Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Giovanni Gentile’

La prima pagina dei Quaderni del Carcere

Circa un anno e mezzo fa, all’inizio dell’avventura di questo blog, quando avevo annunciato la mia intenzione di trascrivere i Quaderni del Carcere non sapevo dove questa idea mi avrebbe portato, quanto tempo ci avrei messo, che tipo di risultato avrei ottenuto,

Innanzitutto il progetto, mano a mano che andavo avanti, si è arricchito di nuovi contenuti e nuove idee, che ho cercato di esporre in breve in questa pagina del sito. Un lavoro che mi occuperà ancora per svariati mesi, se non addirittura anni.

Ora che il primo passo, la trascrizione, è stato completato, mi permetto di fare alcune valutazioni. Le faccio in punta di tastiera, con notevole timore reverenziale, perché sto scrivendo di uno dei giganti del pensiero europeo dello scorso secolo. Ma non posso esimermi dal farlo, perché trovo riprovevole che – di Gramsci – se ne parli di più all’estero che in Itaila. Altri, che hanno dedicato la vita a studiarne l’opera hanno fatto notare come Gramsci si sia confrontato con i massimi intellettuali del suo tempo, abbia aperto vie di ricerca in materie quali la storia della letteratura, la critica, l’estetica. Abbia trattato di Dante, di Benedetto Croce, di Giovanni Gentile, di Karl Marx; di filosofia, storia, letteratura, sociologia.

Personalmente, due cose mi hanno stimolato: il metodo di lavoro e lo scopo di Gramsci.

Il metodo di lavoro è interessante e, grazie alla trascrizione, che oltre a leggere mi costringeva a rileggere, mi è apparso evidente. Gramsci prende appunti, costituiti di brevi note e poi li rielabora in più passaggi successivi, affinandoli e dettagliandoli. In lui, è costante la ricerca di nessi che possono essere storici o logici. Emergono chiaramente quelli che sono i passaggi chiave, a volte costituiti da date simbolo, altre da fatti particolarmente rilevanti, che hanno portato l’Italia e l’Europa degli anni Trenta a essere quella che era, così come la memoria prodigiosa dell’autore, testimonianza di precedenti studi molto approfonditi.

Dal punto di vista dello scopo, Gramsci ha ben presente l’obiettivo di trasformare la società in chiave anticapitalistica. Per farlo prevede un gigantesco piano di formazione culturale, politica, sociale del proletariato e contemporaneamente si interroga su quello che, all’epoca, era il modello di produzione vincente: la fabbrica fordista. È attentissimo, e in questo è anche modernissimo, alle forme di comunicazione, alla ricerca del linguaggio adatto per veicolare i diversi messaggi a seconda dei diversi pubblici. (Spesso mi ritrovavo a pensare a quali risultati sarebbe potuta giungere la produzione di Gramsci con i mezzi tecnici disponibili oggi, ma queste sono domande che mai avranno risposta e che, quindi, lasciano il tempo che trovano). E lo fa da politico, più che da filosofo, perché sempre pone l’attenzione agli aspetti concreti del suo pensiero.

Infine, ma tutte queste banali riflessioni sono strettamente personali e non supportate da letture e confronti con altri, mi ha stupito l’assenza di odio nelle parole di Gramsci. Per il nostro, il fascismo è un incidente di percorso, qualcosa che presto passerà, uno scherzo della storia e in quanto tale va trattato, indipendentemente dalla situazione di carcerato politico. Più importanti per lui, perché più motivate dal punto di vista profondamente culturale, sono altre questioni, ad esempio il conflitto ideologico in atto in Unione Sovietica e la necessità di spiegare a un pubblico vasto la filosofia della praxis.

quadernidelcarcere.wordpress.com

Read Full Post »

Da un po’ di tempo sto cercando di approcciare il pensiero di Slavoj Žižek. Da mesi sul mio comodino riposa una copia de La visione di parallasse, che mi dicono essere opera assai importante, oltreché recente, del filosofo sloveno.

Non riesco a leggerlo e sicuramente è colpa mia. In parte perché è da un bel po’ di tempo che non leggo libri di filosofia, ma forse soprattutto perché da qualche parte ho sentito dire che va letto con un approccio particolare, che io non sono ancora riuscito a centrare, evidentemente.

