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Posts Tagged ‘L’Altra Europa con Tsipras’

Luciana Castellina, Il Manifesto, 19 settembre 2015

Non sono greca e per­ciò dome­nica non voto. Tan­to­meno sono auto­riz­zata a sug­ge­rire ai greci come votare. Ma non me la sento nem­meno di dire che que­sta mia asten­sione deriva dal fatto che i loro sono affari che non mi riguar­dano. Se un anno fa in tanti ci siamo ritro­vati a soste­nere (o meglio a costruire) una lista che si è chia­mata l’«altra Europa con Tsi­pras» non è stato per via di una stra­va­ganza moda­iola, per­chè Siryza stava vin­cendo e noi in Ita­lia no. E’ stato per­chè abbiamo capito che la par­tita che Ale­xis stava ingag­giando con i mostri dell’euro capi­ta­li­smo era anche la nostra partita.

Alexis Tsipras e Pablo Iglesias

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Luca Pastorino

Daniela Preziosi, Il Manifesto, 17 marzo 2015

Democrack a Genova, è un civatiano il candidato della sinistra, dem nel caos. Dopo le primarie inquinate, associazioni, civici e partiti tutti d’accordo (o quasi). Lui: «Serve una strada unitaria». E stavolta Civati deve scegliere

Colpo di scena nelle regio­nali ligure, e per una volta, non è una cat­tiva noti­zia per la sini­stra in cerca di un can­di­dato. Pro­prio quando la situa­zione sem­brava dispe­ra­ta­mente incar­tata, e la burlandian-renziana — eletta con pri­ma­rie inqui­nate che ave­vano pro­vo­cato l’addio pole­mico al Pd di Ser­gio Cof­fe­rati — comin­ciava a dor­mire sonni tran­quilli, ieri Luca Pasto­rino, depu­tato Pd di area civa­tiana, ha annun­ciato di essere «pronto a lasciare il Pd» per «met­tersi a dispo­si­zione per un’alternativa alla pro­po­sta di governo regio­nale di Raf­faella Paita».

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Il simplicissimus

2005_04La sinistra doveva ricominciare dalla lista Tsipras, come ancora si va dicendo, visto che per 8 mila voti manderà tre rappresentanti a Bruxelles. Ma si scopre, personalmente senza alcuna sorpresa, che è solo il prolungamento di una vecchia storia ormai fuori dalla storia. Una storia di piccole elite politiche e intellettuali che navigano in un bicchier d’acqua. La conferma viene dall’ennesimo ripensamento della Spinelli che adesso sta meditando di non rinunciare affatto allo scranno di Strasburgo. Prima si è presentata come garante della lista per poi invece auto inserirsi come candidato nobile del progetto in due circoscrizioni pur essendo assai nota la sua militanza filo bancaria impalliditasi solo nella seconda metà del 2012 (e perciò scomunicata da Scalfari). Qualche giorno dopo, visto che tutto ciò avrebbe potuto portare a qualche problema, ha detto che la sua era solo una candidatura di bandiera e che avrebbe rinunciato alla poltrona se eletta. Adesso sostiene che molti…

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Laura Eduati, Huffington Post, 2 giugno 2014

I maligni scrivono che è stata folgorata sulla via di Strasburgo. Ma il sentimento prevalente è l’amara sorpresa: Barbara Spinelli, promotrice della lista Tsipras e candidata capolista nell’Italia centrale e meridionale, starebbe cambiando idea e non lascerà il seggio come aveva promesso , Dunque molto probabilmente diventerà europarlamentare nell’edificio che porta il nome del padre Altiero. La possibilità che questo avvenga è ormai data per molto concreta.

Pare che dietro la decisione ci siano forti pressioni dello stesso Alexis Tsipras, il leader greco della vincente Syriza che vorrebbe portare in Europa un nome di peso come quello dell’editorialista di Repubblica e proporla come vicepresidente del Parlamento. Spinelli dovrebbe sciogliere le riserve entro poche ore, soprattutto per fermare l’enorme confusione che si è scatenata in queste ore all’interno della lista Tsipras, dove le posizioni non sono per niente univoche.

