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Posts Tagged ‘Gran Bretagna’

Chiara Cruciati, Il Manifesto, 11 maggio 2015

Human Rights Watch pubblica il video delle violenze turche sui rifugiati: ad aprile almeno 5 morti. Altre 48 ore di tregua ad Aleppo, mentre Usa e Russia annunciano un nuovo tavolo internazionale per il 17 maggio.

Faisal chiede aiuto per girare il corpo martoriato dai pestaggi di un rifugiato senza vita: «Questa persona è morta mentre attraversava il confine verso la Turchia. Sai com’è morta? Non per una pallottola, ma per le botte». Lui, siriano, si trova da mesi al confine per aiutare chi scappa dalla guerra. Il video pubblicato lunedì da Human Rights Watch è terrificante: si vedono le guardie di frontiera turche picchiare siriani in fuga, si vedono cadaveri, si sentono le voci di chi è sopravvissuto e ora racconta gli abusi subiti prima per strada e poi nelle caserme.

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Marco Bascetta, Il Manifesto, 19 gennaio 2016

L’indipendentismo ha assunto i tratti dell’autodeterminazione dei popoli o, all’opposto, quelli xenofobi e populisti. Ma viene altresì declinato, nella prospettiva dell’autogoverno delle risorse, come mezzo per rilanciare il welfare state e per definire in senso democratico i rapporti tra stati a livello europeo

Nel più prossimo futuro dell’Unione europea, la questione delle autonomie, o delle indipendenze, sembra destinata a occupare una posizione centrale e decisamente complicata. Nel senso che non riguarderà più solamente il rapporto tra le regioni che rivendicano l’autonomia e lo stato nazionale da cui aspirano a separarsi, ma porrà problemi politici di carattere generale tali da investire l’assetto stesso dell’Unione. La quale, nei suoi trattati e nelle sue politiche, ha completamente eluso la questione, adottando implicitamente quella posizione che nel diritto internazionale è raccomandata come principio di «non ingerenza». Insomma, soprattutto dopo l’esito delle elezioni catalane e spagnole, le indipendenze non potranno più restare affare esclusivo dei catalani, dei baschi, degli scozzesi o dei corsi, ma lo diventano di tutti gli europei e dell’idea di democrazia che vorranno affermare.

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Fulvio Scaglione, Famiglia Cristiana, 15 novembre 2015

Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l’Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell’aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali

È inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.

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Di Luciano Gallino ho letto parecchi libri e articoli, specie quelli (forse più divulgativi) scritti in questi ultimi anni, da quando la crisi economica ha fatto emergere il lato più atroce del neoliberismo, dottrina da lui combattuta fino all’ultimo. In particolare, mi pare opportuno notare come fosse uno degli ultimi a parlare di lotta di classe, argomento che sembra scomparso dall’agenda politica dei nostri tempi.

Davide Turrini, Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2015

“Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea”. L’ultimo anelito di speranza di fronte all’invasione del pensiero neoliberista in Europa, Luciano Gallino, professore emerito di sociologia all’Università di Torino dal ’65 al 2002, morto a 88 anni nella sua casa nel capoluogo piemontese dopo una lunga malattia, lo aveva affidato alle pagine del suo “Il denaro, il debito e la doppia crisi”, appena uscito in libreria per Einaudi, rivolgendosi proprio alle generazioni che verranno.

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Stefano De Agostini, Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2015

Il governo Renzi ha avvertito che, dopo la rottura tra sindacati e Confindustria sul rinnovo dei contratti, è pronto a intervenire fissando una soglia per la paga oraria. Una misura che esiste già in molti Paesi europei, dove però non è stabilita d’imperio dall’esecutivo. Ecco come funziona e cosa temono i rappresentanti dei lavoratori

I rischi non mancano: minore occupazione, aumento dei prezzi, scivolamento verso il lavoro nero. Sull’altro piatto della bilancia, un freno al Far west dei contratti decentrati e alla disuguaglianza. Stiamo parlando del salario minimo legale, un tema tornato alla ribalta negli ultimi giorni: dopo la rottura delle trattative tra sindacati e Confindustria sulla riforma della contrattazione, infatti, il governo è pronto a un intervento in questo campo. Da non confondere con il reddito minimo garantito, sostegno pubblico per i disoccupati, il salario minimo è la soglia sotto la quale un’impresa non può scendere quando paga il dipendente. Per capire a cosa stiamo andando incontro è utile uno sguardo all’Europa, dove in molti Paesi questa misura è già una realtà.

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Dario Fabbri, Limesonline, 18 settembre 2015

Nelle ore immediatamente successive alla sorprendente elezione di Jeremy Corbyn a leader del Partito laburista, le principali cancellerie del globo hanno cominciato ad interrogarsi sulle conseguenze che la sua peculiare estrazione culturale potrebbe avere sulla politica estera britannica.

