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Posts Tagged ‘John Maynard Keynes’

Thomas Fazi, sbilanciamoci.info

In Europa la crisi è stata utilizzata dalle élite politico-finanziarie per sferrare il più violento attacco mai visto, dal dopoguerra ad oggi, nei confronti della democrazia, del mondo del lavoro e del welfare

All’indomani della crisi finanziaria del 2008, quando il sistema fu salvato per il rotto della cuffia solo grazie a massicci interventi di spesa in deficit da parte dei governi di tutti i paesi avanzati (dimostrando la validità dell’assioma keynesiano secondo cui l’unico strumento in grado di risollevare un’economia in recessione è la politica fiscale) furono in molti a sinistra – tra cui il sottoscritto – a credere che il neoliberismo avesse i giorni contati. Cos’era la crisi, in fondo, se non la conclamazione del suo fallimento? Come ha scritto Paul Heideman, «l’impressione al tempo era che l’era della mercatizzazione assoluta stesse volgendo alla fine, e che la crisi dei mercati avrebbe condotto inevitabilmente al ritorno di una qualche forma di nuovo keynesismo».

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Piero Sraffa

Piero Sraffa fu una grande figura di economista e pensatore del Novecento. Amico di Antonio Gramsci, lo riforniva di libri in carcere.

Laureatosi con Luigi Einaudi con una tesi sull’inflazione in Italia nel periodo della Prima guerra mondiale. Nel 1919, tramite Umberto Cosmo, conobbe Gramsci e frequentò l’Ordine Nuovo, fondato dallo stesso Gramsci insieme ad Angelo Tasca, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti. Nel 1921-22 studiò alla London School of Economics, dove conobbe John Maynard Keynes. In seguito agli articoli che Sraffa scrisse nel 1925 e 1926, Sulle relazioni fra costo e quantità prodotta The Laws of Returns under Competitive Conditions, lo stesso Keynes lo invitò, nel 1927, a Cambridge per una lectureship di qualche anno.

Sraffa si fermò a Cambridge per tutto il resto della sua vita, conclusasi nel 1983.

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Mariana Mazzuccato, La Repubblica, 13 luglio 2015

Gli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti. I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa. La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

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Vittorio Bonanni, Sinistra in Rete, 25 gennaio 2015

I libri di Marco Revelli e Stefano Rodotà. I danni prodotti dal neoliberismo e la solidarietà come principio regolatore della vita socioeconomica nelle riflessioni più recenti dei due studiosi

Gli ultimi trent’anni di economia iperliberista hanno cambiato strutturalmente il pianeta in tutte le sue sfaccettature. Pochi ricchi sono diventati sempre più ricchi. E tanti poveri sono diventati sempre più poveri senza essere per di più capaci di aiutarsi tra di loro realizzando quel regime solidale che alla fine dell’Ottocento ha fatto nascere a sinistra e poi nel mondo cattolico sindacati e leghe di mutuo soccorso. Un vero disastro sociale, dove i penultimi fanno la guerra agli ultimi invece di coalizzarsi per un obiettivo comune come è successo dopo la sconfitta del nazifascismo nell’“età dell’oro” – il trentennio 1945-75, chiamato così da Eric Hobsbawm –.

La casa editrice Laterza, che negli ultimi anni in particolare ha dedicato molte sue pubblicazioni al contrasto di quello che una volta chiamavamo “il pensiero unico”, ha arricchito ultimamente il proprio catalogo con “La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi”. Vero! del sociologo e storico Marco Revelli (pp. 96, euro 9,00) e con Solidarietà, un’utopia necessaria del giurista Stefano Rodotà (pp. 142, euro 14,00). Due uscite pressoché simultanee, quasi a testimoniare il legame forte che c’è tra questi due aspetti della crisi mondiale.

Revelli, nel suo breve ed efficace lavoro, dimostra come il paradigma secondo il quale “l’eguaglianza non è più una virtù”, vera e propria reazione antikeynesiana dopo mezzo secolo di egemonia culturale del pensatore britannico, sostituisca di fatto il concetto egualitario che era diventato un vero e proprio elemento regolativo  sul quale  – scrive lo studioso – “si erano orientate le politiche pubbliche dell’Occidente democratico”, diventando un indicatore anche della solidità della democrazia nei diversi paesi.

Nel suo libro il figlio del grande partigiano Nuto descrive bene come i “poteri forti”, quelli veri per intenderci e non i presunti nemici di Renzi, abbiano convinto anche le grandi forze della socialdemocrazia europea e l’opinione pubblica più in generale che un po’ di disparità sociale in fondo faccia solo bene all’andamento dell’economia, capace poi di assestarsi da sola, senza l’intervento, ormai demonizzato, dello Stato. “L’idea che un ‘un secolo di eguaglianza faccia male all’economia’ – o, più semplicemente, che ‘una buona dose di diseguaglianza faccia bene alla crescita’ –, ha alimentato le politiche di deregulation prevalse nell’epicentro anglosassone e affermatesi nel circuito della globalizzazione”. Tutto questo ha portato alla fine della tassazione progressiva e del concetto appunto di eguaglianza sociale che aveva permeato mezzo secolo di storia. Realizzando, come avrebbe detto Antonio Gramsci, un’egemonia culturale ora dura da contrastare e da sconfiggere.

Un paradigma smentito dai fatti

Revelli spiega come e con quali strumenti ideologici si è arrivati a questa situazione e cita, a riguardo, la cosiddetta teoria del trickle-down, che significa “gocciolamento”, mutuata da una vecchia intuizione di Georg Simmel che nel 1904 l’aveva applicata alla moda, sostenendo che i gusti delle classi più elevate si sarebbero, con il tempo, trasferiti anche verso le classi più basse, con un beneficio diciamo così “stilistico” ed “estetico” generale. “Un’ottantina di anni più tardi – sottolinea Revelli – il meccanismo è stato traslato al campo dell’economica” per sostenere che i benefici goduti in un primo momento dalle classi più ricche sarebbero poi fatalmente discesi verso quelle più povere. Un paradigma smentito clamorosamente dai fatti in questi decenni, soprattutto nelle società occidentali.

Marco Revelli

Questa teoria è stata esplicitata graficamente dalla curva di Laffer, un economista abbastanza sconosciuto vicino però allo staff presidenziale degli Stati Uniti negli anni ’70, e da quella di Kuznets, figura ben più autorevole della precedente insignito del Premio Nobel nel 1971. Sia pure in modi e finalità diverse, le due curve sostenevano l’impossibilità di continuare a procedere con una tassazione oltre la quale si sarebbe disincentivata ogni possibile crescita economica. Nel caso di Kuznets, la sua teoria veniva estesa anche alla problematica ambientale, la quale affermava che il degrado ambientale era confinato ad una fase precoce dello sviluppo. Insomma “più sviluppo, meno danni ambientali”, era il risultato di questo ragionamento, smentito, tanto per fare un esempio, dalla pesante responsabilità dei paesi più emancipati nei riguardi dell’effetto serra, ben maggiore di quelli più arretrati.

Per invertire la rotta fin qui descritta Marco Revelli fa ancora riferimento al mai abbastanza rimpianto Keynes. L’autore richiama la metafora dell’economista sulle giraffe, quella “parabola zoologica” secondo la quale anche quelle dal collo corto hanno diritto in un branco a nutrirsi e a non essere vittime della voracità di chi, grazie al collo più lungo, riesce a fare piazza pulita di tutto il nutrimento disponibile. Ed ecco che a questo punto appare dirimente introdurre il concetto di solidarietà per ridare allo Stato quel ruolo positivo di regolatore dell’economia e dello sviluppo e alla società quella dimensione etica e appunto solidale della quale si sente molto la mancanza.

Una parola “proscritta”

Stefano Rodotà affronta il tema con la sua consueta perizia dividendo il volume in undici punti e sottolineando fin dall’inizio come la parola “solidarietà” sia diventata “proscritta”, “non più tratto che lega benevolmente le persone, ma delitto, appunto, di solidarietà, quando i comportamenti di accettazione dell’altro, dell’immigrato irregolare ad esempio, vengono considerati illegittimi e si prevedono addirittura sanzioni penali per chi vuol garantirgli diritti fondamentali”. Eppure è da secoli che insigni pensatori mettono in guardia sulla necessità che lo Stato si doti di regole certe per fare in modo che non prevalga la discriminazione, andando dunque oltre la dimensione caritatevole. Basti citare Montesquieu in un discorso del 1748 riportato da Rodotà, dove il filosofo francese ammonisce lo Stato sostenendo che “[q]ualche elemosina fatta a un uomo nudo per le strade non basta ad adempiere gli obblighi dello Stato, il quale deve a tutti i cittadini la sussistenza assicurata”.

Andando ancora più indietro nel tempo il giurista ricorda quanto scrisse Etienne de La Boétie nel 1549 quando sosteneva, parlando della natura, che questa “nella distribuzione dei suoi doni, ha avvantaggiato nel corpo o nello spirito gli uni piuttosto che gli altri” senza tuttavia volerci mettere “in questo mondo come in un campo di battaglia”. Oppure, qualche decennio dopo, nel 1660, John Locke quando nel primo dei Due trattati sul governo afferma: “Come la giustizia dà ad un uomo diritto alla proprietà di ciò che ha prodotto con il suo onesto lavoro; così la carità dà diritto ad ogni uomo a quella parte della ricchezza di un altro che gli è necessaria per fuggire una situazione di estremo bisogno…”.

Queste considerazioni dovrebbero essere sufficienti per fare piazza pulita di ogni idea – dice Rodotà – “di società concepita come naturalmente armonica, e quindi capace di autocorrezione di fronte alla privazione di beni fondamentali”. Nei tempi odierni il concetto di solidarietà rischia di essere ricacciato nell’alveo della compassione, della carità, come avviene nella politica statunitense che resta confinata in una logica caritatevole che mette ai margini “il diritto della persona” e al centro quella della “proprietà”. Se nel “secolo breve” le cose sono andate diversamente lo si deve al grande ruolo giocato dal movimento operaio che ha permesso la promulgazione di costituzioni molto avanzate in questo senso. La mancanza ora di “un soggetto in grado di svolgere quel ruolo”, scrive Rodotà, non ci deve impedire di individuare “proprio nella solidarietà uno strumento che può consentire di contrastare una lotta condotta da una classe imprenditoriale proprio per ridimensionare i diritti sociali”.

Stefano Rodotà

A questo ruolo che può giocare la solidarietà se ne aggiunge un altro finalizzato alla ridefinizione del concetto di cittadinanza che in Europa può e deve andare oltre quello di nazionalità così da trasformare il Vecchio continente in “un’Europa dei cittadini e non solo dei mercati”. Solo così si potrà rimediare al vulnus creato dall’Europa che ha escluso la Carta dei diritti fondamentali dal quadro costituzionale europeo, ponendo in tal modo le premesse della odierna e intollerabile situazione dove regna l’odio tra paesi creditori e paesi debitori in luogo di un necessario rapporto solidale. Tutto ciò dovrebbe spingere le varie nazioni a introdurre o a rafforzare nelle proprie costituzioni quei punti riguardanti proprio la “solidarietà” facendo a meno di quel “pareggio di bilancio” che paesi solerti come il nostro si sono affrettati a introdurre.

A conclusione di questo lungo ragionamento vale la pena ricordare l’ultimo film dei fratelli belgi Dardenne, Due giorni, una notte, spesso citato proprio da Rodotà nelle interviste da lui rilasciate sul libro. I due cineasti raccontano con perizia la storia di una lavoratrice che a fatica cerca la solidarietà appunto dei colleghi per evitare il suo licenziamento. Non ottiene esattamente quello che vuole ma apre una breccia importante nel muro dell’indifferenza e dell’egoismo. Questo è il punto dal quale ripartire. Tenendo conto, come scrive Rodotà, che “la produzione di solidarietà non è a costo zero” ed “esige capitale sociale e risorse finanziarie”. Come dire che la solidarietà appunto deve tornare a essere un elemento strutturale nelle scelte politiche di chi una volta rappresentava le classi sociali più deboli della società. Altrimenti a vincere sarà la “barbarie” come sosteneva nel 1916 Rosa Luxemburg non a caso citata da Stefano Rodotà all’inizio di questa sua ultima fatica.

