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Posts Tagged ‘Jean-Claude Juncker’

Ancora sulla crisi dell’Unione Europea, sulla scaramuccia fra il nostro presidente del Consiglio dei ministri e quello della Commissione europea.

Lo si voglia o no, al momento quello dell’Europa è il nodo centrale della politica, a tutti i livelli. I condizionamenti delle scelte di Bruxelles si fanno sentire anche a livello locale e la vera sfida è quella di capire se i Trattati che istituiscono l’Unione Europea siano riformabili e in quale misura o se la costruzione debba considerarsi irreversibile e destinata al fallimento.

Le riflessioni dell’articolo sotto riportato sono interessanti, seppure espresse in forma assolutamente schematica, almeno per chi parte dal presupposto che l’unificazione dell’Europa sia un fatto politico imprescindibile.

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Matteo Renzi e Jean-Claude Juncker

Mai avrei pensato di arrivare al punto di dover difendere il presidente della Commissione europea Juncker, democristiano dichiarato lussemburghese, dall’attacco di Matteo Renzi, democristiano non dichiarato italiano. Siamo alla frutta. L’Europa, che avrebbe altre cose a cui pensare, lievemente più importanti, sembra essere impegnata in beghe da condominio, con l’inquilino dei piani bassi che protesta nei confronti dell’amministratore. Il tutto, naturalmente, mentre stiamo assistendo allo sfascio evidente dell’economia con la totale incapacità di trovare ricette alternative e alla palese violazione dei più elementari diritti civili nei confronti dei profughi di guerre cui l’Europa ha partecipato attivamente.

Se non si porrà fine a questa situazione, il nostro continente si trasformerà in un posto da incubo. Pessimismo, il mio? Purtroppo no. Sano realismo.

E trovo inoltre inquietante l’espressione arrogante del nostro presidente del Consiglio dei ministri nella foto qui a sinistra (scusate, ma mi rifiuto di chiamarlo premier perché, fino a prova contraria, la Costituzione repubblicana è ancora in vigore).

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di Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, Oskar Lafontaine, Jean-Luc Mélenchon

Stefano Fassina

Il 13 luglio scorso, il governo democraticamente eletto di Alexis Tsipras è stato messo in ginocchio dall’Unione europea. “L”accordo” del 13 luglio è stato in realtà un coup d’état, messo in atto attraverso la chiusura delle banche greche indotta dalla Banca centrale europea, con la minaccia che non sarebbero state riaperte finché il governo non avesse accettato una nuova versione di quel fallimentare programma. Il motivo? L’Europa ufficiale non poteva tollerare che un popolo prostrato dalle sue politiche di austerità auto-distruttiva osasse eleggere un governo determinato a dire “No!”.

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Alfonso Gianni, Il Manifesto, 18 luglio 2015

La vicenda greca sta determinando un riposizionamento delle forze politiche in Europa e una ridisegno del loro punto di vista strategico – per chi ce l’ha naturalmente – che è degno di una qualche riflessione. Anche se purtroppo tutt’altro che ottimistica.

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Alessandro Gilioli, L’Espresso – Blog autore, 10 luglio 2015

Ci sono almeno cinque o sei corni diversi nella vicenda greca, oggi.

Alcuni di questi sono frattaglie, per non dire meschinità. Altri sono invece molto rilevanti per il nostro futuro. Iniziamo tuttavia dalle minuzie.

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Marco Pasciuti, Il Fatto Quotidiano, 3 luglio 2015

L’economista della Chicago Booth School of Business punta il dito contro la Banca Centrale Europea: “I principali istituti greci hanno passato un test di solvibilità condotto dall’Ue. Perché allora la Bce non fornisce loro liquidità illimitata? Perché la fornitura di liquidità di emergenza è stata centellinata di giorno in giorno e poi bloccata? In sostanza, Francoforte tiene la Grecia appesa a un filo”. Così Atene, che “non vuole uscire dall’euro, viene quasi forzata a farlo”

Luigi Zingales

Luigi Zingales, economista presso la Chicago Booth School of Business. L’Ue ha fatto tutto quanto era in suo potere per salvare la Grecia?
“No, nel gestire la crisi si è anche tenuto conto del precedente che si andava creando”.

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Intervista a Barbara Spinelli di Giampiero Calapà, Il Fatto Quotidiano, 1° luglio 2015

«Inammissibile e quanto meno irrituale l’ennesimo tentativo tedesco di interferire nella politica greca». Una volta c’erano i colonnelli, oggi l’austerità della Germania, la Grecia è sempre la vittima e Barbara Spinelli, eurodeputata della Sinistra europea, figlia di Altiero, padre dell’Europa, accusa: «È in atto un tentativo di colpo di Stato post-moderno». Le ultime ore sono concitate. Juncker riapre, Tsipras avanza nuove richieste. Si riavviano le trattative, ma interviene la Merkel: «No al terzo salvataggio prima del referendum».