Guido Viale, tra i promotori della lista insieme con Flores D’Arcais e la stessa Spinelli, pensa che l’idea di mandarla a rappresentare la sinistra italiana a Bruxelles non sia affatto malvagia. Non la pensano così una folta schiera di persone coinvolte e meno coinvolte nel progetto. Maso Notarianni, giornalista e membro del comitato elettorale, ha scritto una lettera pubblica indirizzata a Spinelli, nella quale spiega che l’eventuale scelta di mantenere la poltrona europea danneggerebbe l’immagine della lista Tsipras:

Erano anni che non si vedevano così tante facce credibili, coerenti con la propria storia e con la propria vita, mettersi in gioco per un progetto di cambiamento. Questo è stato visto e apprezzato dai pochi che sono riusciti a vederci.
Ma vedo che, non appena ha cominciato a girare la tua idea di ripensarci, sono partiti centinaia di commenti spiacevoli, che ci accomunano al resto dei “politici”, che dicono (qualcuno con soddisfazione, altri con disperazione) che siamo uguali agli altri.
Ecco, io ti chiedo con il cuore in mano se te la senti di prenderti una responsabilità così grande: quella di farci perdere in credibilità e in coerenza.
Non so se tu te ne rendi conto, non vorrei – davvero – che questa scelta poi ti venga fatta pagare troppo duramente.

Marco Furfaro

I simpatizzanti della lista Tsipras sfogano sui social network la loro delusione, anche se non mancano coloro che hanno addirittura promosso una petizione per chiedere a Spinelli di rappresentarli in Europa. Tra questi alcuni candidati della lista Tsipras come l’attore Ivano Marescotti, l’urbanista Edoardo Salzano, la scrittrice animalista Daniela Padoan e il No Tav Pierluigi Richetto. Per loro la presenza di Spinelli al Parlamento europeo costituirebbe la garanzia che la lista Tsipras non venga eccessivamente orientata nelle scelte da Sinistra ecologia e libertà – il primo dei non eletti in Italia centrale è Marco Furfaro di Sel -, partito che ha espresso l’idea per ora minoritaria di avvicinarsi al Pd e dunque al Partito socialista europeo. I promotori della lista Tsipras invece preferiscono entrare nel gruppo della Sinistra unita.

Altri invece sono preoccupati dalla recente apertura a Beppe Grillo formulata dalla stessa promotrice.

Eleonora Forenza

In fondo Spinelli, insieme a Moni Ovadia, aveva ripetuto a ogni occasione che la loro era soltanto una forte sponsorizzazione e che all’indomani delle elezioni avrebbero lasciato spazio ai secondi in lista, in questo caso i giovani Marco Furfaro (Sel) e Eleonora Forenza (Prc), candidati rispettivamente nell’Italia centrale e meridionale. Se la figlia dell’europeista di Ventotene dovesse accontentare Alexis Tsipras e garantire la sua presenza all’europarlamento, dovrebbe anche decidere se sacrificare Furfaro o Forenza e non è un dettaglio secondario.

E domani Vendola sarà a Bruxelles per incontrare non soltanto Tsipras ma anche Martin Schulz, candidato alla Commissione europea per il Pse.