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Su questo argomento vedi anche “Usa: studenti dichiarano guerra a economisti. Duello tra Piketty e neoclassici“, Wall Street Italia, 7 gennaio 2015.

Alfonso Gianni, Il Manifesto, 6 gennaio 2015

Una frase di protesta proiettata sulla parete nel corso della conferenza

Il con­fronto tra due noti eco­no­mi­sti, Tho­mas Piketty, autore del for­tu­nato Il Capi­tale nel XXI secolo e Gre­gory Man­kiw, con­ser­va­tore ex con­si­gliere di Bush, tenu­tosi l’altro giorno a Boston nella gre­mi­tis­sima Indi­pen­dence Ball­room dell’Hotel She­ra­ton è stata stra­vinta dal primo. A rife­rirlo – e anche que­sto è molto signi­fi­ca­tivo – è il Sole24Ore, tra­mite la penna di Carlo Basta­sin che colora il suo arti­colo di gustosi epi­sodi, come le cri­ti­che di John Sti­glitz alle teo­rie di Man­kiw pro­iet­tate sulle pareti della sala in con­tem­po­ra­nea alla discus­sione, oppure l’accorato appello di un gio­vane eco­no­mi­sta alla ribel­lione nei con­fronti del capi­ta­li­smo e a por­tare la pro­te­sta nelle Uni­ver­sità. Tanto da far dire all’articolista del gior­nale con­fin­du­striale che erano decenni che un dibat­tito eco­no­mico non susci­tava pas­sioni tipi­che di una assem­blea stu­den­te­sca di stampo sessantottino.

Eppure il libro di Piketty ha susci­tato per­ples­sità e cri­ti­che anche a sini­stra, alcune delle quali più che giu­sti­fi­cate. Come quelle di David Har­vey o di Chri­stian Marazzi, per citarne solo alcune tra le più auto­re­voli, che hanno giu­sta­mente impu­tato all’autore fran­cese di con­si­de­rare il capi­tale come una cosa, scri­vendo di fatto una sto­ria del patri­mo­nio, e non un rap­porto sociale mediato da cose come in effetti è. Infatti il lungo sag­gio di Piketty si con­cen­tra più sui sin­tomi che non sulle cause dell’aumento delle dise­gua­glianze sociali. Inol­tre è assente l’analisi del ruolo poli­tico del debito nella pola­riz­za­zione della ric­chezza a sca­pito del lavoro vivo e della coo­pe­ra­zione sociale.

Tut­ta­via ciò che conta – al di là dell’ambizione spro­po­si­tata del titolo, pro­ba­bil­mente non col­ti­vata dall’autore mede­simo – è che Il Capi­tale nel XXI secolo è una incon­fu­ta­bile foto­gra­fia del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo che con «pre­ci­sione atroce», per dirla con lo stesso Har­vey, ha regi­strato il dila­tarsi delle disu­gua­glianze lungo il secolo pas­sato a livello mon­diale. Ed è in que­sta chiave che va letto e con­si­de­rato. Qui sta la sua forza pro­rom­pente di cri­tica al neo­li­be­ri­smo, ossia a quelle teo­rie che hanno con­ce­pito la dise­gua­glianza, quindi la com­pe­ti­zione, come il motore dello sviluppo.

Piketty è pas­sato anche da que­ste parti. Ha tenuto con­fe­renze, fra le quali una alla Camera dei Depu­tati, ma senza susci­tare così forti entu­sia­smi. E’ curioso – se riper­cor­riamo con nostal­gia il ricordo degli anni Ses­santa e Set­tanta — e anzi forse spia­ce­vole dirlo, ma biso­gna ammet­tere che l’ambiente intel­let­tuale che si respira oltre Atlan­tico, almeno in ambito uni­ver­si­ta­rio o negli imme­diati din­torni, è molto più ricet­tivo che non nel nostro paese e in tanta parte d’Europa. Mal­grado la crisi eco­no­mica abbia pro­prio nel nostro vec­chio con­ti­nente le con­se­guenze più pro­fonde e dura­ture, a cause delle scia­gu­rate poli­ti­che pro cicli­che por­tate avanti dalla Ue e dai sin­goli governi. E quindi più urgente sia la neces­sità dell’elaborazione di alter­na­tive di poli­tica economica.

In Ita­lia e in buona parte d’Europa – con la grande ecce­zione della Gre­cia e della Spa­gna — la cri­tica supera a stento l’ambito acca­de­mico o una sini­stra spesso stol­ta­mente ver­go­gnosa dell’importanza data nel pas­sato alle que­stioni eco­no­mi­che. Intanto Oli­vier Blan­chard, il capo eco­no­mi­sta del Fondo Mone­ta­rio ci avverte che ci sono degli «angoli bui» nella teo­ria eco­no­mica (più ele­gan­te­mente Nas­sim Nicho­las Taleb li avrebbe chia­mati «cigni neri») che hanno impe­dito di pre­dire e ana­liz­zare per tempo la crisi. La famosa domanda rivolta anni addie­tro dalla Regina Eli­sa­betta a un ple­num di eco­no­mi­sti «Come mai non avete pre­vi­sto la più ter­ri­bile crisi di tutti i tempi?» è rima­sta ancora senza rispo­sta. Intanto tutti i modelli – inter­pre­ta­tivi e pre­dit­tivi – sono sal­tati, spe­cie quelli mate­ma­tici che pare­vano a torto i più solidi.

La distanza è side­rale. Basta con­fron­tare la pro­po­sta che emerge dal lavoro di Piketty e che è rim­bal­zata nella discus­sione di Boston sulla neces­sità di isti­tuire una tassa mon­diale sulla ric­chezza, una sorta di patri­mo­niale uni­ver­sale, e lo squal­lido dibat­tito, con annessi risvolti da romanzo giallo d’appendice, attual­mente in corso sul fami­ge­rato arti­colo 19 bis del decreto di delega fiscale, che ha isti­tuito una sorta di «modica quan­tità» di eva­sione fiscale, pari al 3% dell’imponibile e che avrebbe garan­tito la deru­bri­ca­zione di reati e la can­cel­la­zione di ini­bi­zioni ai pub­blici uffici per Sil­vio Ber­lu­sconi. Da una parte si cerca almeno di tagliare le unghie a quei ric­chi che con orgo­glio – vedi le dichia­ra­zioni di War­ren Buf­fet — hanno riven­di­cato di avere vinto quella fase della lotta di classe che si è svi­lup­pata nel mondo negli ultimi qua­ranta anni; dall’altra truf­fal­di­na­mente si tenta di garan­tire nuovi mar­gini e impu­nità all’evasione e l’elusione fiscale.

Solo la forza delle idee non riu­scirà a bucare quella imper­mea­bi­liz­za­zione che il capi­ta­li­smo euro­peo ha saputo costruire a sua pro­te­zione.

E’ evi­dente che ci vuole un fatto con­creto ed esterno al dibat­tito eco­no­mico per dare una scrol­lata. L’occasione c’è ed è quella della più che pro­ba­bile vit­to­ria di Syriza in Gre­cia. A con­di­zione che si sap­pia che la cosa più dif­fi­cile viene dopo, quando comin­cerà un brac­cio di ferro con le eli­tes poli­ti­che, buro­cra­ti­che ed eco­no­mi­che della Ue per pro­ce­dere ad una ristrut­tu­ra­zione del debito.

In que­sto senso pos­siamo essere più otti­mi­sti di qual­che tempo fa. Il pen­siero unico in campo eco­no­mico è defi­ni­ti­va­mente spez­zato e le pos­si­bi­lità per un rivol­gi­mento poli­tico in Europa non abi­tano sol­tanto nel mondo dei desi­deri. Come è noto Key­nes con­clu­deva la sua opera mag­giore dicendo che spesso i gover­nanti seguono le indi­ca­zioni di qual­che oscuro eco­no­mi­sta del passato.

E’ suc­cesso così per il neo­li­be­ri­smo. Per Key­nes, che mar­xi­sta pro­prio non era, «pre­sto o tardi sono le idee, non gli inte­ressi costi­tuiti, che sono peri­co­lose sia nel bene che nel male». Spe­riamo che que­sta volta lo siano nel bene e presto.

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Bernard Maris (qui le note biografiche di Wikipedia) era un economista fuori dagli schemi, con una poliedrica attività culturale. Oltre che professore di economia e consigliere della Banca di Francia, scriveva romanzi e pezzi caustici ed esilaranti per Charlie Hebdo, nei cui locali ha perso la vita. Ne scrive una affettuosa commemorazione Jacques Sapir sul suo blog RussEurope.

Si firmava “Oncle Bernard” (Zio Bernard) ed era consigliere della Banca di Francia. Keynesiano convinto, era molto critico con l’austerità europea e proponeva una cancellazione di una parte del debito.

Salvatore Cannavò, il Fatto Quotidiano dell’8 gennaio 2015

Non solo vignettisti. Non solo presunti nemici dell’Islam, ma anche un economista di valore, giornalista e umorista, uomo poliedrico capace di rientrare nella categoria dell’altermondialismo e, allo stesso tempo, di sedere nel Consiglio generale della Banca di Francia. Bernard Maris, Oncle Bernard (zio Bernard), come si firmava su Charlie Hebdo, economista nato nel 1946 a Tolosa, è tra le dodici vittime dell’attacco mortale al settimanale francese.Una morte che sa di beffa perché Maris è di quelli che non ha esitato a inchiodare l’economia occidentale, ed europea, alle proprie responsabilità.

Estimatore di John Maynard Keynes, a cui ha dedicato uno dei suoi libri, candidato al Parlamento dai Verdi, Oncle Bernard ha sempre avuto una spiccata sensibilità di sinistra. Che lo ha portato a divenire membro del consiglio scientifico di una delle associazioni che hanno dato vita al movimento anti-globalizzazione, Attac France. Ma, oltre a un impegno politico e civile, ha frequentato anche l’accademia e l’economia ufficiale. Era associato in scienze economiche e professore all’Istituto di studi europei dell’Université Paris VIII. E, in virtù di queste qualità oltre che di un’evidente volontà di contrappeso politico, nel 2011 viene nominato dal presidente del Senato di allora, il socialista Jean-Pierre Bel, nel consiglio economico della Banca di Francia. A lui si è riferito il governatore francese, Christian Noyer, nel condannare ieri l’attacco definito “un atto codardo e barbaro contro la libertà di stampa e quelli che la difendono”. Persone di grandiideali, “tra le quali il nostro amico e collega Bernard Maris, un uomo di cuore, di cultura e di una grande tolleranza. Ci mancherà tanto”.

Tra i suoi scritti si ritrovano testi dai titoli non convenzionali comeAh Dieu! que la guerre économique est jolie !, (“Dio, quanto è bella la guerra economica”) oppure Lettre ouverte aux gourous de l’économie qui nous prennent pour des imbéciles (“Lettera aperta ai guru dell’economia che ci prendono per imbecilli”) ma anche Marx, ô Marx, pourquoi m’as-tu abandonné ? (“Marx, o Marx, perché mi hai abbandonato?”). Tra le sue proposte non convenzionali per risolvere la crisi economica ne spiccano due: il default del debito pubblico perché “tutti i Paesi europei – come ha scritto – dovranno, prima o poi, rassegnarsi acancellare una parte del debito. Occorre rinegoziare la parte che supera il 60% del Pil”. Maris era però anche fautore del “reddito minimo di esistenza” un “reddito da elargire a ciascun essere umano, ricco o povero, da conservare per tutta la vita e cumulare con qualsiasi altro reddito o patrimonio”. Un modo per sganciarsi dal lavoro in una società che il lavoro non lo garantisce più.

Nel numero di Charlie Hebdo uscito il 7 gennaio, Maris si è distinto anche per una recensione positiva dell’ultimo libro di Michel Houellebecq, Sottomissione, attorno al quale le polemiche non sono mancate e non mancheranno anche in relazione all’attentato di ieri. Al romanziere francese, Maris aveva già dedicato un libroHouellebecq economista, i cui romanzi hanno una “intelligenzadel mondo contemporaneo impregnata di economia”. “Così come, leggendo Kafka, scrive Maris, comprenderete che il vostro mondo è una prigione e, leggendo Orwell, che il cibo che si serve a tavola è una bugia, leggendo questo aspetto economico di Michel Houellebecq saprete che la colla che frena i vostri passi, virammollisce, vi impedisce di muovervi e vi rende così tristi e così tristemente patetici, è di natura economica”. I tre guerriglieri killer hanno ucciso anche questo.

