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Posts Tagged ‘Irlanda’

Enrico Terrinoni, Il Manifesto, 16 ottobre 2015

La fortuna critica di Oscar Wilde a 161 anni dalla sua nascita. Esce in questi giorni per Marsilio un’ottima edizione della sua commedia «Il ventaglio di Lady Windermere»

Oscar Fin­gal O’Flaherty Wills Wilde fotografato da Napoléon Sarony nel 1882

«Il socia­li­smo, il comu­ni­smo, o comun­que vogliate chia­marli, nel con­ver­tire la pro­prietà pri­vata in pub­blica ric­chezza, e sosti­tuendo la com­pe­ti­zione con la coo­pe­ra­zione, resti­tui­ranno alla società la sua giu­sta con­di­zione di orga­ni­smo del tutto sano, e assi­cu­re­ranno il benes­sere mate­riale di cia­scun mem­bro della comu­nità». Sem­brano parole di un mili­tante d’altri tempi, e lo sono, ma non appar­ten­gono a un per­so­nag­gio che siamo soliti defi­nire «di sini­stra». Pro­se­guendo nella let­tura, ci imbat­tiamo in con­si­de­ra­zioni altre: «per­ché si arrivi a un’esistenza svi­lup­pata al suo mas­simo grado di per­fe­zione, c’è biso­gno di qualcos’altro. C’è biso­gno di indi­vi­dua­li­smo». È que­sto, sco­priamo, un indi­vi­dua­li­smo nuovo, un ritorno a un uma­ne­simo libero dalle catene del capi­tale, un indi­vi­dua­li­smo socia­li­sta, se l’espressione non suo­nasse come un ossi­moro o un paradosso.

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di Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, Oskar Lafontaine, Jean-Luc Mélenchon

Stefano Fassina

Il 13 luglio scorso, il governo democraticamente eletto di Alexis Tsipras è stato messo in ginocchio dall’Unione europea. “L”accordo” del 13 luglio è stato in realtà un coup d’état, messo in atto attraverso la chiusura delle banche greche indotta dalla Banca centrale europea, con la minaccia che non sarebbero state riaperte finché il governo non avesse accettato una nuova versione di quel fallimentare programma. Il motivo? L’Europa ufficiale non poteva tollerare che un popolo prostrato dalle sue politiche di austerità auto-distruttiva osasse eleggere un governo determinato a dire “No!”.

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Gabriele Pastrello, Il Manifesto, 1 settembre 2015

Fefs e Mef, meccanismo infernale. I mercati mettono i soldi, i Paesi solo la faccia. E i fondi salvastati fanno da agenti di riscossione

Siamo stati som­mersi, nei mesi pas­sati, dalla reto­rica dei media: trat­ta­tiva tra paesi cre­di­tori e la Gre­cia; i paesi cre­di­tori di qua, i paesi cre­di­tori di là… E i debiti si pagano…ecc. ecc.. E con­teggi di qua, e con­teggi di là…40 miliardi ver­sati dalla Stato ita­liano che non torneranno…ecc., ecc…

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Enzo Pennetta, Critica scientifica, 6 agosto 2015

Generale di Corpo d’Armata, capo di Stato MAggiore della NATO, capo del Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani e comandante della missione in Kosovo. Fabio Mini è uno dei più grandi conoscitori delle questioni geopolitiche e militari, su CS parla delle crisi attuali ma non solo. E dice cose molto importanti