Jeremy Corbyn

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Jeremy Corbyn

L’elezione di Jeremy Corbyn a leader del Partito laburista britannico rappresenta incontestabilmente una svolta notevole. Infatti, oltre a essere un deputato storico e un attivista contro la guerra, Corbyn è, dichiaratamente, un uomo di sinistra, che si rifà al marxismo ed è, fra i leader laburisti della storia, almeno recente, quello più antisistema.

Vincendo con quasi il 60  per cento dei voti, Corbyn ha ottenuto una vittoria schiacciante, superando per proporzioni quella ottenuta da Tony Blair nel 1994. Ma soprattutto rappresenta il definitivo accantonamento della politica della “Terza Via” di Blair (il “New Labour”), come dimostra il risultato ottenuto da Liz Kendall (4,5%), battuta anche da Andy Burnham e Yvette Cooper (rispettivamente 19 e 17 per cento).

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Enzo Pennetta, Critica scientifica, 6 agosto 2015

Generale di Corpo d’Armata, capo di Stato MAggiore della NATO, capo del Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani e comandante della missione in Kosovo. Fabio Mini è uno dei più grandi conoscitori delle questioni geopolitiche e militari, su CS parla delle crisi attuali ma non solo. E dice cose molto importanti

Gen. Mini, nel  suo libro “La guerra spiegata a…” afferma che non esistono guerre limitate,  o meglio  che una potenza che si impegna in una guerra limitata ne prepara in realtà una totale. Nell’attuale situazione di conflittualità diffusa, che sembra seguire una specie di linea di faglia che va dall’Ucraina allo Yemen passando per  Siria e Irak, dobbiamo quindi aspettarci lo scoppio di un conflitto totale?
La categoria delle guerre limitate, trattata  dallo stesso Clausewitz, intendeva comprendere i conflitti dagli scopi limitati e quindi dalla limitazione degli strumenti e delle risorse da impiegare. Doveva essere il minimo per conseguire con la guerra degli scopi politici. E la guerra era una prosecuzione della politica. Erano comunque evidenti i rischi che il conflitto potesse degenerare ed ampliarsi sia in relazione alle reazioni dell’avversario sia in relazione agli appetiti bellici, che vengono sempre mangiando. Con un’accorta gestione delle alleanze e delle neutralità, un conflitto poteva essere limitato nella parte operativa e comunque avere un significato politico più ampio. Oggi la guerra limitata non è più possibile neppure in linea teorica: gli interessi politici ed economici di ogni conflitto, anche il più remoto e insignificante, coinvolgono sia tutte le maggiori potenze sia le tasche e le coscienze di tutti.
La guerra è diventata un illecito del diritto internazionale e non è più la prosecuzione della politica, ma la sua negazione, il suo fallimento. Nonostante questo (o forse proprio per questo) lo scopo di una guerra non basta più a giustificarla e chi l’inizia, oltre a dimostrare insipienza politica, si assume la responsabilità di un conflitto del quale non conosce i fini e la fine. Con l’introduzione del controllo globale dei conflitti e della gestione della sicurezza (anche tramite le Nazioni Unite), tutti gli Stati e tutti i governanti sono responsabili dei conflitti. E tutti i conflitti sono globali se non proprio nell’intervento militare, comunque nelle conseguenze economiche, sociali e morali. Quindi, a cominciare dalla guerra fredda che i paesi baltici hanno iniziato contro la Russia, dalla guerra “coperta” degli americani contro la stessa Russia, dai pretesti russi contro l’Ucraina, alla Siria, allo Yemen e agli altri conflitti cosiddetti minori o “a bassa intensità” tutto indica che non dobbiamo aspettare un altro conflitto totale: ci siamo già dentro fino al collo. Quello che succede in Asia con il Pivot strategico sul Pacifico è forse il segno più evidente che la prospettiva di una esplosione simile alla seconda guerra mondiale è più probabile in quel teatro. Non tanto perché si stiano spostando portaerei e missili (cosa che avviene), ma perché la preparazione di una guerra mondiale di quel tipo, anche con l’inevitabile scontro nucleare, è ciò che si sta preparando. Non è detto che avvenga in un tempo immediato, ma più la preparazione sarà lunga più le risorse andranno alle armi e più le menti asiatiche e occidentali si orienteranno in quel senso. E’ una tragedia annunciata, ma, del resto, abbiamo chiamato tale guerra condotta per oltre cinquant’anni “guerra fredda” o “il periodo di pace più lungo della storia moderna”. Dobbiamo quindi essere felici di questa “pace annunciata”. O no?
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Il duro atto d’accusa del grande filosofo alla cancelliera e al ministro Schäuble: “In una notte sola si sono giocati tutto il capitale politico che la migliore Germania si era costruita nel corso degli ultimi cinquant’anni. La Merkel ha ridotto la Grecia a un protettorato. Non c’è più equilibrio tra politica e mercato. I tecnocrati hanno esautorato la democrazia”.

