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Posts Tagged ‘Governo’

Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 31 dicembre 2015

«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società»

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza». L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna.

(altro…)

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Ho ricevuto l’invito a sottoscrivere questa petizione da parte del Presidente dell’Associazione 2 Agosto 1980 e ho immediatamente aderito, perché credo che sia necessario fare chiarezza su alcuni punti oscuri della nostra storia recente. Una delle mille promesse di questo governo era stata quella di fare chiarezza sulle stragi, declassificando i documenti, ma non solo. Dalla breve dichiarazione che riporto, devo però constatare che ci troviamo, per l’ennesima volta, di fronte a una incompiuta.

Credevamo di assistere alla svolta di un Parlamento, di un Governo che dopo decenni si era accorto della sua storia, fatta di centinaia di morti per terrorismo e stragi e di famiglie a cui è stata stravolta la vita e sospeso il diritto alla verità e alla giustizia. Credevamo di essere testimoni del fatto che i “tempi fossero maturi” per cambiare, per invertire il senso di questo perverso e inquietante sistema che nega alle vittime pure i risarcimenti. Ma un cambiamento a metà, non è un cambiamento, bensì un modo per continuare – da parte di chi ne ha interesse – a conservare il vecchio sistema con metodi diversi. Vi chiediamo solo di mantenere le vostre promesse: risarcimento e indennizzo per le vittime, introduzione nel codice penale del reato di depistaggio, e la reale declassificazione delle carte sulle stragi da parte di ministeri e servizi segreti.

Firma su Avaaz.org

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Questo durissimo articolo di Petrella e Musacchio mette in evidenza come non sia procrastinabile decisioni sulla democrazia, la rappresentatività, le priorità dell’Unione europea. Quali sono gli interessi che le istituzioni europee devono tutelare? Quali contrappesi devono essere messi allo strapotere economico?

Inoltre: l’Europa vuole essere promotrice di un percorso autonomo o vuole continuare a essere la succursale politica ed economica degli Usa?

Si tratta di problemi molto seri, perché la storia ci insegna che, nel nostro continente, quando la contrapposizione fra le nazioni si fa troppo stringente, il rischio della guerra è concreto e reale.

Riccardo Petrella e Roberto Musacchio, Il Manifesto, 5 febbraio 2015

BCE. Ecco come funziona il meccanismo monetario che obbedisce ai mercati

L’altolà di Dra­ghi al governo Tsi­pras mostra con duris­sima evi­denza lo stato di sospen­sione demo­cra­tica di que­sta “Europa reale”, e della Bce che ne costi­tui­sce un pila­stri. L’attacco di Dra­ghi e il pre­an­nun­cio di non garan­tire più per i bond greci mostra la volontà di stran­go­lare sul nascere il nuovo corso. Non si rico­no­sce il man­dato popo­lare rice­vuto da Tsi­pras, e non si capi­sce con quale auto­re­vo­lezza venga con­si­de­rato non atten­di­bile il piano pre­sen­tato dalla nuova com­pa­gine greca, da parte di chi ha par­te­ci­pato a misure, pre­vi­ste dal Memo­ran­dum, famose per aver fal­lito cla­mo­ro­sa­mente fal­lito gli obiet­tivi dichiarati.

La realtà è che le scelte sociali, eco­no­mi­che ed isti­tu­zio­nali, il non rico­no­sci­mento della Troika di Tsi­pras vanno in col­li­sione con la natura e i poteri dell’“Europa reale”, quelli finan­ziari, libe­ri­sti e della ege­mo­nia mer­ke­liana. Di que­sti poteri la Bce è un architrave.

Da tempo soste­niamo lo scan­dalo di un Par­la­mento euro­peo senza alcun potere d’influenza sulla Bce, un organo pre­teso tec­nico (25 per­sone, non elette), a cui i Trat­tati dell’Unione hanno affi­dato la piena respon­sa­bi­lità della poli­tica mone­ta­ria dell’Europa. Il fatto è che i nostri diri­genti hanno ade­rito al prin­ci­pio che la poli­tica mone­ta­ria e finan­zia­ria non debba essere più una fun­zione sovrana dei poteri pub­blici sta­tuali (nazio­nali ed euro­pei), ma il com­pito di sog­getti pri­vati poli­ti­ca­mente indi­pen­denti dalle isti­tu­zioni pubbliche.