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Dimitri Deliolanes, Il Manifesto, 21 giugno 2015

Divergenza sui 450 milioni dell’avanzo primario 2016. Difficile far saltare tutto per quella cifra

Indif­fe­rente alla nuova offen­siva con­tro il suo governo, venerdì sera Ale­xis Tsi­pras ha lan­ciato il suo mes­sag­gio durante la con­fe­renza eco­no­mica orga­niz­zata da Putin a San Pie­tro­grado: «Siamo in mezzo alla tem­pe­sta. Ma ci siamo abi­tuati, siamo un popolo di navi­ga­tori. Il popolo greco sa navi­gare in mari sco­no­sciuti e tro­vare nuovi porti sicuri».

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Mario Pianta, Il Manifesto, 20 giugno 2015

Ue e Fmi agitano lo spettro del default contro la democrazia. Atene col fiato sospeso. Tutti gli scenari possibili. Il rischio più grave è nessun accordo e proposta per il Consiglio europeo di lunedì

I rap­porti tra Gre­cia ed Europa sono arri­vati a una stretta deci­siva. Tra ora e lunedì pome­rig­gio, quando si riu­ni­sce a sor­presa il Con­si­glio euro­peo, pos­sono suc­ce­dere quat­tro cose.

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Pavlos Nerantzis, Il Manifesto, 7 marzo 2015

La mancanza di liquidità si da sentire, il rischio default esiste

Dif­fi­cil­mente ci sarà un accordo alla riu­nione dell’Eurogruppo di domani a Bru­xel­les. Il nego­ziato tec­nico tra Varou­fa­kis e i «18» per il pac­chetto delle riforme ad Atene era fino all’ ultimo in alto mare, che vuol dire blocco dei 7 miliardi di euro neces­sari a Tsi­pras per far fronte ai suoi «doveri» nei con­fronti dei cre­di­tori inter­na­zio­nali. Ma anche se ci fosse un deal sfor­zato all’Eurogruppo, i part­ner non hanno inten­zione di dare tempo e spa­zio ad Atene. Nono­stante l’accordo otte­nuto all’Eurogruppo del 20 feb­braio, i part­ner vor­reb­bero che Atene rispet­tasse le regole, ovvero che Tsi­pras dimen­ti­casse le sue pro­messe elet­to­rali, e pren­desse delle misure simili a quelle appli­cate dai governi pre­ce­denti, una nuova austerity.

Yanis Varoufakis e Alexis Tsipras

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Guido Iodice, Next Quotidiano, 22 febbraio 2015

Cinque risultati che la Grecia ha ottenuto con l’accordo all’Eurogruppo di ieri. Una resa condizionata che non ha odore di sconfitta. La dottrina della debolezza coercitiva

Ieri l’Eurogruppo ha raggiunto un accordo per l’estensione del programma di salvataggio della Grecia. Il governo di sinistra guidato da Alexis Tsipras ha dovuto arretrare tanto nel linguaggio quanto nel merito. Ma a ben vedere, ha ottenuto ciò che era realisticamente possibile e forse anche qualcosa di più.

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È dalla sua capacità di superare le crisi,
andando avanti invece di tornare indietro,
che l’Europa scriverà la sua storia.
Lorenzo Bini Smaghi,
“33 false verità sull’Europa”,
Il Mulino 2014

Fra circa un’ora si scriverà quello che potrebbe essere un passo decisivo per il processo di integrazione europea. Alle 15 è infatti prevista una riunione straordinaria dell’Eurogruppo per discutere della proposta di estensione per 6 mesi del programma di assistenza finanziaria che scadrà fra pochi giorni (esattamente il 28 febbraio). La cronaca ci dice che ieri il governo greco presieduto da Alexis Tsipras ne ha fatto richiesta a mezzo di una lettera inoltrata a Bruxelles, visto il fallimento della riunione di lunedì 16 febbraio.

Yanis Varoufakis

Commissione e Parlamento europeo hanno inizialmente accolto favorevolmente le richieste greche, e la situazione sembrava essere sul punto di sbloccarsi fin quando non è arrivato il deciso NO di Berlino. Martin Jaeger, portavoce del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, ha sentenziato: “la proposta greca sia finanziata dai greci stessi”, vale a dire che dalla Repubblica federale non arriveranno altro soldi. La presa di posizione della cancelleria tedesca ha sorpreso lo stesso presidente tedesco del Parlamento europeo, Martin Schulz, che invece aveva dichiarato come “la lettera mostra che la Grecia si è mossa parecchio” e “rinuncia a molte cose che fino all’altro ieri erano indicate come non trattabili”.