Gen. Mini, nel  suo libro “La guerra spiegata a…” afferma che non esistono guerre limitate,  o meglio  che una potenza che si impegna in una guerra limitata ne prepara in realtà una totale. Nell’attuale situazione di conflittualità diffusa, che sembra seguire una specie di linea di faglia che va dall’Ucraina allo Yemen passando per  Siria e Irak, dobbiamo quindi aspettarci lo scoppio di un conflitto totale?
La categoria delle guerre limitate, trattata  dallo stesso Clausewitz, intendeva comprendere i conflitti dagli scopi limitati e quindi dalla limitazione degli strumenti e delle risorse da impiegare. Doveva essere il minimo per conseguire con la guerra degli scopi politici. E la guerra era una prosecuzione della politica. Erano comunque evidenti i rischi che il conflitto potesse degenerare ed ampliarsi sia in relazione alle reazioni dell’avversario sia in relazione agli appetiti bellici, che vengono sempre mangiando. Con un’accorta gestione delle alleanze e delle neutralità, un conflitto poteva essere limitato nella parte operativa e comunque avere un significato politico più ampio. Oggi la guerra limitata non è più possibile neppure in linea teorica: gli interessi politici ed economici di ogni conflitto, anche il più remoto e insignificante, coinvolgono sia tutte le maggiori potenze sia le tasche e le coscienze di tutti.
La guerra è diventata un illecito del diritto internazionale e non è più la prosecuzione della politica, ma la sua negazione, il suo fallimento. Nonostante questo (o forse proprio per questo) lo scopo di una guerra non basta più a giustificarla e chi l’inizia, oltre a dimostrare insipienza politica, si assume la responsabilità di un conflitto del quale non conosce i fini e la fine. Con l’introduzione del controllo globale dei conflitti e della gestione della sicurezza (anche tramite le Nazioni Unite), tutti gli Stati e tutti i governanti sono responsabili dei conflitti. E tutti i conflitti sono globali se non proprio nell’intervento militare, comunque nelle conseguenze economiche, sociali e morali. Quindi, a cominciare dalla guerra fredda che i paesi baltici hanno iniziato contro la Russia, dalla guerra “coperta” degli americani contro la stessa Russia, dai pretesti russi contro l’Ucraina, alla Siria, allo Yemen e agli altri conflitti cosiddetti minori o “a bassa intensità” tutto indica che non dobbiamo aspettare un altro conflitto totale: ci siamo già dentro fino al collo. Quello che succede in Asia con il Pivot strategico sul Pacifico è forse il segno più evidente che la prospettiva di una esplosione simile alla seconda guerra mondiale è più probabile in quel teatro. Non tanto perché si stiano spostando portaerei e missili (cosa che avviene), ma perché la preparazione di una guerra mondiale di quel tipo, anche con l’inevitabile scontro nucleare, è ciò che si sta preparando. Non è detto che avvenga in un tempo immediato, ma più la preparazione sarà lunga più le risorse andranno alle armi e più le menti asiatiche e occidentali si orienteranno in quel senso. E’ una tragedia annunciata, ma, del resto, abbiamo chiamato tale guerra condotta per oltre cinquant’anni “guerra fredda” o “il periodo di pace più lungo della storia moderna”. Dobbiamo quindi essere felici di questa “pace annunciata”. O no?
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MicroMega, 16 luglio 2015

Per l’economista la debacle greca insegna che bisogna mettere da parte la retorica europeista e globalista e predisporre una visione alternativa, un “nuovo internazionalismo del lavoro”. E sulla Grexit replica al premier ellenico che ha denunciato il mancato aiuto di Stati Uniti, Russia e Cina: “Se vero, significa che i grandi attori del mondo hanno scelto di non interferire più di tanto negli affari europei, lasceranno che l’Unione monetaria imploda per le sue contraddizioni interne”.

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena
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L’appello televisivo del premier greco Alexis TsiprasIl Manifesto, 2 luglio 2015

Il refe­ren­dum di dome­nica non riguarda la per­ma­nenza o no della Gre­cia nell’eurozona. Que­sta è scon­tata e nes­suno può con­te­starla. Dome­nica dob­biamo sce­gliere se accet­tare l’accordo spe­ci­fico oppure riven­di­care subito, una volta espresso il responso del popolo, una solu­zione sostenibile.

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keynesblog, 10 marzo 2015

Gli accordi sul debito di Londra (1953) dimostrano che i governi europei sanno come risolvere una crisi da debito coniugando giustizia e ripresa economica. Ecco quattro lezioni esemplari, utili nell’attuale crisi del debito greco.

Il 27 febbraio 1953 fu siglato a Londra un accordo che cancellava la metà del debito della Germania (all’epoca la Germania Ovest). 15 miliardi su un totale di 30 miliardi di Deutschmarks*.

Fra i paesi che accordarono la cancellazione c’erano gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia, assieme a Grecia, Spagna e Pakistan (paesi che sono oggi fra i più importanti debitori). L’accordo copriva anche il debito di privati e società. Dopo il 1953, altri paesi firmarono l’accordo per cancellare il debito tedesco: l’Egitto, l’Argentina, il Congo Belga (oggi Repubblica Democratica del Congo), la Cambogia, il Cameroun, la Nuova Guinea, la Federazione di Rodesia e il Nyasaland (oggi Malawi, Zambia e Zimbabwe). (1)

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Mauro Gallegati, sbilanciamoci.info, 9 marzo 2015

Senza un cambiamento profondo, l’Europa non si riprenderà. È interessante analizzare i costi di un’uscita dall’euro, ma una moneta nazionale opererebbe in un contesto ben diverso dai tempi della lira. E senza Europa perderemo tutti.

Non credo esista una demarcazione netta nelle scienze sociali. Così l’economia si interseca con la storia, e queste si sovrappongono alla politica ed alla sociologia. Di per sé questo approccio ripudia il modello unico, la pretesa naturalità dell’economia. Se, per usare le parole di Piketty, “ci sono questioni che sono troppo importanti per essere lasciate agli economisti”, il tema dell’uscita dall’euro non fa eccezione. Le sofferenze sociali soprattutto dei Paesi più fragili dell’Europa, stanno producendo conseguenze sociali che ci fanno chiedere: quanto resiliente sarà la democrazia in Europa? L’euro ha lasciato i cittadini – soprattutto nei Paesi in crisi – senza voce in capitolo sul destino delle loro economie. Gli elettori hanno ripetutamente mandato a casa i politici al potere, scontenti della direzione dell’economia – ma alla fine il nuovo governo continua sullo stesso percorso dettato dalla Troika.