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Christian Marazzi, tysm.org, 20 dicembre 2014

Il più grande economista del secolo scorso, John Maynard Keynes, in un suo scritto del 1930 prevedeva che entro la fine del secolo lo sviluppo della tecnologia avrebbe permesso la riduzione della settimana lavorativa a sole quindici ore. Keynes basava la sua previsione sulla base della limitatezza dei bisogni materiali.

Non solo questa sua previsione non si è avverata (la crescita dei bisogni si è rivelata inesauribile), ma la tecnologia stessa è stata utilizzata per inventare nuovi modi per farci lavorare tutti sempre di più. Un vero paradosso che viene di solito attribuito al consumismo, responsabile della creazione di un’infinità di nuovi lavori e industrie per soddisfare il desiderio di nuovi giocattoli e i piaceri più diversi.

Eppure, se si guarda all’evoluzione dell’occupazione dell’ultimo secolo si nota che tanto è crollata (come previsto) l’occupazione industriale e agricola come effetto dell’automazione, e tanto, anzi tantissimo sono aumentate le libere professioni, i lavori dirigenziali, d’ufficio, di vendita e di servizio, passando da un terzo degli impieghi complessivi a tre quarti.

I lavori che veramente sono esplosi sono quelli amministrativi, con la creazione di intere nuove industrie come quella dei servizi finanziari o del telemarketing, di settori come quello giuridico-aziendale, dell’amministrazione accademica e sanitaria, delle risorse umane e delle pubbliche relazioni. Ai quali andrebbero aggiunti gli impieghi che forniscono a queste industrie assistenza amministrativa, tecnica o relativa alla sicurezza come pure l’esercito di attività secondarie, dai toelettatori di cani ai fattorini che consegnano pizze a chi lavora tanto tempo in altri settori.

I tagli all’occupazione, i licenziamenti e i pre-pensionamenti il più delle volte riguardano lavori socialmente utili, mentre aumentano le attività amministrative e il tempo di lavoro da dedicare a seminari motivazionali, ad aggiornamenti dei profili

Facebook o a scaricare roba. Per non parlare di un altro paradosso, quello che vede i lavori che veramente giovano ad altre persone, come quello di infermieri, spazzini, badanti o meccanici, pagati una miseria.

È difficile dare una spiegazione economica a questo aumento delle attività amministrative e di controllo di lavori altrui.

Come ricorda l’antropologo David Graeber, nell’economia di mercato “questo è esattamente quel che non dovrebbe succedere”, quello che la concorrenza di mercato dovrebbe correggere. Di fatto, l’ultima cosa che deve fare un’azienda desiderosa di profitti è sborsare soldi a lavoratori di cui non ha davvero bisogno.

Forse la spiegazione c’è, non è economica ma politica e morale:liberare tempo per sé, lavorare meno per lavorare tutti e meglio, è visto con sospetto, come se comportasse la perdita di potere sulla vita degli altri. Meglio quindi inventare lavori inutili, ma utili per piegare tutti all’etica del lavoro.

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Marcello De Cecco, Sbilanciamo l’Europa, 10 ottobre 2014, N. 37, “MittelEuropa”

Non ci sono luci nell’orizzonte europeo. Recessione, rallentamento economico mondiale, conflitto ucraino e tensioni con Mosca affondano l’economia e rendono instabile la politica. L’«Europa tedesca» ha piegato la Francia, ma non può far funzionare l’Unione

Nelle scorse settimane c’è stato un diluvio di dati negativi sull’andamento dell’economia mondiale e, in particolare, su quella europea. I dati relativi alla zona euro sono i peggiori di tutti, ma sembra che ci siamo ormai abituati.

Il resto del mondo non se la passa meglio dei cittadini della zona euro. La Germania, il paese di maggior successo nell’area dell’euro, non può così sperare in un ragionevole tasso di crescita esportando quelle merci che non può e non vuole vendere sul mercato interno. Solo pochi mesi fa le prospettive di crescita per i paesi di maggior successo nella zona euro, in particolare per la Germania, apparivano significativamente migliori. Ed è altrettanto recente l’immagine di un euro forte nei confronti del dollaro. L’euro, tuttavia, oggi appare molto diverso: si è fortemente indebolito nei confronti del dollaro e la ragione principale di questo mutamento di prospettiva è la situazione di guerra aperta nell’est dell’Ucraina, esplosa con il pesante coinvolgimento, dietro le linee, di Russia e Unione Europea.

Una fragile tregua è stata raggiunta nelle scorse settimane, ma non è chiaro quanto sarà solida e per quanto potrà durare. Ovviamente, anche la politica monetaria europea e americana ha avuto un ruolo, ma la Federal Reserve, dal canto suo, non sembra ancora veramente decisa ad avviare una seria politica restrittiva.

Per questa ragione, penso che un’analisi dello stato dell’Unione Europea sul piano economico debba necessariamente considerare le variabili di politica internazionale come fattori esplicativi fondamentali. I fenomeni politici e militari incidono in modo particolare sulle aspettative future degli operatori economici. Quando si verifica un evento come l’attuale guerra civile in Ucraina, tendono a ridursi sia gli investimenti che i consumi nei paesi europei e, in particolare, in Germania, pesantemente coinvolta nelle vicende ucraine dai tempi degli zar e, nuovamente, da quando il paese è diventato indipendente dalla Russia. Inoltre, la Germania è oggi il cuore di una nuova versione della MittelEuropa, un’area che si è profondamente integrata con l’economia tedesca, tanto che oggi può essere considerata come un’unica area di produzione ed esportazione.

La Germania, naturalmente, è un gigante dell’export. È il principale produttore di automobili e beni d’investimento per il resto d’Europa, ma anche per altri grandi importatori come la Cina e gli Stati Uniti. Vista la caduta del Prodotto Interno Lordo (Pil) europeo causata dalla carenza di domanda interna, gli esportatori tedeschi si sono finora affidati alla domanda proveniente da Cina, Usa, Brasile e Russia.

Nessuno di questi paesi, tuttavia, sembra che potrà avere un boom di investimenti nel prossimo futuro. In Cina le prospettive di crescita sono state ridotte e il boom dell’economia brasiliana è al termine. L’economia americana continua a brillare se la si confronta con quella europea, ma a breve potrebbe essere colpita dall’inizio della fine di una fase quasi decennale di politica monetaria fortemente espansiva, anche se possiamo aspettarci che Janet Yellen, la presidente della Federal Reserve, aspetterà almeno l’esito delle elezioni americane di medio termine prima di prendere qualunque iniziativa sul fronte della politica monetaria. Il boom della Borsa americana non dev’essere fermato prima della competizione elettorale: ogni cittadino americano, attraverso il suo fondo pensione, ha un interesse perché questo non avvenga.

Se le elezioni americane dovessero andar male per i Democratici, com’è probabile, l’amministrazione Obama reagirà con una vigorosa politica espansiva nei due anni a venire, in modo di arrivare alle elezioni presidenziali con un’economia forte e una Borsa ancora più forte.

Tuttavia, se le relazioni tra Russia e occidente dovessero improvvisamente peggiorare in modo significativo, isolare la Borsa di New York dalle conseguenze negative della crisi internazionale potrebbe diventare molto difficile. Dovremo vedere la reazione della Federal Reserve di fronte a un crollo dell’indice Dow Jones del trenta per cento, un’ipotesi piuttosto realistica, visto che si è verificata non meno di sei volte negli ultimi decenni. La mia personale ipotesi, estrapolando i comportamenti passati, è che, così come dopo l’11 settembre 2001 e, in particolar modo dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, la Federal Reserve darà inizio a una nuova fase di denaro a bassissimo costo e la porterà avanti fino a che la fase acuta della crisi politica internazionale non sarà terminata. Tuttavia, anche con previsioni così accomodanti per la politica monetaria americana, è probabile che la recessione in Europa continui.

Se una previsione di questo tipo è ragionevole, una politica economica realistica per l’Europa dovrebbe prevedere la prosecuzione di una politica monetaria espansiva accompagnata da uno stimolo fiscale innovativo. Draghi continua a ripetere che non consentirà alla Bce di cambiare l’attuale politica espansiva, ma sottolinea che i governi, specialmente nei paesi in surplus, devono introdurre misure fiscali per stimolare consumi interni e importazioni.

Nessun effetto positivo di carattere macroeconomico sembra essere finora emerso dell’introduzione, il 4 novembre prossimo, dell’Unione Bancaria europea. Le banche quest’anno sono state assorbite dalla necessità di preparare i loro bilanci per la revisione patrimoniale che l’European Banking Authority sta realizzando sui 120 più grandi istituti del vecchio continente. I risultati di tale revisione saranno resi noti in occasione del trasferimento dei poteri di vigilanza bancaria alla Banca Centrale Europea, una vera innovazione nella politica bancaria e monetaria. La consapevolezza di avere una debole capitalizzazione ha spinto molte grandi banche a rafforzarsi, collocando nuove quote azionarie sul mercato ma, soprattutto, rientrando dalle proprie posizioni creditorie con ovvie conseguenze depressive. Inoltre, le banche, specie nei paesi più fragili, hanno preferito prestare ai propri governi piuttosto che a imprese esposte al rischio, malgrado la possibilità di dover accettare un forte “hair cut” nel valore del credito nel caso di una nuova crisi.

All’interno dell’Europa, le autorità francesi si sono costantemente collocate al fianco di quelle tedesche in tutte le decisioni, o non-decisioni, prese a livello europeo, con l’obiettivo di convincere i mercati internazionali che il loro paese avrebbe sicuramente avuto il sostegno della Germania nel caso si fosse presentata la necessità.

L’effetto di lungo periodo di questo tipo di alleanza è stata la costante pressione tedesca per rallentare l’azione della Bce e della Commissione Europea durante la crisi, risultando nel sensibile apprezzamento del tasso di cambio dell’euro. Tale apprezzamento ha avuto effetti molto negativi sull’economia francese, che è assai meno competitiva di quella tedesca.

In sintesi, lo stato economico dell’Unione Europea è deplorevole, in particolare se paragonato a quello di altri paesi come Stati Uniti o Cina. È da alcuni anni che la situazione è questa, e tale rimarrà nel prossimo futuro. Non sembrano esserci molte possibilità di vedere il surplus commerciale tedesco nei confronti del resto del mondo ridursi dai livelli patologici su cui si è attestato negli anni recenti. Il surplus tedesco nei confronti del resto d’Europa è scomparso, ma solo per il crollo della domanda nei paesi deboli, che si è tradotto in una caduta delle importazioni.

Nonostante le continue esortazioni di Mario Draghi, del Fondo Monetario Internazionale e ora anche di Jörg Asmussen, importante membro del Partito Socialdemocratico tedesco, la leadership cristiano democratica tedesca è irremovibile nel ribadire, in particolare attraverso la voce di Wolfgang Schauble – che ha il pieno sostegno della Cancelliera – i precetti dell'”economia sociale di mercato”. Si tratta delle regole imposte a tutti i membri dell’eurozona per ottenere da questi l’austerità che è stata e continua ad essere considerata necessaria perché questi paesi possano rimanere all’interno dell’area euro contando esclusivamente sulle proprie forze, senza ricorrere all’aiuto dei paesi più forti. Non ci sono possibilità, dunque, di vedere prossime emissioni di Eurobond.

L’«economia sociale di mercato» significa governare attraverso regole anziché con politiche discrezionali. Due anni fa tutti i paesi membri dell’area euro hanno accettato di introdurre nelle rispettive Costituzioni il pareggio di bilancio inizialmente introdotto dal parlamento tedesco, e perfino meccanismi che prevedono l’adozione automatica di misure deflattive da attivarsi non appena vengano superati i limiti prefissati relativamente al deficit ed al debito pubblico. Schauble ha recentemente annunciato che il bilancio pubblico tedesco raggiungerà il pareggio prima del previsto, nel corso di questo stesso anno fiscale. Altri stati membri non sembrano intenzionati a seguire la Germania su questa strada, malgrado abbiano approvato il Fiscal Compact, ma tutti i paesi in deficit sono stati obbligati ad adottare misure di austerità il cui impatto su spesa pubblica, domanda interna e occupazione non è stato compensato dalla crescita delle esportazioni. L’austerità in questo senso coincide con una visione del mondo che è il contrario di ciò che ispira la moderna politica economica e la macroeconomia.