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Alfonso Gianni, Il Manifesto, 6 febbraio 2015

Se si nutriva ancora qual­che dub­bio che l’Europa fosse più vit­tima delle pro­prie poli­ti­che che della crisi, gli acca­di­menti degli ultimi giorni hanno tolto ogni dub­bio. I mer­cati ave­vano assor­bito quasi con non­cha­lance il cam­bio di governo in Gre­cia; la Borsa di Atene aveva oscil­lato, ma riu­scendo sem­pre a ripren­dersi, fino a rag­giun­gere rialzi da record; il ter­ro­ri­smo psi­co­lo­gico che aveva pro­vo­cato un forte deflusso di capi­tali prima delle ele­zioni sem­brava un’arma spuntata.

Ma appena si è arri­vati al dun­que è scat­tato il ricatto della Bce. Eppure le richie­ste del nuovo governo greco erano più che ragio­ne­voli. Né Tsi­pras né Varou­fa­kis chie­de­vano un taglio netto del debito, ma sola­mente moda­lità e tempi diversi per pagarlo senza con­ti­nuare a distrug­gere l’economia e la società greca, come ave­vano fatto i loro pre­de­ces­sori. Dichia­ra­zioni e docu­menti di eco­no­mi­sti a livello mon­diale, com­presi diversi premi Nobel, si rin­cor­rono per dimo­strare che le solu­zioni pro­po­ste dal governo greco sono per­fet­ta­mente appli­ca­bili, anzi le uni­che effi­caci se si vuole sal­vare l’Europa, che sarebbe tra­sci­nata nella vora­gine di un con­ta­gio dai con­fini impre­ve­di­bili se la Gre­cia dovesse fal­lire e uscire dall’euro. Per­fino il pen­siero main­stream – Finan­cial Times in testa — si dimo­strava più che possibilista.

Può darsi, come anche Varou­fa­kis ha osser­vato, che la mossa di Dra­ghi serva per evi­den­ziare che la solu­zione è poli­tica e non tecnico-economica. Quindi ha but­tato la palla nel campo dell’imminente Euro­gruppo che si riu­nirà l’11 feb­braio. Il guaio è che la poli­tica euro­pea attuale è ancora peg­gio della ragione eco­no­mica. Basti leg­gere le dichia­ra­zioni di un Renzi, sdra­iato sul comu­ni­cato della Bce, o quelle di uno Schulz o di un Gabriel.

Non è la prima volta, d’altro canto, che la social­de­mo­cra­zia tede­sca vota i «cre­diti di guerra». L’analogia non è troppo esa­ge­rata. Che spie­ga­zione tro­vare per un simile acca­ni­mento con­tro un paese il cui Pil non supera il 2% e il cui debito il 3% di quelli com­ples­sivi dell’eurozona?

La ragione è duplice.

Se passa la solu­zione greca appare chiaro che non esi­ste un’unica strada per abbat­tere il debito. Anzi ce n’è una alter­na­tiva con­cre­ta­mente pra­ti­ca­bile rispetto a quella del fiscal com­pact. Più effi­cace e assai meno deva­stante. Tale da pun­tare su un nuovo tipo di svi­luppo che valo­rizzi il lavoro, l’ambiente e la società, come appare dal pro­gramma di Salo­nicco su cui Syriza ha costruito e vinto la sua cam­pa­gna elet­to­rale. Sarebbe una scon­fitta sto­rica per il neo­li­be­ri­smo europeo.

Il secondo motivo riguarda gli assetti poli­tico isti­tu­zio­nali della Ue. Sap­piamo che i greci hanno giu­sta­mente rifiu­tato l’intervento della Troika. Ma è pur vero che per­fino Junc­ker ha dichia­rato che quest’ultima ha fatto il suo tempo. C’è allora qual­cosa di più impor­tante in gioco che la soprav­vi­venza di que­sto o quell’organismo. Finora la Ue attra­verso gli stru­menti della sua gover­nance a-democratica aveva messo il naso nelle poli­ti­che interne di ogni paese, in qual­che caso det­tan­done per filo e per segno le scelte da fare. Così è acca­duto nel caso ita­liano con la famosa let­tera della Bce del 5 ago­sto del 2011. Dove non era arri­vato Ber­lu­sconi ave­vano prov­ve­duto Monti e ora Renzi a finire i com­piti a casa. Ma si trat­tava pur sem­pre di un inter­vento su governi amici, che si fon­da­vano su mag­gio­ranze che ave­vano espli­ci­tato la loro pre­ven­tiva sot­to­mis­sione alla Troika. In Gre­cia siamo di fronte al ten­ta­tivo di impe­dire che la volontà popo­lare espres­sasi nelle ele­zioni in modo abbon­dante e ine­qui­vo­ca­bile possa tro­vare imple­men­ta­zione per­ché con­tra­ria alle attuali scelte della Ue. Qual­cosa che si avvi­cina a un colpo di stato in bianco (per ora). I neo­na­zi­sti di Alba Dorata ave­vano dichia­rato che Syriza avrebbe fal­lito e dopo sarebbe toc­cato a loro governare.