Philip Olterman, Repubblica, 18 luglio 2015

Jürgen Habermas

Jürgen Habermas, una delle personalità intellettuali più rappresentative che sia siano spese sul tema dell’integrazione europea, ha lanciato un veemente attacco alla cancelliera tedesca Angela Merkel, accusandola di essersi giocata, con la linea dura tenta nei confronti della Grecia, tutti gli sforzi compiuti dalle precedenti generazioni tedesche per ricostruire la reputazione della Germania nel dopoguerra. Parlando dell’accordo raggiunto lunedì scorso con Atene, il filosofo e sociologo afferma che la cancelliera ha in effetti compiuto un «atto di punizione» contro il governo di sinistra guidato da Alexis Tsipras.

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Valentino Parlato, Il Manifesto, 23 luglio 2015

L’Europa mone­ta­ria, unita solo dall’euro e domi­nata dalla teo­lo­gia dell’austerità, non fun­ziona pro­prio. Sono in molti ad affer­marlo e non è un caso che la Gran Bre­ta­gna abbia voluto con­ser­vare la ster­lina pur ade­rendo all’Unione euro­pea nei con­fronti della quale mani­fe­sta dis­sensi cre­scenti. E, in gene­rale, non dob­biamo dimen­ti­care che siamo in una fase di con­ti­nui cam­bia­menti, tali da indurre Guido Rossi a scri­vere (Il Sole 24 Ore, 19 luglio) un edi­to­riale dal titolo «Quei Trat­tati supe­rati che creano disordine».

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Luciana Castellina, Il Manifesto, 17 luglio 2015

La crisi greca e noi. La protesta indifferenziata di quello che ora viene chiamato “il basso” che si contrappone all'”alto”, per usare un concetto che oggi va di moda, non basta. E infatti, fin’ora, il 99%, sebbene sia una così grande maggioranza di sofferenti, non vince. Occorre di più

Tutti si ricor­dano la famosa frase pro­nun­ciata da Ram­sey McDo­nald, primo pre­si­dente del con­si­glio di un governo labu­ri­sta in Gran Bre­ta­gna nel 1931, nel pieno dell’altra grande crisi eco­no­mica mon­diale: «Cre­devo che il peg­gio fosse stare all’opposizione senza il potere di cam­biare le cose, ora mi sono accorto che è peg­gio ancora stare al governo e non aver ugual­mente potere». Pochi ricor­dano forse quello che avvenne dopo, quando McDo­nald decise di rom­pere con il pro­prio par­tito le cui riven­di­ca­zioni non era in grado di sod­di­sfare e di dar vita ad un pes­simo governo di unità nazionale.

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Yanis Varoufakis

di Yanis Varoufakis

Il dramma finanziario della Grecia ha dominato i titoli dei giornali per cinque anni per un motivo: l’ostinato rifiuto dei nostri creditori a offrire un’essenziale riduzione del debito. Perché, contro il buon senso, contro il verdetto del FMI e contro le pratiche quotidiane dei banchieri di fronte a debitori sovraccaricati, resistono a una ristrutturazione del debito? La risposta non può essere trovata in economia perché risiede nelle profondità della labirintica politica dell’Europa.

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Jacopo Rosatelli, Il Manifesto, 14 marzo 2015

Il ministro delle finanze greco da Cernobbio propone un’alternativa al Quantitative easing di Draghi. La stampa tedesca lo attacca: è isolato, prossimo alle dimissioni. Da Atene la smentita

Il con­te­sto è di quelli che con­tano: il Forum Ambro­setti di Cer­nob­bio, sul Lago di Como. E il pro­ta­go­ni­sta, l’uomo del momento: il mini­stro greco delle finanze Yanis Varou­fa­kis, nemico pub­blico numero uno per il governo tede­sco e gran parte dell’establishment politico-economico euro­peo. Anche que­sta volta il vul­ca­nico eco­no­mi­sta mar­xi­sta ha con­qui­stato la scena, lan­ciando di fronte alla sele­zio­nata pla­tea di Villa d’Este una pro­po­sta desti­nata a fare discu­tere: un «piano Mer­kel» di inve­sti­menti pub­blici per favo­rire dav­vero la cre­scita e farla finita con l’austerità.

