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Posts Tagged ‘Inghilterra’

Alessandro Dal Lago, Il Manifesto, 25 novembre 2015

F. Dubois, La notte di San Bartolomeo

Sun Tzu, stratega cinese, vissuto tra il VI o V secolo avanti Cristo, sosteneva che la guerra è l’ultima risorsa di uno statista e la battaglia l’ultima risorsa di un comandante. Queste parole tornano alla mente quando si pensa al crescendo di appelli alle armi che risuonano a Parigi, a Bruxelles come a Londra. Quello che si vuole da tante parti non è neanche più uno scontro di civiltà alla Huntington.

È una guerra di religione, contro l’Isis o Daesh, ma anche contro l’Islam, contro gli immigrati, contro tutti i fantasmi o gli incubi che assillano un’Europa impaurita e paranoica.

Certo, gli accenti sono diversi. Si va dai fanatici dei diritti umani, nostalgici della guerra lampo del Kosovo, a quelli che vedono nell’Islam una volontà millenaria di rivalsa contro l’occidente cristiano, agli opinionisti “ragionevoli” che esigono dai musulmani che “escano allo scoperto” e “si pronuncino contro il terrorismo”, ai simpatizzanti di Netanyahu, che mettono nello stesso sacco Isis e resistenza palestinese, ecc.. Ma l’idea di fondo è che si faccia una bella coalizione di tutti contro l’Isis, che lo si polverizzi, magari insieme ai civili di Raqqa tra cui si nasconde, e poi… E poi?

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Come promesso l’altro ieri, ecco la trascrizione dell’introduzione del libro di David Harvey.

Introduzione
Sulla contraddizione

Ci deve essere un modo di scannerizzare o di passare ai raggi X il tempo in cui si vive, al fine di rilevare al suo interno il futuro potenziale. Altrimenti, non si farà altro che rendere sterili i desideri delle persone…
Terry Eagleton, Perché Marx aveva ragione, Armando, Roma 2013, p. 71

Nelle crisi del mercato mondiale erompono le contraddizioni e le antitesi della produzione borghese. Ora, invece di indagare in che cosa consistono gli elementi in conflitto, che nella catastrofe giungono a esplosione, gli apologeti si accontentano di negare la catastrofe stessa e, di fronte alla loro regolare periodicità, si ostinano a ripetere che se la produzione si regolasse secondo i manuali, non si arriverebbe mai alla crisi.
Karl Marx, Storia delle teorie economiche, Einaudi, Torino 1955, vol. 2, p. 552

Esistono due modi fondamentali in cui si usa il concetto di contraddizione. Il più comune e il più ovvio deriva dalla logica aristotelica: due enunciati contrastano così completamente fra loro da non poter essere entrambi veri nello stesso momento. L’enunciato “Tutti i merli sono neri” contraddice l’enunciato “Alcuni merli sono bianchi”. Se uno è vero, l’altro non lo è.

L’altro uso si incontra quando, in una particolare situazione, un ente, un processo o un evento, sono presenti simultaneamente due forze in apparenza opposte. Molti, per esempio, sperimentano una tensione fra quanto è richiesto dal lavoro in una certa occupazione e il costruirsi una vita personale soddisfacente a casa. Le donne in particolare sono continuamente bersagliate da consigli su come equilibrare meglio gli obiettivi di una carriera lavorativa con gli obblighi familiari. Siamo circondati da tensioni simili in ogni dove e per lo più le gestiamo giorno per giorno in modo da non esserne troppo stressati e angustiati. Possiamo anche sognare di eliminarle interiorizzandole. Nel caso di vita personale e lavoro, per esempio, possiamo collocare queste due attività in concorrenza nello stesso spazio e non segregarle nel tempo. Ma questo non è necessariamente d’aiuto, come deve presto ammettere chi è incollato allo schermo del computer e si danna per riuscire a rispettare una data di consegna mentre i suoi figli in cucina giocano con i fiammiferi (per questo spesso si rivela più facile separare chiaramente gli spazi e i tempi della vita personale e del lavoro).

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Riporto prologo (in questo post) e introduzione (in un post successivo che uscirà nei prossimi giorni) del libro di David Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Giangiacomo Felitrinelli Editore, Milano 2014. Una parte del libro, peraltro assai cospicua, è disponibile su Google Libri, che sarebbe poi dove l’ho trovata anch’io. La traduzione, perché credo sia opportuno ricominciare a citare anche i nomi dei traduttori delle opere, non fosse altro che per rendere un doveroso riconoscimento al loro lavoro, è di Virginio B. Sala.

Naturalmente, come succede sempre, concordo con alcuni passaggi dell’autore. Su altri, invece, dissento. Ma i diversi punti di vista vanno recepiti e considerati come utile contributo a un dibattito che, spero, si avvii il più in fretta possibile sui destini futuri della sinistra italiana. Un dibattito serio, non una parvenza di analisi come quella che quotidianamente ci viene proposta. Secondo me, occorre iniziare questo percorso da una rilettura in chiave contemporanea dei fondamentali, dei classici del pensiero e, su quelle basi, ricominciare a costruire una proposta nuova, ma appoggiata su solide fondamenta.