Sulla questione di Barbara Spinelli si sono espressi anche due giornalisti e simpatizzanti di peso come Alessandro Gilioli e Paolo Hutter, entrambi molto negativi sull’ipotesi che la giornalista e saggista possa cambiare idea e tenere il seggio. Scrive Hutter:

Dietro a chi sta spingendo la Spinelli in questa più che problematica direzione ci sono il sentimento e la volontà di sbaraccare sia Sel che Rifondazione per dare rapidamente vita al nuovo soggetto politico derivante dal relativo successo della lista Tsipras. In particolare c’è la irritazione perché in Sel si è riaperto il dibattito sul rapporto col Pd. (Ma era inevitabile, col Pd al 40% e una minoranza di Sel che era contraria alla lista Tsipras..) C’è già chi si spinge a dire che non solo la posizione della “destra”Sel ma anche la posizione di Vendola (“ll nostro orizzonte è l’alleanza con il Pd a condizione che si ricostruisca un profilo di cambiamento. Renzi ha vinto e la sua vittoria non cambia la qualità di questo governo…”) sarebbero incompatibili col progetto de l’Altra Europa. In realtà tra tutti gli elettori dell’Altra Europa c’è una convivenza intrecciata di sentimenti, non una divisione netta, tra chi vagheggia un ritorno dell’alleanza tra Pd e sinistra radicale, e chi sogna una Syriza italiana,o un 5 stelle “politicamente corretto”.

Interviene poi Paola Bacchiddu, la responsabile della comunicazione della lista Tsipras che racconta di essere stata allontanata dall’incarico per volere di Spinelli dopo aver pubblicato su Facebook l’ormai celeberrimo bikini:

Per ora tacciono gli altri due promotori della lista Tsipras, Marco Revelli e Luciano Gallino. Tra poche ore, complice anche la pressione che Spinelli dice di ricevere da molti elettori, il nodo dovrebbe sciogliersi e i malpancisti dovrebbero avere una risposta ai loro laceranti dubbi.

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Giulio Cavalli, Blogautore dell’Espresso, 30 maggio 2014

Gennaro Migliore aspetta la chiusura delle urne delle ultime elezioni europee (con SEL confluita nella lista Altra Europa con Tsipras che supera la soglia di sbarramento) e subito rilancia la sua (e non solo sua) vecchia ossessione di entrare nel PD. Certo, l’ha detto in modo più articolato e forbito ma il succo è questo: fare i “sinistri” nel PD meno sinistro degli ultimi anni. E non importa se alle ultime politiche l’alleanza con i democratici sia durata il tempo di mettere il piede in Parlamento e non importa (a Migliore e altri) che l’alleanza civica e politica per le europee sia una proposta profondamente diversa dall’idea di Europa e di Italia di Matteo Renzi: l’importante è collocarsi. Da fuori sembra proprio così.

Sono anni ormai che a sinistra del PD coesistono due posizioni sclerotizzate che stanno agendo per usura: chi aspetta che la sinistra del PD si spacchi (Pippo Civati, per fare un nome) e chi aspetta di avere la giusta merce di scambio per entrarci, nel PD. Intorno coloro che ogni volta si mettono pancia a terra a raccogliere firme, montare banchetti, scrivere manifesti e costruire una forza autonoma sono semplicemente la “passeggera utilità” per raggiungere obbiettivi ovviamente a brevissimo termine e così si incensa Tsipras dimenticando il suo lavoro di collazione e unificazione di una sinistra greca che è diventata adulta solo quando ha avuto il coraggio di unirsi. Unità significa rinuncia della sicurezza delle proprie posizioni, non è difficile capirlo e non è difficile riconoscere chi, miope, crede che l’autopreservazione passi per forza solo dal conservatorismo. La Sinistra è un’altra cosa. Il progetto è un’altra cosa e, se non sbaglio, Sel era un’altra cosa. Ricorda Gennaro Migliore che Sel e Nichi Vendola sono nati da una candidatura alla Regione Puglia contro gli stati generali del Partito Democratico? Ricorda Gennaro le parole di Vendola (e tutta SEL) su Matteo Renzi alle primarie vinte da Bersani? Ricorda Gennaro quando Sel parlava di “coraggio”, “cambiamento”, “andare in mare aperto”?

Ecco, sarebbe il caso di chiedere agli “storici” dirigenti della sinistra se hanno coscienza che lì in fondo, alla base, hanno cominciato a stancarsi di sentire parlare di coraggio senza praticarlo, hanno capito tutti che le scorie di beghe personali di un’era geologica fa stanno rallentando un processo che non si può e non si deve arrestare e hanno tutti sensazione che questa classe dirigente ha quasi esaurito il suo tempo.

