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Mariana Mazzuccato, La Repubblica, 13 luglio 2015

Gli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti. I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa. La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

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Riporto come spunto di riflessione questo passaggio dal libro di Andrea Baranes “Dobbiamo restituire fiducia ai mercati” – FALSO, Laterza, Roma-Bari 2014 (pagg. 72-74), che mi sembra molto esplicativo di come la pensi il mondo della finanza internazionale.

Per me quello che segue è una ragione di più per difendere la nostra Costituzione dagli attacchi del neoliberismo, che vuole svuotare gli Stati, in particolare quelli della periferia dell’Unione Europea, di tutele quali il diritto al lavoro, a una giusta remunerazione, alla dignità della persona. La mentalità espressa da JP Morgan è il “nemico da abbattere”, tutto quello contro cui dovremo impostare la nostra battaglia, anche culturale.

A giugno 2013 il settore europeo di ricerca della JP Morgan pubblica uno studio sulle cause delle difficoltà attuali e su cosa andrebbe fatto: «Nei primi giorni della crisi si pensava che i problemi nazionali fossero in gran parte economici: troppi debiti sovrani, bancari e delle famiglie, disallineamento dei tassi di cambio, rigidità strutturali. Ma nel corso del tempo è diventato chiaro che ci sono anche problemi di natura politica. Nei paesi del Sud, le Costituzioni e le forme politiche applicate in seguito alla caduta del fascismo hanno una serie di caratteristiche che sembrano essere inadatte a una maggiore integrazione nella regione». Ovviamente il settore finanziario non ha alcuna responsabilità nella situazione attuale. I problemi sembravano legati esclusivamente all’economia interna dei singoli paesi, finché non si è rivelata la verità: citando un altro passaggio del rapporto, «le Costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che i partiti di sinistra avevano guadagnato dopo la sconfitta del fascismo».

Se questa è l’analisi, il programma da portare avanti segue naturalmente: «i sistemi politici della periferia mostrano tipicamente diverse delle seguenti caratteristiche: una classe dirigente debole, Stati centrali deboli rispetto a singole regioni, tutela costituzionale dei diritti del lavoro, sistemi di costruzione del consenso che favoriscono meccanismi clientelari, e il diritto di protestare in caso di cambiamenti politici sgraditi dello status quo. Le carenze di questa eredità politica sono state rese evidenti dalla crisi [Leigh Philips, Jp Morgan to eurozone periphery: “Get rid of your pinko, anti-fascist constitutions”, «EU.Observer», 7 giugno 2013]»..È davvero una vergogna che delle vetuste Costituzioni antifasciste ci abbiano trascinato nella crisi, creando tante preoccupazioni alle povere banche d’affari. Se è da sfacciati nel XXI secolo avere ancora una Costituzione che tutela i diritti del lavoro, rasenta l’incredibile pensare che un cittadino possa addirittura protestare se lo ritiene giusto.

La storia la scrivono i vincitori. E la finanza sta vincendo. Come ricorda Barbara Spinelli, «ecco lo scatto che compie la storia: una crisi generata dall’asservimento della politica a poteri finanziari senza legge viene ri-raccontata come crisi di democrazie appesantite dai diritti sociali e civili. Senza pudore, JP Morgan sale sul pulpito e riscrive le biografie, compresa la propria, consigliando alle democrazie di darsi come bussola non più Magne Carte, ma statuti bancari e duci forti».

Parliamo della stessa JP Morgan che patteggia una multa da 13 miliardi di dollari per lo scandalo dei mutui durante la crisi, una da 920 milioni per operazioni in derivati di un suo trader, sotto inchiesta con l’accusa di corruzione in Cina per ottenere contratti con le aziende di Stato. E l’elenco potrebbe continuare. «La JP Morgan, la più grande banca americana per asset, potrebbe conquistare un altro primato, questa volta indesiderato: l’istituto più indagato e sanzionato degli Stati Uniti [Marco Valsania, JP Morgan, le inchieste costano 7 miliardi in più, «Il Sole 24 Ore», 20 agosto 2013]». Il solo Dipartimento della Giustizia avrebbe in corso sei diverse indagini sulla banca. Secondo la scala di valori del colosso americano, il violare la legge sembrerebbe ben più accettabile della tutela dei diritti costituzionali.

Smantellamento delle regole esistenti, attacchi ai poteri statali, violazione sistematica delle leggi e dipendenza dai salvataggi pubblici quando le cose vanno male. È in atto uno scontro tra finanza e democrazia. Ma, a dispetto dei disastri combinati negli ultimi anni, è la finanza ad attaccare e le regole democratiche a essere minacciate.

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