Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘globalizzazione’

Verrebbe quasi voglia di dire l’inelegantissimo “ma noi ve lo avevamo già detto”… La questione è che di Marx hanno discettato in molti, la maggior parte dei quali non lo ha mai letto. Eppure sarebbe bastato pochissimo sforzo, dato che previsioni quali la globalizzazione dell’economia erano contenute nelle pagine del Manifesto, opera breve e facilmente leggibile, a condizione di farlo con criterio scientifico, ovvero senza essere prevenuti. In fin dei conti si tratta della seconda opera più letta nella storia del mondo dopo la Bibbia.

(altro…)

Read Full Post »

Luciana Castellina, Il Manifesto, 1 luglio 2015

Nono­stante l’amichevole gesto con cui Mat­teo Renzi, rega­lan­do­gli una cra­vatta, accolse la prima volta il neo eletto primo mini­stro greco, è pro­prio lui che, arri­vati al dun­que, ha ora reso il peg­gior ser­vi­zio a Ale­xis Tsi­pras. Dicendo che il refe­ren­dum di Atene avrà per oggetto un pro­nun­cia­mento a favore dell’euro o della dracma. Pro­prio il con­tra­rio di quanto il governo greco si è sfor­zato di spie­gare. E cioè che non intende affatto optare per un ritorno alla moneta nazio­nale e uscire dall’eurozona, e invece aver più forza per imporre una discus­sione– che fino ad ora non c’è stata mai — su quale debba essere in mate­ria la poli­tica europea.

(altro…)

Read Full Post »

Stefano Fassina, Il Manifesto, 10 aprile 2015

Stefano Fassina

Inutile alimentare l’illusione in una salvifica scissione del Pd. Serve un programma per una radicale ridefinizione del rapporto con l’Ue

È con­so­li­data l’analisi sul ripo­si­zio­na­mento cen­tri­sta del Pd e le rela­tive con­se­guenze sul nostro sce­na­rio poli­tico (tra gli altri, Franco Monaco su que­sto gior­nale, Michele Sal­vati sul Cor­riere della Sera): il pro­gramma attuato (dagli inter­venti sul lavoro al pac­chetto di revi­sioni costi­tu­zio­nali alla legge elet­to­rale) e il metodo di governo pra­ti­cato (dalla mar­gi­na­liz­za­zione del par­la­mento alla mor­ti­fi­ca­zione del dia­logo sociale) indi­cano la deriva centrista-plebiscitaria del par­tito nato come alter­na­tivo al cen­tro­de­stra. In sin­tesi, un «par­tito piglia­tutti», fat­tore di ini­bi­zione della demo­cra­zia dell’alternanza e, al con­tempo, poten­ziale gene­ra­tore di una sog­get­ti­vità poli­tica di sini­stra, pos­si­bile evo­lu­zione della «coa­li­zione sociale», con­dan­nata però, come sull’altro ver­sante la destra anti-euro, a rima­nere fuori dalle fun­zioni di governo e attratta dalla pro­te­sta e dal populismo.

(altro…)

Read Full Post »

Per la storia, venticinque anni sono un niente, ed è difficile fare una valutazione asettica, “scientifica”, di un periodo. Ma venticinque anni sono sufficientemente lunghi per consentire un prima valutazione in prospettiva.

Proprio nel 1989, pochi mesi prima del crollo del Muro di Berlino, ebbi la mia prima esperienza di rilievo con cittadini provenienti dall’altra parte della cosiddetta “cortina di ferro”. Accompagnai infatti un gruppo di sovietici a fare acquisti in un nostro ipermercato. Il loro comportamento mi diede immediatamente una sensazione strana. Dapprima rimasero fermi, come disorientati, poi si dispersero per le corsie alla ricerca di oggetti da loro introvabili. E non dico che cosa comprarono, paccottiglia della più invereconda. Ma sopratutto mi rimase impresso il loro sguardo, felice come quello di un bambino in un negozio di caramelle.

Ecco, proprio di caramelle si trattava, dei balocchi cantati da Edoardo Bennato in “Franz è il mio nome”. Nella loro visione del mondo capitalista avevano sbagliato i calcoli: nei loro paesi casa, sanità, istruzione, lavoro, sport, cultura erano garantiti dallo Stato a tutti i cittadini. Da noi invece c’era ampia scelta di videoregistratori, apparecchi elettronici vari, capi di abbigliamento coloratissimi. Nella loro equazione mentale tutto questo era in aggiunta a casa, sanità ecc.; nella realtà che di lì a qualche anno avrebbero toccato con mano, era in sostituzione.

Invito anche a leggere questa riflessione di Vladimiro Giacché.