L’austerità, che è un applicazione pratica dell'”economia sociale di mercato”, vede nei surplus commerciali esterni il risultato naturale del processo competitivo. Il surplus di un’economia molto competitiva è dunque visto come una situazione che non richiede alcun intervento correttivo da parte del paese in surplus. I deficit esteri, al contrario, sono interpretati come manifestazioni patologiche di scarsa competitività che dipendono dal mancato allineamento di salari e rendite con quelli dei paesi in surplus. I paesi in deficit sono dunque chiamati a realizzare politiche deflazionistiche e riforme strutturali capaci di riportare in linea salari e rendite.

Questo può sembrare nuovo, ma gli studiosi di storia economica sanno che questo è sempre stato l’atteggiamento delle nazioni in surplus. A Bretton Woods, furono gli Stati Uniti a impedire che si introducesse nel testo dell’accordo un meccanismo di riequilibrio che pesasse allo stesso modo sui paesi in surplus e in deficit. Gli sforzi di Keynes furono vani. Gli Stati Uniti non accettarono l’idea che l’economia mondiale non sarebbe stata caratterizzata da una tendenza naturale all’equilibrio di piena occupazione e che l’equilibrio avrebbe dovuto essere raggiunto attraverso accordi internazionali su politiche di rilancio da parte dei paesi in surplus.

Gli Stati Uniti – a loro merito – dopo aver constatato gli effetti deflazionistici dell’accordo di Bretton Woods sull’Europa, lanciarono nel 1948 il Piano Marshall, spinti anche dal nascente scontro bipolare a livello internazionale. Si trattò di un gigantesco programma di aiuti economici per evitare ai paesi europei in deficit gli effetti negativi della deflazione sull’occupazione e sugli equilibri politici. La Germania e gli altri paesi europei in surplus stanno riproponendo oggi gli argomenti che gli Stati Uniti usarono contro Keynes all’epoca di Bretton Woods. Le autorità tedesche non hanno alcuna simpatia per l’approccio keynesiano adottato da Mario Draghi, dal Fondo Monetario Internazionale e dagli Stati Uniti, i quali provano a convincere la Germania a rilanciare la domanda interna e ridurre i surplus esterni. Tuttavia, il 2 di marzo 2012, sottoscrivendo il Fiscal Compact, tutti i paesi dell’area euro hanno accettato la visione del mondo della Germania. La domanda da porsi è perché i paesi in deficit abbiano deciso di accettare volontariamente la visione del mondo tedesca introducendola nelle loro agende di politica economica e perfino nelle loro costituzioni.

La mia risposta è articolata: nulla ispira l’imitazione quanto il successo. L’economia tedesca è stata un’economia di successo se si guarda al suo tasso di crescita, al suo tasso di disoccupazione, all’equilibrio dei conti pubblici e alla drastica riduzione del debito pubblico.

La Germania attrae lavoratori qualificati da tutta Europa pagando loro alti salari mentre in altri paesi è difficile trovare lavoro perfino per un giovane ingegnere. La disoccupazione giovanile è molto bassa mentre nell’Europa del sud ha raggiunto livelli fino a poco tempo fa inimmaginabili. E i tedeschi hanno pagato la riforma del loro mercato del lavoro con il proprio sangue, attraverso la creazione di non meno di 7 milioni di lavoratori pagati meno di 400 euro al mese.

Tuttavia, ciò che ha spinto i paesi europei a sottoscrivere il Fiscal Compact è stato il rischio, grave e imminente, di una dissoluzione dell’euro per l’effetto combinato della massiccia speculazione internazionale e del rifiuto da parte dell’opinione pubblica, dei politici e della Corte Costituzionale tedesca. Sarebbe stato possibile a Mario Draghi pronunciare il 26 luglio 2012 il suo ormai celebre «difenderò l’euro a qualunque costo», che sconfisse la speculazione internazionale contro l’euro e placò i timori di una dissoluzione dell’Unione Monetaria, se pochi mesi prima non fosse stato siglato il Fiscal Compact?

Dunque, oltre all’ammirazione per il modello tedesco di crescita economica, c’era nei paesi in deficit la consapevolezza che il Fiscal Compact sarebbe stato il prezzo da pagare per rendere le loro intenzioni sul piano delle politiche deflazionistiche credibili agli occhi della Germania. E, ovviamente, quanto venne deciso durante la famosa “passeggiata di Deauville” da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy nell’ottobre 2010 fu alla radice delle perturbazioni sui mercati e di tutto quanto seguì.

Di nuovo, possiamo vedere come il governo francese sia andato a rimorchio, accettando qualsiasi cosa pur di mostrare la propria relazione speciale con la Germania e costruendo, in questo modo, le basi per ottenere la tripla A per i propri titoli di Stato. Non esiste in Francia la tradizione di legare le decisioni del governo agli interessi dell’alta finanza come accade, ad esempio, nel Regno Unito con la City di Londra. In molte occasioni, tuttavia, abbiamo avuto la netta impressione che l’azione del governo francese in ambito europeo fosse spinta dalla necessità per le grandi banche francesi di mantenere un buon rating sul debito pubblico nazionale, da usare come base per le loro operazioni internazionali.

Qualcuno sostenne che questo stato di cose sarebbe cambiato una volta arrivato un socialista all’Eliseo. Gli stessi intravedono l’alba di una relazione speciale tra Francia ed Italia, capace di produrre una posizione politica nuova, opposta a quella tedesca. Quest’interpretazione, tuttavia, non è fondata. Ignora la nuova storia d’amore tra la Germania e la Spagna conservatrice. Dimentica anche che Matteo Renzi era un protetto della Cancelliera Merkel molto prima di essere nominato Presidente del consiglio e che il premier italiano ribadisce costantemente che la Germania rappresenta il suo modello di politica economica. Fino a quando l’opinione pubblica tedesca non inizierà a vedere gli effetti negativi della deflazione sul proprio benessere resterà ostile perfino a critiche moderate, come quella di Jörg Asmussen alle dure politiche di Schauble. Dopo che il recente deprezzamento dell’euro ha dato nuovo vigore alle esportazioni tedesche, le speranze di un cambiamento nella politica economica della Germania restano esclusivamente legate all’eventualità che l’acuirsi della crisi in Ucraina peggiori le previsioni per l’economia tedesca, in particolare per quel che riguarda investimenti e consumi. Le recenti dichiarazioni del presidente degli industriali tedeschi potrebbero rappresentare un segnale in questa direzione.

Si tratta, in ogni caso, di uno scenario da «ultima spiaggia». Vogliamo davvero che sia uno scenario di guerra indiretta tra Russia e Unione Europea nell’est dell’Ucraina quello che ammorbidisce la politica economica tedesca? Ricordiamoci che, se una situazione del genere avvenisse davvero, la reazione della Germania potrebbe essere opposta, con una crescita dei consensi al nuovo partito anti-euro Alternative fur Deutschland, e un atteggiamento ancora più rigido sul rispetto dei vincoli del Fiscal Compact.

Mi spiace di non vedere per l’Europa un orizzonte molto luminoso. E non credo che le sanzioni renderanno Putin più ragionevole. La sua popolarità in Russia aumenta di pari passo con il nazionalismo delle sue posizioni. Può essere preso per fame, facendo salire alle stelle il prezzo dei generi alimentari in Russia, moltissimi dei quali sono importati dall’Europa e sono stati bloccati per ritorsione da Putin? Tradizionalmente, questo non è mai accaduto. Ma la Russia non era mai stata così dipendente dall’estero per beni essenziali come il cibo. Solo un enorme raccolto di grano ha consentito di allontanare il rischio di una crisi alimentare, ma il calo dei prezzi del petrolio ha lavorato nella direzione opposta riducendo gli introiti russi legati all’esportazione di materie prime.

L’AUTORE

Marcello de Cecco è uno dei maggiori esperti di italiani di politica monetaria e finanza. È professore emerito di Storia della moneta e della finanza alla Scuola Normale Superiore di Pisa e docente alla Luiss di Roma. Il suo ultimo libro sulla politica economica italiana e internazionale è «Ma che cos’è questa crisi. L’Italia, l’Europa e la seconda globalizzazione (2007-2013)», Donzelli, Roma, 2013. Questo testo riprende la sua relazione su «Lo stato dell’Unione europea» che ha aperto il convegno di EuroMemorandum tenuto a Roma il 25 settembre 2014 (www.euromemo.eu).

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Joseph Halevi, Il Manifesto, agosto 2009

Su la Repubblica e su la Stampa di ieri sono apparsi articoli molto scettici nei confronti degli attuali annunci di ripresa economica. È pertanto legittimo chiedersi se si profilano soluzioni e scenari di un’uscita dalla crisi e su quale base sociale possa l’eventuale nuova fase poggiare. Guardando alla storia del capitalismo moderno si nota che non fu il New Deal a sollevare gli Usa dalla depressione bensì l’entrata di Washington nel grande solco della spesa pubblica militare apertosi con la Seconda Guerra Mondiale. Ciò costituì la vera uscita capitalistica dalla Grande Depressione su una base sociale allargata.

Allora il keynesismo militare Usa divenne il pilastro economico della rinascita ed espansione dei capitalismi europei e di quello nipponico, nonché del consenso sociale che raccolsero. Mai profitti, accumulazione reale, salari, occupazione e previdenza sociale, ebbero dinamiche così sostenute e mutualmente assai compatibili come nel quarto di secolo che va dalla fine del secondo conflitto mondiale all’annullamento di Bretton Woods di fatto proclamato dal presidente Richard Nixon il 15 agosto del 1971. Quella data segna l’inizio della fine, assai rapida in verità, delle compatibilità keynesiane (più spesa pubblica, più occupazione, salari più alti, più domanda, più profitti, più investimenti grazie alla maggiore domanda). Non per questo però cessò di esistere il militarismo keynesiano che ricevette infatti una nuovo grande impulso durante la presidenza Reagan. Tuttavia fu proprio negli anni ottanta che le espansioni classicamente militar keynesiane si mostrarono invece ampiamente compatibili con la caduta dei salari dando luogo all’esplosione del fenomeno dei working poor, cioè di lavoratori poveri.

Nel nuovo contesto di deterioramento salariale le spese militari ed affini non potevano più sostenere l’espansione economica Usa, senza la quale né il Giappone avrebbe evitato una grande crisi, né la Cina di Deng Xiaoping sarebbe decollata capitalisticamente.

All’insufficiente keynesismo militare si è quindi abbinato, in maniera crescente dalla seconda metà degli anni ottanta per diventare dominante nel corso di questo decennio fino allo scoppio della crisi nel 2007, un keynesismo finanziario, l’espressione è di Bellofiore, fondato sull’indebitamento delle famiglie stimolato ed agevolato dalla politica di denaro facile da parte della Federal Reserve. Politica necessaria per colmare i vuoti (baratri) di potere d’acquisto che altrimenti sarebbero sfociati in una Grande Crisi di domanda effettiva. Qui sta l’origine della bolla speculativa esplosa due anni fa. Il crollo del keynesismo finanziario non riapre spazi a quello classico basato sulla spesa militare. Questa è a sua volta in crisi per mancanza di obiettivi e per il pantano iracheno prima ed afghano adesso. I margini del keynesismo idealistico, imperniato su contratti di lavoro collettivi ben definiti, su spese pubbliche sociali e produttive, su aliquote fiscali progressive, sono sempre stati molto limitati ma oggi sono del tutto inesistenti. Per rendere credibile il keynesismo idealistico bisognerebbe rivoluzionare almeno lo Stato. Bisognerebbe cioè sradicare gli interessi economici che attualmente lo dominano e lo plasmano.