Poco male, prima o poi ce la farò. Nel frattempo proseguo la mia ricerca. Non vorrei mai, infatti, trovarmi a un convegno su argomenti politici o culturali e non riuscire a citare Žižek o, peggio ancora, citarlo erroneamente!

(altro…)

Read Full Post »

Giordano Bruno è probabilmente uno dei personaggi più affascinanti della storia della cultura. Qualche accenno alla sua vicenda lo avevo già fatto parlando di Galileo Galilei, con particolare riferimento al fatto che allo scienziato diedero la stessa cella che aveva già ospitato il domenicano di Nola (giusto per fargli capire cosa rischiava…).

Giordano Bruno è stato per anni un filosofo quasi completamente emarginato, salvo per il fatto di essere considerato il simbolo dell'”ateismo scientifico”. Solo nell’ultimo scorcio del secolo scorso e in questi primi anni del nuovo millennio si è iniziato a studiarlo con un certo metodo e con una certa assiduità. Su questo mio sito, a questa pagina, potete trovare alcune delle sue opere. Altre seguiranno, mano a mano che le troverò nella rete.

Alberto Burgio, Il Manifesto, 16 dicembre 2014

Un’opera enciclopedica, coordinata da Michele Ciliberto, che raccoglie gli scritti e i contributi critici sul «Nolano». Un indispensabile strumento per accedere alla costellazione filologica, teologica e letteraria del frate domenicano condannato per eresia e mandato al rogo dalla chiesa

Giordano Bruno

Ana­lisi ese­ge­ti­che e testuali e un impo­nente lavoro filo­lo­gico; edi­zioni cri­ti­che ne varie­tur e accu­rate rico­stru­zioni sto­ri­che; studi bio­gra­fici e di cri­tica let­te­ra­ria: in una bat­tuta, una biblio­gra­fia storico-critica ricca di decine di testi fon­da­men­tali. È que­sto il frutto della Bruno-Renaissance veri­fi­ca­tasi in que­sti ultimi decenni e legata ai nomi (per limi­tarsi agli stu­diosi ita­liani: tra gli stra­nieri basti qui nomi­nare Fran­ces Yates) di Nicola Bada­loni, Gio­vanni Aqui­lec­chia, Alfonso Inge­gno, Michele Cili­berto e, natu­ral­mente, Euge­nio Garin. Man­cava però finora una summa enci­clo­pe­dica che siste­ma­tiz­zasse i risul­tati di que­sto gigan­te­sco lavoro in un discorso uni­ta­rio e con­creto, sul modello della dan­te­sca e della vir­gi­liana pro­dotte dall’Istituto dell’Enciclopedia Ita­liana. Ci si può chie­dere per­ché, e imma­gi­nare rispo­ste diverse.

Si può chia­mare in causa la potente mito­lo­gia subito sorta intorno alla figura e all’opera dell’autore del De la causa e della Cena delle ceneri, di que­sto sim­bolo della libertà del pen­siero e della lai­cità, della moder­nità e della sua «gene­ra­zione equi­voca»: una mito­lo­gia che, pun­tual­mente sovrap­po­nen­dosi al pro­filo sto­rico e testuale, ne ha per dir così scom­pi­gliato le linee. O si può evo­care il carat­tere radi­cal­mente «uni­ver­sale», plu­ri­di­sci­pli­nare – anzi, per dir così, trans­di­scor­sivo – di un’opera che non sol­tanto spa­zia tra filo­so­fia e let­te­ra­tura, teo­lo­gia, poli­tica e moderna scienza della natura (dove quest’ultima, fusa con le super­sti­zioni rina­sci­men­tali, dà vita a un’esaltazione della «magia» come sapere demiur­gico), ma si costi­tui­sce, let­te­ral­mente, nell’osmosi, per noi dif­fi­cile a com­pren­dersi, di que­ste dif­fe­renti logi­che. E che quindi resi­ste a una let­tura uni­ta­ria, che, per quanto dut­tile, rischia di tra­mu­tarsi in una cami­cia di forza.

Una irri­du­ci­bile eccedenza

Ben­ché Bruno sia oggi per noi un eroe della coe­renza, oltre che del corag­gio e dell’orgoglio, a sco­rag­giare l’impresa enci­clo­pe­dica è stata sin qui forse l’irriducibile ecce­denza di un discorso poli­morfo e obiet­ti­va­mente (per strut­tura e dina­mica imma­nente, oltre che per ani­mus e inten­zione) anar­chico.