E’ que­sto che le medio­cri classi diri­genti euro­pee vogliono? Non sarebbe la prima volta.

Impe­dia­mo­glielo.

Non solo con gli stru­menti pro­pri delle sedi par­la­men­tari per influire sul ver­tice dei capi di stato, ma soprat­tutto riem­piendo le piazze, come suc­cede ora in Gre­cia e come vogliamo accada anche in Ita­lia e nel resto d’Europa il pros­simo 14 feb­braio. Un San Valen­tino di pas­sione con il popolo greco.

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Luigi Pandolfi, Huffington Post, 1 dicembre 2014

Districarsi in una materia come quella della gestione europea della crisi è diventato sempre più difficile. E ancora più difficile è diventato l’esercizio di raccontarla. Mi spiego. Con l’insediamento della nuova Commissione non è cambiato assolutamente nulla nell’approccio dei vertici europei al tema dell’austerità. Nessuno dei nuovi commissari ha finora proferito parola sulla necessità di rivedere i rigidi protocolli del vigente patto di bilancio, men che meno di valutare l’ipotesi – ad oggi la più seria – di una ristrutturazione del debito. Di parole in libertà su crescita, investimenti e occupazione invece tante, un vero profluvio. Sembra di essere immersi in uno scenario orwelliano, dove una forma molto sofisticata di neolingua ammanta sistematicamente, scientificamente, di significati impropri scelte (e non scelte) che vanno in una direzione opposta a quella ufficialmente dichiarata.

Da Draghi a Juncker, fino alle comparse che popolano la scena politica nazionale nei paesi membri, è un continuo esternare sull’insostenibilità del “rigore fine a se stesso”, sulla necessità di “rimettere in moto l’economia”, di “creare nuovi posti di lavoro”, mentre, in concreto, si rimane arroccati, e subalterni, nella difesa ad oltranza dell’attuale governance comunitaria, che proprio nel rigore e nella sorveglianza occhiuta dei bilanci pubblici trova la sua fondamentale ed inderogabile essenza.

In questi giorni a tenere banco nel dibattito politico europeo è il cosiddetto “Piano Juncker”, il progetto presentato dal presidente della Commissione per rilanciare l’economia e l’occupazione in ambito Ue. Di fronte alla gravità della crisi che ci attanaglia ed ai numeri da brivido sulla disoccupazione (20 milioni solo nell’Eurozona, il doppio rispetto a cinque anni fa), questa operazione, più che inadeguata, è un vero e proprio schiaffo all’intelligenza dei cittadini europei.

Forse l’ex premier lussemburghese si sarà fatto consigliare da un pool di alchimisti, gli unici che avrebbero potuto convincerlo che 21 miliardi di euro si possano trasformare d’incanto in 315, e che gli stessi siano sufficienti per risalire la china, per fronteggiare stagnazione e disoccupazione. E non è finita qui. Anche della provenienza dei 21 miliardi c’è da dire, e da ridire: 16 miliardi dovrebbero essere messi a disposizione dall’Unione e la restante parte dalla Bei. Dei primi, 8 miliardi sarebbero stornati da altri capitoli del bilancio europeo, di fatto sottraendoli a progetti già finanziati in passato, mentre gli altri otto dovrebbero essere tirati fuori non si sa come e da dove.

L’esperimento: i 21 miliardi affluirebbero in un “Fondo europeo per gli investimenti strategici” (Feis), che fungerebbe da garanzia per chiedere ai mercati altri 63 miliardi, ai quali si aggiungerebbero cofinanziamenti privati e pubblici fino al raggiungimento dei fatidici 315 miliardi. Fuffa, insomma. E di soldi freschi, cash, nemmeno l’ombra. Con l’aggravante che gli stati membri dovrebbero partecipavi anche con risorse proprie. Applausi, però. Renzi: “È una vittoria anche italiana. Qualche mese fa nessuno aveva il coraggio di parlare di crescita e investimenti“. Monti: “È una svolta culturale tardiva ma grandissima. Finalmente l’Europa guarda al futuro“. Cauta ovviamente la Merkel, nel più classico gioco delle parti: “D’accordo in linea di principio“.