La proposta di Migliore è una truffa: uno spostamento di posizioni che include un tradimento dell’idea di fondo. Siete nel posto sbagliato e, attenzione, viene il dubbio che siate in minoranza e non ve ne siete ancora accorti.

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Di Alfonso Gianni, MicroMega online, 21 maggio 2014

L’idillio fra Renzi e i mercati finanziari internazionali è durato davvero poco. Non sappiamo ancora se è vera rottura, ma certamente, dopo la stima negativa della crescita del Pil nel primo trimestre dell’anno in corso, le passioni si sono raggelate. Non c’è da stupirsi. Nulla è stato fatto per invertire le cause profonde della crisi italiana, che si sommano a quelle della crisi economica internazionale ed europea.

L’inconsistenza delle promesse di Renzi è stata messa a nudo. Gli atti rilevanti dal punto di vista normativo in campo economico si riducono solo a due, anche se di notevole peso e significato: il Documento di economia e finanza (Def) e il decreto 34/2014 presentato dal ministro del lavoro Poletti. 

Guardando soprattutto al secondo, che cronologicamente è giunto prima, si ha una buona visione del cambio di passo che contraddistingue il governo Renzi da quelli postberlusconiani che l’hanno preceduto. E si comprende anche la ragione per cui quel provvedimento è stato bene accolto dalle cancellerie dei maggiori paesi europei visitati da Matteo Renzi.

Le elites dominanti nella Ue, delle quali Renzi aspira con buone possibilità fare parte, si sono infatti accorte da tempo che la finzione della “austerità espansiva” era diventata uno slogan molto logoro e niente affatto convincente. Ci hanno pensato le varie statistiche ufficiali a seppellirlo. Sono cresciute disoccupazione, precarietà e diseguaglianze e contemporaneamente il debito pubblico. Per questo dal cilindro hanno estratto una nuova illusionistica parola d’ordine, quella della “precarietà espansiva”. Si tratterebbe di dare un colpo definitivo a ciò che resta dei diritti e dei vincoli – a seconda del punto di vista dal quale li si guarda – esistenti e resistenti sul mercato del lavoro e questo darebbe per incanto forza a quei borbottii di fondo che alcuni economisti compiacenti scambiano per segnali di un’imminente ripresa. Gli “spiriti animali” del capitalismo imprenditoriale tornerebbero ad animarsi e una nuova “distruzione creatrice” sarebbe alle porte. Questa sarebbe la riforma strutturale che più o meno direttamente ci chiede l’Europa e su cui indubbiamente il governo Renzi ha mostrato di porsi con spavalderia alla avanguardia.

Il decreto Poletti interviene sia sui contratti a termine sia su quelli di apprendistato. In entrambi i casi in modo devastante. Nella sostanza, nel primo caso viene fatta sparire ogni causale per l’assunzione a tempo determinato, malgrado quest’ultima fosse già alquanto generica. Si permette invece “l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato di durata non superiore a trentasei mesi, comprensiva di eventuali proroghe”, cinque per l’esattezza, norma che viene estesa anche ai contratti interinali. 

Ma i trentasei mesi qui previsti sono piuttosto il limite minimo anziché quello massimo, dal momento che tale limite è superabile per alcune categorie di lavoratori e per tutti qualora intervengano esplicite deroghe all’interno di “contratti collettivi stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale”. La famosa contrattazione in peius. Ma non è finita. Il testo del decreto stabilisce che si possono assumere lavoratori con contratto a termine solo entro un tetto del 20% sul complesso dei lavoratori occupati in azienda. La norma in questo caso interviene peggiorando l’esito della contrattazione che già prevedeva un tetto ma in misura inferiore (in media il 10-15% dell’organico) e che peraltro non ha funzionato per la mancanza assoluta di trasparenza sui dati e quindi per l’assenza di controlli. Siamo fuori dalla stessa normativa europea. Da qui la giusta denuncia per inadempienza e violazione di quelle norme lanciata da diversi giuristi.