La Bce è il sog­getto chiave del Sistema euro­peo di ban­che cen­trali (Sebc) di cui fanno parte, oltre la Bce, le Ban­che cen­trali nazio­nali degli Stati che hanno adot­tato l’euro e for­mano l’Eurosistema. Suo com­pito prin­ci­pale è di attuare la poli­tica mone­ta­ria dell’Unione il cui l’obiettivo, fis­sato dai Trat­tati, è il man­te­ni­mento della sta­bi­lità dei prezzi, diven­tato l’imperativo mone­ta­rio dei paesi occidentali.

Il pro­blema nasce dal fatto che l’articolo 130 del Trat­tato sul Fun­zio­na­mento dell’Unione euro­pea (Tfue) sta­bi­li­sce il prin­ci­pio della totale indi­pen­denza poli­tica della Bce. Coe­ren­te­mente, il Trat­tato dispone l’obbligo per i governi degli Stati mem­bri e le isti­tu­zioni ed organi dell’Ue di aste­nersi da qual­siasi forma di inge­renza sulle atti­vità della Bce. Aver sti­pu­lato for­mal­mente l’indipendenza poli­tica alla Bce come prin­ci­pio costi­tu­zio­nale del Tfue ha creato una situa­zione giu­ri­dica, isti­tu­zio­nale e poli­tica, anomala.

L’anomalia si esprime anzi­tutto rispetto alle ban­che cen­trali: la Bce è l’unica banca cen­trale al mondo ad essere poli­ti­ca­mente indi­pen­dente da ogni altra auto­rità. Le altre ban­che, com­presa la Fede­ral Reserve Bank (Usa) sono auto­nome. L’anomalia è però soprat­tutto rile­vante nell’assetto attuale dell’integrazione euro­pea. L’adozione dell’euro anche in assenza di uno Stato sovrano euro­peo, è avve­nuta in maniera con­tra­ria alle tesi costi­tu­zio­nali poli­ti­che che da sem­pre rico­no­scono che una moneta implica un governo, un potere sovrano, uno Stato.

Le ragioni per le quali i poteri forti euro­pei hanno creato una moneta senza Stato sono mol­te­plici. A nostro avviso, la più pre­gnante è di ordine ideo­lo­gico poli­tico: è l’idea che occorra stac­care l’economia dalla poli­tica ed affi­dare i com­piti di gestione dell’economia, in par­ti­co­lare della poli­tica mone­ta­ria, ad organi tec­nici “indi­pen­denti” dai governi pub­blici, capaci di dare fidu­cia ai mer­cati finanziari.

Il com­pito della Bce non è di dare fidu­cia ai par­la­menti nazio­nali ed al par­la­mento euro­peo e di sal­va­guar­dare i diritti umani e sociali dei cit­ta­dini stessi. I suoi clienti, come si dice nel gergo domi­nante, sono i mer­cati finan­ziari, le ban­che e gli agenti finan­ziari spe­cu­la­tivi. La Bce è attual­mente il solo potere poli­tico sovra­na­zio­nale europeo.

L’indipendenza della Bce signi­fica prin­ci­pal­mente tre cose. Anzi­tutto, una misti­fi­ca­zione, deli­be­rata, per coprire legal­mente il fatto che essa non lo è ma che è sot­to­messa all’influenza degli inte­ressi dei poteri pub­blici (Stati) più forti dell’Ue sul piano mone­ta­rio e finan­zia­rio. Essa lo è nei con­fronti degli Stati più deboli come la Gre­cia, l’Irlanda, il Por­to­gallo .…ma non della Ger­ma­nia e del mondo finan­zia­rio rap­pre­sen­tato dal Lus­sem­burgo. In secondo luogo, una realtà effet­tiva nei con­fronti del Par­la­mento euro­peo e delle altre isti­tu­zioni dell’Ue. Il dia­logo eco­no­mico tra la Bce ed il Pe (per far cre­dere alla legit­ti­mità demo­cra­tica della Bce) e tra que­sta ed il Con­si­glio dei Mini­stri e la Com­mis­sione euro­pea (a dimo­stra­zione della respon­sa­bi­lità della prima nei con­fronti delle altre due) è un puro arram­pi­carsi sugli specchi.

