliati.

Naturalmente nei primi giorni, dove arrivavano quei manigoldi facevano degli orrori, e ora le popolazioni, ai primi allarmi, specie le donne e i bambini, correvano a rifugiarsi in caverne, in pagliai, e lì restavano al freddo e alla fame, pur di sottrarsi alle violenze di quei bruti. Ma a Marsaglia nessuno s’aspettava che arrivassero tanto presto, e così, quando un loro pattuglione di mongoli irruppe nella locanda dov’era rimasto Genny, sorprese tutti mentre stavano preparandosi a fuggire.

Rinchiuse le donne e i bambini in una stanza, quei bruti afferrarono Genny che s’era rifugiato dietro il banco di mescita e gli ordinarono che provvedesse a dar loro da mangiare e da bere; e il poveretto si diede un gran daffare a portare in tavola tutto quel che c’era in cantina, e a stappare bottiglie di vino e di grappa. Mentre li serviva, uno di loro che biascicava un po’ la nostra lingua, gli chiese se in quei paraggi avesse visto dei partigiani: ma dal modo come gli aveva rivolto la domanda, dalla preoccupazione che tutti gli altri tradivano con il continuo avvicendarsi sulla porta a spiare tutt’intorno, Genny aveva compreso che non si sentivano sicuri: sicché con fare circospetto come se tradisse un gran segreto e qualcuno potesse ascoltarlo, ammise che di partigiani da quelle parti ce n’erano, e tantissimi.

Intanto continuava a riempire i bicchieri con quella sua miscela infernale, fatta di vino e grappa, e quelli, forse per darsi coraggio, se la tracannavano tutta d’un fiato e cercavano di afferrare quel che diceva quando, accostatosi ad una finestra indicò le montagne coperte di neve: «Lassù ce ne sono… e poi anche lassù, tantissimi… e quando scendono a valle, non ci resta che scappare…». E quelli ripetevano: Lazzù… e anghe lazzù…» e con vocette stridule, in grande agitazione, discutevano.

Finché l’interprete non gli chiese se fossero armati e come potessero vivere su quei cocuzzoli gelati, senza un rifugio né un villaggio dove potersi rifornire, e allora Genny, abbassando la voce, parve deciso ormai a svelare il mistero: «Che gli servirebbero le armi? Non sono uomini quelli che vivono lassù, ma diavoli: creature soprannaturali, uomini delle nevi che non soffrono il gelo, non soffrono la fame e manco il fuoco… sono diavoli in carne e ossa, ecco quel che sono…» e, portate le mani alla testa, ora faceva le corna.

Mentre quel mammalucco rivoltosi ai suoi andava traducendo, Genny attizzava il fuoco nel caminetto e intanto sbirciava l’effetto delle sue panzane su quei gonzi che ormai erano del tutto ubriachi; e pur non riuscendo a capire un’acca del loro cicaleccio, dal modo come lo fissavano con gli occhi spiritati era evidente che per effetto della paura, ma soprattutto per la quantità di quella miscela infernale che avevano ingurgitato, stavano perdendo il controllo. Si trattava dunque di trarre il massimo vantaggio da quella situazione tragicomica: ed ecco che afferra uno sgabello, si siede davanti al caminetto e, accavallate le gambe, allunga il piede mutilato sulla brace, borbottando: «Da queste parti noi siamo fatti così: non ci spaventa il gelo e nemmeno il fuoco…».

Ora tutti erano balzati in piedi come molle, fissando con occhi sbarrati la scarpa che stava sprigionando un fumo acre, mentre il nostro Genny, come se non si fosse accorto di nulla, si rivolgeva al traduttore chiedendo come avrebbero fatto a combatterli.

Ma improvvisamente, quando le fiamme avvolsero il piede e lo resero incandescente, si udì un urlo di raccapriccio e, tutti, in gran confusione, sospingendosi e urtandosi, si precipitarono alla porta.

A Genny non rimase che immergere il suo arto carbonizzato in un secchio d’acqua, eppoi correre zoppicando a liberare quelle povere donne, più morte che vive.

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