Luciana Castellina, sbilanciamoci.info, 10 novembre 2014

Un pezzetto di quel muro caduto 25 anni fa ce l’ho ancora sulla mia scri­va­nia: un fram­mento di into­naco colo­rato che strap­pai con le mie mani quando accorsi anche io a Ber­lino men­tre ancora, a frotte, quelli dell’est eson­da­vano verso l’agognato Occi­dente. Furono gior­nate gio­iose attorno a quel sim­bolo di una guerra – quella fredda – che era scop­piata meno di due anni dopo la fine di quella calda.

Il Muro di Berlino, com’era

Per oltre quarant’anni quella fron­tiera, e già molto prima che fosse eretto il muro, l’avevo attra­ver­sata solo ille­gal­mente: negli anni ’50 per­ché il mio governo non mi dava un pas­sa­porto valido per i paesi oltre la cor­tina di ferro (dove­vamo rima­nere chiusi nell’area della Nato) e per­ciò per par­larsi con tede­schi della Ddr, unghe­resi o bul­gari si pren­deva il metro a Ber­lino e dall’altra parte ti for­ni­vano una sorta di pas­sa­porto posticcio.

Poi, dopo la costru­zione del muro, quando noi pote­vamo legal­mente andare ad est e invece quelli di Ber­lino est non pote­vano più venire a ovest, ridi­ven­tammo clan­de­stini: per potere incon­trare, senza incap­pare nella sor­ve­glianza della Stasi, i nostri com­pa­gni paci­fi­sti del blocco sovie­tico, dis­si­denti rispetto ai loro regimi, ma con­vinti che a una evo­lu­zione demo­cra­tica non sareb­bero ser­viti i mis­sili per­ché solo il disarmo e il dia­logo avreb­bero potuto facilitarla.

Per que­sto, gioia in quell’autunno dell’89 e anche un po’ di orgo­glio per il merito che per que­sto esito aveva avuto anche il nostro movi­mento paci­fi­sta, l’End «per un’Europa senza mis­sili dall’Atlantico agli Urali». Ave­vamo pro­dotto una deter­renza poli­tica, con­tri­buendo ad iso­lare chi, per abbat­tere il muro, avrebbe voluto sce­gliere la più sbri­ga­tiva via delle bombe.

E però l’89 non fu solo gio­iosa rivo­lu­zione liber­ta­ria. Fu un pas­sag­gio assai più ambi­guo, gra­vido di con­se­guenze, non tutte mera­vi­gliose. Oggi è anche più chiaro, e così l’avverto dolo­ro­sa­mente nella memo­ria che evoca in me. Peral­tro quel 9 novem­bre di 25 anni fa per me, credo per tanti, non è dis­so­cia­bile dalle date che segui­rono di pochi giorni: il 12 novem­bre, quando Achille Occhetto, alla Bolo­gnina, disse che il Pci andava sciolto; il 14, quando ce lo comu­nicò uffi­cial­mente alla trau­ma­tica riu­nione della dire­zione del par­tito di cui, dopo che il Pdup era con­fluito nel Pci, ero entrata a far parte. Così impo­nen­doci – a tutti – la ver­go­gna di pas­sare per chi sarebbe stato comu­ni­sta per­ché si iden­ti­fi­cava con l’Unione sovie­tica e le orri­bili demo­cra­zie popo­lari che essa aveva creato.

Non c’era biso­gno della caduta del muro per con­vin­cersi che quello non era più da tempo il modello dell’altro mondo pos­si­bile che vole­vamo, non solo per noi che ave­vamo dato vita al Mani­fe­sto, ovvia­mente, ma nem­meno più per la stra­grande mag­gio­ranza degli iscritti al Pci e dei suoi elettori.

Ma non si trat­tava sol­tanto della sini­stra ita­liana, il muta­mento che segnò l’89 ha avuto por­tata assai più vasta: è in quell’anno che si può datare la vit­to­ria a livello mon­diale di que­sta glo­ba­liz­za­zione che tut­tora viviamo, acce­le­rata dalla con­qui­sta al domi­nio asso­luto del mer­cato di quel pezzo di mondo che pur non essendo riu­scito a fare il socia­li­smo gli era tut­ta­via rima­sto estraneo.

Ci fu, certo, libe­ra­zione da regimi diven­tati oppres­sivi, ma solo in pic­cola parte per­ché non aveva vinto un largo moto ani­mato da un posi­tivo dise­gno di cam­bia­mento: c’era stata, piut­to­sto, la bru­tale ricon­qui­sta da parte di un Occi­dente che pro­prio in que­gli anni, con Rea­gan, That­cher, Kohl, aveva avviato una dram­ma­tica svolta rea­zio­na­ria. Al dis­sol­versi del vec­chio sistema si fece strada, arro­gante e per­va­sivo, il capi­ta­li­smo più sel­vag­gio, sra­di­cando valori e aggre­ga­zioni nella società civile, lasciando sul ter­reno solo ripie­ga­mento indi­vi­duale, egoi­smi, cor­ru­zione, vio­lenza. Il corag­gioso ten­ta­tivo di Gor­ba­ciov non era riu­scito, il suo par­tito, e la società in cui aveva regnato, erano ormai decotte e rima­sero passive.