Ma di che parlano? Nella loro disinvoltura assomigliano sempre più ai passeggeri del Titanic, che tra un ballo e l’altro, andavano inesorabilmente incontro alla tragedia. 315 miliardi, ammesso che fossero immediatamente disponibili, non servirebbero a smuovere granché nelle condizioni in cui siamo, figuriamoci se parliamo di risorse del tutto aleatorie, tutte da verificare. Ma poi, lo stesso obiettivo di un milione di posti di lavoro in più (1,3 milioni per la precisione) che significato può avere in un mare di disoccupati che in Ue-28 ha toccato ormai quota 25 milioni? Davvero si può pensare che dalla crisi se ne esca con annunci, ovvero con le stesse politiche che finora ne hanno segnato drammaticamente la gestione?

Razionalmente, tutto questo appare incomprensibile. Facciamoci aiutare da George Orwell: “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza… l’austerità è espansiva, la recessione è crescita… “. E il fine? Oltre quello di smantellare quel resta del “modello sociale europeo”, riorganizzando la nostra società in funzione degli interessi dell’impresa e del capitale finanziario, non ne vedo altri. Diversamente sarebbe follia allo stato puro.

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Andrea Baranes, sbilanciamoci.info, 5 dicembre 2014

Vorreste viaggiare gratis, o quasi, su treni, aerei, autobus, o mangiare a più non posso nei migliori ristoranti per pochi spiccioli? Da oggi non è più un problema, basta fare come ha fatto la Commissione europea a Bruxelles

Vorreste viaggiare gratis, o quasi, su treni, aerei, autobus? Vorreste sedervi nei migliori ristoranti e mangiare a più non posso per pochi spiccioli? Vorreste mettere il pieno di benzina con una sola monetina? Bene, da oggi non è più un problema! Tutto quello che dovrete fare è comportarvi come la Commissione europea.

Nei giorni scorsi il suo presidente Juncker ha presentato al Parlamento europeo “il più grande piano di investimenti che l’UE abbia mai creato”. Niente popò di meno. 315 miliardi, forse 330, per rilanciare l’economia europea, creare occupazione, uscire finalmente dalla spirale di austerità e recessione nella quale ci troviamo da troppo tempo. A dirla tutta, i miliardi realmente messi sul piatto sono 21, che a una persona poco attenta potrebbero sembrare un po’ meno di 315. Ma è solo se non si ragiona come i nostri astuti burocrati a Bruxelles, secondo i quali gli investimenti pubblici avrebbero poi un moltiplicatore di 15 a 1: per ogni euro messo dal pubblico, i privati dovrebbero lanciarsi in investimenti stratosferici. È solo un dettaglio che non si sia mai visto un investimento pubblico di 1 riuscire a mobilitare investimenti privati per 15. Così come è un dettaglio che in una fase di crisi e sfiducia, già un moltiplicatore di 2 a 1 sembrerebbe ottimistico, e 15 a 1 suona come una barzelletta di cattivo gusto.

Ma non è ancora tutto nel fantastico gioco delle tre carte che ci stanno propinando. Non saranno 315 o 330, ma almeno i 21 belli freschi li metterà la Commissione, no? Ecco, intanto 5 li mette la Banca Europea per gli Investimenti, e arriviamo quindi a 16. Di questi, però, la metà sono fondi che erano già stanziati su altri programmi (Horizon 2020, fondi per le nuove tecnologie e la ricerca), e verranno quindi distolti da tali utilizzi. Va bene, ma almeno gli ultimi 8 saranno buoni? Non del tutto, o meglio al momento parliamo unicamente di “promesse di pagamento”, quindi ancora non ci sono ma c’è l’impegno a metterli. Anche se sembra che almeno un paio di miliardi si siano trovati da rimanenze dei bilanci precedenti e fondi vari.

Eccolo: “il più grande piano di investimenti che l’UE abbia mai creato”. La Cina impallidisce! Il piano Marshall erano noccioline! Finalmente fuori da crisi e austerità, risolto il dramma di milioni di disoccupati. Due miliardi di euro per tutta l’Europa, nella speranza che il privato faccia il resto, non solo investendo somme mirabolanti, ma facendolo anche nella direzione giusta. Per rilanciare l’economia europea sui binari dell’efficienza energetica, della ricerca, del welfare, della creazione di posti di lavoro, chiaramente servirebbe un forte indirizzo pubblico. Nel momento in cui il pubblico mette 1 e il privato 15, è facile immaginare che sia poi il pubblico a determinare quali investimenti fare e con quali ricadute sociali e ambientali prima ancora che economiche.