Yanis Varoufais, ministri delle Finanze Grecia

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Maurizio Franzini, Sbilanciamoci.info, 13 febbraio 2015

In Italia la diseguaglianza tra i redditi è salita dal 31,7 al 32,1%. Peggio di noi solo Gran Bretagna e Spagna. Ma il problema è strutturale

In Italia la disuguaglianza nei redditi è alta. Lo è nel confronto con la maggioranza dei paesi occidentali, in particolare europei, e lo è in base a vari indicatori di disuguaglianza. Anche la disuguaglianza nella ricchezza accumulata – ovunque molto più accentuata di quella dei redditi – è alta sebbene in questo caso il confronto internazionale sia per noi meno sfavorevole.

Questo stato di cose, contrariamente a quanto spesso si afferma, non è l’esito della crisi in atto. La disuguaglianza alta e persistente esiste, da noi, da più di un ventennio e ha resistito agli alti (pochi) e ai bassi che la nostra economia ha conosciuto in questo periodo. Essa è, dunque, un nostro problema strutturale (tra vari altri) che si iscrive nella tendenza all’aggravamento delle disuguaglianze nel lungo periodo che non è certo esclusiva del nostro paese, come ben documenta Piketty nel suo fortunato Il capitale nel XXI secolo.

È, però, interessante chiedersi quale sia stato l’andamento della disuguaglianza (sia nei redditi, sia nella ricchezza) negli anni della crisi. Purtroppo, soprattutto per i redditi, non disponiamo di dati recenti, confrontabili a livello internazionale. Quelli raccolti dall’OCSE si fermano per quasi tutti i paesi al 2011; a essi faremo riferimento, comparandoli con quelli del 2007. Per la ricchezza, invece, possiamo disporre di dati più recenti; va, comunque, ricordato che i dati relativi alla ricchezza presentano seri problemi di rilevazione e perciò risultano meno attendibili.

In base all’indice della disuguaglianza più utilizzato, il coefficiente di Gini, in Italia la disuguaglianza nei redditi disponibili (cioè al netto delle imposte e inclusivi dei trasferimenti monetari da parte dello stato) tra il 2007 e il 2011 è cresciuta dal 31,7 al 32,1%. Si tratta, dunque, di un peggioramento lieve (0,4 punti percentuali) inferiore a quello di altri paesi e soprattutto – riferendoci ai maggiori tra gli europei – di Spagna (2,9 punti percentuali), Francia (1,6), Svezia (1,4), Danimarca (1,1) e Germania (0,6). Anche negli Stati Uniti il peggioramento è stato più marcato (1,1).

Malgrado ciò l’Italia continua ad occupare una posizione poco gloriosa nella triste graduatoria dei paesi con la più alta disuguaglianza. Infatti nel 2011 tra i maggiori paesi europei hanno fatto peggio di noi solo la Gran Bretagna (e si tratta di un fatto storico) e la Spagna (qui, invece, la responsabilità è del tremendo impatto della crisi).

Il generalizzato aggravamento della disuguaglianza nei redditi disponibili sarebbe stato maggiore se il welfare state non avesse rafforzato, in quasi tutti i paesi, la sua capacità redistributiva (almeno in base ai dati di cui disponiamo) limitando l’impatto del peggioramento nella disuguaglianza dei redditi percepiti nei vari mercati (incluso quello del lavoro) sulla disuguaglianza dei redditi disponibili. Ciò indica che il perverso motore della disuguaglianza è collocato più all’interno dei mercati che non nella macchina del welfare, malgrado i suoi molti difetti.

Ad esempio, in Italia l’indice di Gini applicato ai redditi di mercato – prima di tassazione e redistribuzione – è cresciuto di 1,1 punti, quindi quasi il triplo di quello nei redditi disponibili. Anche per effetto di questo aumento, esso ha raggiunto il 50,2%, un valore davvero ragguardevole, assai vicino a quello degli Stati Uniti (50,6%). Anche in questo caso molti paesi europei hanno fatto peggio di noi, in particolare la Spagna dove l’indice è cresciuto, in modo drammatico, di ben 6,1 punti.

Un rapido sguardo ai dati sulla ricchezza (in particolare quelli raccolti dal Credit Suisse) mostra che negli anni della crisi la quota di ricchezza concentrata nelle mani dell’1% più ricco è cresciuta ovunque, con le modeste eccezioni di Svezia e Stati Uniti dove è diminuita di pochissimo (0,2 e 0,5 punti percentuali, rispettivamente). In Italia quella quota è cresciuta di ben 4 punti percentuali (dal 17,7 al 21,7%), poco meno che in Spagna – anche in questo caso leader – e come in Danimarca, ma più che in tutti gli altri maggiori paesi. Malgrado questo peggioramento – e senza dimenticare che la ricchezza detenuta dall’1% più ricco è comunque molto alta – l’Italia risulta, in questo caso, meno disuguale di molti altri paesi. Ciò è dovuto essenzialmente alla diffusione della proprietà della casa che contrasta la concentrazione della ricchezza complessiva.