Infine, la libertà dai poteri poli­tici pub­blici accor­data alla Bce è una tri­ste farsa politica.

Lo stru­mento chiave del potere della Bce è l’intervento sul tasso di sconto (il costo del capi­tale) sulla moneta. Da anni que­sta fun­zione non appar­tiene più alle ban­che cen­trali (lo Stato) ma alle ban­che stesse (sog­getti pri­vati nella stra­grande mag­gio­ranza). La Bce, per suo pro­prio dire, si limita ad inter­ve­nire in rea­zione al tasso di sconto fis­sato dalle banche/mercati finan­ziari, abbas­san­dolo in caso di freddezza/stagnazione dell’economia o aumen­tan­dolo in caso di riscal­da­mento o ecci­ta­zione ele­vata dei mer­cati. Indi­pen­denza for­male, quindi , rispetto ai poteri poli­tici pub­blici ma dipen­denza chiara nei con­fronti dei mer­cati finanziari.

Cam­biare que­sto stato non è facile. Biso­gna ripor­tare la poli­tica mone­ta­ria euro­pea nel campo della demo­cra­zia effet­tiva, dando un governo poli­tico all’euro. Biso­gna abo­lire la dis­so­cia­zione tra poli­tica ed eco­no­mia ed eli­mi­nare il pri­mato dell’economia sulla poli­tica, per un pro­cesso costi­tuente europeo.

Il par­la­mento euro­peo è l’istituzione più legit­tima per farlo, se lo vuole. E’ neces­sa­rio scar­di­nare il potere spe­cu­la­tivo e cri­mi­nale dei mer­cati finan­ziari, met­tendo fuori legge i para­disi fiscali, rego­la­men­tando i mer­cati dei deri­vati, le tran­sa­zioni finan­zia­rie ad alta fre­quenza e la finanza mobile, ripub­bli­ciz­zare le casse di rispar­mio ed il cre­dito alle col­let­ti­vità locali. E dichia­rare ille­gale le forme di com­pe­ti­ti­vità fiscale tra gli Stati.Terzo oltre che met­tere la finanza e la moneta in Europa al ser­vi­zio della giu­sti­zia e della soli­da­rietà umana e sociale e della giu­sti­zia ambien­tale. Tsi­pras ha aperto uno scon­tro duris­simo e cia­scuno di noi deve fare la sua parte.

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Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per i soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi.

Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere.

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La tematica di un New Deal europeo è ricorrente. Se ne è parlato molto spesso, anche nel recente passato. In fin dei conti, il piano Delors – quello delle autostrade della comunicazione – altro non era se non un grandioso piano infrastrutturale a livello continentale. Il Libro bianco dell’allora presidente della Commissione venne presentato nel 1992 e, anche allora, ci si trovava di fronte a una fase economica recessiva.

Nel frattempo, che cosa sta succedendo? Si sono mossi i cittadini che, approfittando della possibilità, riconosciuta dai trattati europei di promuovere iniziative popolari – secondo determinate regole, ma in modo molto più flessibile rispetto all’analoga normativa italiana di proposta di legge di iniziativa popolare -, hanno lanciato una Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice) denominata, per l’appunto, New Deal 4 Europe, con l’intento principale di creare i presupposti per una crescita economica e occupazionale del continente eco-sostenibile e con un occhio attento alla ricerca e all’istruzione. Tutta la documentazione, le notizie, i materiali utili, sono disponibili sul sito http://www.newdeal4europe.eu/it/, mentreè possibile firmare online a questo indirizzo: https://ec.europa.eu/citizens-initiative/REQ-ECI-2014-000001/public/ ciccando sul pulsante “Dichiarazione di sostegno”.

Io ho firmato. Tu cos’aspetti?

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Su questo argomento qualche giorno fa si è pronunciato anche Luciano Gallino sul Manifesto. Il governo italiano avrebbe la possibilità di giocare in anticipo, ma saprà coglierla?