James Galbraith, che pure ha fiducia nella possibilità di un capitalismo riformato, ha scritto un bel libro ove mostra quanto lo stato americano sia diventato uno strumento in mano a interessi monopolistico finanziari predatori (vale, eccome, anche per l’Italia). L’idea di un contratto sociale, evidente nella valenza istituzionale keynesiana, è assolutamente aliena a queste forze vieppiù dominatrici. Esse ridefiniscono metodicamente in funzione esclusiva dei loro «profitti» le cosiddette compatibilità economiche come appare anche dal nuovo decollo globale della finanza e dei «mercati» che nulla ha a che vedere con una soluzione sistematica della crisi.

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Paul Krugman, New York Times Magazine

I. SCAMBIARE LA BELLEZZA PER LA VERITA’

E’ difficile ora crederlo, ma non molto tempo fa gli economisti si congratulavano tra loro per il successo ottenuto dal loro settore. Quei successi – almeno così credevano – erano sia teorici che pratici e hanno portato ad un’epoca dorata per il mestiere. Sull’aspetto teorico, essi pensavano di aver risolto le proprie dispute interne e perciò, in un saggio del 2008 dal titolo “The State of Macro” (vale a dire la macroeconomia, lo studio delle grandi tematiche come le recessioni), Olivier Blanchard del M.I.T, ora responsabile economico presso il Fondo Monetario Internazionale, affermava che “la condizione della macroeconomia è buona”. Le battaglie di ieri, scriveva, sono finite, e vi è stata “un’ampia convergenza di visioni”. Nel mondo reale, gli economisti hanno creduto di avere le cose sotto controllo: “il problema centrale della depressione-prevenzione è stato risolto” dichiarava Robert Lucas dell’Università di Chicago nel suo discorso di insediamento nel 2003 come presidente dell’American Economic Association.

L’anno scorso, tutto si è spezzato.

Nel 2004, Ben Bernanke, ex docente a Princeton e ora presidente del consiglio di amministrazione della Federal Reserve, festeggiò la Grande Moderazione nelle prestazioni economiche nel corso dei due decenni precedenti, che egli attribuì in parte ad una serie di politiche economiche migliorate.

Pochi economisti hanno visto arrivare la crisi attuale, ma questo insuccesso nelle previsioni è stato il problema minore del settore. Ben più importante è stata la cecità del mestiere di fronte alla possibilità stessa di disastri catastrofici in un’economia di mercato. Nel corso degli anni d’oro, gli economisti finanziari giunsero a credere che i mercati fossero intrinsecamente stabili – che le azioni e gli altri beni avessero sempre il prezzo giusto. Non c’era nulla nel modello prevalente che indicasse l’eventualità del genere di crollo che è avvenuto lo scorso anno. Nel frattempo, i macroeconomisti si sono divisi sulle proprie opinioni. Ma la divisione principale è stata tra coloro che insistevano sul fatto che le economie di libero mercato non sarebbero mai andate fuori rotta e coloro che credevano che le economie potessero smarrirsi ogni tanto ma che ogni grossa deviazione dal cammino della prosperità potesse e sarebbe stata corretta dall’onnipotente Fed. Nessuna delle due fazioni era preparata a far fronte ad un’economia che è deragliata dai binari nonostanti tutti i migliori sforzi della Fed.

Negli strascichi della crisi, le linee difettose del mestiere di economista hanno sbadigliato più rumorosamente che mai. Lucas afferma che i piani di incentivi dell’amministrazione Obama rappresentano un’“economia da due soldi” e il suo collega di Chicago John Cochrane dice che sono basati su “favolette” screditate. In risposta, Brad DeLong dell’Università della California a Berkeley parla di “tracollo intellettuale” della Scuola di Chicago e io stesso ho scritto che i commenti degli economisti di Chicago sono il prodotto di “un periodo buio” della macroeconomia nel quale il sapere ottenuto così duramente è stata dimenticato.

Che cos’è successo al mestiere di economista? E qual è il suo futuro?

Per come la vedo io, la professione economica è andata fuori rotta perché gli economisti, intesi come gruppo, hanno scambiato la bellezza, rivestita di matematica di grande effetto, per la verità. Fino alla Grande Depressione, la maggior parte degli economisti era aggrappata ad una visione del capitalismo come un sistema perfetto o quasi. Quella visione non era sostenibile di fronte ad una disoccupazione di massa, ma i ricordi della Depressione si sono sbiaditi e gli economisti si sono innamorati di nuovo della vecchia e idealizzata visione di un’economia nella quale gli individui razionali interagiscono in mercati perfetti, questa volta addobbati di stravaganti equazioni. La rinnovata storia d’amore con i mercati idealizzati era sicuramente in parte una risposta ai venti politici che stavano mutando e in parte una risposta agli incentivi finanziari. Ma mentre gli anni sabbatici alla Hoover Institution e le opportunità di lavoro a Wall Street non sono affatto da disprezzare, la causa principale del fallimento del mestiere è stato il desiderio di un approccio onnicomprensivo ed intellettualmente elegante che ha dato, inoltre, agli economisti una possibilità di sfoggiare le loro abilità matematiche.

Purtroppo, questa visione romantica e ripulita dell’economia ha portato la maggior parte degli economisti ad ignorare tutte le cose che possono andare male. Hanno chiuso un occhio sui limiti della razionalità umana che conduce spesso a cicli di  espansioni e recessioni; sui problemi delle istituzioni che perdono il controllo; sulle imperfezioni dei mercati – soprattutto i mercati finanziari – che possono portare il sistema operativo dell’economia a subire dei crolli improvvisi e imprevedibili; e sui pericoli creati quando i regolatori non credono nella regolamentazione.

E’ molto più difficile dire quale sarà il futuro della professione economica. Ma quello che è quasi certo è che gli economisti dovranno imparare a convivere con il disordine. Cioè, dovranno riconoscere l’importanza del comportamento irrazionale e spesso imprevedibile, far fronte alle imperfezioni spesso idiosincratiche dei mercati e accettare il fatto che un’elegante “teoria economica per ogni cosa” sia molto lontana. In termini pratici, questo si tradurrà in consigli operativi più cauti – e con una minor propensione a smantellare le salvaguardie economiche nella fiducia che i mercati risolvano tutti i problemi.

II. DA SMITH A KEYNES E RITORNO

La nascita dell’economia come disciplina viene di solito accreditata a Adam Smith, che pubblicò “La ricchezza delle nazioni” nel 1776. Nel corso dei successivi 160 anni si è sviluppata una grande quantità di teorie economiche, il cui messaggio centrale era: fidatevi del mercato. Sì, gli economisti ammettevano che c’erano dei casi in cui mercati potevano sbagliare, dei quali il più importante era il caso degli “effetti esterni” – costi che le persone impongono ad altri senza pagarne il prezzo, come gli ingorghi del traffico o l’inquinamento. Ma la supposizione di base dell’economia “neoclassica” (dal nome dei teorici di fine diciannovesimo secolo che la elaborarono sulle idee dei loro predecessori “classici”) era quella che dovremmo avere fiducia nel sistema del mercato.

Questa fiducia, tuttavia, è  stata mandata in frantumi dalla Grande Depressione. In realtà, persino di fronte al crollo totale alcuni economisti insistevano sul fatto che qualunque cosa accadesse in un’economia di mercato doveva essere giusto: “Le depressioni semplicemente non sono il male” dichiarava Joseph Schumpeter nel 1934 – nel 1934! Esse sono, aggiungeva, “le forme di un qualcosa che deve essere fatto.” Ma molti, e alla fine la maggior parte, degli economisti passarono alle idee di John Maynard Keynes sia per una spiegazione di ciò che era avvenuto che per trovare una soluzione alle depressioni future.

Keynes però, a dispetto di tutto quello che potreste aver sentito, non voleva che il governo gestisse l’economia. Egli descrisse la sua analisi nel suo capolavoro del 1936 “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, come “moderatamente conservativa nelle sue implicazioni.” Egli voleva mettere ordine al capitalismo, non sostituirlo. Ma sfidò il concetto che le economie di libero mercato potessero funzionare senza un sorvegliante, esprimendo un particolare disprezzo per i mercati finanziari, che egli vedeva come dominati da speculazioni a breve termine con poca attenzione per i fondamentali. E chiedeva un intervento attivo del governo – stampando altra moneta e, se necessario, spendendo fortemente in opere pubbliche – per combattere la disoccupazione durante le crisi.

E’ importante capire che Keynes fece molto di più che uscirsene con delle audaci affermazioni. La “Teoria generale” è un’opera di profonda e intensa analisi – analisi che convinse i migliori e giovani economisti del periodo. Tuttavia, la storia dell’economia dell’ultimo mezzo secolo è, in buona parte, la storia della ritirata dal keynesianesimo e un ritorno al neoclassicismo. Il risorgimento neoclassico fu inizialmente capeggiato da Milton Friedman dell’Università di Chicago, che nel 1953 sosteneva che l’economia neoclassica funzionava così bene come descrizione del modo in cui funzionava realmente l’economia da essere “sia estremamente utile che meritevole di maggiore fiducia.” E per quanto riguarda le depressioni?

Il contrattacco di Friedman contro Keynes iniziò con la dottrina conosciuta come monetarismo. I monetaristi, di principio, non erano in disaccordo con l’idea che un’economia di mercato avesse bisogno di una stabilizzazione ben ponderata. “Siamo tutti keynesiani ora”, disse una volta Friedman, anche se in seguito sostenne che si trattava di una citazione fuori contesto. I monetaristi, tuttavia, sostenevano che una forma di intervento del governo molto limitata e circoscritta – vale a dire, incaricare le banche centrali di mantenere costante la crescita dell’offerta monetaria nazionale, dell’ammontare del denaro contante in circolazione e dei depositi bancari – è tutto quello che serve per impedire le depressioni. In modo splendido, Friedman e la sua collaboratrice, Anna Schwartz, sostenevano che se la Federal Reserve avesse fatto il proprio dovere, la Grande Depressione non sarebbe avvenuta. In seguito, Friedman fornì degli elementi contro qualunque sforzo del governo che portasse la disoccupazione sotto al suo livello “naturale” (che si crede sia intorno al 4,8 per cento negli Stati Uniti). Le politiche eccessivamente espansionistiche, egli prevedeva, condurrebbero ad una combinazione di inflazione e di elevata disoccupazione – una previsione che era nata dalla stagflazione degli anni Settanta, che fece aumentare molto la credibilità del movimento anti-keynesiano.

Alla fine, tuttavia, la controrivoluzione anti-keynesiana andò ben oltre la posizione di Friedman, che appariva relativamente moderata in confronto a quello dicevano i suoi successori. Tra gli economisti finanziari, la visione denigratoria di Keynes dei mercati finanziari come dei “casinò” fu rimpiazzata dalla teoria del “mercato efficiente”, la quale affermava che, con le informazioni a disposizione, i mercati finanziari ottenevano sempre il prezzo corretto dei beni. Nel frattempo, molti macroeconomisti rigettarono completamente lo schema di Keynes per comprendere le crisi economiche. Per la Grande Depressione, alcuni ritornarono all’idea di Schumpeter e di altri apologeti, vedendo le recessioni come una cosa positiva, come una parte delle regolazioni dell’economia verso il cambiamento. E anche coloro che non erano disposti a spingersi così in là sostenevano che qualunque tentativo di combattere una crisi economica avrebbe portato più danni che benefici.

Non tutti gli economisti erano disposti a percorrere questa strada: molti divennero dei presunti neo-keynesiani, che continuavano a credere in un ruolo attivo per il governo. Tuttavia, essi accettavano in larga parte l’idea che gli investitori e i consumatori siano razionali e che i mercati, in generale, si comportino sempre bene.

Naturalmente, ci furono delle eccezioni a queste tendenze: alcuni economisti sfidarono la supposizione del comportamento razionale, misero in dubbio la convinzione che ci si possa fidare dei mercati finanziari e sottolinearono la lunga lista di crisi finanziarie che avevano avuto devastanti conseguenze economiche. Ma stavano andando contro corrente, incapaci di progredire contro un autocompiacimento dilagante e, ripensando al passato, ridicolo.

III. FINANZA PANGLOSSIANA

Negli anni Trenta i mercati finanziari, per ovvie ragioni, non godevano di molto rispetto. Keynes li paragonava a “quei concorsi sui giornali in cui i concorrenti dovevano scegliere le sei facce più graziose tra un centinaio di fotografie e il premio in palio sarebbe andato al concorrente che più si era avvicinato alla media delle preferenze di tutti i partecipanti; cosicché ogni concorrente non deve scegliere quei visi che trova più graziosi, ma quelli che pensa che presumibilmente attrarranno la fantasia degli altri partecipanti.”