Que­ste ragioni e pro­ba­bil­mente altre ancora aiu­tano a spie­gare la tarda com­parsa di stru­menti enci­clo­pe­dici incen­trati sull’opera e la figura di Gior­dano Bruno. Fatto sta che ora, asse­sta­tasi la cospi­cua messe di un plu­ri­de­cen­nale lavoro cri­tico, una pode­rosa opera colma final­mente que­sta lacuna. Mostrando come negli ultimi decenni non si sia solo lavo­rato con acri­bia, com­pe­tenza e pas­sione sul testo bru­niano e sui suoi straor­di­nari con­te­sti. Si è anche costruita, ad opera di un’agguerrita schiera di sto­rici della filo­so­fia e della cul­tura fer­rati nella ricerca filo­lo­gica, una pro­spet­tiva al tempo stesso orga­nica e arti­co­lata, aperta ben­ché robu­sta­mente unitaria.

Pub­bli­cati dalle Edi­zioni della Scuola Nor­male di Pisa in col­la­bo­ra­zione con l’Istituto Nazio­nale di Studi sul Rina­sci­mento, arri­vano in que­sti giorni in libre­ria i tre son­tuosi tomi in-quarto (due di testo, di oltre mille pagine cia­scuno, com­po­sti in colonne fitte in corpo 9; il terzo di appa­rati: biblio­gra­fia delle opere, biblio­gra­fia cri­tica e indici) di Gior­dano Bruno. Parole, con­cetti, imma­gini (euro 180). Che offrono al let­tore qual­cosa come 1200 voci, opera di 37 stu­diosi attivi in uni­ver­sità e cen­tri di ricerca di tutto il mondo, ma per la gran parte ricon­du­ci­bili a quell’officina bru­niana di incom­pa­ra­bile ope­ro­sità che Michele Cili­berto, idea­tore e cura­tore dell’opera (oltre che diret­tore dell’edizione adel­phiana delle opere di Bruno e autore di testi cri­tici di rife­ri­mento tra i quali La ruota del tempo. Inter­pre­ta­zione di Gior­dano Bruno (Edi­tori Riu­niti, 2000); Gior­dano Bruno (Laterza, 2000); Umbra pro­funda. Studi su Gior­dano Bruno (Sto­ria e Let­te­ra­tura, 2000);L’occhio di Atteone. Nuovi studi su Gior­dano Bruno (Sto­ria e Let­te­ra­tura, 2002);Gior­dano Bruno. Il tea­tro della vita (Mon­da­dori, 2007), ha saputo ani­mare nell’arco di tre decenni, vivi­fi­cando l’eredità gari­niana e al tempo stesso tra­sfor­man­dola in una instan­ca­bile fucina editoriale.

Una strut­tura labirintica

Si diceva dell’unità del per­corso e del punto di vista che lo motiva senza tut­ta­via coar­tare il discorso bru­niano. Di ciò fa fede in primo luogo la logica plu­ri­versa del lem­ma­rio, scor­rere il quale sug­ge­ri­sce con forza l’immagine di una strut­tura labi­rin­tica. Le voci sono ideal­mente ripar­tite tra cin­que ambiti. In primo luogo, le cate­go­rie teo­ri­che che strut­tu­rano il les­sico della «nolana filo­so­fia» nel con­te­sto della tra­di­zione filo­so­fica in par­ti­co­lare rina­sci­men­tale (tra que­ste i lemmi «acqua», «anima», «etere», «fato», «grembo», «infi­nito», «ombra», «sigil­lus», «uni­verso» e «vin­cu­lum»). Quindi, non senza una spe­ci­fica atten­zione ai temi della pole­mica anti­cri­stiana, le varie­ga­tis­sime fonti anti­che e moderne, let­te­ra­rie e filo­so­fi­che, teo­lo­gi­che e scien­ti­fi­che (Cice­rone e Coper­nico; Pla­tone, Ari­sto­tele, Era­smo e Cal­vino; Lucre­zio e Melan­tone; Tom­maso, Vir­gi­lio e Tycho Brahe). Terzo ambito: gli epi­sodi e i luo­ghi, le figure e i motivi della bio­gra­fia bru­niana e del mondo poli­tico, cul­tu­rale e reli­gioso che ne fu con­te­sto (voci sono per esem­pio dedi­cate a Eli­sa­betta I, a Enrico III e a Moce­nigo; e alle città e agli ate­nei nei quali il Nolano dimorò ed eser­citò il pro­prio magi­stero). Un ulte­riore insieme tema­tico rag­gruppa ideal­mente gli autori e i momenti salienti della for­tuna di Bruno, muo­vendo dal tempo della sua vita ter­rena (si vedano in pro­po­sito le voci dedi­cate a Keplero e a Mer­senne, a Spi­noza e a Leib­niz). Infine – ma non si tratta certo della com­po­nente meno ori­gi­nale dell’opera, né della meno scon­tata e age­vole – i pro­fili cri­tici degli stu­diosi che hanno stu­diato la «nolana filo­so­fia» (tra que­sti War­burg e Gen­tile, Spa­venta e Nowicki) e dei let­te­rati (da Bre­cht a Joyce, da Gadda a Cal­vino) che ne hanno tratto ispirazione.