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Mi piace, devo proprio dire che mi piace il modo di ragionare di Varoufakis. Lo trovo allo stesso tempo creativo e con i piedi ben piantati per terra, due caratteristiche che, nell’attuale scenario politico economico europeo, possono risultare vincenti. Certo che ha da affrontare ossi duri come Wolfgang Schauble, il quale sembra tetragono a qualsiasi ragionamento alternativo al “credo” main stream.

Intanto un primo colpo è stato messo a segno con quello che, a tutti gli effetti, sembra un rinvio. Quattro mesi, a partire da domani, che dovranno essere sfruttati intensamente, per dare una svolta alla Grecia e la visione di un possibile cammino al resto dell’Europa.

Yanis Varoufakis

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Martin Wolf

Martin Wolf è un giornalista economico inglese, fra i più autorevoli sulla scena internazionale. Scrive per il Financial Times e i suoi articoli sono tradotti e pubblicati in italiano dal Sole 24 Ore.

Penna brillante e autore dotato di umorismo (britannico, ovviamene) è da sempre un fustigatore delle scelte sbagliate dell’Europa e feroce oppositore dell’euro. Com’è prevedibile, abitualmente non risparmia i suoi strali ai politici specie quando si esprimono impropriamente in campo economico.

Martin Wolf, Il Sole 24 Ore, 28 gennaio 2015

A volte, la cosa giusta da fare è la cosa saggia da fare. È così oggi per la Grecia. Se fatta nel modo giusto, una riduzione del debito andrebbe a beneficio della Grecia e del resto dell’Eurozona. Creerebbe delle difficoltà, ma non tante quante ne creerebbe gettare la Grecia in pasto ai lupi. Tuttavia, raggiungere un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi malauguratamente impossibile: per questo chi pensa che la crisi dell’Eurozona sia finita si sbaglia.

Nessuno può essere sorpreso della vittoria di Syriza in Grecia. La «ripresa» del Paese ellenico è fatta di una disoccupazione al 26 per cento e di una disoccupazione giovanile oltre il 50. Inoltre, il prodotto interno lordo ha perso il 26 per cento rispetto al suo massimo antecrisi. Ma il Pil è un parametro particolarmente inappropriato per dare conto della riduzione del benessere economico, in questo caso. Il saldo delle partite correnti nel terzo trimestre del 2008 era attestato su un -15 per cento del Pil, ma dalla seconda metà del 2013 è in attivo: questo significa che la spesa dei greci per beni e servizi in realtà è calata di almeno il 40 per cento.

Di fronte a una catastrofe del genere, non c’è davvero da stupirsi che gli elettori abbiano rigettato il precedente Governo e le politiche che ha portato avanti (un po’ controvoglia) per conto dei creditori. Come ha detto Alexis Tsipras, il nuovo primo ministro, l’Europa è fondata sul principio della democrazia. Il popolo greco ha parlato. Le autorità costituite devono come minimo ascoltare. Eppure tutto quello che si sente in giro lascia intendere che le richieste per un nuovo accordo su debito e austerità saranno respinte senza neanche pensarci su. Dietro a questa reazione c’è una discreta quantità di stupidaggini moralisteggianti. Due in particolare ostacolano le speranze di una risposta ragionevole alle richieste greche.

La prima stupidaggine è che i greci hanno preso in prestito i soldi e perciò sono tenuti a ridarli indietro, a qualunque costo. Era più o meno lo stesso ragionamento alla base del carcere per debiti. La verità però è un’altra: i creditori hanno la responsabilità morale di prestare soldi con accortezza. Se non vagliano in modo accurato la solvibilità dei loro debitori, si meritano quello che gli succederà. Nel caso della Grecia, le dimensioni dei disavanzi con l’estero, in particolare, erano evidenti. Ed era evidente anche il modo in cui era gestito lo Stato greco.

La seconda stupidaggine è sostenere che dal momento in cui è esplosa la crisi il resto dell’Eurozona sarebbe stato straordinariamente generoso con la Grecia. Anche questo è falso. È vero che i prestiti erogati dall’Eurozona e dal Fondo monetario internazionale ammontano alla smisurata somma di 226,7 miliardi di euro (circa il 125 per cento del Pil), più o meno i due terzi del debito pubblico complessivo, pari al 175 per cento del Pil. Ma la quasi totalità di questi soldi non è andata a beneficio dei greci: è stata utilizzata per evitare la svalutazione contabile di prestiti inesigibili a favore del Governo e delle banche del Paese ellenico. Solo l’11 per cento dei prestiti è andato a finanziare direttamente attività del Governo. Un altro 16 per cento è andato a pagare gli interessi sul debito. La parte restante è stata usata per operazioni di capitale di vario genere: i soldi sono entrati e sono usciti fuori di nuovo. Sarebbe stato più onesto soccorrere direttamente i creditori, ma era troppo imbarazzante.