E Keynes la considerava una pessima idea quella di permettere a simili mercati, nei quali gli speculatori trascorrevano il loro tempo a rincorrersi a vicenda, a dettare importanti decisioni economiche: “Quando lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che vi sia qualche cosa che non va bene.”

Tuttavia, intorno al 1970, lo studio dei mercati finanziari sembrò essere stato assorbito dal dottor Pangloss di Voltaire, il quale insisteva sul fatto che stiamo vivendo nel migliore dei mondi possibili. La discussione sull’irrazionalità degli investitori, delle bolle, della speculazione distruttiva era praticamente sparita dai discorsi accademici. Il settore era dominato dall’”ipotesi del mercato efficiente” divulgata da Eugene Fama dell’Università di Chicago, la quale sostiene che i mercati finanziari fissano il prezzo dei beni in modo preciso considerate tutte le informazioni disponibili pubblicamente (il prezzo dell’azione di una società, ad esempio, riflette sempre in modo accurato il valore della società considerate le informazioni disponibili sui suoi ricavi, le sue prospettive commerciali e così via). E negli anni Ottanta, gli economisti finanziari, in particolare Michael Jensen della Harvard Business School, sostenevano che poiché i mercati finanziari fissavano sempre il prezzo corretto, la cosa migliore che i capitani d’azienda potessero fare, non solo per loro ma il bene dell’economia, era massimizzare il prezzo delle loro azioni. In altre parole, gli economisti finanziari credevano che dovremmo mettere lo sviluppo del capitale della nazione nella mani di quello che Keynes aveva definito un “casinò”.

E’ difficile sostenere che questa trasformazione del mestiere sia stata guidata dagli eventi. E’ vero, i ricordi del 1929 stanno piano piano svanendo ma hanno continuato ad esserci dei mercati al rialzo, con storie diffuse di eccessi speculativi, poi seguiti da mercati al ribasso. Ad esempio, nel 1973-4, le azioni persero il 48 per cento del loro valore. E il crollo borsistico del 1987 in cui il Dow crollò di quasi il 23 per cento in un giorno senza alcun chiaro motivo, avrebbe dovuto sollevare almeno un po’ di dubbi sulla razionalità dei mercati.

Quegli avvenimenti, tuttavia, che Keynes avrebbe considerato come prova dell’inaffidabilità dei mercati, fecero poco per attutire la forza di una bellissima idea. Il modello teorico che gli economisti finanziari svilupparono supponendo che ogni investitore soppesasse in modo razionale il rischio con il premio – il cosiddetto Capital Asset Pricing Model (CAPM) – è meravigliosamente elegante. E se si accettano le sue premesse è anche estremamente utile. Il CAPM non solo vi dice come scegliere il vostro portafoglio ma, cosa addirittura più importante dal punto di vista dell’industria finanziaria, vi dice come stabilire un prezzo per i derivati finanziari, titoli su titoli. L’eleganza e l’apparente utilità della nuova teoria ha portato una sfilza di premi Nobel per i suoi creatori e molti dei suoi adepti hanno ricevuto anche riconoscimenti meno prestigiosi. Armati di questi nuovi modelli e di formidabili abilità matematiche – gli utilizzi più esoterici del CAPM richiedono computazioni al livello di uno studioso di fisica – tranquilli docenti delle business school potevano e sono diventati cervelloni di Wall Street, portando a casa stipendi di Wall Street.

Per essere onesti, i teorici della finanza non accettavano l’ipotesi del mercato efficiente solamente perché era elegante, comoda e redditizia. Essi produssero anche una grande quantità di prove statistiche, che a prima vista sembravano fortemente a sostegno. Ma queste prove erano di una forma stranamente limitata. Gli economisti finanziari rararamente hanno posto la domanda apparentemente ovvia (anche se la risposta non è così semplice) se i prezzi dei beni avevano un senso considerati i fondamentali del mondo reale, come i ricavi. Invece, hanno chiesto solamente se i prezzi dei beni avevano senso considerati gli altri prezzi dei beni. Larry Summers, ora principale consigliere economico dell’amministrazione Obama, una volta prese in giro i docenti di finanza con una metafora sugli “economisti del ketchup” che “hanno dimostrato che che le bottiglie da mezzo chilo di ketchup da sempre vengono vendute esattamente al doppio delle bottiglie da un quarto” e concludono da questo che il mercato del ketchup è perfettamente efficiente.

Ma nessuna di queste prese in giro né altre critiche garbate provenienti da economisti come Robert Shiller di Yale sortirono molti effetti. I teorici della finanza continuarono a credere che i loro modelli fossero sostanzialmente corretti, così come molti altri che prendevano decisioni nel mondo reale. Tra questi non fu da meno Alan Greenspan, che all’epoca era presidente della Fed e sostenitore da lungo tempo della deregolamentazione finanziaria, la cui opposizione agli appelli per gestire i prestiti subprime o far fronte alla crescente bolla immobiliare facevano affidamento in buona parte sulla convinzione che l’economia finanzaria moderna avesse tutto sotto controllo. Ci fu un momento significativo nel 2005, durante una conferenza tenuta in onore dell’incarico di Greenspan alla Fed, nella quale un coraggioso partecipante, Raghuram Rajan (stranamente dell’Università di Chicago) presentò un documento nel quale avvisava che il sistema finanziario si stava accollando dei livelli di rischio potenzialmente pericolosi. Venne deriso da quasi tutti i presenti – tra cui, a proposito, Larry Summers, che rigettò i suoi avvertimenti definendoli “fuorviati”.

Nell’ottobre dello scorso anno, tuttavia, Greenspan stava ammettendo che era in uno stato di “scioccante incredulità” perché “l’intero edificio intellettuale” era “crollato”. Poiché questo crollo dell’edificio intellettuale era anche un crollo dei mercato del mondo reale, il risultato è stato una grave recessione – la peggiore, sotto molti aspetti, dalla Grande Depressione. Che cosa dovrebbero fare le istituzioni? Purtroppo la macroeconomia, che avrebbe dovuto fornire una chiara linea di condotta su come affrontare un’economia in crisi, stava vivendo il suo stato di subbuglio.

IV. IL PROBLEMA DELLA MACROECONOMIA

“Ci siamo trascinati un pasticcio colossale, abbiamo commesso gravi errori nel controllo di una macchina delicata, della quale non ne comprendiamo il funzionamento. Il risultato è che le nostre possibilità di ricchezza potrebbero andare sprecate per diverso tempo – forse per lungo tempo.” Così scriveva John Maynard Keynes in un saggio intitolato “The Great Slump of 1930”, nel quale egli tentava di spiegare la catastrofe che allora stava sorprendendo il mondo. E le possibilità di ricchezza del mondo andarono veramente sprecate per molto tempo. Ci sarebbe voluta la Seconda Guerra Mondiale per porre una conclusione definitiva alla Grande Depressione.

Perché la diagnosi della Grande Depressione di Keynes come un “pasticcio colossale” all’inizio era così affascinante? E perché l’economia, intorno al 1975, si è divisa in fazioni contrapposte sul valore delle idee di Keynes?

Mi piace spiegare l’essenza dell’economia keynesiana con una storia vera che è utile anche come metafora, una versione in scala ridotta dei disastri che possono colpire economie intere. Considerate il duro lavoro della cooperativa di babysitter Capitol Hill.

Questa cooperativa,  i cui problemi furono narrati nel 1977 in un articolo sul “The Journal of Money, Credit and Banking”, era un’associazione di circa 150 giovani coppie che si misero d’accordo nell’aiutarsi a vicenda accudendo i bambini di un’altra coppia quando i genitori volevano trascorrere una serata fuori. Per garantire che ogni coppia avesse la sua giusta quota di babysitting, la cooperativa introdusse una forma di buono: tagliandi fatti di grossi pezzi di carta, ciascuno dei quali conferiva il diritto al portatore di una mezz’ora di tempo di accudimento. All’inizio, quando si entrava nella cooperativa i membri riceveveno 20 tagliandi che si dovevano restituire quando si abbandonava il gruppo.

Purtroppo, si scoprì  che i membri della cooperativa, in media, volevano tenere di scorta più di 20 tagliandi, forse nel caso volessero uscire più volte consecutive. Come risultato, poche persone voleva spendere il loro buono e uscire, mentre in molti volevano accudire i bambini così potevano aggiungere altri tagliandi alla loro scorta. Ma dato che le opportunità di babysitting si presentavano solamente quando qualcuno voleva uscire la sera, questo significava che i lavori da babysitter erano difficile da trovare, il che rendeva i membri della cooperativa ancor più riluttanti ad uscire, rendendo ancor più scarsi i lavori da babysitter…

In breve, la cooperativa cadde in una recessione.

Bene, che ne pensate di questa storia? Non ritenetela sciocca e banale: gli economisti hanno utilizzato esempi su piccola scala per far luce sulle grandi questioni fin da quando Adam Smith vide le origini del progresso economico in una fabbrica di spilli, e hanno ragione a fare così. La domanda è se questo esempio particolare, nel quale la recessione è un problema di domanda inadeguata – non c’è abbastanza domanda di babysitter per dare lavoro a chiunque ne voglia uno – va alla sostanza di quello che accade in una recessione.

Quarant’anni fa la maggior parte degli economisti avrebbe concordato con questa interpretazione. Ma da allora la macroeconomia si è divisa in due grandi fazioni: gli economisti “d’acqua di mare” (principalmente nelle università americane sulla costa), che hanno una visione più o meno keynesiana di quelle che sono le recessioni; e gli econonomisti “d’acqua dolce” (principalmente nelle scuole dell’entroterra), che considerano assurda quella visione.

Gli economisti d’acqua dolce sono, fondamentalmente, dei puristi neoclassici. Essi credono che tutta l’analisi economica degna di nota inizi dalla premessa che le persone siano razionali e i mercati funzionino, una premessa dissacrata dalla storia della cooperativa di babysitter. Per come la vedevano, una mancanza di sufficiente domanda non è possibile, perché i prezzi si spostano sempre per far corrispondere l’offerta con la domanda. Se la gente vuole più buoni per il babysitting, il valore di quei buoni aumenterà, perché valgono diciamo 40 minuti di babysitter invece che mezz’ora – oppure, in modo equivalente, il costo di un’ora di babysitter scenderebbe da 2 tagliandi a 1,5. E questo risolverebbe il problema: il potere d’acquisto dei tagliandi in circolazione aumenterebbe, così che le persone non sentirebbero la necessità di farne scorta e non ci sarebbe alcuna recessione.

Ma le recessioni non assomigliano a quei periodi in cui non c’è abbastanza domanda per dare lavoro a chiunque voglia lavorare? Le apparenza possono ingannare, dicono i teorici d’acqua dolce. L’economia sana, nella loro visione, dice che i fallimenti complessivi della domanda non possono avvenire – e questo significa che non avvengono. L’economia keynesiana si è “dimostrata falsa”, dice Cochrane dell’Università di Chicago.

Tuttavia, le recessioni avvengono. Perché? Negli anni Settanta il macroeconomista d’acqua dolce di punta, il premio Nobel Robert Lucas, sosteneva che le recessioni erano causate da una confusione temporanea: i lavoratori e le aziende avevano problemi a distinguere tra i cambiamenti complessivi nel livello dei prezzi a causa dell’inflazione o della deflazione dai cambiamenti della loro particolare situazione di attività. E Lucas ammoniva che ogni tentativo di combattere il ciclo economico sarebbe stato controproducente: le politiche attiviste, egli sosteneva, si aggiungerebbero solamente alla confusione.