Il governo finge di non rendersi conto che in Italia da diversi anni la crescita del Pil è assai più bassa della media europea, mentre le ore lavorate per ogni singolo lavoratore sono altissime. Ad esempio in Germania sono 1400 all’anno, in Italia 1800. L’intensificazione dello sfruttamento di pochi e la disoccupazione e la precarizzazione di molti non fa ripartire l’economia. Il tasso di variazione del lavoro temporaneo in Italia, tra il 1990 e il 2012, è del 164%, contro una media europea del 34,5%. La stessa Irlanda, un altro dei paesi Piigs, ha avuto un tasso di crescita del 19.7%. Si può e si deve osservare che in Italia nel 1990 la presenza di lavoro temporaneo era inferiore che in altri paesi – anche se eravamo nel momento del boom dei contratti di formazione-lavoro – e quindi il tasso di variazione è più alto perché parte da livelli inferiori, ma ciò non toglie che ha fatto balzi da gigante, mentre la nostra economia ha continuato a deperire, non malgrado, ma anche grazie, seppure non esclusivamente, alla liberalizzazione e alla precarizzazione nel mercato del lavoro.

La stessa logica distruttiva di ogni garanzia pervade anche la parte del decreto dedicata all’apprendistato. In sostanza il contenuto specifico del rapporto di lavoro di apprendistato viene svuotato. Il datore di lavoro vede invece accresciute le sue convenienze, dal momento che può retribuire il lavoratore con solo il 65% dello stipendio dovuto e nello stesso tempo continua a scaricare quasi l’intero peso della contribuzione previdenziale ed assicurativa sulle spalle dello Stato. Anche questa nuova norma è del tutto al di fuori della normativa comunitaria, poiché non si presenta come finalizzata alla creazione netta di nuovi posti di lavoro, ma casomai allo scambio tra occupazione stabile e occupazione precaria.

Ma la linea di Renzi non si rifà al semplice neoliberismo, ma piuttosto andrebbe definita come social-liberista, ovvero più liberista del liberismo per quanto riguarda il mito della concorrenza e delle privatizzazioni, ma con una certa sensibilità sociale, per evitare ribellioni popolari. Così, mentre si calca la mano sulle controriforme strutturali, si cerca di recuperare consenso giocando la carta della redistribuzione. Ecco quindi comparire la mossa degli 80 euro in busta paga. Una “quattordicesima preelettorale” si è giustamente detto, dal momento che questa non è ancora – né si sa se mai lo sarà – una misura strutturale, ma pur sempre una cifra che nemmeno un rinnovo contrattuale è riuscito a dare da tempo immemorabile.

Sarebbe del tutto sbagliato però limitare la critica al provvedimento renziano – al fatto che esso lascia scoperti i precari, i disoccupati che non ricevono indennità, gli anziani, gli incapienti. Tutte cose indubbiamente vere. Ma c’è dell’altro. Da dove vengono le risorse per garantire questi 80 euro in busta paga? Ed è qui che l’“anima sociale” del social-liberismo renziano torna ad essere più evanescente che reale. 

Già a un primo esame del Documento di economia e finanza (Def) la propaganda renziana risulta assai vacillante. Il costo dell’operazione degli 80 euro è per ora stimato in 6,6 miliardi. Se calcolati lungo un intero anno si tratta di 10 miliardi. Le coperture sono previste solo per la parte dell’anno che manca. Si conta di ricavare dalla spending review del commissario Cottarelli 4,5 miliardi, in base a tagli presentati come definitivi; un altro miliardo dovrebbe giungere dall’incremento dell’aliquota al 26% sulle plusvalenze che le banche realizzeranno a seguito della rivalutazione delle loro quote gentilmente concessa in Bankitalia dal precedente governo Letta; il resto è legato ai maggiori introiti dell’Iva generati dal pagamento di circa 40 miliardi di debiti commerciali della Pubblica amministrazione. 