Una differenza di rilievo nella dinamica della disuguaglianza dei redditi e della ricchezza emerge considerando che la seconda, diversamente dalla prima, negli anni precedenti la crisi era in diminuzione pressoché ovunque; la crisi ha, dunque, avuto l’effetto di invertire quella tendenza e di rafforzare la posizione dei più ricchi. Anche questo dato porta alla conclusione che tra disuguaglianza e andamento dell’economia non vi sono nessi sistematici. Perciò coloro – e sono moltissimi – che nutrono la speranza se non la convinzione che con l’attesissimo ritorno della crescita economica anche le disuguaglianze si attenueranno hanno ottime probabilità di restare delusi. La lotta alla disuguaglianza richiede misure specifiche che, per quanto si è visto, non possono riguardare soltanto il welfare state, ma dovrebbero incidere anche, e soprattutto, sul funzionamento dei mercati.

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Se tutti i paesi che vantano crediti di guerra dalla Germania li reclamassero, i tedeschi avrebbero qualche bel problemino. Probabilmente anche l’Italia si trova in posizione debitoria (credo un po’ meno, perché, se non ricordo male, i debiti per l’occupazione della Libia dovremmo averli pagati integralmente. Comunque è una quetione che, se se ne ha voglia, è facilmente verificabile), ma sicuramente meno della Germania.

La richiesta di Tsipras, così come il suo gesto di andare a deporre fiori sulla lapide commemorativa delle vittime del nazismo, hanno un alto valore simbolico. A mio modestissimo parere, significano che la storia del popolo greco non è stata dimenticata, che certi capitoli del passato non sono ancora stati chiusi. La stizzita reazione tedesca, invece, mi pare assolutamente fuori luogo.

Quello che i “primi della classe” non hanno capito è che i cittadini del Sud Europa sono stanchi di dover fare dei sacrifici in nome dell'”ideologia tedesca” dell’austerità. Quello che c’è in gioco – in questa fase – va ben oltre la ragionieristica gestione dell’euro. La mediocre – non mi stancherò mai di ripeterlo – classe politica che ha la pretesa di governare l’Europa, deve capire che il sistema non si regge più su qualche formuletta aritmetica scritta da qualche economista del passato.

Perché Tsipras rilancia il contenzioso di guerra con la Germania: “Ci dovete 162 miliardi”

Salvatore Cannavò, 10 febbraio 2015

La richiesta di risarcimento per i danni di guerra, fatta da Alexis Tsipras alla Germania, può sembrare una battuta. Ma questa battuta è presente nel programma di Syriza fin dalla sua elaborazione a Salonicco nel settembre scorso. E vale circa 160 miliardi. Non è uno scherzo, insomma, se è vero che ieri il vice-cancelliere tedesco, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, ha voluto rispondere con nettezza alle pretese greche: non se ne parla nemmeno.

Un momento della cerimonia di commemorazione dei caduti al poligono di tiro di Kerasiani

La storia è vecchia quanto la Seconda guerra mondiale. La Grecia fu invasa dalla Germania nazista, che oltre alle morti e ai saccheggi, si fece “prestare” 3,5 miliardi di dollari dell’epoca che non sono mai stati rimborsati. Alla Conferenza di Parigi del 1946 fu inoltre previsto un indennizzo nei confronti di Atene di 7 miliardi di dollari. Entrambe le somme non sono mai state pagate dai governi tedeschi. Attualizzando queste cifre si arriva alla cifra di 162 miliardi di euro indicata da Syriza. Senza contare gli interessi.

Secondo uno studio del Comitato per l’annullamento del debito (Cadtm) se si calcolasse un interesse annuo del 3% si arriverebbe alla cifra enorme di mille miliardi di euro. Cifre stratosferiche che non sembrano rientrare nelle reali intenzioni del governo greco. Nei giorni scorsi, infatti, una speciale commissione presieduta dall’ex direttore generale del Tesoro, Panagiotis Karakousis, ha indicato il debito tedesco nei confronti della Grecia in 11 miliardi di euro. La cifra non contempla la voce riguardante le riparazioni per i danni subiti durante l’occupazione tedesca dal 1941 al 1944 che invece fa parte del conteggio

Per comprendere il contenzioso, però, occorre approfondire due altre vicende: la Conferenza di Londra del 1953, con la quale sono stati annullati gran parte dei debiti di guerra della Germania e il trattato di riunificazione della Germania del 1990 siglato a Mosca.

Nel primo grande appuntamento internazionale dopo la Seconda guerra mondiale, gli alleati occidentali (Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Belgio, Olanda e molti altri) decisero quello che oggi è impedito alla Grecia: una riduzione del 62,5% del debito tedesco.