E così il paese anzi­ché demo­cra­tiz­zarsi divenne preda di un furto sto­rico colos­sale, ci fu un vero col­lasso che privò i cit­ta­dini dei van­taggi del brutto socia­li­smo che ave­vano vis­suto senza che potes­sero godere di quelli di cui il capi­ta­li­smo avrebbe dovuto essere por­ta­tore. (A pro­po­sito di demo­cra­zia: chissà per­ché nes­suno, mai, ricorda che solo tre anni dopo Boris Eltsin, che aveva liqui­dato Gor­ba­ciov, arrivò a bom­bar­dare il suo stesso Par­la­mento col­pe­vole di non appro­vare le sue proposte?).

Come scrisse Eric Hob­sbawm nel ven­te­simo anni­ver­sa­rio del crollo «il socia­li­smo era fal­lito, ma il capi­ta­li­smo si avviava alla ban­ca­rotta».

Avrebbe potuto andare diver­sa­mente? La sto­ria, si sa, non si fa con i se, ma riflet­tere sul pas­sato si può e si deve ( e pur­troppo non lo si è fatto che in minima parte).

E allora è lecito dire che c’erano altri pos­si­bili sce­nari e che se la sto­ria ha preso un’altra strada non è per­ché il «destino è cinico e baro», ma per­ché a quell’appuntamento di Ber­lino si è giunti quando si era già con­su­mata una sto­rica scon­fitta della sini­stra a livello mon­diale. L’89 è una data che ci ricorda anche questo.

Le respon­sa­bi­lità sono mol­te­plici. Per­ché se è vero che il campo sovie­tico non era più rifor­ma­bile e che una rot­tura era dun­que indi­spen­sa­bile, altro sarebbe stato se i par­titi comu­ni­sti , in Ita­lia e altrove, aves­sero avan­zato una cri­tica aperta e com­ples­siva di quell’esperienza già vent’anni prima, invece di limi­tarsi – come avvenne nel ’68 in occa­sione dell’invasione di Praga – a par­lare solo di errori.

In que­gli anni i rap­porti di forza sta­vano infatti posi­ti­va­mente cam­biando in tutti i con­ti­nenti ed era ancora ipo­tiz­za­bile una uscita da sini­stra dall’esperienza sovie­tica, non la capi­to­la­zione al vec­chio che invece c’è stata. E così nell’89, anzi­ché avviare final­mente una vera rifles­sione cri­tica, si scelse l’abiura, che avallò l’idea che era il socia­li­smo che pro­prio non si poteva fare.

Gor­ba­ciov restò così senza inter­lo­cu­tori per por­tare avanti il ten­ta­tivo di dar almeno vita, una volta spez­zata la cor­tina di ferro, a una diversa Europa. Un’ipotesi che aveva per­se­guito con tena­cia, offrendo più volte lui stesso alla Ger­ma­nia la riu­ni­fi­ca­zione in cam­bio della neu­tra­liz­za­zione e denu­clea­riz­za­zione del paese.

Fu l’Occidente a rifiu­tare. Mancò all’appello, quando uni­la­te­ral­mente il pre­si­dente sovie­tico diede via libera all’abbattimento della cor­tina di ferro, il più grande par­tito comu­ni­sta d’occidente, quello ita­liano, fret­to­lo­sa­mente appro­dato all’atlantismo e impe­gnato ad accan­to­nare, quasi con irri­sione, il ten­ta­tivo di una “terza via” fon­data su uno scio­gli­mento dei due bloc­chi avan­zata da Ber­lin­guer alla vigi­lia della sua morte improvvisa.

E mancò la social­de­mo­cra­zia, che aveva in quell’ultimo decen­nio mar­gi­na­liz­zato gli uomini che pure si erano con lun­gi­mi­ranza bat­tuti per una diversa opzione: Brandt, Palme, Foot, Krei­ski. È così che l’89 ci ha con­se­gnato un’altra scon­fitta, quella dell’Europa. Che perse l’occasione di costruirsi final­mente un ruolo e una sog­get­ti­vità auto­nome, quella “Casa comune euro­pea” che Gor­ba­ciov aveva soste­nuto e indi­cato, e che trovò solo un sim­pa­tiz­zante – ma debo­lis­simo — in Jaques Delors, allora pre­si­dente della Com­mis­sione europea.

Nell’89 l’Unione Euro­pea avrebbe final­mente potuto coro­nare l’ambizione di libe­rarsi dalla sud­di­tanza ame­ri­cana che l’esistenza dell’altro blocco mili­tare aveva faci­li­tato, e invece si ritrasse quasi spa­ven­tata. Avvian­dosi negli anni suc­ces­sivi lungo la disa­strosa strada indi­cata dalla Nato: ricon­durre al vas­sal­lag­gio le ex demo­cra­zie popo­lari per poter esten­dere i pro­pri con­fini mili­tari fino a ridosso della Russia.