Ma questi sono dettagli, iniziamo anche noi a ragionare come la Commissione. Dovete comprare un biglietto da 1,5€ per prendere l’autobus e andare a lavorare? Di vostro mettete 10 centesimi, poi grazie al famigerato moltiplicatore 15 il privato metterà il resto. Attenzione, però, non è che i 10 centesimi dovete metterli tutti: 2 li metterà la vostra banca. Sugli 8 rimanenti, 4 li stornate dalla bolletta della luce (fondi già impegnati, ma non c’è problema a spostarli altrove). Gli ultimi 4 promettete prima o poi di metterli. Di questi 4, vi trovate in tasca una monetina da 1 centesimo. Ecco, questo centesimo avanzato per sbaglio in una tasca è il vostro “straordinario piano di investimenti” per pagare il biglietto dell’autobus.

Capiamo che ci possa essere qualche scettico che pensa che un controllore, alla richiesta di mostrare il biglietto da 1,5€ non sarebbe contento di vedersi dare una moneta da un centesimo. Non dovete preoccuparvi, basta ricordargli che da oggi si fa così. E’ l’Europa che ce lo chiede.

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George Monbiot, Internazionale, 13 novembre 2014

L’anno scorso ero scoraggiato: un’ombra minacciosa si allungava sulle libertà che i nostri antenati hanno difeso a costo della vita. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, i parlamenti rischiavano di non poter più legiferare per il bene dei loro cittadini a causa di un trattato che avrebbe permesso alle grandi aziende di citare i governi in tribunale. E io cercavo di trovare il modo per impedire una cosa del genere.

Fino a quel momento, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) tra l’Unione europea e gli Stati Uniti lo conosceva solo chi che partecipava ai negoziati. E io sospettavo che nessun altro ne avrebbe mai sentito parlare. Perfino il nome sembrava fatto apposta per non suscitare interesse. Avevo scritto un articolo al riguardo per un solo motivo: poter dire ai miei figli che avevo cercato di fare qualcosa.

Con mio grande stupore, quell’articolo è diventato virale. In seguito alla reazione dell’opinione pubblica e al coinvolgimento di importanti attivisti, la Commissione europea e il governo britannico hanno dovuto dare una risposta. La petizione Stop Ttip ha raccolto più di 800mila firme; la petizione 38 Degrees ne ha raccolte 910mila. A ottobre ci sono state 450 azioni di protesta in 24 stati dell’Unione europea. La Commissione europea è stata costretta ad affrontare gli aspetti più controversi del trattato attraverso una consultazione pubblica che ha ricevuto 150mila risposte. Mai dire che le persone non possono affrontare questioni complesse.

La battaglia non è ancora vinta. Le aziende e i governi, guidati dal Regno Unito, si stanno mobilitando per placare le proteste. Ma la loro posizione si fa ogni mese più debole. All’epoca, il ministro britannico responsabile della questione era Kenneth Clarke. Il ministro rispose ai miei articoli ripetendo che “non c’era niente di più insensato” che rendere pubblica la posizione dell’Europa nei negoziati, come io avevo proposto. A ottobre, però, la Commissione è stata obbligata a fare proprio questo. La lotta contro il Ttip potrebbe diventare una vittoria storica dei cittadini contro lo strapotere delle aziende.

Il problema centrale si chiama “risoluzione delle controversie tra investitore e stato” (Investor-state dispute settlement, Isds). Il trattato consentirebbe alle aziende di fare causa ai governi citandoli davanti a un collegio arbitrale di avvocati esperti di diritto societario, un collegio dove le altre parti non avrebbero alcuna rappresentanza e che non sarebbe soggetto a un riesame dell’autorità giudiziaria.

Già oggi, grazie all’inserimento dell’Isds in trattati commerciali di portata minore, le grandi aziende sono impegnate in una girandola di vertenze che hanno come unico obiettivo quello di spazzare via qualsiasi legge che possa interferire con i loro profitti. La Philip Morris sta facendo causa ai governi di Uruguay e Australia, colpevoli di voler convincere la gente a non fumare.

L’azienda petrolifera Occidental ha ottenuto un risarcimento di 2,3 miliardi di dollari dall’Ecuador che aveva revocato la concessione per le trivellazioni in Amazzonia dopo aver scoperto che la compagnia aveva infranto la legge. La svedese Vattenfall è in causa contro il governo tedesco, responsabile di aver rinunciato all’energia nucleare. Un’azienda australiana ha presentato una causa da 300 milioni di dollari contro il governo di El Salvador per non aver dato le concessioni di sfruttamento di una miniera d’oro che rischia di inquinare l’acqua potabile.