Come i greci fanno notare, l’abbuono del debito è una pratica normale. La Germania, che nel XX secolo è andata più volte in default sia per quanto riguarda il debito interno sia per quanto riguarda quello con l’estero, ne ha beneficiato più volte. Quello che non può essere pagato non sarà pagato. L’idea che i greci debbano accumulare grosse eccedenze di bilancio per una generazione per restituire il denaro che i Governi creditori hanno usato per salvare i creditori privati dalla loro sconsideratezza è un’assurdità.

Che cosa bisogna fare allora? Si può scegliere tra la cosa giusta, la cosa comoda e la cosa pericolosa.

Come sostiene Reza Moghadam, ex direttore del dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale, «l’Europa dovrebbe offrire un sostanzioso alleggerimento del debito, dimezzando il debito della Grecia e dimezzando il saldo di bilancio richiesto, in cambio di riforme». Una cosa del genere, aggiunge, sarebbe coerente con l’obbiettivo di un debito notevolmente al di sotto del 110 per cento del Pil, concordato dai ministri dell’Eurozona nel 2012. Ma queste riduzioni non dovrebbero essere effettuate in modo incondizionato. L’approccio migliore è quello delineato dall’iniziativa sui «Paesi poveri pesantemente indebitati» avviata nel 1996 dal Fmi e dalla Banca mondiale. Secondo i criteri fissati da questo programma, l’alleggerimento del debito viene accordato solo dopo che il Paese debitore ha soddisfatto criteri di riforma ben precisi. Un programma del genere sarebbe di grande beneficio per la Grecia, che ha bisogno di una modernizzazione politica ed economica.

L’approccio politicamente comodo è continuare a «estendere e pretendere». Sicuramente ci sono modi per rimandare ulteriormente il giorno della resa dei conti. Ci sono anche modi per ridurre il valore attualizzato degli interessi e dei rimborsi senza ridurre il valore nominale. Tutto questo consentirebbe all’Eurozona di evitare di confrontarsi con le tesi di chi sosterrebbe l’opportunità morale di un alleggerimento del debito per altri Paesi colpiti dalla crisi, in particolare l’Irlanda. Ma un approccio del genere non è in grado di produrre quel risultato onesto e trasparente di cui c’è drammaticamente bisogno.

L’approccio pericoloso è spingere le Grecia verso il default, perché una cosa del genere probabilmente creerebbe una situazione in cui la Banca centrale europea non si sentirebbe più nelle condizioni di operare come Banca centrale della Grecia, e questo obbligherebbe il Paese ellenico a uscire dall’euro. Il risultato per la Grecia sarebbe senza dubbio catastrofico nel breve termine; secondo me potrebbe addirittura bloccare qualsiasi progresso verso la modernità per una generazione. Ma il danno non lo subirebbe solo la Grecia: l’uscita di Atene dimostrerebbe che l’unione monetaria europea non è irreversibile, ma soltanto una parità monetaria particolarmente rigida. Sarebbe il peggio dei due mondi: la rigidità dei cambi fissi senza la credibilità di un’unione monetaria. In ogni crisi futura, ci si chiederebbe se è arrivato il «momento dell’uscita». Il risultato sarebbe un’instabilità cronica.

Creare l’Eurozona è la seconda peggiore idea che i suoi membri abbiano mai avuto, ma la peggiore in assoluto sarebbe smantellare l’Eurozona. Eppure è questo lo scenario che potrebbe realizzarsi se spingessimo la Grecia verso l’abbandono della moneta unica. La via giusta è riconoscere la validità di un alleggerimento del debito condizionato alla realizzazione di riforme verificabili. Un politico rigetterebbe questa idea, uno statista la farebbe propria. Sapremo presto se abbiamo a che fare con politici o con statisti.

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Questo durissimo articolo di Petrella e Musacchio mette in evidenza come non sia procrastinabile decisioni sulla democrazia, la rappresentatività, le priorità dell’Unione europea. Quali sono gli interessi che le istituzioni europee devono tutelare? Quali contrappesi devono essere messi allo strapotere economico?

Inoltre: l’Europa vuole essere promotrice di un percorso autonomo o vuole continuare a essere la succursale politica ed economica degli Usa?

Si tratta di problemi molto seri, perché la storia ci insegna che, nel nostro continente, quando la contrapposizione fra le nazioni si fa troppo stringente, il rischio della guerra è concreto e reale.

Riccardo Petrella e Roberto Musacchio, Il Manifesto, 5 febbraio 2015

BCE. Ecco come funziona il meccanismo monetario che obbedisce ai mercati

L’altolà di Dra­ghi al governo Tsi­pras mostra con duris­sima evi­denza lo stato di sospen­sione demo­cra­tica di que­sta “Europa reale”, e della Bce che ne costi­tui­sce un pila­stri. L’attacco di Dra­ghi e il pre­an­nun­cio di non garan­tire più per i bond greci mostra la volontà di stran­go­lare sul nascere il nuovo corso. Non si rico­no­sce il man­dato popo­lare rice­vuto da Tsi­pras, e non si capi­sce con quale auto­re­vo­lezza venga con­si­de­rato non atten­di­bile il piano pre­sen­tato dalla nuova com­pa­gine greca, da parte di chi ha par­te­ci­pato a misure, pre­vi­ste dal Memo­ran­dum, famose per aver fal­lito cla­mo­ro­sa­mente fal­lito gli obiet­tivi dichiarati.

