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Posts Tagged ‘Lega’

Marco Bascetta, Il Manifesto, 19 gennaio 2016

L’indipendentismo ha assunto i tratti dell’autodeterminazione dei popoli o, all’opposto, quelli xenofobi e populisti. Ma viene altresì declinato, nella prospettiva dell’autogoverno delle risorse, come mezzo per rilanciare il welfare state e per definire in senso democratico i rapporti tra stati a livello europeo

Nel più prossimo futuro dell’Unione europea, la questione delle autonomie, o delle indipendenze, sembra destinata a occupare una posizione centrale e decisamente complicata. Nel senso che non riguarderà più solamente il rapporto tra le regioni che rivendicano l’autonomia e lo stato nazionale da cui aspirano a separarsi, ma porrà problemi politici di carattere generale tali da investire l’assetto stesso dell’Unione. La quale, nei suoi trattati e nelle sue politiche, ha completamente eluso la questione, adottando implicitamente quella posizione che nel diritto internazionale è raccomandata come principio di «non ingerenza». Insomma, soprattutto dopo l’esito delle elezioni catalane e spagnole, le indipendenze non potranno più restare affare esclusivo dei catalani, dei baschi, degli scozzesi o dei corsi, ma lo diventano di tutti gli europei e dell’idea di democrazia che vorranno affermare.

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Guido Liguori, Il Manifesto, 25 giugno 2015

Soggetto plurale, saldamente collegato all’Europa di Syriza, Linke e Podemos. Con una «tavola dei valori» sui temi fondamentali, ma soprattutto una «fusione a caldo» delle diverse anime. Con un orizzonte che non sia elettorale

Sem­bra si sia final­mente giunti alla sia pur fati­cosa gesta­zione di un nuovo sog­getto uni­ta­rio della sini­stra. È un tema ine­lu­di­bile, non più rin­via­bile. Le recenti ele­zioni regio­nali hanno infatti visto due vin­ci­tori: nell’area di cen­tro­de­stra la Lega, nell’area di cen­tro­si­ni­stra il non voto.

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La sconfitta del Partito Democratico alle elezioni regionali della Liguria ha, com’era prevedibile, avviato uno strascico di polemiche. L’accusato principale della debacle è Luca Pastorino, candidato alla presidenza con Rete a Sinistra, parlamentare dell’area Civati che due mesi fa è uscito dallo stesso Partito Democratico.

Si possono fare moltissime considerazioni di carattere politico, ma forse il dato più inequivocabile, la fotografia migliore, ci viene mostrato dal Secolo XIX (L’analisi: Pd tradito più dagli astenuti che da Pastorino. Il boom della Lega). Una ricerca dell’Istituto demoscopico SWG ha analizzato i flussi dei dati delle regionali, confrontandoli con quelli delle europee dello scorso anno. Per quanto attiene al Pd, i risultati sono sintetizzati in questo diagramma:

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 Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 13 febbraio 2015

Opposizioni fuori dall’aula, Pd e alleati votano da soli la riforma. Per Renzi «non è un problema». Per il suo partito solo un po’. L’«Aventino» al posto dell’ostruzionismo è la scelta della disperazione. Tra i dissidenti nessuno trova il coraggio di far mancare il numero legale

Non votano? Pro­blema loro». Comin­cia a scen­dere la sera quando l’aula della camera dei depu­tati si svuota per metà. Solo allora si sbloc­cano le vota­zioni sugli emen­da­menti, i sube­men­da­menti e gli arti­coli della legge di revi­sione costi­tu­zio­nale. Accade quando tutte le oppo­si­zioni sfi­lano via e il Pd e i suoi alleati cen­tri­sti comin­ciano a fare da soli. Nell’aula resta il ricordo delle risse e delle scaz­zot­tate not­turne; niente più ostru­zio­ni­smo né spar­ring part­ners. Ma il vuoto lascia addosso cat­tive sen­sa­zioni, rari ono­re­voli Pd ten­ten­nano. Renzi si occupa di rin­cuo­rare gli scet­tici e ammo­nire i dub­biosi: Le oppo­si­zioni non votano? «Pro­blema loro».

L’aula di Mon­te­ci­to­rio è un semi­cer­chio diviso in dieci spic­chi, i quat­tro più a destra sono com­ple­ta­mente vuoti. Un altro spa­zio abban­do­nato è all’estrema sini­stra, lì c’era Sel. Gior­nali, appunti, fasci­coli e cari­ca­bat­te­rie testi­mo­niano che i tito­lari dei posti non si sono allon­ta­nati troppo. Girano in altre stanze del Palazzo per con­fe­renze stampa, ven­gono con­vo­cati in riu­nioni. Fuori pro­te­stano, den­tro si cam­bia la Costituzione.