All’Europa serve un New Deal

Di Luciano Gallino, Il Manifesto, 27 giugno 2014

Austerity. Se avesse un po’ di coraggio il governo italiano dovrebbe rilanciare un’idea che circola da tempo: un grande piano per investimenti infrastrutturali

A marzo 2014 i disoc­cu­pati erano 25,7 milioni nella Ue a 28, e poco meno di 19 milioni nell’eurozona (stime Euro­stat). Rispetto a un anno prima si regi­strava una lieve dimi­nu­zione, dal 12% al all’11,8 nell’eurozona, e dal 10,9 al 10,5 nella Ue a 28. A ini­zio 2008, i disoc­cu­pati Ue erano sotto il 7%, circa 10 milioni in meno. Ele­va­tis­simi i tassi attuali di disoc­cu­pa­zione degli under 25, anche in paesi che si riten­gono poco col­piti dalla crisi: 23,4 in Fran­cia, 23,5 in Sve­zia, 20,5 in Fin­lan­dia, con una media che sfiora il 24% nell’eurozona, pari a 3,5 milioni di gio­vani. Per non par­lare del 42,7 dell’Italia o del 53,9 della Spagna.

A sei anni dall’inizio della crisi, che cosa fanno le isti­tu­zioni Ue per com­bat­tere la disoc­cu­pa­zione? Da anni la Com­mis­sione Euro­pea discute di una «Stra­te­gia euro­pea per l’occupazione», nel qua­dro di un’altra che si chiama «Europa 2020: una stra­te­gia per la cre­scita». Di que­ste gene­ri­che stra­te­gie in tema di occu­pa­zione non si è visto quasi nulla. Ma ad aprile 2012 la Ce ha lan­ciato un «Pac­chetto per l’occupazione» più det­ta­gliato. Con­sta di una serie di docu­menti che gli stati mem­bri dovreb­bero fare pro­pri al fine di soste­nere la crea­zione di posti di lavoro, rilan­ciare la dina­mica dei mer­cati del lavoro, raf­for­zare il coor­di­na­mento tra gli stati mem­bri in tema di poli­ti­che dell’occupazione. Le ricette sono le solite che arri­vano da Bru­xel­les: dimi­nuire le tasse sul lavoro; ridurre la seg­men­ta­zione del mer­cato del lavoro tra chi ha un’occupazione pre­ca­ria e chi ha un’occupazione più sta­bile; svi­lup­pare le poli­ti­che attive del lavoro; rimuo­vere gli osta­coli legali e pra­tici al libero movi­mento dei lavo­ra­tori, oltre che – nien­te­meno – inco­rag­giare la domanda di lavoro.

Come mai, ad onta delle sud­dette stra­te­gie, la disoc­cu­pa­zione ha con­ti­nuato a imper­ver­sare nella Ue? Per­ché tali stra­te­gie, che la Ce ha pro­po­sto in pieno accordo con le altre isti­tu­zioni UE e la mag­gior parte dei governi euro­pei, non toc­cano mini­ma­mente i fon­da­menti strut­tu­rali di essa.
Insi­stono sui soliti motivi isti­tu­zio­nali: l’ordinamento giu­ri­dico del mer­cato del lavoro, le tasse ecces­sive, la rilut­tanza dei lavo­ra­tori ad accet­tare i posti di lavoro che ci sono in luogo di quelli che pre­fe­ri­reb­bero, lo scarto tra le capa­cità pro­fes­sio­nali di cui i lavo­ra­tori dispon­gono e quelle che le imprese richiedono.

Per con­tro il lavoro è scarso, e i disoc­cu­pati nume­rosi, per­ché la com­pres­sione dei salari e delle con­di­zioni di lavoro in atto da vent’anni nei paesi Ue ha ridotto la domanda dei con­su­ma­tori; a loro volta le imprese hanno ridotto di molto gli inve­sti­menti e l’accumulazione di capi­tale reale per­ché pre­fe­ri­scono distri­buire lauti pro­fitti o riac­qui­stare azioni pro­prie; il forte aumento delle disu­gua­glianze ha sem­pre più spo­stato gli inve­sti­menti del 5 per cento dei ric­chi e super-ricchi verso il set­tore finan­zia­rio; i mag­giori paesi hanno sot­tratto all’economia decine di miliardi l’anno a forza di avanzi pri­mari, nel vano ten­ta­tivo di con­te­nere il debito pub­blico gra­vato dai sal­va­taggi delle banche.