Questo ammontava a 22,6 miliardi di marchi per la parte anteriore alla guerra e a 16,2 miliardi cumulato dopo la Seconda guerra mondiale. Fu ridotto a 14,5 miliardi e alla Germania furono garantiti altri benefici importanti: il rimborso in marchi, un tetto al rimborso annuo fissato al 5% dei redditi provenienti dalle esportazioni, un tasso di interesse oscillante tra lo zero e il 5%. Anche grazie a queste condizioni la Germania uscì dalla sconfitta disastrosa e divenne la potenza che è.

In quella conferenza, all’articolo 5 dell’accordo, si stabilì peraltro che “l’esame dei crediti scaturiti dalla Seconda mondiale dei Paesi in guerra con la Germania oppure occupati (…) saranno differiti fino al regolamento definitivo del problema delle Riparazioni”. Un rinvio sine die che impedì che la Grecia potesse beneficiare del rimborso dovuto.

Il sine die si è prolungato fino al 1990 quando si è verificata l’unificazione delle due Germanie e la vera fine geopolitica del periodo post-bellico. Il Trattato di Mosca del 1990, il cosiddetto trattato 4+2 (siglato dalla Repubblica federale e dalla Repubblica democratica di Germania insieme a Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Unione sovietica) non fa però alcuna menzione dei debiti di guerra e del capitolo delle Riparazioni. Ed è proprio su questo appiglio giuridico che si lega la posizione tedesca: non essendo menzionato il problema, si intende risolto. L’interpretazione è riportata nelle note all’accordo redatte dall’allora direttore degli affari politici del ministero degli Esteri francese, Bertrand Dufourcq: “Il trattato di Mosca non contiene tutte le clausole di un trattato di pace (…) in particolare non menziona il problema delle riparazioni”. Tuttavia, sottolinea ancora il diplomatico francese, il documento contiene “aspetti essenziali di un trattato di pace” ed è proprio “per il suo non-detto che mette davvero fine al periodo aperto nel 1945”.

Il contenzioso è molto raffinato e probabilmente non se ne farà nulla. Ma Atene ha deciso di tirare fuori la vicenda per avere più armi nella difficile trattativa con l’Europa. Il rapporto Karakousis, infatti, sarà girato al ministro degli Esteri il quale dovrà inviarlo all’Avvocatura di Stato. Inoltre, dovrebbe essere insediata una apposita commissione per consigliare il governo sulla strada da seguire. Per il momento, a giudicare dalle reazioni tedesche, la mossa di Tsipras ha ottenuto l’effetto di innervosire Berlino. E forse anche questo autorizza Tsipras alla dichiarazione fatta ieri dopo l’incontro con il collega austriaco: “È nell’interesse di tutti trovare una soluzione favorevole a tutti”, ha detto in previsione dell’incontro di domani a Bruxelles dei ministri dell’Eurozona: “Ecco perché sono molto ottimista. Finora non abbiamo sentito nessuna alternativa praticabile rispetto a quella che noi abbiamo proposto. Non vi è ragione per non raggiungere un accordo, a parte motivi politici”.

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Eugenio Occorsio, La Repubblica, 14 aprile 2013

«Se attacchi frontalmente la crisi, finisci col peggiorarla. Le riforme strutturali sono necessarie ma la realtà dei fatti dimostra che deve essere rivisto il loro timing, altrimenti Paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia, dalla recessione non usciranno mai».

Nouriel Roubini, appena tornato nel suo ufficio della New York University dall’ennesimo tour europeo, lancia le sue proposte di alternativa all’austerity. Proposte concrete e fattibili, ma soprattutto necessarie.

«Le scadenze di finanza pubblica vanno prorogate di almeno due-tre anni. Si è visto che il rigore non solo non basta, ma aggrava di giorno in giorno la situazione. Bisogna rovesciare l’impostazione voluta dalla Germania e puntare sulla più ampia circolazione di moneta per rilanciare la domanda aggregata, i consumi, la capacità di guadagno. Fare come gli Stati Uniti e adesso anche il Giappone. Altrimenti il pericolo ogni giorno più serio è quello di rivolte di piazza, violenza, nazionalismi. E sempre più spesso nelle elezioni vinceranno partiti di destra, antieuropei, populisti».

C’ è qualche riferimento all’ Italia?
«L’ affermazione di forze antagoniste alle scelte europee e la frammentazione del sistema politico italiano, premessa alla formazione di un governo che comunque sarà debole, sono conseguenze dirette della crisi e dell’austerity che questa crisi sta aggravando, imposta dall’Europa».