Non andò molto meglio nep­pure in Ger­ma­nia. Anche qui ci fu certo la grande gioia della riu­ni­fi­ca­zione del paese che aveva vis­suto la dolo­ro­sis­sima ferita della divi­sione, ma anche qui, più che di un nuovo ini­zio, si trattò di una annes­sione con­dotta secondo le regole di un bru­tale vincitore.

A 25 anni di distanza la disu­gua­glianza fra cit­ta­dini tede­schi dell’ovest e dell’est è più pro­fonda di quella fra nord e sud d’Italia, per­ché la «Treu­hand» inca­ri­cata di pri­va­tiz­zare quanto era pub­blico nell’economia della Ddr pre­ferì azze­rare le imprese per lasciar il campo libero alla con­qui­sta di quelle della Rft. Cin­que anni fa nel com­me­mo­rare il crollo del muro il set­ti­ma­nale Spie­gel rese noti i risul­tati di un son­dag­gio: il 57% degli abi­tanti della ex Ger­ma­nia dell’est – che dio solo sa quanto era brutta – ne ave­vano nostalgia.

Oggi pro­ba­bil­mente quella che viene chia­mata «Ostal­gie» è cre­sciuta. (Fra i miei ricordi c’è anche una cena con Willi Brandt non molto tempo prima della sua scom­parsa: tor­nava da un giro ad est in occa­sione della prima cam­pa­gna elet­to­rale del paese riu­ni­fi­cato ed era deso­lato per come la riu­ni­fi­ca­zione era stata con­dotta. La Spd non aveva del resto nasco­sto, sin dall’inizio, la sua con­tra­rietà a come era stato avviato il processo).

Per tutte que­ste ragioni non con­di­vido la spen­sie­rata (agio­gra­fica) festo­sità che accom­pa­gna, anche a sini­stra, la cele­bra­zione del crollo del Muro. Soprat­tutto per­ché – e que­sta è forse la cosa più grave – l’89 è anche il tempo in cui per milioni di per­sone prende fine la spe­ranza – e per­sino la voglia – di cam­biare il mondo, quasi che il socia­li­smo sovie­tico fosse stato il solo modello pra­ti­ca­bile. E via via è finita per pas­sare anche l’idea che tutto il secolo impe­gnato a costruirlo anche da noi era stata vana per­dita di tempo.

Un colpo duris­simo inferto alla coscienza e alla memo­ria col­let­tiva, alla sog­get­ti­vità di donne e uomini che per que­sto ave­vano lot­tato. E nes­suno sforzo per riflet­tere cri­ti­ca­mente su cosa era acca­duto per trarre forza in vista di un più ade­guato nuovo pro­getto. Non è un caso che anche i poste­riori ten­ta­tivi di dar vita a nuovi par­titi di sini­stra abbiano pro­dotto for­ma­zioni tanto impa­stic­ciate: per­ché inca­paci di fare dav­vero i conti con la sto­ria. E per­ciò qual­che rista­gno ideo­lo­gico o la resa a un pen­siero unico che indica il capi­ta­li­smo come solo oriz­zonte della storia.

Nel dire que­ste parole amare rischio come sem­pre di fare la nonna noiosa che con­ti­nua a rimu­gi­nare sul pas­sato senza guar­dare al pre­sente. So bene che ci sono oggi nuovi movi­menti ani­mati da gene­ra­zioni nate ben dopo la famosa sto­ria del Muro che si pro­pon­gono a loro modo di inven­tarsi un mondo diverso.

Ma non mi ras­se­gno a subire senza rea­gire il disin­te­resse che avverto in tanti di loro per il nostro pas­sato, non per­ché vor­rei ci assol­ves­sero dai nostri errori, ma per­ché non sono con­vinta si possa andar lon­tano se non si ha rispetto sto­rico per quanto di eroico e corag­gioso, e non solo di tra­gico, c’è stato nei grandi ten­ta­tivi, pur scon­fitti, del ‘900; se non si avverte quanto misera sia l’enfasi posta oggi su un’idea di libertà — quella uffi­cial­mente cele­brata in que­sto ven­ti­cin­quen­nale del Muro — così meschina da appa­rire arre­trata per­sino rispetto alla rivo­lu­zione fran­cese dove almeno era stato aggiunto ugua­glianza e fra­ter­nità, ormai con­si­de­rati obiet­tivi pue­rili e con­tro­pro­du­centi: il mer­cato, infatti, non li può sopportare.