La realtà è che le scelte sociali, eco­no­mi­che ed isti­tu­zio­nali, il non rico­no­sci­mento della Troika di Tsi­pras vanno in col­li­sione con la natura e i poteri dell’“Europa reale”, quelli finan­ziari, libe­ri­sti e della ege­mo­nia mer­ke­liana. Di que­sti poteri la Bce è un architrave.

Da tempo soste­niamo lo scan­dalo di un Par­la­mento euro­peo senza alcun potere d’influenza sulla Bce, un organo pre­teso tec­nico (25 per­sone, non elette), a cui i Trat­tati dell’Unione hanno affi­dato la piena respon­sa­bi­lità della poli­tica mone­ta­ria dell’Europa. Il fatto è che i nostri diri­genti hanno ade­rito al prin­ci­pio che la poli­tica mone­ta­ria e finan­zia­ria non debba essere più una fun­zione sovrana dei poteri pub­blici sta­tuali (nazio­nali ed euro­pei), ma il com­pito di sog­getti pri­vati poli­ti­ca­mente indi­pen­denti dalle isti­tu­zioni pubbliche.

La Bce è il sog­getto chiave del Sistema euro­peo di ban­che cen­trali (Sebc) di cui fanno parte, oltre la Bce, le Ban­che cen­trali nazio­nali degli Stati che hanno adot­tato l’euro e for­mano l’Eurosistema. Suo com­pito prin­ci­pale è di attuare la poli­tica mone­ta­ria dell’Unione il cui l’obiettivo, fis­sato dai Trat­tati, è il man­te­ni­mento della sta­bi­lità dei prezzi, diven­tato l’imperativo mone­ta­rio dei paesi occidentali.

Il pro­blema nasce dal fatto che l’articolo 130 del Trat­tato sul Fun­zio­na­mento dell’Unione euro­pea (Tfue) sta­bi­li­sce il prin­ci­pio della totale indi­pen­denza poli­tica della Bce. Coe­ren­te­mente, il Trat­tato dispone l’obbligo per i governi degli Stati mem­bri e le isti­tu­zioni ed organi dell’Ue di aste­nersi da qual­siasi forma di inge­renza sulle atti­vità della Bce. Aver sti­pu­lato for­mal­mente l’indipendenza poli­tica alla Bce come prin­ci­pio costi­tu­zio­nale del Tfue ha creato una situa­zione giu­ri­dica, isti­tu­zio­nale e poli­tica, anomala.

L’anomalia si esprime anzi­tutto rispetto alle ban­che cen­trali: la Bce è l’unica banca cen­trale al mondo ad essere poli­ti­ca­mente indi­pen­dente da ogni altra auto­rità. Le altre ban­che, com­presa la Fede­ral Reserve Bank (Usa) sono auto­nome. L’anomalia è però soprat­tutto rile­vante nell’assetto attuale dell’integrazione euro­pea. L’adozione dell’euro anche in assenza di uno Stato sovrano euro­peo, è avve­nuta in maniera con­tra­ria alle tesi costi­tu­zio­nali poli­ti­che che da sem­pre rico­no­scono che una moneta implica un governo, un potere sovrano, uno Stato.

Le ragioni per le quali i poteri forti euro­pei hanno creato una moneta senza Stato sono mol­te­plici. A nostro avviso, la più pre­gnante è di ordine ideo­lo­gico poli­tico: è l’idea che occorra stac­care l’economia dalla poli­tica ed affi­dare i com­piti di gestione dell’economia, in par­ti­co­lare della poli­tica mone­ta­ria, ad organi tec­nici “indi­pen­denti” dai governi pub­blici, capaci di dare fidu­cia ai mer­cati finanziari.

Il com­pito della Bce non è di dare fidu­cia ai par­la­menti nazio­nali ed al par­la­mento euro­peo e di sal­va­guar­dare i diritti umani e sociali dei cit­ta­dini stessi. I suoi clienti, come si dice nel gergo domi­nante, sono i mer­cati finan­ziari, le ban­che e gli agenti finan­ziari spe­cu­la­tivi. La Bce è attual­mente il solo potere poli­tico sovra­na­zio­nale europeo.