In base al Ttip, si potrebbe usare lo stesso meccanismo per impedire alle amministrazioni locali del Regno Unito di annullare la privatizzazione delle ferrovie e della sanità pubblica, o per impedire di proteggere la salute dei cittadini e l’ambiente dall’avidità delle aziende. Gli avvocati all’interno di questi collegi arbitrali si sentono in obbligo solo nei confronti delle aziende che devono giudicare, e che in altri momenti sono i loro datori di lavoro.

Come ha commentato uno di questi legali, “quando penso all’arbitrato, mi stupisco sempre che degli stati sovrani abbiano potuto accettarlo. Tre privati cittadini ricevono il potere di vagliare, senza alcuna restrizione o procedura di appello, tutte le azioni del governo, tutte le decisioni dei tribunali e tutte le leggi e i regolamenti approvati dal parlamento”.

Questo accordo è talmente vergognoso che si è schierato contro perfino l’Economist (che di solito è il paladino delle aziende e dei trattati commerciali) definendo la risoluzione delle controversie tra investitore e stato “un modo per consentire alle multinazionali di arricchirsi a spese della gente”.

Quando David Cameron e i mezzi d’informazione legati al mondo imprenditoriale hanno lanciato la loro campagna contro la candidatura di Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea, hanno sostenuto che l’ex premier del Lussemburgo fosse una minaccia per la sovranità britannica.

Ecco un perfetto esempio di capovolgimento della realtà. Juncker, fiutando la direzione che stava prendendo il dibattito pubblico, aveva promesso nel suo programma: “Non sacrificherò gli standard di protezione della sicurezza, della salute, della società e delle informazioni in Europa sull’altare del libero scambio. E non accetterò che la giurisdizione dei tribunali negli stati dell’Unione europea sia limitata da regimi speciali per le controversie con gli investitori”. La colpa di Juncker, dunque, era di aver promesso di non svendere ad avvocati esperti di diritto societario la sovranità di un paese, come volevano Cameron e i baroni dei mezzi d’informazione.

Adesso Juncker è sotto pressione. A ottobre i rappresentanti di 14 governi gli hanno scritto in privato e senza consultare i rispettivi parlamenti, per chiedere l’inclusione della Isds (la lettera è stata resa pubblica qualche giorno fa). E chi sta guidando questa campagna? Il governo britannico. Tanta doppiezza è difficile da comprendere. Mentre si proclama talmente preoccupato della nostra sovranità da essere pronto a lasciare l’Unione europea, il governo britannico insiste segretamente affinché la Commissione europea massacri la nostra sovranità a favore dei profitti delle aziende. Cameron è a capo di una congiura delle polveri contro la democrazia.

Né lui né i suoi ministri sono stati in grado di rispondere a una domanda tremendamente banale: cos’hanno che non va i tribunali? Se le aziende vogliono citare in giudizio i governi, hanno già il diritto di rivolgersi a un tribunale, come chiunque altro. Di sicuro, con gli enormi mezzi di cui dispongono, non sono svantaggiati di fronte alla legge. Perché dovrebbero avere il permesso di usare un sistema legale separato, al quale noi non abbiamo accesso? Che fine ha fatto il principio secondo cui tutti sono uguali davanti alla legge?

Se i nostri tribunali sono idonei a privare i cittadini della loro libertà, perché non dovrebbero essere altrettanto idonei a privare le aziende di profitti futuri? Non dovremo più prestare ascolto ai difensori del Ttip finché non avranno risposto a questa domanda.

Non potranno sfuggirle ancora a lungo. A differenza di quanto accaduto con altri trattati, il Ttip finalmente è di pubblico dominio e questo indebolisce gli argomenti in suo favore. Ci attende una dura lotta dal risultato incerto, ma ho la sensazione che alla fine vinceremo.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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Il sociologo tedesco lancia l’allarme: “In Francia il trionfo delle Le Pen può portare alla fine della Ue”. Dall’ondata dei populisti euroscettici alla leadership della Merkel. Ecco come cambiano gli equilibri nel Vecchio continente: “Sono necessarie nuove risposte, a cominciare dalla sicurezza sociale”. 

Roberto Brunelli, La Repubblica, 27 maggio 2014

Vivere o morire, questa è oggi la scelta europea. È un bivio fatale, dice Ulrich Beck il giorno dopo lo tsunami populista uscito dalle urne del Vecchio Continente: da una parte la fine del “dogma dell’austerity”, dall’altra la stessa sopravvivenza della Ue. Per il sociologo tedesco si apre una partita difficilissima, che però ha un nome solo: quello dell’Europa dei cittadini e della crescita, quello di un’Europa a cui dare finalmente un volto. Che non potrà più essere quello di Angela Merkel.