Non ho molta cre­di­bi­lità nel pro­porre la crea­zione di par­titi, l’ho fatto troppe volte nella mia vita e non con straor­di­na­rio suc­cesso. E tut­ta­via ora ne vor­rei dav­vero fare uno: il par­tito dei nonni. Non per­ché inse­gnino ai gio­vani cosa devono fare, per carità, ma per­ché vor­rei che almeno due gene­ra­zioni uscis­sero dal muti­smo in cui hanno finito per rin­chiu­dersi, inti­mi­diti da rot­ta­ma­tori di destra e di sinistra.

Vor­rei che ripren­des­sero la parola, riac­qui­stas­sero sog­get­ti­vità: per dire che sulla sto­ria di prima del crollo del muro vale la pena di riflet­tere, per­ché si tratta di una sto­ria piena di ombre, ma anche di espe­rienze straor­di­na­rie (a comin­ciare dalla rivo­lu­zione d’ottobre di cui giu­sta­mente Ber­lin­guer disse che aveva perso la sua spinta pro­pul­siva, non che era meglio non farla). But­tare tutto nel cestino signi­fica ince­ne­rire ogni vel­leità di cam­bia­mento, di futuro.

Per finire: da quando è caduto il muro di Ber­lino ne sono stati eretti altri mille, mate­riali (Messico/Usa; Israele/Palestina, Pakistan/India .….ultimo Ucraina/Russia) e non (vedi la disu­gua­glianza glo­bale e i muri euro­pei «a mare» nel Medi­ter­ra­neo e di terra a Melilla, con­tro i migranti). Non pro­prio una festa.

Read Full Post »

Di Marino Niola, La Repubblica, 19 marzo 2012

«La crisi provocata dalla finanza ci ha rubato il futuro. Lo ha letteralmente seppellito sotto le paure del presente. Tocca a noi riprendercelo». A dirlo è Marc Augé, uno dei più celebri antropologi del mondo, nel suo ultimo libro, “Futuro”, (Bollati Boringhieri). Misura accuratamente le parole l’autore di “Non luoghi”. Non ha la veemenza né l’irruenza del tribuno, eppure dietro la sua riflessione pacata si avverte il rigore inflessibile dell’illuminista. Che lascia al mondo una speranza: quella di essere salvati dalle donne.

Perché per la maggior parte delle persone l’avvenire è diventato un incubo più che una speranza?
«Le cause sono molte, ma due mi sembrano decisive. L’accelerazione impressa alle nostre esistenze dalle nuove tecnologie e la crisi della finanza. Una miscela esplosiva che ha cambiato l’esperienza individuale e collettiva del tempo. Facendo dilagare l’incertezza, rendendo epidemico il timore di ciò che ci aspetta».

Trasformando insomma il futuro in un frutto avvelenato.
«Intossicato da un’incertezza che accomuna tutti. I giovani temono di non trovare un lavoro, di non poter progettare il loro avvenire e si sentono bloccati in un eterno presente fatto di precarietà. I loro padri invece hanno paura di perdere la pensione, l’assistenza sociale, di finire in miseria».

Il risultato è che la vita sembra impallata in un immobilismo senza uscita. Senza progresso.
«Senza più alcuna speranza di mobilità sociale. È questa la differenza con il passato. Mio nonno non aveva potuto studiare, ma era un uomo intelligente e ha investito sulla formazione dei suoi figli. Mio padre era un funzionario statale e ha voluto che io diventassi un intellettuale, realizzando in me i suoi sogni. Questo è stato possibile grazie alla scuola pubblica e all’istruzione di massa. Oggi non è più così».

Anche perché ormai la scuola riproduce le ineguaglianze, le conferma, non mira più a colmarle, a stemperarle.
«Questo è vero per la scuola come per tutti gli altri dispositivi di formazione pubblica. È il caso dell’abolizione del servizio militare che ha ridotto le occasioni di incontro, di rimescolamento e di livellamento delle diverse classi, appartenenze, culture, ceti. Così il corpo sociale è sempre più immobile, ciascuno chiuso nei propri quartieri, nelle proprie scuole, nelle proprie famiglie, con una tendenza quasi castale, premoderna».

Tipica di una civiltà che ha abolito i riti di passaggio, le tappe iniziatiche della vita, rendendo difficile costruirsi un avvenire. Così di fatto stazioniamo tutti in un perpetuo hic et nunc.
«Effettivamente noi viviamo in una sorta d’ipertrofia del presente. Che è amplificata dai media, vecchi e nuovi. In un certo senso il nostro tempo non è più lineare ma circolare. Come quello delle società primitive, come quello del mondo contadino. Fondati sull’alternanza delle stagioni. E anche noi del resto viviamo di stagioni: sportive, scolastiche, politiche».