Negli anni Ottanta, questa accettazione fortemente limitata dell’idea che le recessioni siano una cosa negativa era stata addirittura rigettata da molti economisti d’acqua dolce. Invece, i nuovi leader del movimento, in special modo Edward Prescott, che era allora all’Università del Minnesota (potete capire da dove proviene l’appellativo “di acqua dolce”) sosteneva che le fluttuazioni dei prezzi e le mutazioni della domanda non avevano in realtà nulla a che fare con il ciclo economico. Piuttosto, il ciclo economico riflette le fluttuazioni  nel livello del progresso tecnologico, che sono amplificate dalla risposta razionale dei lavoratori, che volontariamente lavorano di più quando l’ambiente è favorevole e di meno quando è sfavorevole. La disoccupazione è una decisione volontaria dei lavoratori per prendersi un po’ di tempo libero.

Detta in modo così audace, questa teoria sembra folle – la Grande Depressione in realtà era la Granda Vacanza? E, ad essere onesti, penso che sia davvero sciocca. La premessa di base della teoria del “vero ciclo economico” di Prescott è stata integrata in modelli matematici costruiti in modo ingegnoso e che sono stati mappati su dati reali utilizzando sofisticate tecniche statistiche, e la teoria arrivò a dominare l’insegnamento della macroeconomia in molti dipartimenti universitari. Nel 2004, rispecchiando l’influenza della teoria, Prescott condivise un Nobel con il finlandese Kydland della Carnegie Mellon Univerisity.

Nel frattempo, gli economisti d’acqua di mare titubavano. Se gli economisti d’acqua dolce erano dei puristi, gli economisti d’acqua di mare erano dei pragmatici. Mentre economisti come N. Gregory Mankiw ad Harvard, Olivier Blanchard al M.I.T. e David Romer all’Università della California a Berkeley, ammettevano che era difficile riconciliare una visione keynesiana delle recessioni dal lato della domanda con la teoria neoclassica, essi trovarono che il concetto che le recessioni siano, in effetti, guidate dalla domanda sia troppo affascinante da rigettare. Quindi furono disponibili a spostarsi dalla supposizione dei mercati perfetti o dalla razionalità perfetta, o da entrambi, aggiungendo sufficienti imperfezioni per adattare una visione delle recessioni più o meno keynesiana. E nella visione d’acqua di mare, una politica attiva per combattere le recessioni rimaneva auspicabile.

Ma i presunti economisti neo-keynesiani non erano immuni ai richiami degli individui razionali e dei mercati perfetti. Essi tentarono di mantenere il più limitate possibile le loro deviazioni dall’ortodossia neoclassica. Ciò significava che non c’era spazio nei modelli prevalenti per cose come bolle e crolli del sistema bancario. Il fatto che tali cose continuino ad avvenire nel mondo reale – ci fu una terribile crisi finanziaria e macroeconomica nella maggior parte dell’Asia nel 1997-8 e una crisi a livello di depressione in Argentina nel 2002 – non si era rispecchiato nel pensiero neo-keynesiano comunemente accettato.

In ogni caso, avreste potuto pensare che le visioni del mondo divergenti degli economisti d’acqua dolce e d’acqua di mare li avrebbe fatti litigare sulla politica economica. E’ piuttosto sorprendente come, tra circa il 1985 e il 2007, le dispute tra economisti d’acqua dolce e d’acqua di mare vertevano principalmente sulla teoria e non sull’azione. La ragione, credo, è che i neo-keynesiani, a differenza dei keynesiani originali, non pensavano che la politica fiscale – le modifiche nelle spesa del governo o le tasse – fosse necessaria per combattere le recessioni. Essi credevano che la politica monetaria, amministrata dai tecnocrati alla Fed, potesse fornire tutti i rimedi di cui l’economia potesse avere bisogno. Ai festeggiamenti per il novantesimo compleanno di Milton Friedman, Ben Bernanke, un ex docente più o meno neo-keynesiano a Princeton, e già all’epoca membro del consiglio di amministrazione della Fed, face questo commento sulla Grande Depressione: “Avete ragione. L’abbiamo fatto. Siamo molto dispiaciuti. Ma grazie a voi, non accadrà di nuovo.” Il chiaro messaggio è che tutto quello di cui si ha bisogno per evitare le depressioni è una Fed più intelligente.

Finché la politica macroeconomica fu lasciata nelle mani del maestro Greenspan, senza programmi di incentivi di tipo keynesiano, gli economisti d’acqua dolce trovarono ben poco da ridire (essi non credevano che la politica monetaria portasse benefici, ma non credevano neanche che portasse svantaggi).

Ci sarebbe voluta una crisi per rivelare quanto poco terreno comune ci fosse e addirittura quanto panglossiana sia diventata l’economia neo-keynesiana.

V. NESSUNO AVREBBE POTUTO PREVEDERLO

Nelle recenti e commoventi discussioni economiche, la frase più in voga è diventata “nessuno avrebbe potuto prevederlo…” E’ quello che si dice riguardo ai disastri che potevano essere previsti, che avrebbero dovuto essere previsti e che, per la verità, erano stati previsti da alcuni economisti che sono stati derisi per i loro tormenti.

Considerate, ad esempio, l’improvviso aumento e dimunizione dei prezzi dell’immobiliare. Alcuni economisti, in particolare, Robert Shiller, identificarono la bolla e avvisarono sulle conseguenza se questa fosse scoppiata. Tuttavia, le principali istituzioni non riuscirono a vedere l’ovvio. Nel 2004, Alan Greenspan ignorava i discorsi riguardo ad una bolla immobiliare: “una grave distorsione dei prezzi a livello nazionale,” dichiarava, era “altamente improbabile.” Gli aumenti dei prezzi delle abitazioni, diceva Ben Bernanke nel 2005, “in buona parte riflettono dei solidi fondamentali economici.”

Come hanno fatto a non vedere la bolla? Ad essere onesti, i tassi di interesse erano insolitamente bassi, e questo in parte spiega l’aumento dei prezzi. Potrebbe essere che Greenspan e Bernanke volessero anche festeggiare il successo della Fed per aver trascinato fuori l’economia dalla recessione del 2001; ammettere che buona parte di quel successo dipendeva dalla creazione di una mostruosa bolla avrebbe raggelato i festeggiamenti.

Ma stava avvenendo qualcos’altro: una convinzione generale che le bolle non si verifichino. Quello che colpisce, quando si rileggono le assicurazioni di Greenspan, è come queste non fossero basate sulle prove – erano basate sulla supposizione a priori che semplicemente non poteva esserci una bolla nel settore immobiliare. E i teorici della finanza erano ancor più decisi su questo punto. In un’intervista del 2007, Eugene Fama, il padre dell’ipotesi del mercato efficiente, affermava che “la parola ‘bolla’ mi fa impazzire” e continuava a spiegare perché possiamo fidarci del mercato immobiliare. “I mercati immobiliari sono meno liquidi ma la gente è molto prudente quando acquista una casa. In genere quello che vanno a fare è il loro più grande investimento e quindi si guardano in giro con molta attenzione e confrontano i prezzi. L’esame delle offerte è molto dettagliato.”

Sicuramente gli acquirenti immobiliari in genere confrontano con attenzione i prezzi – cioè, confrontano il prezzo del loro potenziale acquisto con i prezzi di altre abitazioni. Ma questo non dice nulla sul fatto se il prezzo complessivo delle case sia giustificato. E’ di nuovo un’economia ketchup: poiché una bottiglia da mezzo chilo di ketchup costa il doppio di una bottiglia da un quarto, i teorici della finanza dichiarano che il prezzo del ketchup deve essere giusto.

In breve, la convinzione nei mercati finanziari efficienti ha messo i paraocchi a molti, se non la maggior parte, economisti sull’emergenza della più grande bolla finanziaria della storia. E la teoria del mercato efficiente ha avuto inoltre un ruolo significativo nel far gonfiare all’inizio quella bolla.

Ora che la bolla non diagnosticata è scoppiata, la vera pericolosità dei beni all’apparenza sicuri è venuta alla luce e il sistema finanziario ha dimostrato la sua fragilità. I proprietari di casa americani hanno visto svanire 13.000 miliardi di dollari di ricchezza. Più di sei milioni di posti di lavoro sono andati persi e il tasso di disoccupazione sembra avviarsi verso il livello più alto dagli anni Quaranta. Dunque, quale linea di condotta ha da offrire l’economia moderna nella difficile situazione di oggi? E dovremmo fidarci?

VI. LA POLEMICA SUGLI INCENTIVI

Tra il 1985 e il 2007 si instaurò una finta pace nel settore della macroeconomia. Non c’era stata alcuna vera convergenza di vedute tra le fazioni dell’acqua di mare e dell’acqua dolce. Ma quelli erano gli anni della Grande Moderazione – un lungo periodo durante il quale l’inflazione veniva attenuata e le recessioni erano relativamente modeste. Gli economisti d’acqua di mare credevano che la Federal Reserve avesse tutto sotto controllo. Gli economisti d’acqua dolce non pensavano che tutte le azioni della Fed portassero dei benefici, ma erano disposti a lasciare le cose così come stavano.

Ma la crisi pose fine alla pace fittizia. Improvvisamente le politiche precise e tecnocratiche che entrambi gli schieramenti erano disposti ad accettare non erano più sufficienti – e la necessità di una risposta politica più ampia portò alla ribalta i vecchi conflitti, più intensi che mai.

Perché  quelle politiche precise e tecnocratiche non erano sufficienti? La risposta, in una parola, è zero.

Nel corso di una normale recessione, la Fed risponde acquistando Buoni del Tesoro – debito governativo a breve termine – dalle banche. Questo fa diminuire i tassi di interesse sul debito del governo; gli investitori in cerca di maggiore tassi di rendimento si spostano su altri beni, portando anche alla diminuzione degli altri tassi di interesse, e normalmente questi tassi di interesse più bassi alla fine portano ad un rimbalzo economico. La Fed ha fatto fronte alla recessione che è iniziata nel 1990 portando i tassi di interesse a breve termine dal 9 per cento al 3 per cento. Ha fronteggiato la recessione iniziata nel 2001 portando i tassi dal 6,5 per cento all’1 per cento. E ha provato a far fronte all’attuale recessione abbassando i tassi dal 5,25 per cento a zero.

Ma zero, come si è dimostrato, non è un valore abbastanza basso per porre fine a questa recessione. E la Fed non può spingere i tassi sotto lo zero, poiché già a tassi vicini allo zero gli investitori fanno incetta di denaro contante piuttosto che darlo a prestito. Quindi, prima della fine del 2008, con i tassi di interesse sostanzialmente alla soglia che i macroeconomisti chiamano il “vincolo a zero” mentre la recessione addirittura continuava ad aggravarsi, la politica monetaria tradizionale aveva perso tutta la sua trazione.

E ora? Questa è la seconda volta che l’America deve fronteggiare il vincolo a zero, la precedente occasione fu durante la Grande Depressione. E fu esattamente l’osservazione sul fatto che esiste un vincolo inferiore ai tassi di interesse che ha portato Keynes a sostenere una maggiore spesa da parte del governo: quando la politica monetaria è inefficace e il settore privato non riesce ad essere convinto a spendere di più, il settore pubblico deve prendere il suo posto nel sostenere l’economia. Gli incentivi fiscali sono la risposta keynesiana alla situazione economica di tipo depressionario nella quale ci troviamo oggi.

Tale pensiero keynesiano è alla base delle politiche economiche dell’amministrazione Obama – e gli economisti d’acqua dolce sono furiosi. Per circa 25 anni essi hanno tollerato gli sforzi della Fed per gestire l’economia, ma una vera e propria rinascita keynesiana era qualcosa di completamente diverso. Nel 1980 Lucas, dell’Università di Chicago, scriveva che l’economia keynesiana era così assurda che “nei seminari di ricerca la gente non voleva più prendere sul serio le teorie keynesiane. L’uditorio inizava a bisbigliare e a ridacchiare.” Ammettere che, dopotutto, Keynes aveva ampiamente ragione sarebbe un passo indietro troppo umiliante.

E così Cochrane di Chicago si è indignato all’idea che la spesa del governo potrebbe attenuare l’ultima recessione, dichiarando: “Non fa parte di ciò che ognuno ha insegnato ai laureandi sin dagli anni Sessanta. Quelle [le idee keynesiane] sono favolette che si sono dimostrate false. In periodi di tensione è molto rassicurante ritornare alle fiabe che ascoltavamo da bambini, ma questo non le rende meno illusorie (è un segno di quanto profonda sia la divisione tra acqua dolce e salata il fatto che Cocharane non creda che “ognuno” insegni quelle idee che vengono, in effetti, insegnate in posti come Princeton, l’M.I.T. e Harvard).