Professor Beck, siamo di fronte a risultati molto diversi tra loro. I socialisti vincono in Germania e in Italia, ma subiscono una débacle in Francia, i populisti trionfano in Francia e Gran Bretagna, ma si fermano altrove. Che bilancio si sente di fare?
“Se la prospettiva è quella del futuro del continente, allora bisogna dire che il risultato più pesante è quello della Francia, con il trionfo di Marine Le Pen. È di tali proporzioni da non poter essere considerato solo un avvertimento. Non deve essere sottovalutato, perché può venire meno l’appoggio di Parigi al processo europeo. La conseguenza può essere la fine della Ue, se non altro perché senza la Francia non è possibile uscire dalla crisi. Per quel che riguarda la Gran Bretagna c’è invece da notare che nessuno dei partiti tradizionali si espresso con nettezza a favore dell’Europa. Se ne deduce che non è consigliabile rubare le parole d’ordine agli euroscettici. L’elettore preferisce l’originale”.

Ma quello dei populisti non è un blocco omogeneo. Sono improbabili alleanze tra i vari Ukip, Front National, grillini e Jobbik. Il che rende i populisti meno forti a Strasburgo rispetto al risultato delle urne…
“Sì, non ci potrà essere un gruppo parlamentare unico, né sono probabili altre forme di coordinamento. Ed è un fatto importante, che dà modo di difendersi da quella che io chiamo la “critica paradossale” dei populisti. Però ripeto: il risultato dimostra anche che l’Europa in quanto tale non viene compresa dalla gran parte dei cittadini”.

In Germania gli euroscettici dell’Afd si sono fermati al 7%. Si può dire che in qualche modo Angela Merkel assorbe in sé il populismo tedesco?
“In effetti, alla radice i risultati tedeschi sono incoraggianti. I grandi partiti favorevoli all’Europa hanno consolidato la loro maggioranza, i numeri dell’Afd tutto sommato non sono tali da destare preoccupazione. È vero, questo ha anche a che vedere con quell’attitudine della cancelliera che io ho chiamato il “merkievellismo”, ossia la capacità di difendere da una parte gli interessi na- zionali e dall’altra di assumere in sé le paure dei cittadini, dando l’impressione di prenderle sul serio. Ma ora la vera partita che si apre è quella del futuro presidente della Commissione: che si tratti di Juncker o di Schulz, è fondamentale che sia rispettata la decisione degli elettori. Abbiamo la possibilità di dare, in qualche modo, un volto all’Europa. Sarebbe fatale se venissero messi in campo altri candidati, espressione di negoziati sotterranei. La spinta democratica che comunque viene da questo voto verrebbe distrutta, creando nuove delusioni tra gli elettori. Al centro di questa partita c’è proprio la cancelliera. Quando vedremo che l’Europa può avere un volto nuovo, vedremo che non sarà quello della Merkel.

È stato anche un voto contro l’austerity…
“Non a caso la Merkel ha già “relativizzato” la sua agenda di tagli. Lo fa con molta astuzia, legando gli apparenti successi del rigore ad un allentamento delle catene, come si è visto anche nel recente viaggio in Grecia. Poi ambedue i candidati presidenti hanno detto chiaramente che se eletti la loro priorità sarà il lavoro. Schulz ha messo in campo un’ampia gamma di iniziative, mentre quelle Juncker rimangono proposte convenzionali, ma sia l’uno che l’altro partono dal presupposto che il problema non sia più l’euro, ma la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, la politica sociale. È un tema che prima non c’era”.

Mica mi vorrà dire che è diventato ottimista?
“Ma no, le categorie di ottimismo e pessimismo si sono solo spostate e mischiate. Quello che è certo è che si è spezzato il dogma dell’austerity. Ci saranno nuovi investimenti a favore dei paesi più colpiti dalla crisi, in una specie di cocktail che mette insieme tagli e investimenti. È fondamentale sapere quale risposte dare anche a chi oggi si mette fuori dal progetto europeo”.

Molti commentano oggi che l’Europa è spaccata in due.
“Certo, e non da ieri, per esempio tra i paesi dell’Ue che stanno dentro l’eurozona e quelli che non ci stanno, perché tutte le decisioni importanti vengono prese esclusivamente dai primi. L’altra spaccatura riguarda le diseguaglianze, tra gli europei di serie A e quelli di serie B che non fanno i loro “compiti a casa”. Quello di cui c’è bisogno oggi è una prospettiva di sicurezza sociale, non solo su base nazionale ma su base comunitaria. Trasformare finalmente l’Europa delle élites nell’Europa dei cittadini: è questa l’unica via”.

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