Dinanzi alle sedi­centi stra­te­gie per l’occupazione che la Ce pro­pu­gna all’unisono con la Bce, il Fmi e i governi Ue, che cosa può fare il governo ita­liano nel seme­stre in cui tocca all’Italia la pre­si­denza Ue? A parte il fatto che il governo Renzi ha mostrato con i suoi inter­venti in tema di lavoro e occu­pa­zione di seguire alla let­tera i pre­cetti della Ce, è chiaro che dinanzi a tale muro non c’è molto da fare. In ogni caso, se avesse un po’ di corag­gio, potrebbe pro­vare a rilan­ciare un’idea che da tempo cir­cola nella Ue: un New Deal per l’Europa, ovvero un grande piano euro­peo per inve­sti­menti infra­strut­tu­rali. Che dovrebbe tenersi alla larga dalle grandi opere, per con­cen­trarsi invece su infra­strut­ture urbane e inte­rur­bane, dalle strade ai tra­sporti urbani e regio­nali, dalle scuole agli ospe­dali, che quasi un decen­nio di insen­sate poli­ti­che di auste­rità ha gra­ve­mente cor­roso, e dalle quali pos­sono deri­vare milioni di posti di lavoro.

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Di Lelio Demichelis, Alfabeta2, 15 giugno 2014

Michel Foucault

Cos’è la verità? Dove si trova e soprattutto, come cercarla e poi trovarla se la verità spesso si nasconde e se poi, dopo averla magari trovata fatichiamo ad accettarla, soprattutto se mette in discussione la falsa verità in cui credevamo prima di sapere la vera verità? E ancora: a quale verità credere, a quella del potere, dei sistemi organizzativi autopoietici e autoreferenziali, a quella religiosa, alla falsa verità dell’ideologia, a quella di noi stessi su noi stessi, a quella della psicanalisi su di noi, a quella da portare in tribunale con la testimonianza?

Ma soprattutto: abbiamo ancora davvero la voglia (il bisogno personale, intellettuale, da cittadini liberi e autonomi) di sapere la verità (in particolare nell’Italia dei misteri e dei comportamenti omertosi del potere), oppure nella società dello spettacolo in cui tutto è immagine e immaginario precostruito e niente sembra più reale e quindi vero, la verità ha perso di significato e non è più un valore, tutti preferendo la finzione? E quale verità è possibile in un mondo in cui il selfie è l’unico modo per dimostrare di esistere e di essere (o di sentirsi) veri; in cui la realtà virtuale (il falso vero) ci attrae più della realtà reale (il vero vero, o almeno un vero più verosimile); in cui il mantra esistenziale di molti è quello di negare, negare sempre; in cui anche l’Europa come potere ha prodotto una falsa verità (un falso sapere) – l’austerità e il pareggio di bilancio come via virtuosa per rilanciare la crescita economica – una verità falsa fatta diventare vera sotto il dogma (e i dogmi di fede o economici devono essere creduti come veri senza se e senza ma) del neoliberismo e del mercato; quale verità in un mondo dove Assange e Snowden, portatori di verità e dissidenti del potere, sono già stati dimenticati?

Ogni libro di Michel Foucault è una autentica avventura intellettuale per il lettore. Per i contenuti, sempre in movimento, mai sistema chiuso. Per il modo di ragionare e di portare il lettore a ragionare. E lo sono soprattutto i Corsi tenuti da Foucault al Collège de France e che Feltrinelli – con un’opera meritoria – sta pubblicando nella collana Campi del sapere.Come quest’ultimo, Del governo dei viventi, trascrizione del Corso tenuto agli inizi del 1980. Partendo dal concetto di ‘governo’ sviluppato nei Corsi precedenti – ‘governo’, ovvero le tecniche e le procedure destinate a ‘dirigere le condotte’ degli uomini, sia esso il governo dei figli, della casa, delle anime e delle coscienze o di uno stato e infine (nei Corsisuccessivi a questo) soprattutto il governo di se stessi – in realtà qui Foucault abbandona, come altre volte, l’obiettivo dichiarato per portare il lettore (allora, l’ascoltatore delle sue lezioni) su strade diverse ma altrettanto affascinanti.