Prologo
La crisi del capitalismo, questa volta

Le crisi sono essenziali per la riproduzione del capitalismo. Nel corso delle crisi le sue instabilità vengono affrontate, riplasmate e reingegnerizzate per creare una nuova versione di quel che è il capitalismo. Molto si abbatte e si distrugge per fare posto al nuovo. Paesaggi un tempo produttivi sono trasformati in deserti industriali, vecchi impianti industriali vengono demoliti o convertiti a nuovi usi, quartieri operai diventano quartieri signorili. Altrove piccole fattorie e cascine contadine vengono spazzate via dall’agricoltura industrializzata su grande scala o da nuove e lucenti fabbriche. Centri direzionali, centri di Ricerca e Sviluppo, magazzini all’ingrosso e di distribuzione si moltiplicano sul territorio in mezzo a quartieri residenziali periferici, collegati tra loro da autostrade a quadrifoglio. Le città principali si fanno concorrenza per l’altezza e l’eleganza dei loro grattacieli d’uffici e i loro edifici culturali iconici, enormi centri commerciali proliferano nelle città come nelle periferie, alcuni addirittura svolgendo anche la funzione di aeroporti attraverso i quali passano senza tregua orde di turisti e di uomini d’affari, in un mondo diventato cosmopolita per default. I golf club e le comunità chiuse, nati negli Stati Uniti, ora si possono vedere anche in Cina, in Cile e in India, a far da contrasto agli insediamenti abusivi e autocostruiti ufficialmente indicati con i nomi di slumfavelasbarrios pobres.

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Jeremy Corbyn

L’elezione di Jeremy Corbyn a leader del Partito laburista britannico rappresenta incontestabilmente una svolta notevole. Infatti, oltre a essere un deputato storico e un attivista contro la guerra, Corbyn è, dichiaratamente, un uomo di sinistra, che si rifà al marxismo ed è, fra i leader laburisti della storia, almeno recente, quello più antisistema.

Vincendo con quasi il 60  per cento dei voti, Corbyn ha ottenuto una vittoria schiacciante, superando per proporzioni quella ottenuta da Tony Blair nel 1994. Ma soprattutto rappresenta il definitivo accantonamento della politica della “Terza Via” di Blair (il “New Labour”), come dimostra il risultato ottenuto da Liz Kendall (4,5%), battuta anche da Andy Burnham e Yvette Cooper (rispettivamente 19 e 17 per cento).

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Gabriele Pastrello, Il Manifesto, 1 settembre 2015

Fefs e Mef, meccanismo infernale. I mercati mettono i soldi, i Paesi solo la faccia. E i fondi salvastati fanno da agenti di riscossione

Siamo stati som­mersi, nei mesi pas­sati, dalla reto­rica dei media: trat­ta­tiva tra paesi cre­di­tori e la Gre­cia; i paesi cre­di­tori di qua, i paesi cre­di­tori di là… E i debiti si pagano…ecc. ecc.. E con­teggi di qua, e con­teggi di là…40 miliardi ver­sati dalla Stato ita­liano che non torneranno…ecc., ecc…

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Rossana Rossanda, sbilanciamoci.info, 21 giugno 2015

Rossana Rossanda

Perdere in un anno due milioni di voti, come è successo al Pd, non è un incidente da poco. Si poteva pensare che il suo segretario, nonché premier, ne prendesse atto per correggere il tiro, mentre Renzi ha cercato soltanto di scrollarselo di dosso: “Non è una sconfitta mia, ma dell’opposizione”.

Non è neppure sfiorato dal sospetto che le minoranze non sono una disgrazia ma una condizione della democrazia; forse non ha mai saputo che della loro possibilità di muoversi in parlamento il garante è lui in quanto leader della maggioranza, convinto com’è che governare sia decidere da solo e per tutti. Due giorni dopo ha messo in atto le sue vendette rinviando una riforma della scuola e le attesissime centomila assunzioni di insegnanti che essa comportava dopo anni e anni di immobilità.

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keynesblog, 10 marzo 2015

Gli accordi sul debito di Londra (1953) dimostrano che i governi europei sanno come risolvere una crisi da debito coniugando giustizia e ripresa economica. Ecco quattro lezioni esemplari, utili nell’attuale crisi del debito greco.

Il 27 febbraio 1953 fu siglato a Londra un accordo che cancellava la metà del debito della Germania (all’epoca la Germania Ovest). 15 miliardi su un totale di 30 miliardi di Deutschmarks*.

Fra i paesi che accordarono la cancellazione c’erano gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia, assieme a Grecia, Spagna e Pakistan (paesi che sono oggi fra i più importanti debitori). L’accordo copriva anche il debito di privati e società. Dopo il 1953, altri paesi firmarono l’accordo per cancellare il debito tedesco: l’Egitto, l’Argentina, il Congo Belga (oggi Repubblica Democratica del Congo), la Cambogia, il Cameroun, la Nuova Guinea, la Federazione di Rodesia e il Nyasaland (oggi Malawi, Zambia e Zimbabwe). (1)

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