Nel frattempo, gli economisti d’acqua di mare, che si erano consolati con la convinzione che la grande divisione nella macroeconomia si stesse riducendo, furono sconvolti nel rendersi conto che gli economisti d’acqua dolce non stavano affatto ascoltando. Gli economisti d’acqua dolce che inveivano contro gli incentivi non sembravano studenti che avevano soppesato le argomentazioni keynesiane e le avevano trovate inadeguate. Piuttosto, sembravano persone che non avevano idea di cosa trattasse l’economia keynesiana, persone che stavano risorgendo dalle fallacie pre-anni Trenta nella convinzione di dire qualcosa di nuovo e profondo.

E non erano soltanto le idee di Keynes che sembrava fossero fossero andate dimenticate. Come ha sottolineato Brad DeLong dell’Univeristà di California a Berkeley nelle sue lamentazioni sul “tracollo intellettuale” della scuola di Chicago, la posizione attuale della scuola è quella di un totale rifiuto delle idee di Milton Friedman. Friedman credeva che dovesse essere utilizzata la politica della Fed per stabilizzare l’economia piuttosto che i cambiamenti di spesa del governo ma non affermò mai che un aumento nella spesa del governo non può, in nessun caso, aumentare la disoccupazione. In effetti, rileggendo il compendio del 1970 delle sue idee, “Uno schema teorico per l’analisi monetaria” colpisce quanto questo sembri keynesiano.

E Friedman sicuramente non aveva mai accettato l’idea che la disoccupazione di massa rappresentasse una riduzione volontaria dell’impegno lavorativo o l’idea che le recessioni siano in realtà un bene per l’economia. Tuttavia, la generazione attuale di economisti d’acqua dolce sta sostenendo entrambe le tesi. Casey Mulligan di Chicago indica che la disoccupazione è così alta perché molti lavoratori scelgono di non cercare un lavoro: “I dipendenti si trovano di fronte a degli incentivi finanziari che li incoraggiano a non lavorare… l’aumento della disoccupazione è spiegato più dalle riduzioni nell’offerta di manodopera (la disponibilità della gente a lavorare) e meno dalla richiesta di manodopera (il numero di persone che i datori di lavoro hanno bisogno di assumere)”. Mulligan, in particolare, ha indicato che i lavoratori decidono di rimanere disoccupati perché questo aumenta le loro possibilità di ricevere un aiuto per il loro mutuo immobiliare. E Cochrane sostiene che l’alto tasso di disoccupazione in realtà è una cosa positiva: “Dovremmo avere una recessione. La gente che trascorre la propria vita a piantar chiodi nel Nevada ha bisogno di qualcos’altro da fare.”

Personalmente, penso che tutto questo sia assurdo. Perché dovrebbe esserci una disoccupazione di massa in tutto il paese per far spostare i falegnami dal Nevada? Qualcuno riesce a sostenere in modo serio che abbiamo perso 6,7 milioni di posti di lavoro perché sempre meno americani vogliono lavorare? Ma era inevitabile che gli economisti d’acqua dolce si trovassero loro stessi intrappolati in questo cul-de-sac: se partite dal presupposto che la gente sia perfettamente razionale e i mercati siano perfettamente efficienti, dovete concludere che la disoccupazione è volontaria e le recessioni sono auspicabili.

Tuttavia, se la crisi ha spinto gli economisti d’acqua dolce all’assurdo, ha anche portato numerosi economisti d’acqua di mare a fare un esame di coscienza. Il loro schema, a differenza della scuola di Chicago, consente la possibilità della disoccupazione involontaria e la considera una cosa negativa. Ma i modelli neo-keynesiani che sono arrivati a dominare l’insegnamento e la ricerca sostengono che la gente sia perfettamente razionale e i mercati finanziari siano perfettamente efficienti. Per far entrare nei loro modelli qualcosa che assomigli alla crisi attuale, i neo-keynesiani sono costretti ad introdure un qualche fattore di correzione che per ragioni non ben specificate deprime temporaneamente la spesa privata (per certi miei lavori ho fatto esattamento questo). E se l’analisi su dove ci troviamo oggi si affida a questo fattore di correzione, quanta fiducia possiamo avere nelle previsioni dei modelli sul nostro futuro?

La situazione della macroeconomia, in due parole, non è buona. Dunque, qual è il futuro della professione?

VII. DIFETTI E FRIZIONI

L’economia, come settore, si è cacciata nei guai perché gli economisti sono stati sedotti dalla visione di un sistema di mercato perfetto, senza frizioni. Se il mestiere deve redimersi, dovrà riconciliarsi ad una visione meno allettante – che un’economia di mercato ha tanti pregi ma è anche piena di difetti e di frizioni La buona notizia è che non dobbiamo ripartire da zero. Anche durante il culmine dell’economia del mercato perfetto, si è lavorato molto sui modi in cui la vera economia ha deviato dall’ideale teorico. Quello che probabilmente accadrà ora – e per la verità sta già avvenendo – è che l’economia dei difetti-e-delle-frizioni si sposterà dalla periferia dell’analisi economica al suo centro.

Esiste già un esempio piuttosto ben sviluppato del genere di economia che ho in mente: la scuola di pensiero conosciuta come finanza comportamentale. Chi pratica questo approccio mette in evidenza due cose. Primo, molti investitori del mondo reale assomigliano poco ai freddi calcolatori della teoria del mercato efficiente: sono tutti soggetti al comportamento del gregge, ai periodi di esuberanza irrazionale e al panico ingiustificato. Secondo, anche coloro che cercano di basare le proprie decisioni sul freddo calcolo spesso si rendono conto che non ci riescono, che i problemi della fiducia, della credibilità e delle garanzie limitate li obbligano ad andare con il gregge.

Sul primo punto: anche durante il culmine dell’ipotesi del mercato efficiente, sembrava ovvio che molti investitori del mondo reale non fossero così razionali come presupponevano i modelli prevalenti. Larry Summers una volta iniziò un articolo sulla finanza affermando: “CI SONO DEGLI IDIOTI. Guardatevi attorno.” Ma di che genere di idioti (il termine preferito nella letteratura accademica in realtà è “trader rumorosi”) stiamo parlando? La finanza comportamentale, facendo ricorso al movimento più ampio conosciuto come economia comportamentale, cerca di rispondere alla domanda mettendo in relazione l’apparente irrazionalità degli investitori alle inclinazioni note nell’intelletto umano, come la tendenza a prestare più attenzione alle piccole perdite rispetto ai piccoli guadagni o la tendenza a trarre conclusioni troppo alla svelta da campioni esigui (ad esempio, dato che i prezzi delle abitazioni sono aumentati nel corso degli ultimi anni, presupporre che continueranno ad aumentare).

Fino alla crisi, i sostenitori del mercato efficiente come Eugene Fama rigettavano le prove prodotte a favore della finanza comportamentale come una collezione di “elementi curiosi” di nessuna reale importanza. Questa è ora una posizione molto più difficile da sostenere visto che lo scoppio di una grande bolla – una bolla correttamente diagnosticata da economisti comportamentali come Robert Shiller di Yale, che l’ha messa in relazione agli ultimi episodi di “esuberanza irrazionale” – ha messo in ginocchio l’economia mondiale.

Sul secondo punto: supponete che esistano, in realtà, gli idioti. Che importanza avrebbe? Non molta, sosteneva Milton Friedman in un importante articolo del 1953: gli investitori scaltri faranno quattrini comprando quando gli idioti venderanno e vendendo quando compreranno e stabilizzeranno i mercati in questo processo. Ma le seconde fila della finanza comportamentale dicono che Friedman si sbagliava, che i mercati finanziari a volte sono molto instabili, e in questo momento quell’idea sembra difficile da rigettare.

Probabilmente l’articolo più importante su questo filone è stata una pubblicazione del 1997 di Andrei Shleifer di Harvard e Robert Vishny di Chicago, una formalizzazione della vecchia linea che “il mercato può rimanere irrazionale più a lungo di quanto voi possiate rimanere solvibili.” Come essi sottolineavano, gli arbitraggisti – le persone che si pensa acquistino ad un prezzo basso e vendano ad un prezzo alto – hanno bisogno del capitale per fare il loro lavoro. E una drastica caduta del prezzo dei beni, anche se non ha alcun senso in termini di fondamentali, tende ad esaurire quel capitale. Come risultato, il denaro investito da mani esperte viene fatto uscire dal mercato, e i prezzi possono entrare in una spirale al ribasso.

La diffusione dell’attuale crisi finanziaria sembrava quasi una dimostrazione pratica dei pericoli dell’instabilità finanziaria. E le idee generali che stanno alla base dei modelli di instabilità finanziaria si sono dimostrate molto attinenti alla politica economica: un’attenzione all’esaurimento del capitale degli istituti finanziari ha aiutato a condurre delle azioni politiche dopo la caduta di Lehman, e sembra (incrociate le dita) che queste azioni abbiano evitato con successo un crollo finanziario ancora più grave.

Nel frattempo, che dire della macroeconomia? Gli ultimi avvenimenti hanno confutato in modo piuttosto netto l’idea che le recessioni siano una risposta ottimale alle fluttuazioni al livello del progresso tecnologico; una visione più o meno keynesiana è l’unica alternativa. Tuttavia, i normali modelli neo-keynesiani non hanno lasciato spazio per una crisi come quella che stiamo avendo, perché quei modelli in genere accettavano la visione del settore finanziario del mercato efficiente.

Ci sono state alcune eccezioni. Una linea di lavoro, iniziata nientemeno che da Ben Bernanke con Mark Gertler della New York University, evidenziava il modo in cui la mancanza di una garanzia sufficiente potesse ostacolare la possibilità delle imprese di raccogliere finanziamenti e di perseguire opportunità di investimenti. Una linea di lavoro correlata, costituita prevalentemente dal mio collega a Princeton Nobuhiro Kiyotaki e John Moore della London School of Economics, sosteneva che i prezzi di beni come il mercato immobiliare possono soffrire di cadute che si autoalimentano e che, a rotazione, deprimono l’intera economia. Ma finora l’impatto della finanza malfunzionante non è stato al centro nemmeno dell’economia keynesiana. Chiaramente, questo deve cambiare.

VIII. RIABBRACCIARE KEYNES

Dunque, ecco quello che penso che debbano fare gli economisti. Innanzitutto, devono affrontare la scomoda realtà che i mercati finanziari sono ben lontani dalla perfezione e che sono soggetti ad illusioni eccezionali e alla follia delle masse. In secondo luogo, devono ammettere – e questo sarà molto duro per la gente che ridacchiava e sparlava di Keynes – che l’economia keynesiana rimane la migliore struttura che abbiamo per comprendere il senso delle recessioni e delle depressioni. In terzo luogo, dovranno fare del loro meglio per integrare le realtà della finanza nella macroeconomia.

Molti economisti troveranno questi cambiamenti piuttosto sconvolgenti. Semmai, passerà molto tempo prima che i nuovi e più realistici approcci alla finanza e alla macroeconomia offrano lo stesso tipo di chiarezza, completezza e vera e propria bellezza che caratterizzano il pieno approccio neoclassico. Per alcuni economisti quella costituirà una ragione per aggrapparsi al neoclassicismo, nonostante il suo totale fallimento nel comprendere il senso della più grande crisi economica delle ultime tre generazioni. Tuttavia, questo sembra essere un buon momento per ricordare le parole di H.L. Mencken: “C’è  una soluzione facile per ogni problema umano: elegante, plausibile e sbagliata.”

Quando si parla del problema del tutto umano delle recessioni e delle depressioni, gli economisti hanno bisogno di abbandonare la soluzione elegante, ma sbagliata, di presumere che tutti siano razionali e che il mercato funzioni in modo perfetto. La visione che emerge mentre la professione ripensa le proprie basi potrebbe non essere così chiara. Certamente non sarà elegante ma possiamo sperare che avrà il pregio di essere almeno in parte corretta.

Paul Krugman
Fonte: http://www.nytimes.com/
Link: http://www.nytimes.com/2009/09/06/magazine/06Economic-t.html02.09.2009
Traduzione a cura di JJULES per www.comedonschisciotte.org

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