Fin­ché sono rima­sti in aula, Lega, Sel e 5 Selle con Forza Ita­lia di com­ple­mento hanno imbri­gliato notte e giorno discus­sione: si viag­giava al ritmo di tre arti­coli al giorno (su 41). Poi la scelta dell’Aventino, la stessa che il cen­tro­si­ni­stra fece nel 2003 con­tro la Devo­lu­tion di Bossi e Ber­lu­sconi ma sol­tanto all’ultimo voto, dopo aver dato bat­ta­glia sugli arti­coli. La fretta di oggi si spiega un po’ con il fatto che sta­vano per esau­rirsi anche i tempi sup­ple­men­tari per gli inter­venti della mino­ranza, un po’ con la ricerca di un gesto all’altezza del deci­sio­ni­smo di Renzi. E con la spe­ranza che gli spet­ta­tori guar­dino meno alla vit­to­ria del pre­si­dente del Con­si­glio e più alle mace­rie che la cir­con­dano. Per Renzi, appunto, non è un problema.

Dovrebbe esserlo per la mino­ranza ber­sa­niana del Pd, che negli ultimi tre giorni non ha toc­cato palla assi­stendo alla messa in scena di una media­zione tra palazzo Chigi e i gril­lini. Non che Renzi avesse inten­zione di modi­fi­care qual­cosa nella «sua» riforma, non che i 5 stelle fos­sero pronti al com­pro­messo. Ma gli abboc­ca­menti sono un ottimo metodo per sca­ri­care le respon­sa­bi­lità. «Abbiamo i numeri per andare avanti da soli, ma è un errore», pro­clama il capo­gruppo del Pd Spe­ranza prima di dedi­carsi con cura all’errore. La regia non è par­la­men­tare: nel momento delle deci­sioni tutti gli sguardi del gruppo demo­cra­tico cor­rono alla mini­stra Boschi e ai sot­to­se­gre­tari Lotti e Del­rio, loro a turno inter­ro­gano il tele­fono. Renzi non lo nasconde: «Stanno cer­cando di bloc­care il governo, non le riforme». Dal primo giorno su que­sta modi­fica di quasi un terzo della Costi­tu­zione pende la que­stione di fidu­cia, non si vota tanto sul bica­me­ra­li­smo quanto su un testo scritto a palazzo Chigi e por­tato avanti con i tempi decisi dal governo. Si vota in pra­tica sulla durata della legislatura.

Ecco il pro­blema della mino­ranza Pd: mal­grado non debba più trat­tare con Ber­lu­sconi, Renzi con­cede poco o nulla a chi chiede di cam­biare qual­cosa, qual­che pic­cola cosa della riforma. Anzi, il pre­mier rove­scia sulla mino­ranza il peso dell’accordo con l’ex Cava­liere: «Mai visti tanti nostal­gici del Naza­reno». L’aula vuota a metà è una cla­mo­rosa smen­tita del suo «le regole del gioco si fanno con tutti», lo slo­gan che ser­viva a giu­sti­fi­care i patti con Ver­dini. Adesso è cam­biato. «Non mi fac­cio ricat­tare», dice. È la Costi­tu­zione, ma anche un fatto per­so­nale. Intanto la mino­ranza si con­cen­tra sul metodo: cer­chiamo ancora un accordo con le oppo­si­zioni, dice Ber­sani nel secondo tempo della riu­nione del gruppo, fer­miamo la seduta fiume.

Volendo, potreb­bero. Svuo­tata dagli «aven­ti­niani», l’aula è con­ti­nua­mente a rischio numero legale. Sono fisi­ca­mente pre­senti tra i 300 e i 310 depu­tati. Diverse decine sono in mis­sione e dun­que for­mal­mente pre­senti solo per la rego­la­rità della seduta. Per bloc­care tutto baste­reb­bero un po’ di ber­sa­niani al bar. Non sal­te­reb­bero le riforme, sal­te­rebbe però la seduta fiume. Ma al dun­que solo Ste­fano Fas­sina e Pippo Civati pren­dono parola per dire «non così» e lasciare l’aula. Un altro po’ di depu­tati della mino­ranza, come Bindi, Zog­gia, Stumpo, lo stesso Ber­sani, a tratti evi­tano di votare. Sono poche gocce di una dis­si­denza che non si amal­gama. Dai ban­chi alti inter­viene Cuperlo per chie­dere alla pre­si­dente Bol­drini di con­ce­dere una sospen­sione, quella tre­gua che il Pd non intende con­ce­dere. E allora pro­te­stano i cen­tri­sti, Scelta civica e popo­lari. «È stato il Pd a por­tarci a que­sto punto, che que­sto sarebbe stato l’esito della seduta fiume era chiaro dal prin­ci­pio. Non si pos­sono avere dubbi adesso, non si pos­sono fare due parti in com­me­dia», infie­ri­sce Tabacci. Ed ecco che Renzi trova cin­que minuti per gli affi­da­bili alleati cen­tri­sti, una pas­se­rella che quelli del Nuovo cen­tro­de­stra si rispar­miano.