L’indipendenza della Bce signi­fica prin­ci­pal­mente tre cose. Anzi­tutto, una misti­fi­ca­zione, deli­be­rata, per coprire legal­mente il fatto che essa non lo è ma che è sot­to­messa all’influenza degli inte­ressi dei poteri pub­blici (Stati) più forti dell’Ue sul piano mone­ta­rio e finan­zia­rio. Essa lo è nei con­fronti degli Stati più deboli come la Gre­cia, l’Irlanda, il Por­to­gallo .…ma non della Ger­ma­nia e del mondo finan­zia­rio rap­pre­sen­tato dal Lus­sem­burgo. In secondo luogo, una realtà effet­tiva nei con­fronti del Par­la­mento euro­peo e delle altre isti­tu­zioni dell’Ue. Il dia­logo eco­no­mico tra la Bce ed il Pe (per far cre­dere alla legit­ti­mità demo­cra­tica della Bce) e tra que­sta ed il Con­si­glio dei Mini­stri e la Com­mis­sione euro­pea (a dimo­stra­zione della respon­sa­bi­lità della prima nei con­fronti delle altre due) è un puro arram­pi­carsi sugli specchi.

Infine, la libertà dai poteri poli­tici pub­blici accor­data alla Bce è una tri­ste farsa politica.

Lo stru­mento chiave del potere della Bce è l’intervento sul tasso di sconto (il costo del capi­tale) sulla moneta. Da anni que­sta fun­zione non appar­tiene più alle ban­che cen­trali (lo Stato) ma alle ban­che stesse (sog­getti pri­vati nella stra­grande mag­gio­ranza). La Bce, per suo pro­prio dire, si limita ad inter­ve­nire in rea­zione al tasso di sconto fis­sato dalle banche/mercati finan­ziari, abbas­san­dolo in caso di freddezza/stagnazione dell’economia o aumen­tan­dolo in caso di riscal­da­mento o ecci­ta­zione ele­vata dei mer­cati. Indi­pen­denza for­male, quindi , rispetto ai poteri poli­tici pub­blici ma dipen­denza chiara nei con­fronti dei mer­cati finanziari.

Cam­biare que­sto stato non è facile. Biso­gna ripor­tare la poli­tica mone­ta­ria euro­pea nel campo della demo­cra­zia effet­tiva, dando un governo poli­tico all’euro. Biso­gna abo­lire la dis­so­cia­zione tra poli­tica ed eco­no­mia ed eli­mi­nare il pri­mato dell’economia sulla poli­tica, per un pro­cesso costi­tuente europeo.

Il par­la­mento euro­peo è l’istituzione più legit­tima per farlo, se lo vuole. E’ neces­sa­rio scar­di­nare il potere spe­cu­la­tivo e cri­mi­nale dei mer­cati finan­ziari, met­tendo fuori legge i para­disi fiscali, rego­la­men­tando i mer­cati dei deri­vati, le tran­sa­zioni finan­zia­rie ad alta fre­quenza e la finanza mobile, ripub­bli­ciz­zare le casse di rispar­mio ed il cre­dito alle col­let­ti­vità locali. E dichia­rare ille­gale le forme di com­pe­ti­ti­vità fiscale tra gli Stati.Terzo oltre che met­tere la finanza e la moneta in Europa al ser­vi­zio della giu­sti­zia e della soli­da­rietà umana e sociale e della giu­sti­zia ambien­tale. Tsi­pras ha aperto uno scon­tro duris­simo e cia­scuno di noi deve fare la sua parte.

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Riporto l’editoriale di Repubblica di oggi, domenica 22 dicembre 2013. Per una volta sono d’accordo con Eugenio Scalfari, cosa che non mi succedeva da un bel po’ di tempo.

Eugenio Scalfari

Oppressa dai sacrifici e dalla disperazione, la gente ha perso ogni fiducia nel futuro ed è dominata dalla rabbia o schiacciata dall’indifferenza. Nel 2012 questi sentimenti erano appena avvertiti ma quest’anno e specie dall’inizio dell’autunno sono esplosi con un’intensità che aumenta ogni giorno. Siamo ancora lontani dal culmine ma indifferenza, disperazione e rabbia non sono più sentimenti individuali; sono diventati fenomeni sociali, atteggiamenti collettivi che sboccano nel bisogno di un Capo. Un Capo carismatico, un uomo della Provvidenza capace di capire, di imporsi, di guidare verso la salvezza di ciascuno e di tutti. Ha bisogno di fiducia? Sono pronti a dargliela. Chiede obbedienza? L’avrà, piena e assoluta.

L’uomo della Provvidenza non ha bisogno di conquistare il potere poiché nel momento stesso in cui viene individuato, il potere è già nelle sue mani.

Carisma e potere, fiducia e potere, obbedienza e potere: questo è lo sbocco naturale che non solo domina la gente orientando le sue emozioni, ma sta diventando anche l’obiettivo che molti intellettuali vagheggiano come la sola soluzione razionale da perseguire.

Non importa che la loro cultura sia stata finora di destra o di sinistra. L’uomo della Provvidenza supera questa classificazione, la gente che lo segue l’ha già abbandonata da un pezzo e gli intellettuali “à la page” se ne fanno un vanto.

Destra o sinistra sono diventati valori arcaici da mettere in soffitta o nelle cantine, materiale semmai di studio, ammesso che ne valga la pena. L’epoca moderna che ne fece i suoi valori dominanti è finita, il linguaggio è cambiato, il pensiero è cambiato o è del tutto assente.