Analizzando appunto il rapporto degli uomini con la verità, senza dimenticare l’obiettivo di immaginare “la non-necessità del potere, qualunque esso sia”. Perché l’occidente – e questa Europa terra del tramonto – un occidente dalla potentissima volontà di potenza e ostinato nella sua concezione di verità (ieri cristiana e oggi razionale/economica e tecnica) è anche il luogo – ha dovuto essere il luogo – dove è nata quella modalità di esercizio del potere dove il ‘governo’ degli uomini impone a coloro che sono governati non solo atti di obbedienza e di sottomissione, ma appunto anche ‘atti di verità’, per cui a ciascuno si chiede non solo di dire il vero, ma di dire il vero riguardo a se stessi (la confessione, appunto; oggi forse la psicanalisi; oppure e in altro modo l’es-porsi incessante di tutti in rete). Mentre un ‘regime di verità’ è l’intreccio di ciò che obbliga gli individui ad alcuni ‘atti di verità’ dicendo come questi ‘atti’ devono essere compiuti.

Foucault richiama concetti antichi e poco usati, come quello di aleturgia, cioè l’insieme delle procedure con cui si porta alla luce ciò che deve essere inteso come vero in opposizione al falso – e Foucault ricorda che non vi è esercizio del potere senza aleturgia, ovvero il potere produce la propria verità e quella è la verità. Dunque, se il titolo del Corso richiama ancora un concetto legato alla biopolitica, nella realtà queste lezioni parlano non di un governo delle popolazioni, ma del ‘governo degli uomini attraverso la verità’. Partendo dall’imperatore romano Settimio Severo e dal suo bisogno di costruire una verità che legittimasse il suo potere, passando per l’Edipo Re di Sofocle (la ricerca della verità, per Edipo) e arrivando all’analisi delle tre grandi pratiche di potere con cui il cristianesimo ha stretto il suo legame pastorale con gli uomini come singoli e come gregge: il battesimo, la confessione e la direzione di coscienza.

In realtà, così dice Foucault, questo Corso produce un nuovo spostamento nel suo pensiero (anche se “è evidente che non ci si sbarazza facilmente di ciò che si è pensato”). Il primo era stato quello dal concetto di ‘potere’ (dove “la verità è legata strettamente a sistemi di potere che la producono e la sostengono e a effetti di potere che essa induce e che la riproducono”; e dove ‘sapere’ e ‘potere’ si rafforzano e si accrescono reciprocamente) a quello appunto di ‘governo’. Foucault dichiara di volersi ‘sbarazzare’ della sua precedente chiave interpretativa giocata su ‘sapere’ e ‘potere’. Per passare a quella – appunto – di ‘governo attraverso la verità’.

Se di ‘verità’ e di meccanismi di veridizione si era già occupato in altri Corsi o in Sorvegliare e punire, qui Foucault analizza non tanto come il potere produce verità e crea un sistema di veridizione e di costrizioni più o meno evidenti sui soggetti che devono accettare e introiettare quella verità, ma studia la verità come insieme di obblighi a cui un soggetto si sottomette nel momento in cui diventa agente, replicatore di una certa verità. Per cui la confessione è certo ‘atto di verità’ per eccellenza, ma il ‘regime di verità’ cristiano è in realtà prodotto dall’intreccio tra ‘obbligo di credere’ e obbligo di ciascuno di ‘guardare dentro se stesso’ e vedere e dire la propria verità.

Se dunque nel precedente schema fondato sul rapporto tra ‘potere’ e ‘sapere’ ogni soggetto si trovava assoggettato passivamente ad un ‘regime di verità’ prodotto esternamente da sé, in questo ‘governo attraverso la verità’, il soggetto sarebbe parte anche attiva. In realtà, questo spostamento concettuale di Foucault sembra più formale che sostanziale (ma proprio questo ci impone, grazie a Foucault, un ulteriore approfondimento del tema della verità) e il gioco tra ‘sapere’ e ‘potere’ e ‘verità’ è ancora ben presente. Perché la distinzione tra meccanismi di verità prodotti dal rapporto tra ‘sapere’ e ‘potere’ e quelli prodotti dal ‘governo attraverso la verità’ sembra sottile e quasi inesistente (i secondi discendendo comunque dai primi).