Ma, a illu­stra­zione di quanto si diceva sull’organicità dell’opera, sulla sua capa­cità di intrec­ciare tra loro mito, sto­ria e teo­ria e di tenerli insieme in una trama coe­rente, con­nota cia­scuna voce – in par­ti­co­lare quelle lun­ghe e più den­sa­mente teo­re­ti­che – una cifra uni­ta­ria, tra­sver­sale ai diversi ambiti che la costi­tui­scono. Può darne qui una vaga idea, a titolo di esem­pio, la pur som­ma­ria sin­tesi di una delle voci dedi­cate a concetti-chiave della rifles­sione bruniana.

Un prin­ci­pio ordinatore

L’analisi del con­cetto di «anima» – diciotto fitte colonne nelle pagine di aper­tura del primo tomo – muove da una pun­tuale rico­gni­zione delle fonti, dal Pla­tone del Fedro, dell’Alcibiade primo e del Timeo a Mar­si­lio Ficino, pas­sando per Era­clito (letto per il pro­ba­bile tra­mite di Dio­gene Laer­zio) e per il De anima ari­sto­te­lico (la cui tesi dell’intima unione «ile­mor­fica» tra anima e corpo Bruno rece­pi­sce tut­ta­via cri­ti­ca­mente, per la cifra ridu­zio­ni­stica che ritiene di cogliervi); e poi, ancora, Plo­tino, Ago­stino e Tom­maso. Di qui si svi­luppa l’analisi teo­rica della con­ce­zione bru­niana dell’anima, che ne riper­corre le pro­fonde oscil­la­zioni sullo sfondo di una gene­rale e ori­gi­nale con­no­ta­zione ontologica.

L’anima è per Bruno difatti non sol­tanto né pri­ma­ria­mente il prin­ci­pio dal quale dipen­dono le atti­vità vitali e cono­sci­tive dell’uomo, bensì l’universale prin­ci­pio ordi­na­tore che innerva e muove il mondo per via del suo mani­fe­starsi, in un pro­cesso di indi­vi­dua­liz­za­zione, nei sin­goli enti, ivi com­presi i corpi cele­sti. È que­sto, si può dire, il cuore della teo­ria bru­niana dell’anima come «intrin­seco» e uni­ver­sale prin­ci­pio vitale, dina­mico e cogni­tivo (anima del mondo e nel mondo, anima mundideus in rebus), e del suo con­ti­nuo spe­ci­fi­carsi in riflessi indi­vi­duali: una pro­spet­tiva che, tra­du­cen­dosi (così, per esem­pio, nel De l’infinito) nell’affermazione dell’endiadi anima-natura, con­tri­buirà in misura rile­vante alla costru­zione del moderno para­digma pan­tei­stico, dove Bruno figura tra le figure somme insieme a Spi­noza e Toland, al primo Schel­ling e, muta­tis mutan­dis, allo stesso Hegel.

Ovun­que, in tale pro­spet­tiva, Dio è visi­bile e in una certa misura sen­si­bile. Ragion per cui nel rico­no­scere il river­bero dell’Uno-Dio nell’originaria infi­nità del tutto con­si­ste per Bruno, al di là dalle sue forme sto­ri­che, la retta reli­gione. Si tratta, a ben vedere, di una visione dina­mica della tota­lità (Dio si espande nell’infinito spazio-temporale) e di una cosmo­lo­gia anti-deterministica che si col­lega al tratto più moderno della filo­so­fia bru­niana. L’atto cono­sci­tivo costi­tui­sce qui un gesto libero e libe­ra­to­rio, capace di var­care i con­fini del finito (si pensi all’ipotesi coper­ni­cana) e di signo­reg­giare la natura (per mezzo di un sapere magico nel quale non pare incon­gruo scor­gere una pri­mor­diale figura della prassi).