Questa è al tempo stesso la diagnosi di quanto sta accadendo e la terapia risolutiva. L’ha scritto, ma non è né il solo né il primo, Ernesto Galli Della Loggia sul “Corriere della Sera” dello scorso martedì 17 con il titolo “Puntare tutto su una persona“. Ne cito il passo dominante:

Non inganni il mare di discorsi sulla presunta ondata di antipolitica. È vero l’opposto: diviene ancora più forte la richiesta d’una politica nuova, sotto forma di una leadership che sappia indicare soluzioni concrete… La leadership in questione però – ecco il punto – dev’essere garantita solo da una persona, da un individuo, non da una maggioranza parlamentare o da un’anonima organizzazione di partito. Nei momenti critici delle decisioni alternative è unicamente una persona, sono le sue parole, i suoi gesti, il suo volto che hanno il potere di dare sicurezza, slancio, speranza. Nei momenti in cui tutto dipende da una scelta, allora solo la persona conta. Dietro l’ascesa di Matteo Renzi c’è un tale sentimento. Così forte tuttavia che alla più piccola smentita da parte dei fatti essa rischia di tramutarsi in un attimo nella più grande delusione e nel più totale rigetto“.

Io non so se Renzi sia e voglia essere il personaggio qui così analizzato ma so con assoluta esattezza e per personale esperienza che Della Loggia ha descritto con estrema precisione Benito Mussolini e il fascismo. Non un leader, ma un dittatore del quale Bettino Craxi fu soltanto una lontana e breve copia fantasmatica e Berlusconi una farsa comica durata tuttavia vent’anni come il suo lontano predecessore.

Io ho conosciuto bene che cosa fu la dittatura mussoliniana. Nacqui che Mussolini era al potere già da due anni, studiai nelle scuole fasciste e fui educato nelle organizzazioni giovanili del Regime, dai Balilla fino ai Fascisti universitari. Il liberalismo e il socialismo risorgimentali ci furono raccontati come una pianta ormai morta per sempre; i comunisti come terroristi che volevano distruggere a suon di bombe lo Stato nazionale. Nel gennaio 1943 fui espulso dal Partito dal segretario nazionale Scorsa per un articolo che avevo scritto su “Roma Fascista”, il settimanale universitario. Cominciò così il mio lungo viaggio nella ricerca d’una democrazia che fosse diversa da quella pre-fascista ed ebbi come compagni e guide in quel viaggio i libri di Francesco De Sanctis, Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Omodeo, Chabod, Eugenio Montale. So di che cosa si tratta; so che in Italia molti italiani sono succubi al fascino della demagogia d’ogni risma e pronti a evocare e obbedire all’uomo della Provvidenza. Caro Ernesto, ti conosco bene e apprezzo la tua curiosità politica. Ma questa volta l’errore che hai compiuto evocando l’uomo della Provvidenza è madornale.

Il leader non è l’uomo solo che decide da solo col rischio che i fatti gli diano torto.

Quando questo avvenisse – ed è sempre avvenuto – le rovine avevano già distrutto non solo il dittatore ma il Paese da lui soggiogato.

Il leader non è un dittatore. È un uomo intelligente e carismatico, certamente ambizioso, attorniato da uno stuolo di collaboratori che non sono cortigiani né “clientes” o lobbisti; ma il quadro dirigente con una sua visione del bene comune che si misura ogni giorno con il leader.

Il Pci lo chiamò centralismo democratico e tutti i segretari di quel partito, dal primo all’ultimo, si confrontarono e agirono in quel quadro.

Togliatti era il capo riconosciuto, Enrico Berlinguer altrettanto, ma il confronto con pareri difformi era costante e quasi quotidiano, con Amendola, Ingrao, Secchia, Macaluso, Pajetta, Napolitano, Reichlin, Terracini, Alicata, Tortorella.

La formula nella Dc era diversa ma il quadro analogo, da De Gasperi a Scelba a Fanfani a Moro a Bisaglia a De Mita. E poi c’erano anche i socialisti di Pietro Nenni e c’era Ugo La Malfa che impersonava gli ideali di Giustizia e Libertà, del Partito d’Azione, di Piero Gobetti e dei fratelli Rosselli.

I leader riassumevano il quadro ed erano loro ad esporlo e ad esporsi, ma prima il confronto era avvenuto e la soluzione non era affatto d’un uomo solo ma di un gruppo dirigente che comprendeva anche personalità rappresentative della società, economisti, operatori della “business community”, sindacalisti (ricordate Di Vittorio, Trentin, Lama, Carniti e prima ancora Bruno Buozzi che fu ucciso alle Fosse Ardeatine?).