Un’esistenza ridotta a calendario. L’opposto del tempo storico, del progresso, del sol dell’avvenire.
«È il contrario di quello che si pensa comunemente della civiltà tecnologica che sarebbe perennemente protesa verso l’innovazione. Invece siamo prigionieri di una sorta di eterno ritorno scandito non più dai rintocchi delle campane, ma dai palinsesti televisivi e dai ritmi della finanza globale. Viviamo più a lungo, ma iniziamo a vivere più tardi. Pensi alla rivoluzione francese. È stata fatta da persone che avevano poco più di vent’anni. Erano dei ragazzi ma cambiarono il corso della storia. Paradossalmente la vita più breve costringeva tutti a maturare più rapidamente».

Quindi la globalizzazione ha globalizzato anche il tempo?
«Proprio così, oggi il tempo è diventato l’unità di misura di tutto, anche dello spazio. Non parliamo più in termini di distanza chilometrica ma di tempo di percorrenza. Tre ore di volo. Due di alta velocità. Quattro di autostrada. E i nostri riferimenti sono globali, non più nazionali. Città e non paesi. Si parla di New York, Mumbai, San Paolo, Parigi. L’insieme forma una nuova geografia, un’inedita territorialità virtuale. In questo senso la tecnologia e l’economia sono più veloci e potenti della politica. E la mettono nell’angolo».

Dai non luoghi ai non tempi. È il capitalismo finanziario globale che riscrive le coordinate della realtà.
«Il capitalismo finanziario di fatto ha realizzato a suo modo l’ideale universalista del proletariato di una volta, il cosiddetto internazionalismo socialista».

Come dire, proprietari di tutto il mondo unitevi.
«Ovviamente la finanza ha trasformato l’universalismo in globalismo, in economia multinazionale. Ecco perché le ineguaglianze sono aumentate nonostante l’ingresso di nuovi protagonisti sulla scena della storia».

È anche per questo che la politica è ormai ridotta a governance, a semplice gestione di consumi e servizi?
«Sì e per giunta si tratta di cattiva gestione. È un’idea della politica da fine della storia. Con un certo modello di libero mercato e di democrazia che si mondializzano e diventano pensiero unico, non resta altro che assicurare il buon funzionamento del mercato. Così il mondo viene ridotto a un’unica immensa provincia. È l’ultimo atto di quel tramonto delle grandi narrazioni, filosofiche, politiche, nazionali, in cui Jean-François Lyotard identifica lo spirito della postmodernità».

Ma allora è tutto perduto o possiamo fare qualcosa per riprenderci il futuro?
«A dispetto delle apparenze non tutto è perduto. Intanto dei varchi importantissimi li stanno aprendo passo dopo passo la scienza e la tecnologia. Noi siamo abituati a pensare che per creare un mondo nuovo si debba prima immaginarlo. Invece le grandi invenzioni che stanno rivoluzionando le nostre vite, dalla pillola a internet, non sono nate da un’immaginazione politica o da chissà quale utopia. Non da una grande narrazione, insomma, ma semplicemente dalle ricadute concrete delle scoperte scientifiche. Forse stiamo imparando a cambiare il mondo prima di immaginarlo. Stiamo diventando degli esistenzialisti pragmatici. E da questo potrebbe nascere la nuova sfida per il futuro».

Quindi grazie alla scienza e alla tecnologia il futuro lo stiamo già vivendo senza saperlo?
«Sì, ma resta da fare il passo essenziale per diventare titolari del nostro avvenire».

Cioè?
«Raccogliere fino in fondo la sfida della conoscenza. È solo il sapere che può schiuderci le porte di un domani migliore. Forse il segreto della felicità degli individui e delle società sta nel cuore delle ambizioni più vertiginose della scienza. E per realizzarle le due priorità assolute sono il potenziamento immediato dell’istruzione pubblica e il raggiungimento effettivo dell’eguaglianza fra i sessi. Detto in altre parole: la scuola e la donna».

È per questo che lei fa l’elogio del peccato originale?
«Sì e non è solo un paradosso. È grazie a Eva che l’uomo ha mangiato il frutto dell’albero della conoscenza ed è diventato uomo. Così è iniziata la nostra storia e se vogliamo che ci sia un futuro dobbiamo continuare a mangiare quel frutto. Dividendo la mela in parti uguali».

Read Full Post »

Mary Kaldor, Sbilanciamoci, 30 maggio 2014

A uscire vincitore dalle elezioni europee è soprattutto un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni di Bruxelles. Per ricomporre un’Europa dei popoli bisogna partire dalla costruzione di una democrazia post-nazionale, dove i processi decisionali rimettano i cittadini al centro

Il nazionalismo è un modo per dirottare lo scontento popolare su un capro espiatorio di comodo, l’«altro» – l’immigrato o l’Europa. E per guadagnare consenso politico evitando al contempo di rivolgersi alle cause profonde del malcontento. Xenofobia ed euroscetticismo non possono in alcun modo rappresentare risposte costruttive. Al contrario, quanto più si afferma la retorica nazionalista, tanto più i nostri problemi si moltiplicano e siamo portati a prendercela con l’«altro». Abbiamo alle spalle una lunga e drammatica storia sulla corruzione delle istanze democratiche tramite il ricorso ad appelli nazionalisti, e la prima guerra mondiale è forse l’esempio più calzante in merito. Più di recente, i conflitti sia in Bosnia sia in Siria sono stati e sono tuttora occasioni di risposta, e persino di soppressione, dei movimenti democratici. In Ucraina, ciò che in origine era una protesta diffusa in tutto il paese contro la corruzione e per i diritti umani, si sta rapidamente trasformando in un conflitto aperto tra russi «orientali» e ucraini «europei».