Sem­pli­cità e rigore

L’anima dun­que, da una parte, come prin­ci­pio del tutto e dell’unità delle parti; dall’altra, come forma pla­smante che «attua e fa per­fetto il tutto», con­net­ten­dosi per que­sta via alla «sostanza»: all’Uno-tutto che dà luogo a una sem­pre rin­no­vata inte­ra­zione tra il prin­ci­pio spi­ri­tuale e quello mate­riale e, di qui, all’infinita plu­ra­lità degli indi­vi­dui. È pre­ci­sa­mente il nesso anima-sostanza ad appa­rire infine cru­ciale nel qua­dro di que­sta pro­ble­ma­tica, nella ten­sione tra onto­lo­gia, filo­so­fia pra­tica, epi­ste­mo­lo­gia e rifles­sione teo­lo­gica. Emerge così la com­ples­sità di uno dei temi car­di­nali della «nova filo­so­fia», che que­sta sin­tesi enci­clo­pe­dica resti­tui­sce senza sem­pli­fi­ca­zioni né sche­ma­ti­smi, spez­zando i vin­coli disci­pli­nari carat­te­ri­stici dell’enciclopedismo moderno.

L’esempio potrebbe ripe­tersi ad libi­tum. Ma la com­ples­sità delle voci – del loro ordito sto­rico e ana­li­tico – non deve indurre in errore. Di un’enciclopedia – di un’opera di alta divul­ga­zione – effet­ti­va­mente si tratta, quindi di uno stru­mento che sconta la varie­gata com­po­si­zione del pro­prio pub­blico elet­tivo, com­po­sto non sol­tanto da cul­tori della mate­ria e spe­cia­li­sti, ma anche da quel più vasto ambito di let­tori colti – stu­diosi e stu­denti; e quel che in quest’epoca non esal­tante resta della «société des gens de let­tres» – che chiede e a buon diritto attende pagine leg­gi­bili e nette. Sce­vre da tec­ni­ci­smi, tenute in esem­plare equi­li­brio tra sem­pli­cità e rigore.

Read Full Post »

Di Angelo D’Orsi, Micromega, 27 giugno 2014

In un volume di recente pubblicazione – “Scritti su Marx”, a cura di Cesare Pianciola e Franco Sbarberi, edito da Donzelli – una selezione di scritti inediti di Norberto Bobbio su Marx. Pagine che confermano l’estraneità di Bobbio all’universo marxiano e la sua sostanziale incomprensione del gigante tedesco. Ma nulla aggiungono ai testi già noti.

Norberto Bobbio

La ricerca dell’inedito è pratica diffusa e piacevole per lo studioso, quasi sempre utile, non sempre indispensabile (vale sempre l’adagio “Nulla più inedito dell’edito”). Quando poi dalla ricerca (con risultato positivo, s’intende) si passa alla decisione di trasformare l’inedito in pubblicazione, allora la cosa si complica. E, soprattutto, non è detto che per il lettore si tratti di un vantaggio. Davanti all’operazione condotta con affetto e reverenza da Cesare Pianciola e Franco Sbarberi, studiosi di “ambiente bobbiano”, mi sia consentito esprimere qualche perplessità.

Frugando nell’immenso Archivio Bobbio (depositato presso il Centro Studi Piero Gobetti, di Torino), essi hanno trascelto frammenti, note, appunti, testi semicompiuti per conferenze, e li hanno affidati alle stampe, con una Introduzione che prova a contestualizzare sia nello sterminato corpus della produzione del Maestro, sia nelle diverse stagioni nelle quali egli si avvicinò a Marx. La perplessità si può esplicitare nella domanda banale ma ineludibile: serve? E a chi eventualmente può servire? Non certo al lettore comune, anche colto, interessato a Marx e alla storia del marxismo; in queste pagine difficilmente ricaverebbe elementi a loro volta utili a soddisfare dubbi analitici, saziare la volontà di sapere e capire di più relativamente all’autore del Capitale, ossia al suo pensiero, e a quello di una folla di discendenti più o meno fedeli. E persino lo studioso professionale di marxismi non troverebbe in queste pagine di che soddisfarsi: spesso provvisorie, sovente didascaliche, tracce di saggi, che, nella loro forma compiuta, più agevolmente, si possono reperire e leggere nella raccolta curata da Carlo Violi Né con Marx, né contro Marx (Editori Riuniti, 1997).