Questo fu il Paese capace di affrontare gli anni difficili. Caro Ernesto, il tuo ritratto del Paese di oggi è purtroppo esatto, ma la soluzione non è quella che tu indichi e fai propria, anzi è l’opposto e non credo sia necessario che io la ripeta qui, l’ho fatto già troppe volte. Dico soltanto che la rabbia sociale c’è, è motivata, va lenita con tutti i mezzi disponibili, ma va anche affrontata sul campo che le è proprio e questo campo è soprattutto l’Europa. Molti che si fingono esperti e non lo sono affatto sostengono che l’Europa non conta niente e che – soprattutto – l’Italia non conta niente.

Sbagliano.

L’Europa è ancora il continente più ricco del mondo e se quel continente fosse uno Stato federale, il suo peso di ricchezza, di tecnologia, di popolazione, di cultura, avrebbe il peso mondiale che gli compete.

Quanto all’Italia, a parte il fatto che è uno dei sei Paesi fondatori dai quali la Comunità europea cominciò il suo cammino, essa trascina sulle sue (nostre) spalle il debito pubblico più grande del mondo. Questo è il nostro più terribile “handicap” che ci distingue da tutti gli altri ma è, al tempo stesso, un elemento di forza enorme perché se l’Europa non ci consente di adottare una politica di crescita, di lavoro, di equità, l’Italia rischia il fallimento economico e il dilagare della rabbia sociale. Ma se questo dovesse avvenire, salterebbe l’intera economia europea insieme con noi.

L’Italia non è la Grecia né il Portogallo né l’Irlanda né l’Olanda e neppure la Spagna. Italia ed Europa si salvano insieme o insieme cadranno.

Questo Letta deve dire e batta anche il pugno sul tavolo perché questo è il momento di farlo. Lo batta sul tavolo europeo ed anche su quello italiano. E non tralasci nulla, né a Roma né a Bruxelles, che ci dia fin d’ora respiro e speranza. Faccia pagare i ricchi e gli agiati (tra i quali mi metto) e dia sollievo ai poveri, ai deboli, agli esclusi. Non si tratta di aumentare il carico fiscale; si tratta di distribuirlo. Questo è il compito dello Stato.

Ma finora – bisogna dirlo – chi chiede a Letta di alleviare il malcontento, si guarda bene di indicargli le coperture, le risorse immediatamente disponibili.

Ho grande stima di Enrico Letta e gli sono amico, ma è adesso che deve parlare e non dica che non può fare miracoli che solo i malpensanti gli chiedono. I benpensanti – che vuol dire la gente consapevole – gli chiedono di fare subito quel che può essere fatto subito. Tra l’altro, proprio in questi giorni, è stato raggiunto un accordo di grandissima importanza sull’unione bancaria: in buona parte è merito di Letta e soprattutto di Mario Draghi.
Tassare ricchi e agiati si può.

Dare una stretta all’evasione e al sommerso si può.

Votare a maggio non si può. Parlare di legge elettorale con Verdini e Brunetta non si può. Debbo spiegare perché? Ma lo sapete tutti il perché.

Quando Alessandro per vincere contro eserciti cinque volte più potenti del suo, schierava i suoi uomini a falange, c’erano soltanto i macedoni a maneggiare lancia e scudo. Brunetta e Verdini e Grillo non sono arruolabili nella falange. Strano che Renzi non lo sappia o se lo dimentichi. Può essere un buon leader e forse vincente al giusto momento, ma di errori ne fa un po’ troppi e sarebbe bene che smettesse di farli. È giovane, si prepari per il futuro e intanto crei uno staff preparato, non di ragazzi che debbono ancora imparare a camminare.

Una parola tanto per concludere al capo di Confindustria, che dice di capire i forconi.

È un fatto positivo che Squinzi capisca i forconi e sono positive le richieste che fa per l’economia italiana.

Ma le imprese che rappresenta che cosa hanno fatto finora e da trent’anni a questa parte? Il “made in Italy” ha fatto, ma è una piccola parte dell’imprenditoria italiana che comunque merita d’esser segnalata e appoggiata.

Ma il resto?

Non ha fatto nulla. Ha tolto denari alle aziende abbandonando il valore reale per dedicarsi all’economia finanziaria. Ha ristretto le basi occupazionali; ha distratto i dividendi; spesso ha evaso; spesso ha delocalizzato. Non ha inventato nuovi prodotti e ha usato i nuovi processi produttivi per diminuire gli occupati.

A me piacerebbe sapere da Squinzi che cosa ha fatto dagli anni Ottanta il nostro sistema. Poi ha tutte le ragioni per chiedere, ma prima ci documenti su che cosa i suoi associati hanno dato. Così almeno il conto tornerà in pari.

Quanto al sindacato, vale quasi lo stesso discorso. Il sindacato rappresentava una classe che da tempo non c’è più. Adesso rappresenta i pensionati. Va benissimo, i pensionati hanno diritto ad essere rappresentati e tutelati, ma poi ci sono i lavoratori, gli anziani e i giovani, gli stabili e i precari.

A me non sembra che il sindacato se ne dia carico come si deve. Ripete le stesse cose; dovrebbe cercare il nuovo.

Si sforzi, amica Camusso. Questa è l’ora e il treno, questo treno, passa solo una volta.

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