Per la mino­ranza interna le bri­ciole. Di primo mat­tino il depu­tato Lau­ri­cella quasi implora l’appoggio del par­tito sulla pro­po­sta di inse­rire in Costi­tu­zione il divieto di future revi­sioni con­tra­rie ai prin­cipi fon­da­men­tali: «Vi sto chie­dendo di votare l’acqua calda, se ci dite no anche adesso non abbiamo alcuna spe­ranza». Dicono no. E a sera è Spe­ranza ad annun­ciare il risul­tato dell’assemblea: «La mino­ranza ha opi­nioni non coin­ci­denti, ma in aula voterà rispet­tando la deci­sione della mag­gio­ranza». Rico­min­cia la seduta.

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MicroMega online, 31 ottobre 2014

Intervista a Moni Ovadia di Giacomo Russo Spena

L’avevamo lasciato con quasi 34mila preferenze ottenute come candidato nel collegio Nord-Ovest per l’Altra Europa con Tsipras, poi la decisione di rispettare la parola data e di abdicare per tornare al suo quotidiano lavoro teatrale. “Non sono adatto per le poltrone, mi ritengo semplicemente un attivista militante”, Moni Ovadia è un uomo di sinistra. Un uomo – si autodefinisce – “eticamente radicale ma caratterialmente moderato” che non vuole arrendersi al Patto del Nazareno, al renzismo e alle larghe intese in Europa: “Auspico un autunno caldo e la rinascita di una sinistra, autentica, altro che Pd”.

Sabato scorso, due istantanee: da una parte la manifestazione della Cgil in difesa dell’art 18 e contro il Jobs Act, dall’altra la Leopolda col premier Renzi. Luciano Gallino ha scritto su Repubblica un editoriale dal titolo: “La differenza tra destra e sinistra”. Lei è d’accordo?
Se Renzi ammettesse di essere un uomo di destra, sarebbe un gesto di grande onestà intellettuale. Quando sento parlare di due sinistre, mi vien da sorridere: quale sarebbe la seconda? Il Pd? E allora io sono Papa. Il Pd non ha più nulla di sinistra. Massimo Cacciari, non un pericoloso bolscevico come me, recentemente ha spiegato come quel partito non sia mai veramente nato e che ora è nelle ferree mani di Matteo Renzi, i cui modelli sono la Thatcher e Blair. Li copia nella distruzione dello Stato Sociale e delle sue regole. Lo stesso utilizzo degli anglicismi è indicativo. Perché termini come Local Tax, Spending review e Jobs Act? Tra l’altro se analizziamo al dettaglio, i termini sono esplicati: Job in inglese non è lavoro bensì impiego in senso lato, e Act sottintende un gesto unilaterale, non un accordo tra due contraenti. Renzi ha scardinato qualsiasi ipotesi di patto sociale.

Però alle Europee prende il 40,8 per cento. Come mai?
E’ un bravissimo comunicatore, si vende bene. Incarna la retorica del nuovismo contro chi è ancora ancorato al Novecento, peccato lui voglia tornare all’Ottocento dove si poteva licenziare arbitrariamente. Forse è più vecchio lui di quella folla che sabato scorso ha invaso Roma in difesa dei propri diritti.

Non è riduttivo definire Renzi solo come un gran comunicatore? Non rappresenta altro?
Vince perché altrove c’è il nulla. Grillo ha perso il treno. Poteva rappresentare un’interessante proposta ma ha sposato veementemente la retorica dell’urlo. Pur avendo ottimi parlamentari, questo va riconosciuto al M5S, hanno fallito, non sono riusciti ad incidere e la novità dopo mesi annoia. Anche la destra è allo sfascio, Berlusconi è un uomo patetico. La sinistra, quella vera, avrebbe un vastissimo popolo e potrebbe arrivare anche al 20 per cento.