Il soggetto/individuo resta passivo (è sempre oggetto di ‘sapere’ e di una verità eteronoma, anche se la fa diventare propria e personale), pure nella confessione, anche nel ‘regime di verità’ del cristianesimo. E il potere produce ancora e sempre più intensamente la verità utile solo al proprio potenziamento e alla propria infinita riproducibilità, facendola introiettare a ciascuno – e oggi il ‘regime di verità’ del capitalismo impone un ‘obbligo di credere’ (nel mercato, nella mano invisibile) e poi chiede a ciascuno di ‘guardare dentro se stesso’, riproducendo e convalidando quella verità comunque eteronoma e prodotta dal sapere-potere capitalista, ciascuno infine dovendosi giudicare o meno come ‘peccatore’, cioè domandandosi: sono un buon capitalista? sono abbastanza imprenditore di me stesso? so vendermi bene sul mercato? ho un buon ‘capitale’ umano?

Nel 1983 e nel 1984, Foucault tornerà sul tema della verità – ma in un modo ancora diverso, nel suo lavoro di ulteriore scavo sotto l’apparenza – nei due Corsi sul Governo di sé e degli altri e su Il coraggio della verità. Riprendendo e rilanciando il concetto di parresia, di ‘dire il vero’, di ‘parlare franco’: pratica virtuosa di libertà (ma oggi dimenticata, per le ragioni dette all’inizio) posta, come deve essere fuori dalle e contro le istanze del potere. Ricordando come il ‘coraggio della verità’ sia il fondamento della democrazia (e della libertà).

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Riporto questo comunicato stampa del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Non esprimo alcun commento perché credo non sia necessario. Mi spiace solo constatare il tono quasi trionfalistico del messaggio 

La Commissione Europea ha pubblicato oggi le Raccomandazioni specifiche per i paesi membri dell’Unione. Per l’Italia emerge una chiara conferma ed un supporto al programma di riforma avviato dal Governo e un invito a proseguire speditamente. Vi è anche un forte apprezzamento per l’Agenda di Riforma 2014, contenuta nel Programma Nazionale di Riforma di aprile che, con il suo preciso e serrato cronoprogramma definisce la strategia del Governo e lo impegna al rispetto delle scadenze indicate. La Commissione condivide pienamente le priorità suggerite dal Governo, iniziando dalla piena attuazione della delega fiscale e delle deleghe del Jobs Act. A breve saranno varate le due importanti riforme sulla giustizia e sulla Pubblica Amministrazione indispensabili per creare un contesto amministrativo e un ambiente imprenditoriale più favorevole allo sviluppo del Paese e capace di essere nuovamente attrattivo per gli investitori esteri. Il Governo, sin dal suo insediamento, ha valutato come fondamentale un rafforzamento del capitale umano, attraverso un sistema educativo moderno, efficace e digitalizzato, dove il merito e il valore sia centrale nella valutazione dei formatori e delle strutture educative. La Garanzia Giovani, le misure a sostegno della formazione e del tirocinio in alternanza scuola-lavoro sono al centro della strategia dell’Italia.
Dal punto di vista fiscale la Commissione conferma che l’Italia rimane fra i Paesi virtuosi con un deficit/PIL al di sotto del 3%. Allo stesso tempo invita il Paese a monitorare il disavanzo strutturale e il rispetto della regola del debito in quanto, secondo le stime della Commissione, potrebbe essere necessario un aggiustamento aggiuntivo. Queste stime però non tengono conto di alcune voci relative alle minori spese pianificate ma non ancora specificate nel dettaglio e a maggiori introiti, come quelli attesi dalle privatizzazioni.
Il governo è fortemente impegnato a perseguire un consolidamento fiscale orientato alla crescita e a rafforzare ulteriormente la sostenibilità del debito.
E‘ fiducioso che gli interventi pianificati consentiranno di raggiungere gli obiettivi indicati nel Programma di Stabilità e conferma il proprio impegno a introdurre e implementare le riforme strutturali che il paese attende da lungo tempo.

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