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La prima pagina dei Quaderni del Carcere

Circa un anno e mezzo fa, all’inizio dell’avventura di questo blog, quando avevo annunciato la mia intenzione di trascrivere i Quaderni del Carcere non sapevo dove questa idea mi avrebbe portato, quanto tempo ci avrei messo, che tipo di risultato avrei ottenuto,

Innanzitutto il progetto, mano a mano che andavo avanti, si è arricchito di nuovi contenuti e nuove idee, che ho cercato di esporre in breve in questa pagina del sito. Un lavoro che mi occuperà ancora per svariati mesi, se non addirittura anni.

Ora che il primo passo, la trascrizione, è stato completato, mi permetto di fare alcune valutazioni. Le faccio in punta di tastiera, con notevole timore reverenziale, perché sto scrivendo di uno dei giganti del pensiero europeo dello scorso secolo. Ma non posso esimermi dal farlo, perché trovo riprovevole che – di Gramsci – se ne parli di più all’estero che in Itaila. Altri, che hanno dedicato la vita a studiarne l’opera hanno fatto notare come Gramsci si sia confrontato con i massimi intellettuali del suo tempo, abbia aperto vie di ricerca in materie quali la storia della letteratura, la critica, l’estetica. Abbia trattato di Dante, di Benedetto Croce, di Giovanni Gentile, di Karl Marx; di filosofia, storia, letteratura, sociologia.

Personalmente, due cose mi hanno stimolato: il metodo di lavoro e lo scopo di Gramsci.

Il metodo di lavoro è interessante e, grazie alla trascrizione, che oltre a leggere mi costringeva a rileggere, mi è apparso evidente. Gramsci prende appunti, costituiti di brevi note e poi li rielabora in più passaggi successivi, affinandoli e dettagliandoli. In lui, è costante la ricerca di nessi che possono essere storici o logici. Emergono chiaramente quelli che sono i passaggi chiave, a volte costituiti da date simbolo, altre da fatti particolarmente rilevanti, che hanno portato l’Italia e l’Europa degli anni Trenta a essere quella che era, così come la memoria prodigiosa dell’autore, testimonianza di precedenti studi molto approfonditi.

Dal punto di vista dello scopo, Gramsci ha ben presente l’obiettivo di trasformare la società in chiave anticapitalistica. Per farlo prevede un gigantesco piano di formazione culturale, politica, sociale del proletariato e contemporaneamente si interroga su quello che, all’epoca, era il modello di produzione vincente: la fabbrica fordista. È attentissimo, e in questo è anche modernissimo, alle forme di comunicazione, alla ricerca del linguaggio adatto per veicolare i diversi messaggi a seconda dei diversi pubblici. (Spesso mi ritrovavo a pensare a quali risultati sarebbe potuta giungere la produzione di Gramsci con i mezzi tecnici disponibili oggi, ma queste sono domande che mai avranno risposta e che, quindi, lasciano il tempo che trovano). E lo fa da politico, più che da filosofo, perché sempre pone l’attenzione agli aspetti concreti del suo pensiero.

Infine, ma tutte queste banali riflessioni sono strettamente personali e non supportate da letture e confronti con altri, mi ha stupito l’assenza di odio nelle parole di Gramsci. Per il nostro, il fascismo è un incidente di percorso, qualcosa che presto passerà, uno scherzo della storia e in quanto tale va trattato, indipendentemente dalla situazione di carcerato politico. Più importanti per lui, perché più motivate dal punto di vista profondamente culturale, sono altre questioni, ad esempio il conflitto ideologico in atto in Unione Sovietica e la necessità di spiegare a un pubblico vasto la filosofia della praxis.

quadernidelcarcere.wordpress.com

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Il 30 marzo, Pietro Ingrao ha compiuto 100 anni. Un secolo. Quasi tutto il Novecento e questo primo scorcio del nuovo millennio.

La sua storia è quella di un antifascista, di un dirigente comunista per certi versi scomodo, spesso critico nei confronti del Partito, ma sempre costruttivo. In ogni caso una lezione da imparare per noi uomini e donne delle generazioni successive.