Ma…
E’ più presa a litigare e dal proprio narcisismo ombelicale che a fare politica. Ora è in attesa che l’ex sinistra del Pd le getti un osso. Così tra paura, opportunismo e crisi le persone optano per questo giovanotto tronfio, con uno stile dinamico e sbarazzino, il quale dice di voler cambiare e modernizzare il Paese. Conosco gente, autenticamente di sinistra, che per mancanza di alternative alle Europee l’ha votato.

Dopo l’esperienza elettorale, l’Altra Europa con Tsipras, che era riuscita miracolosamente ad eleggere tre europarlamentari, è stata animata da polemiche e divisioni interne. In un editoriale uscito su Il Manifesto Revelli ha rilanciato l’idea di un nuovo soggetto della sinistra e dei democratici: “Cambiare l’Italia per cambiare l’Europa”. E’ quella la sinistra “autentica”?
C’è un disperato bisogno di un’aggregazione del popolo di sinistra, lo dovrebbero auspicare anche le persone sinceramente democratiche. In tutta Europa esiste, tranne che in Italia. In Germania abbiamo la Linke, in Francia un fronte variegato intorno al 10, in Grecia l’esperienza trionfante di Syriza, in Spagna l’innovazione di Podemos. E da noi? Abbiamo bisogno di una vera sinistra capace di tutelare il mondo del lavoro, l’ambiente e arrestare razzismo e deriva ultra liberista. Senza, chi osteggerà il trattato europeo del TTIP? Chi si batterà per i beni comuni e contro le privatizzazioni? Non abbiamo l’ambizione di diventare il partito della nazione, ma una forza forte e dialogante con gli altri.

Intanto mercoledì a Roma è stata caricata a freddo una manifestazione degli operai contro la chiusura dell’acciaieria Ast di Terni. E’ lecito chiedere le dimissioni del ministro Alfano?
Ovvio, dovrebbe abbandonare il ministero. Decine di operai vengono licenziati e con la disperazione nel cuore, con vite perse senza più un occupazione, e magari con figli senza futuro, si riversano nella Capitale per una manifestazione non violenta e che succede? Vengono caricati e manganellati. Ma siamo matti? In un’epoca di dramma sociale e aumento delle diseguaglianze, invece di parlare di solidarietà umana e primaria, si cancellano diritti e dignità dei lavoratori. Dubito che gli agenti l’abbiamo fatto di loro sponta, sarà giunto un comando dall’alto. Come succedeva in Gran Bretagna ai tempi della Thatcher, lì torniamo. I minatori inglesi sanno cosa hanno passato in termini di repressione per aver osato rivendicare salari dignitosi e tutele. Il caso Picierno è emblematico, una dirigente di un partito, teoricamente progressista, che si rivela una forza conservatrice. Renzi elogia in maniera retorica il dialogo, in realtà va avanti per colpi di autoritarismo a scapito della dialettica democratica tra le parti. Passami una battuta: il Papa sembra al momento l’unico leader di sinistra.

E Landini?
Ha un potenziale enorme, un leader già pronto. Quando lo sento parlare in televisione, vedo l’autenticità di un uomo che la sua vita se l’è sudata. La schiettezza di un uomo senza doppi fini, che non vuole fregarti. E’ autenticamente indignato. Le sue sono parole pronunciate col cuore perché da anni vicino alla povera gente e ai deboli. La nostra Italia migliore. Altro che manganellate.

Cambiamo discorso. Lei da sempre è molto sensibile al tema del razzismo. Se la Lega ha sposato dalle scorse Europee il pensiero di Marine Le Pen, non trova che anche il M5S si stia ponendo sulla stessa scia? Di ieri la notizia che il movimento ha votato in commissione contro il bonus bebé per i figli dei migranti “regolari”. Che succede?
Era ovvio che scoppiasse la guerra tra poveri, il potere ha sempre governato col principio del “divide et impera”. E in Europa l’espansione delle destre nazionaliste e razziste è la conseguenza delle politiche di austerity delle larghe intese. Due facce della stessa medaglia. Il M5S è nato da una contraddizione, l’andare oltre gli schieramenti, l’essere né di destra né di sinistra. Alla fine i nodi vengono al pettine. Se prende la deriva xenofobica dando voce alla pancia del Paese, coi suoi istinti più beceri, tenderà a diventare un partito di destra. E perderà molti elettori a sinistra, i quali non accetteranno alcune prese di posizione sul tema dei migranti. I quali non sono desiderati perché poveri, non in quanto stranieri perché poi gli sceicchi coi petrodollari li accettiamo volentieri…

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