Il punto dolente in questo questo quadro è ovviamente rappresentato dalla spending review. Come verrà fatta? Come e da dove verranno estratti i 4,5 miliardi previsti? Qui spesso Renzi è intervenuto per tacitare le imprudenti dichiarazioni di Cottarelli sul taglio di ben 85mila posti di lavoro nella Pubblica amministrazione nel giro di tre anni. “Decido io!” ha ripetuto Renzi, ma simile esternazione di decisionismo, pur coerente con il profilo del personaggio, non ha tranquillizzato proprio nessuno, neppure i troppo placidi sindacati. In ogni caso, per l’immediato, saranno il pubblico impiego e la sanità ad offrire il maggiore contributo. Il Servizio sanitario nazionale verrà taglieggiato per cifre che oscillano fra uno o due miliardi. Il pubblico impiego, oltre alla misura del tetto dei manager (che riproduce in modo più generoso quella già decisa dal secondo governo Prodi, con eccezione delle società quotate in Borsa, e che venne elusa dai governi successivi), subirà tagli negli stipendi per almeno un altro miliardo. Va ricordato che in questo settore i contratti non vengono rinnovati dal 2010 e che il numero dei dipendenti, come dice il Def, è già in sensibile diminuzione negli ultimi anni; altri 800 milioni deriveranno da tagli lineari di acquisti in tutte le amministrazioni; infine 600 milioni di risparmi dovrebbero giungere dalla Difesa, ma più in termini di riduzione di nuovi arruolamenti che non di acquisti di sistemi d’arma. 

Conviene ora guardare anche alla questione Irap, punto nodale della strategia renziana volta ad accontentare tutti, padroni e operai, in modo da fare sparire nei fatti ogni discriminante fra destra e sinistra. Il Presidente del Consiglio conferma un taglio del 10% dell’Irap, probabilmente finanziata con l’aumento dell’aliquota della tassazione delle rendite finanziarie, esclusi i titoli di Stato. Ma qui i conti davvero non tornano: la previsione governativa del costo del taglio della tassa si aggira sui 2,4 miliardi, ma la Ragioneria stima che il gettito della prevista copertura non supererà 1,4 miliardi. Un miliardo che balla dunque e che si aggiunge ad altri che muovono la stampa più informata a prevedere una nuova manovra correttiva del governo nei prossimi mesi attorno ai 4-5 miliardi.

Certo, il governo rilancia alla grande la politica delle privatizzazioni, quindi della vendita delle partecipazioni del Tesoro nelle società che contano, come Fincantieri o Eni, con la conseguenza prevedibile che ciò che si incassa oggi, lo si perde moltiplicato per molte volte poi, in termini di diversi milioni di euro all’anno di mancati o minori dividendi. La classica operazione a perdere della vendita dei gioielli di famiglia. Intanto nel Def viene scritto che queste frutteranno 12 miliardi di euro l’anno dal 2014 al 2018, previsione del tutto opinabile poiché non si fonda su alcuna base neppure probabilistica dotata di un minimo di attendibilità.

Del resto, per tornare sulla questione degli 80 euro, non bisogna dimenticare gli effetti prodotti dalle nuove forme di tassazione introdotte dal passato governo Letta. Queste probabilmente si mangeranno nei prossimi otto mesi oltre il 40 per cento del bonus degli 80 euro previsti dal governo Renzi. Se con una mano il contribuente beneficerà dell’aumento mensile con l’altra dovrà tirare fuori 35 euro in più al mese rispetto allo scorso anno, tra l’introduzione della Tasi e le addizionali Irpef regionali.