Per questa occasione Il Manifesto ha pubblicato un corposo inserto, intitolato “La Storia di PIETRO” e qui ripropongo il lungo articolo introduttivo di Luciana Castellina

(altro…)

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Intervista a cura di Fabio Gambaro, La Repubblica, 25 aprile 2008

LA LEZIONE DI MORIN
La sfida della complessità

Se c’è un intellettuale francese per cui l’espressione maître à penser abbia oggi ancora un senso, questi è Edgar Morin. Un maestro del pensiero rispettato e studiato, che da oltre mezzo secolo affronta con le armi della riflessione la complessità del mondo e le sue contraddizioni. A ottantasei anni, il sociologo approdato alla filosofia è oggi più che mai al centro del dibattito intellettuale: i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e le sue tesi discusse con grande attenzione in occasione di affollati convegni. L’ultimo qualche giorno fa a Parigi, dove, per due intere giornate, Morin si è confrontato pubblicamente con specialisti di varie discipline.

Non è un caso, dunque, che la casa editrice Seuil abbia deciso di ripubblicare nella sua integralità La Méthode, vale a dire i sei volumi scritti dallo studioso tra il 1977 e il 2004 (in Italia sono stati tradotti da Feltrinelli e Raffaello Cortina), affrontando, grazie al dialogo continuo tra scienze umane e scienze naturali, le molte forme della complessità. Una riflessione che, partendo dalla «conoscenza della natura», si allargata alla «natura della conoscenza», investendo poi il mondo delle idee, i territori dell’antropologia e il continente dell’etica. «Come tutti i pionieri, anch’io all’inizio sono stato incompreso, oggi però l’importanza del concetto di complessità è riconosciuta da tutti», ricorda Morin, al cui pensiero volontariamente aperto la rivista Communications ha appena dedicato un ricco numero monografico. «Quando ho iniziato a scrivere il primo volume del Metodo, non ero certo un profeta. Cercavo solo di capire la realtà che mi stava davanti, confrontandomi con le idee che iniziavano a circolare in certi ambiti di ricerca. In seguito, alcune delle mie intuizioni sono state recepite dal mondo della cultura, altre invece suscitano ancora molte resistenze».

Edgar Morin

Edgar Morin

Il Metodo è un lavoro in divenire che si è riorganizzato nel corso del tempo…
«Scrivere per me non è semplicemente redigere un testo a partire da un pensiero già cristallizzato. Al contrario, il momento della scrittura è quello in cui le riflessioni si formano e si trasformano, perché nuove idee modificano continuamente l’economia del lavoro già svolto. Senza dimenticare le letture di alcuni amici che, con le loro critiche, mi hanno mostrato nuovi orizzonti di ricerca, spingendomi a riprendere il lavoro. È un modo di lavorare difficile, ma appassionante, che trasforma di continuo il mio pensiero. Un pensiero, quindi, che non è mai immobile né definito una volta per sempre. Come diceva Nietzsche, il metodo arriva solo alla fine».

Perché il concetto di complessità le è sembrato da subito decisivo?
«I problemi importanti sono sempre complessi e vanno affrontati globalmente. Se voglio comprendere la personalità di un individuo, non posso ridurla a pochi tratti schematici. Devo necessariamente tenere conto di molte sfumature, spesso contraddittorie. Lo stesso vale per la situazione del pianeta, per comprendere la quale si devono tener presenti molti parametri. Insomma, la realtà è complessa e piena di contraddizioni che sono una vera sfida alla conoscenza. Per affrontare tale complessità, non basta semplicemente giustapporre frammenti di saperi diversi. Occorre trovare il modo per farli interagire all’interno di una nuova prospettiva».

È ciò che ha fatto lei nel Metodo?
«In effetti, ho cercato di elaborare alcuni principi in grado di mettere in relazione quelle conoscenze che gli strumenti tradizionali della conoscenza di solito non riescono a collegare. Per questo ho utilizzato l’insegnamento di quei filosofi che non hanno avuto paura di affrontare le contraddizioni, da Eraclito a Marx. Senza dimenticare Pascal, per il quale l’uomo era l’essere più miserabile e grottesco, ma anche il più nobile».