Qual è allora la causa dello scontento? Si tratta di un’enorme frustrazione e mancanza di fiducia nei confronti della classe politica. A dispetto del nostro diritto di voto e di protesta, vi è un diffuso senso di impotenza, la sensazione che qualunque cosa facciamo o diciamo non produca alcuna differenza, che i partiti politici siano tutti uguali e il voto perlopiù irrilevante. Nella teoria della democrazia si opera spesso una distinzione tra democrazia formale o procedurale e democrazia sostanziale. La democrazia formale ha a che vedere con le regole e le procedure democratiche, tra cui il suffragio universale, la regolarità delle elezioni, la libertà di associazione e di stampa, e così via.

La democrazia sostanziale è legata all’uguaglianza politica. Riguarda la capacità di influenzare le decisioni che impattano sulla nostra vita. E riguarda anche la cultura democratica – le «abitudini del cuore», per dirla con Tocqueville. Nonostante la grande diffusione delle procedure democratiche nel corso degli ultimi decenni, oggi vi è ovunque un profondo e crescente deficit di democrazia sostanziale. «La chiamano democrazia, ma non lo è», è uno degli slogan degli indignados spagnoli.

Ci sono molte ragioni che spiegano la debolezza della democrazia sostanziale. La più immediata è la globalizzazione. La democrazia procedurale è organizzata su base nazionale. Ma le decisioni che impattano direttamente sulle nostre vite sono in realtà prese a Bruxelles, Washington, nei quartieri generali delle multinazionali o da rampanti professionisti della finanza che da Londra, Hong Kong o New York operano sul mercato dagli schermi dei loro computer. Per quanto le procedure democratiche possano essere ottimali a livello nazionale, se le decisioni che riguardano le nostre vite trascendono questo livello, allora il voto non può influire su queste decisioni.

Tuttavia non è questa la sola ragione. La globalizzazione è stata un modo per fuoriuscire da ciò che potremmo definire la sclerosi dello Stato-nazione. Le istituzioni chiave dello Stato-nazione sono cresciute e si sono affermate nel secondo dopoguerra, cristallizzandosi in pratiche e consuetudini tra cui quelle, difficilmente emendabili, di controllo e sorveglianza.

I partiti politici si sono progressivamente trasformati da luoghi di dibattito sull’interesse pubblico in macchine elettorali capaci soltanto di riprodurre e rinforzare i pregiudizi esistenti raccolti in focus group che rappresentano il cosiddetto ceto medio.

Le burocrazie pubbliche – in primo luogo l’amministrazione statale e il settore militare e dell’intelligence – hanno sviluppato una propria logica di auto-riproduzione. Là dove nascono iniziative politiche volte al cambiamento, queste finiscono spesso per essere risucchiate e annichilite all’interno di questi cunicoli istituzionali.

Paradossalmente, l’inerzia statale si è combinata con venti anni di neoliberismo che, invece, avrebbe dovuto ridurre e indebolire lo Stato.

Così, se da un lato il neoliberismo ha causato un enorme aumento delle disuguaglianze e la scomparsa del welfare, dall’altro ha lasciato le istituzioni chiave dello Stato intatte oppure le ha legate a doppio filo con il capitale. Il neoliberismo ha generato una cultura di egoismo individualista e ha fortemente rinsaldato il potere del denaro e la sua influenza sulla classe politica. Ed è proprio la presa della finanza sul finanziamento dei partiti e sui media che spiega in larga misura, come sostiene Colin Crouch, il perdurare del neoliberismo nel mondo del dopo-crisi.

Ma allora come è possibile affermare o ri-affermare la democrazia sostanziale?

La risposta non sta nel riportare le decisioni nell’alveo dello Stato-nazione poiché, anche se ciò fosse possibile nell’interdipendente contesto neoliberista, il ritorno allo Stato-nazione di fatto corrisponde a un ritorno all’inerzia, al paternalismo, a logiche securitarie e di paura dell’«altro». Così come non è una risposta il miglioramento delle procedure democratiche nell’Unione europea – anche se si tratta di un evento auspicabile -, dal momento che le procedure senza la sostanza ci lascerebbero esattamente al punto in cui siamo.