Circola uno studio della Uil – malgrado l’entusiasmo filogovernativo del suo segretario generale – che prende in esame il lavoratore medio dipendente, quello insomma che beneficerà del bonus, che guadagna 18 mila euro lordi l’anno e ha una casa di proprietà in una zona semiperiferica. Una condizione modesta e alquanto diffusa, che gli consente di entrare in pieno nel target del governo e di beneficiare del bonus, che con ogni probabilità verrà esposto alle voracità dei Comuni, molti dei quali stanno mettendo in atto aumenti della Tasi e addizionali e delle Regioni che sono costrette a ricorrere al rincaro delle aliquote. Calcolando la spesa sull’intero anno si scopre che il lavoratore dipendente medio si troverà in tasca 640 euro in più ai quali però dovrà sottrarre 278 euro (Tasi più addizionali comunali Irpef) per un totale di 362 euro. Ciò significa la riduzione al 56% dei benefici. Il guadagno in busta paga, dunque, in realtà si dimezzerebbe.

Insomma effetti espansivi non se ne vedono dalla manovra del governo. Anzi. Non c’è da stupirsi, poiché la buona teoria economica ci insegna che le riduzioni della pressione fiscale finanziate da tagli di pari importo della spesa pubblica hanno di norma effetti recessivi. Del resto vi è uno studio del Fmi risalente al luglio 2012 che dice, facendo riferimento esplicito al caso italiano, che un taglio ipotetico della spesa pubblica per 10 miliardi di euro determinerebbe una contrazione del Pil di ben 15 miliardi, mentre una riduzione della pressione fiscale di 10 miliardi non porterebbe ad un aumento del Pil superiore ai 2 miliardi. In altre parole gli effetti espansivi dell’aumento della spesa pubblica, ovviamente fatta con criteri mirati ed innovativi, sono comunque sensibilmente superiori dal punto di vista degli stimoli all’economia di quanto non lo siano le riduzioni della pressione fiscale, che non si traduce mai interamente in nuovi consumi, e viceversa. 

Quindi il governo avrebbe dovuto finanziare la misura degli 80 euro in deficit, se avesse voluto compiere una vera manovra anticiclica e dare un autentico sollievo sociale ai redditi più bassi. Ma così non può avvenire per mancanza di cultura economica e per i vincoli imposti dalla Ue e pedissequamente accettati.

Ma tutto ciò non significa ancora che lo stellone di Renzi ne esca del tutto sfocato. Il suo consenso permane se perdura l’insipienza e la debolezza della sinistra d’opposizione. Quella che oggi si raccoglie attorno alla lista L’altra Europa con Tsipra potrebbe diventare finalmente un punto di ricostruzione di una sinistra degna di questo nome nel nostro paese, oltre che portare il suo contributo in Europa. La condizione è che comprenda fino in fondo che la partita non si gioca solo sul terreno della redistribuzione per via fiscale della ricchezza prodotta – sul quale il governo Renzi comanda il gioco e distribuisce le carte – quanto su quello dei rapporti fra capitale e lavoro, ovvero di quanto va al profitto e quanto al salario. 

E’ evidente che un simile compito non può essere assunto solo da una forza politica, anche se fosse consistente, estesa e ramificata. Ci vuole un sindacato che riacquisti autorità e potere sulla questione salariale, su quelle della prestazione lavorativa, sulle normative in termini di assunzioni e di mercato del lavoro. L’investimento di speranza fatto sulla Fiom è esattamente questo. Infatti il ruolo politico del sindacato – di cui si è tanto parlato negli anni settanta e che è stato tanta parte del “caso italiano” – privato di questa forza contrattuale si rovescia nel suo contrario. Da elemento di contestazione delle politiche economiche dominanti a elemento subordinato nel governo allargato dell’economia. Paradossalmente il decisionismo renziano che scavalca da destra ogni pratica concertativa, potrebbe essere l’occasione affinché il sindacato ricostruisca le sue ragioni d’essere, la sua mission, e rilanci una propria capacità di conflittualità, sul terreno europeo e non solo nazionale.

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