Ecco, è sufficiente un confronto tra questi due libretti per rendersi conto che se vogliamo conoscere il Marx di Bobbio ha decisamente più senso leggere o rileggere i testi compiuti, affidati dall’autore all’editore, piuttosto che avventurarsi nel groviglio di questi scritti che non credo Bobbio avesse ipotizzato di pubblicare (e non so se apprezzerebbe che lo si sia fatto).

Ciò malgrado, una sua utilità il libro ce l’ha, e non concerne Marx, bensì Bobbio stesso, o meglio per la ristretta comunità degli studiosi di Bobbio: si tratta per così dire del backstage dell’officina bobbiana, nel reparto marxologico. E se ne ricavano conferme e qualche novità, non particolarmente lusinghiera per Bobbio che, con la sua affilatissima lama forgiata nella filosofia analitica – forse nessuno della sua generazione in Italia lo ha superato, in questo – non riesce, a mio avviso, a penetrare la dura pelle dell’orso Marx. Non tanto, direi, per incapacità soggettiva, ma per un retroterra oggettivo, dal quale Bobbio non volle, in fondo, né seppe allontanarsi. Che, sostanzialmente, è quello crociano. In una conferenza padovana del 1946, Bobbio, allora militante del Partito d’Azione, afferma, in polemica con Marx e il marxismo (e, politicamente, coi comunisti): «La meta fondamentale dell’uomo non è la società senza classi: il problema dell’uomo è il problema della libertà» (e sottolinea la parola libertà). Ma ancora più chiaro ed esplicito il richiamo a Croce (allora ancora in vita) nella frase seguente: «Tutta la storia umana è storia di libertà». (p. 12).

È evidente che, quella doppia negazione (“né Marx, né contro”; che peraltro era già stata usata da Bobbio in un articolo sul suo rapporto con i comunisti: Né con loro, né contro di loro) è piuttosto ingannevole. Bobbio ha un rapporto diciamo di tipo dialettico, ma tendenzialmente conflittuale con Marx, ovvero sembra inserirsi, sia pure a distanza di decenni, in quella generale “resa dei conti” che una larga parte della cultura europea fece a partire dalla morte di Marx: l’interesse di Croce e di Gentile per il pensatore rivoluzionario di Treviri si colloca in questa temperie, dalla quale non a caso è lambito, sia pur ex post, anche Bobbio. Eppure c’è nella vasta e complessa teoria marxiana più di un elemento che sfida Bobbio, e lo induce a replicare, puntualizzare, respingere in toto, e più raramente, accogliere, sia pure solo molto parzialmente.

In uno dei frammenti – testo di una conferenza del 1951 – spiega: «Appartengo ad una generazione che si è formata negli studi conoscendo Marx di riflesso, attraverso la critica che ne aveva fatta il Croce»: una confessione preziosa, ma che, con onestà Bobbio stesso, integra, precisando che a differenza di quel che Croce pensava – preciso, dopo la giovanile infatuazione, sulla scia di Antonio Labriola –, egli si era accorto che «Marx non era rimasto in soffitta ma sulla strada maestra che si percorre ogni giorno». Si trattava di una presenza ingombrante con la quale, insomma, un intellettuale serio non poteva non fare i conti. Nell’anno del centenario della morte, Bobbio scrive di ritenere necessario che «le sinistre europee debbano liberarsi di Marx», ma è costretto, suo malgrado (e lo precisa con grande onestà, o se si preferisce con assoluto realismo) ad ammettere che «Marx è ancora – piaccia o non piaccia – vivo» (p. 121).