Ma come si fa a convincere Berlino, Bruxelles , Francoforte, che è urgente cambiare registro?
«Non è semplice almeno fino alle elezioni tedesche d’ autunno, che sono abbastanza incerte anche se è probabile che Angela Merkel vincerà pur di misura. Dopodiché verosimilmente i socialdemocratici entreranno nella coalizione. E allora c’ è la ragionevole speranza, che mi hanno confermato personalmente nei giorni scorsi alcuni esponenti politici tedeschi di primo piano, che la Germania ammorbidirà alcune delle sue posizioni. E non è neanche escluso che si arrivi alla proroga di cui parlavo a favore dei Paesi più in difficoltà, compresa l’ Italia, per tutto il pacchetto di risanamento fiscale, dal pareggio di bilancio sia strutturale che nominale (cioè quello che comprende nelle uscite anche gli interessi, ndr) per inseguire il quale si sta imponendo un carico di tasse insopportabile, fino al taglio dei rapporti fra Pil e deficit e debito. Tutte misure necessarie ma che bisogna poter raggiungere in un tempo più ampio di quello previsto, che è praticamente subito. Problemi come la finanza pubblica non possono essere risolti solo con una terapia d’ urto, brutale, controproducente e profondamente recessiva».

Fra le sue proposte “alternative” quali sono quelle che riguardano la banca centrale?
«La Bce dev’essere più aggressiva. Intanto abbattendo i tassi a zero, permettendo una riduzione dell’ euro del 10-20% e ridando fiato all’export. L’hanno fatto l’America, il Giappone, la Gran Bretagna, non si vede perché solo l’Europa non debba farlo.E poi vanno intraprese operazioni di monetary e di credit easing. Le prime sono estensioni delle Omt (outright monetary transaction) lanciate da Draghi. Occorre cogliere qualsiasi opportunità per ampliare la massa di denaro circolante, senza paura dell’ inflazione che è un pericolo lontanissimo né preoccupazioni di vincoli di statuto che possono essere rispettati pur ampliando la capacità operativa. Il tutto per sostenere la domanda, i consumi, i redditi, proprio quelle voci che l’ austerity sta mortificando. Il credit easing invece è rivolto alle banche nazionali, che vanno incentivate a sbloccare la stretta creditizia che mortifica specialmente le piccole aziende. Serve creatività: per esempio, ricorrere allo strumento della cartolarizzazione impacchettando blocchi di crediti verso le piccole aziende, creare così nuovi titoli e presentarli alla Bce che li sconta».

Fra la Bundesbank terrorizzata dall’ inflazione e l’ azzardo morale che la Germania sicuramente vedrebbe in quest’ ultima operazione non le sembrano poche le speranze che tali misure vedano la luce?
«Bisogna congegnarle bene. Per il credit easing va prevista una garanzia diretta del Fondo salva stati che riduca al 10-20% le possibilità di fallimento di queste obbligazioni. Così l’ operazione sarebbe accettabile per Berlino. Sono misure d’ emergenza, ma serve realismo: l’ intera costruzione europea è in pericolo, e se crolla tutto anche per Berlino è un disastro. Ma la Germania, essendo uno dei pochi Paesi in surplus , e guarda caso la maggiore economia europea, deve pure favorire i consumi interni tagliando le tasse, e avviare programmi di investimenti infrastrutturali in grado di rilanciare la domanda. Anche l’Europa ha bisogno di un piano di infrastrutture coordinato dalla Banca europea degli investimenti e finanziato con emissioni apposite di obbligazioni. Il debutto degli eurobond, da utilizzare anche per altre operazioni».

Quali, per esempio?
«Per sovvenzionare un massiccio programma rivolto ai giovani. Sono inaccettabili i livelli di disoccupazione giovanile. Serve un progetto europeo di prestiti speciali a lungo termine e bassi tassi, alle aziende che assumono e formano i giovani. Penso a un progetto da 50 miliardi per prestiti da 10mila euro o da 100 miliardi per prestiti da 20mila: sarebbe possibile assumere 5 milioni di giovani. Vede, a queste iniziative l’ Europa deve pensare, e invece ci si è ristretti all’ aspetto fiscale. Altro che fiscal compact, qui serve un growth compact, un patto per la crescita».

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Il sociologo tedesco lancia l’allarme: “In Francia il trionfo delle Le Pen può portare alla fine della Ue”. Dall’ondata dei populisti euroscettici alla leadership della Merkel. Ecco come cambiano gli equilibri nel Vecchio continente: “Sono necessarie nuove risposte, a cominciare dalla sicurezza sociale”. 

Roberto Brunelli, La Repubblica, 27 maggio 2014

Vivere o morire, questa è oggi la scelta europea. È un bivio fatale, dice Ulrich Beck il giorno dopo lo tsunami populista uscito dalle urne del Vecchio Continente: da una parte la fine del “dogma dell’austerity”, dall’altra la stessa sopravvivenza della Ue. Per il sociologo tedesco si apre una partita difficilissima, che però ha un nome solo: quello dell’Europa dei cittadini e della crescita, quello di un’Europa a cui dare finalmente un volto. Che non potrà più essere quello di Angela Merkel.