Per democrazia sostanziale intendo il modo in cui la gente comune può influenzare le decisioni che riguardano le loro vite in un’Europa concepita nel suo insieme, come un tutto. Penso a una democrazia post-nazionale in Europa piuttosto che al ripristino della democrazia a livello statale o alla democratizzazione dell’Unione, anche se entrambe le formule potrebbero essere parte della soluzione. Dal mio punto di vista, per fare tutto ciò sono necessarie trasformazioni sia dal basso sia dall’alto.

La risposta dal basso consiste nell’allargamento della sfera pubblica a tutti i livelli e nello sviluppo di forme dialogico-deliberative di politica – specialmente a scala locale e transnazionale – che si fondino sulla nuova «cultura 2.0» di scrittura ed editoria, oltre che di lettura. Consiste nel delegare le decisioni che riguardano le nostre vite a comunità di interesse controllabili, sia locali sia transnazionali, e nel costruire un’infrastruttura complessa e articolata per un impegno pubblico rinnovato ed estensivo.

Per fare questo, però, serve anche una risposta dall’alto. Abbiamo bisogno di forme di governance globale che tengano questi processi al riparo dalle tempeste della globalizzazione: limiti alla speculazione finanziaria, anche per mezzo di una Tobin Tax; una maggiore regolamentazione delle imprese transnazionali, a partire dalla chiusura dei paradisi fiscali; politiche finalizzate a mitigare il cambiamento climatico, tra cui una carbon tax.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di regolamentare, limitare e tassare le attività globali dannose, e al contempo finanziare le attività globali virtuose, tra cui la stabilizzazione dell’euro, la promozione dell’occupazione, la trasparenza delle istituzioni, l’investimento nel risparmio energetico e nelle rinnovabili, e le missioni di pace. In altre parole, l’obiettivo della governance globale dovrebbe essere quello di creare una cornice istituzionale che sia in grado di civilizzare la globalizzazione e di far sì che i processi decisionali siano devoluti al livello più basso possibile, rimettendo i cittadini al centro.

Questo è il modello di cui dovrebbe dotarsi l’Unione Europea, ma per farlo avrebbe bisogno di istituzioni più visibili e democratiche.

Non basta l’anti-europeismo a spiegare il successo dei partiti populisti alle ultime elezioni europee. A questo si aggiunge il sentimento diffuso che le elezioni europee non contino.

L’Unione Europea è considerata un’entità astratta e burocratica, in cui il Parlamento Europeo ha poco potere. A peggiorare le cose, poi, c’è il fatto che le votazioni per il Parlamento Europeo vengono fatte su base nazionale. Come fa notare Anna Topalsky, questo vuol dire che i cittadini non possono votare per un partito europeo, ma sono costretti a votare per un partito nazionale. Se si esclude la Germania, negli altri paesi il dibattito sul futuro dell’Unione è stato pressoché nullo. I cittadini non usano le elezioni europee per scegliere il Parlamento che vogliono, ma per protestare contro le politiche nazionali; votare in maniera irresponsabile è considerato accettabile perché nessuno sa realmente cosa sta votando.

Ma la verità è che questo non è accettabile, perché alimenta una retorica anti-europea che potrebbe anche portare alla dissoluzione dell’Ue, con conseguenze incalcolabili. Trasformare l’Unione Europea, dunque, richiede innanzitutto un cambio procedurale. Per esempio, si potrebbe basare la cittadinanza sulla residenza piuttosto che sulla nazionalità, emancipando così gli immigrati che vivono in Europa. Invece che avvenire su base nazionale e con partiti nazionali, le elezioni dovrebbe avvenire su base transnazionale e con partiti transeuropei. Le elezioni europee, poi, dovrebbe avere luogo in una data diversa dalle elezioni locali e nazionali, in maniera da concentrare l’attenzione sulle questioni europee. E sarebbe auspicabile permettere alla gente di eleggere un presidente europeo, al fine di identificare l’Unione con una persona piuttosto che con l’apparato burocratico. Ma queste riforme procedurali avranno senso solo se saranno accompagnate da una maggiore democratizzazione del processo decisionale a tutti i livelli.

Per concludere, due parole sul mio paese, il Regno Unito. In queste ore, molti commentatori stanno facendo appello ai leader degli altri partiti politici perché colgano la sfida lanciata dall’Ukip, che è arrivato primo alle elezioni europe, e perché prendano sul serio l’euroscetticismo e le preoccupazioni dei cittadini nei confronti dell’immigrazione.

Questo è esattamente quello che non dovrebbero fare. Sdoganare queste posizioni alimenta il populismo e ci impedisce di affrontare il nodo della questione democratica. Finora i laburisti di Ed Miliband hanno resistito a queste pressioni, mantenendo l’attenzione sui problemi reali: il mercato immobiliare, i prezzi energetici, il servizio sanitario nazionale e il costo della vita. Resistere a queste pressioni è più di una semplice strategia elettorale; è una strategia per evitare di scivolare in una spirale nazionalista da incubo.

Read Full Post »