Si coglie, va precisato, da ogni riga sia di questo libro, sia da quello già richiamato che raccoglie i testi “compiuti” di Bobbio, che Marx per lui e per altri della sua generazione, fu non «oggetto di passione, guida per l’azione o oggetto di abominio», ma, innanzi tutto, «oggetto di studi, di ricerca, di riflessione, di critica» (p. 29). Analogamente, in una bella, lunga lettera del 1978, ad Aurelio Macchioro (che si era dedicato a una disamina critica del pensiero di Bobbio, sardonicamente stroncando, in particolare, il Bobbio lettore di Marx) Bobbio, piccato, afferma di respingere tanto la marx-fobia quanto la marx-mania: ma ancora una volta mostra una profonda estraneità all’universo marxiano.

Nel 1969 aveva precisato che i suoi «incontri con Marx» erano avvenuti «in momenti cruciali» della sua vita: l’«antifascismo militante» a Padova nel 1942 (un’autoqualificazione su cui vi sarebbe da eccepire; era l’epoca in cui come Bobbio stesso ammise trent’anni dopo, faceva «il fascista coi fascisti, e l’antifascista con gli antifascisti»); la ricostruzione; il Sessantotto. E si spinge a definire la visione della storia di Marx «semplicistica e superficiale», azzardando, persino, che essa è stata «smentita dalla storia». Come se non bastasse, conclude, con una certezza apodittica che un po’ stupisce in un intellettuale che ha fatto del dubbio la sua divisa: «Non è avvenuto nulla di quel che Marx ha previsto» (p 84). Un errore clamoroso, come chiunque può facilmente constatare, e come oggi si può dire che l’intera platea degli studiosi di scienze sociali è costretta a riconoscere: esagerando un po’, potremmo rovesciare l’affermazione assiomatica di Bobbio, sostenendo che Marx aveva previsto tutto… Bisogna tuttavia riconoscere che nel già menzionato scritto del 1983 l’ultima riga recita: «Ho poi l’impressione che la parola definitiva spetti agli economisti» (p. 121). Certo, lo dice a malincuore, in una sorta di segreta speranza che anche la scienza economica collabori alla demolizione di Marx, che dunque può tranquillamente essere studiato, distinguendo giudiziosamente e classicamente “ciò che è vivo” da “ciò che è morto”; un po’ come con Gramsci, insomma. E trattandosi per l’uno come per l’altro di “classici” il loro “uso politico” è da evitarsi, come, in realtà, sembra di capire sia da evitare anche un troppo frequente richiamo a loro, o una qualsivoglia pretesa di attribuire ad essi, al marxismo, nel suo complesso, una centralità nella storia del pensiero, che egli nega recisamente. Ad esempio, nell’intervento tenuto alla presentazione del I volume della celebre Storia del marxismo diretta da Eric Hobsbawm (e altri eminenti studiosi) per Einaudi nel 1978, Bobbio si addentra in un insistito gioco di interrogativi retorici che sembrano esprimere fastidio, più che volontà di accostarsi sine ira et studio (come Bobbio stesso non solo in questo libro, ma in numerosissime occasioni ribadisce precisando la propria etica di ricercatore).

In definitiva, scorrendo queste pagine, più ancora che quelle strutturate raccolte nel volume del 1997, se ne ricava l’impressione non soltanto di una sottovalutazione, ma di una sostanziale incomprensione del gigante tedesco, benché Bobbio non sia esente dal fascino che da quell’opera poderosa promana, come dimostra l’eccellente edizione dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 da Bobbio (inopinatamente verrebbe da dire) curati nel 1949 per Einaudi, e poi ripubblicati, opportunamente, in edizione riveduta nel fatidico 1968, quando il “giovane Marx” furoreggiava tra gli studenti. Proprio in riferimento a quell’opera, in un intervento del medesimo anno, luccicano alcune perle di acume: per esempio nel folgorante parallelo tra Marx e Kierkegaard, giustamente individuati come «le due principali vie attraverso cui si esaurisce lo spirito romantico» (p. 43).

Eppure, quell’acume assai meglio, soprattutto non suo malgrado, per così dire, ma consapevolmente e per libera scelta, Bobbio ha saputo riservare ai tanti, numerosi “suoi” autori: Marx non fu tra essi. E raccogliere questi lacerti, che nulla aggiungono agli scritti già noti, davvero non sembra essere stato un buon servizio né a Bobbio, né al pubblico, tranne, ripeto, alla ristrettissima platea dei “bobbiani”. I quali però potevano e possono lavorare sui manoscritti dell’Archivio Bobbio, salvando qualche albero.

Read Full Post »