Professor Beck, siamo di fronte a risultati molto diversi tra loro. I socialisti vincono in Germania e in Italia, ma subiscono una débacle in Francia, i populisti trionfano in Francia e Gran Bretagna, ma si fermano altrove. Che bilancio si sente di fare?
“Se la prospettiva è quella del futuro del continente, allora bisogna dire che il risultato più pesante è quello della Francia, con il trionfo di Marine Le Pen. È di tali proporzioni da non poter essere considerato solo un avvertimento. Non deve essere sottovalutato, perché può venire meno l’appoggio di Parigi al processo europeo. La conseguenza può essere la fine della Ue, se non altro perché senza la Francia non è possibile uscire dalla crisi. Per quel che riguarda la Gran Bretagna c’è invece da notare che nessuno dei partiti tradizionali si espresso con nettezza a favore dell’Europa. Se ne deduce che non è consigliabile rubare le parole d’ordine agli euroscettici. L’elettore preferisce l’originale”.

Ma quello dei populisti non è un blocco omogeneo. Sono improbabili alleanze tra i vari Ukip, Front National, grillini e Jobbik. Il che rende i populisti meno forti a Strasburgo rispetto al risultato delle urne…
“Sì, non ci potrà essere un gruppo parlamentare unico, né sono probabili altre forme di coordinamento. Ed è un fatto importante, che dà modo di difendersi da quella che io chiamo la “critica paradossale” dei populisti. Però ripeto: il risultato dimostra anche che l’Europa in quanto tale non viene compresa dalla gran parte dei cittadini”.

In Germania gli euroscettici dell’Afd si sono fermati al 7%. Si può dire che in qualche modo Angela Merkel assorbe in sé il populismo tedesco?
“In effetti, alla radice i risultati tedeschi sono incoraggianti. I grandi partiti favorevoli all’Europa hanno consolidato la loro maggioranza, i numeri dell’Afd tutto sommato non sono tali da destare preoccupazione. È vero, questo ha anche a che vedere con quell’attitudine della cancelliera che io ho chiamato il “merkievellismo”, ossia la capacità di difendere da una parte gli interessi na- zionali e dall’altra di assumere in sé le paure dei cittadini, dando l’impressione di prenderle sul serio. Ma ora la vera partita che si apre è quella del futuro presidente della Commissione: che si tratti di Juncker o di Schulz, è fondamentale che sia rispettata la decisione degli elettori. Abbiamo la possibilità di dare, in qualche modo, un volto all’Europa. Sarebbe fatale se venissero messi in campo altri candidati, espressione di negoziati sotterranei. La spinta democratica che comunque viene da questo voto verrebbe distrutta, creando nuove delusioni tra gli elettori. Al centro di questa partita c’è proprio la cancelliera. Quando vedremo che l’Europa può avere un volto nuovo, vedremo che non sarà quello della Merkel.

È stato anche un voto contro l’austerity…
“Non a caso la Merkel ha già “relativizzato” la sua agenda di tagli. Lo fa con molta astuzia, legando gli apparenti successi del rigore ad un allentamento delle catene, come si è visto anche nel recente viaggio in Grecia. Poi ambedue i candidati presidenti hanno detto chiaramente che se eletti la loro priorità sarà il lavoro. Schulz ha messo in campo un’ampia gamma di iniziative, mentre quelle Juncker rimangono proposte convenzionali, ma sia l’uno che l’altro partono dal presupposto che il problema non sia più l’euro, ma la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, la politica sociale. È un tema che prima non c’era”.

Mica mi vorrà dire che è diventato ottimista?
“Ma no, le categorie di ottimismo e pessimismo si sono solo spostate e mischiate. Quello che è certo è che si è spezzato il dogma dell’austerity. Ci saranno nuovi investimenti a favore dei paesi più colpiti dalla crisi, in una specie di cocktail che mette insieme tagli e investimenti. È fondamentale sapere quale risposte dare anche a chi oggi si mette fuori dal progetto europeo”.

Molti commentano oggi che l’Europa è spaccata in due.
“Certo, e non da ieri, per esempio tra i paesi dell’Ue che stanno dentro l’eurozona e quelli che non ci stanno, perché tutte le decisioni importanti vengono prese esclusivamente dai primi. L’altra spaccatura riguarda le diseguaglianze, tra gli europei di serie A e quelli di serie B che non fanno i loro “compiti a casa”. Quello di cui c’è bisogno oggi è una prospettiva di sicurezza sociale, non solo su base nazionale ma su base comunitaria. Trasformare finalmente l’Europa delle élites nell’Europa dei cittadini: è questa l’unica via”.

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