Il terzo volume del Metodo è dedicato alla «conoscenza della conoscenza». Perché?
«Questo è certamente il cuore del problema, giacché dobbiamo conoscere i meccanismi della conoscenza, se vogliamo comprendere i nostri errori. Se le mie idee hanno incontrato il favore di molte persone in ambiti diversi – dalla scienza alla letteratura, dalla filosofia alla pedagogia – è perché costoro erano profondamente insoddisfatti di una cultura dominata dal pensiero binario, fatta di opposizioni manichee che rimuovono ogni contraddizione. Nel mio lavoro hanno trovato una prima risposta ai loro dubbi. Io però ho solo rivelato intuizioni che, sebbene non formulate, erano probabilmente già presenti in molti studiosi. Esiste un’aspirazione diffusa ad un altro modo d’intendere la conoscenza. Per questo, le mie riflessioni hanno potuto diffondersi in molti paesi, tra cui anche l’Italia, dove il mio lavoro è seguito ancor più che in Francia. Di ciò naturalmente sono molto soddisfatto, anche se molto resta ancora da fare».

In quale direzione?
«Occorre occuparsi dell’insegnamento. La riforma della conoscenza e del pensiero potrà concretizzarsi solo attraverso una riforma dell’insegnamento, una problematica a cui ho dedicato La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro. Il nostro sistema d’insegnamento separa le discipline e spezzetta la realtà, rendendo di fatto impossibile la comprensione del mondo e impedendoci di cogliere quei problemi fondamentali che sono sempre globali. L’eccesso di specializzazione è diventato un problema. Esperti molto competenti nel loro settore, non appena il loro ambito specifico è traversato da altre problematiche, non sanno più come reagire. Avrebbero bisogno di affrontare globalmente i problemi, ma non ne sono capaci».

Occorre un’ottica interdisciplinare?
«Certo, purtroppo però l’interdisciplinarietà avanza molto lentamente. Nel mondo della ricerca francese i baroni delle singole discipline non sono assolutamente sensibili a tale prospettiva. C’è però un movimento in corso, che io cerco d’incoraggiare.
L’interdisciplinarietà è positiva perché permette a persone che lavorano in campi diversi di dialogare, ma occorrerebbe fare un ulteriore passo in avanti in direzione della transdisciplinarietà, la sola capace di costruire un pensiero globale in grado di articolare i diversi saperi. In fondo, esiste già una scienza che si muove in questo modo e che ci può servire da modello».

Quale sarebbe?
«L’ecologia, che poggia sull’idea di ecosistema. Vale a dire, un’organizzazione complessa, fondata al contempo sul conflitto e la cooperazione, che nasce dalla eco-organizzazione e dall’implicazione reciproca delle diverse componenti del sistema. Facendo interagire molti parametri diversi, l’ecologia è un esempio molto utile, anche se resta una scienza con una dimensione aleatoria, dato che non siamo ancora capaci di rispondere a tutti i grandi interrogativi che essa solleva. Tuttavia, anche le cosiddette scienze esatte sono sempre più spesso costrette ad integrare la dimensione del dubbio e dell’incertezza. Nessuna scienza può vantare esclusivamente certezze. Si pensi alle difficoltà dell’economia di fronte al marasma dei mercati. Insomma, non bisogna mai eliminare il dubbio».

L’ecologia è un modello anche per il sistema della cultura? È per questo che ha parlato di ecologia delle idee?
«È uno dei modelli, dato che anche in ambito culturale agiscono contemporaneamente i principi di conflitto e di cooperazione. Partendo da questo punto di vista, è possibile pensare in termini diversi anche la relazione tra autonomia e indipendenza. In natura non si può essere indipendenti che dipendendo dal proprio ambiente. Ciò che vale per l’ambiente biologico, vale anche per l’ambiente sociale, urbano, culturale, religioso. Comprendere l’interdipendenza dei sistemi culturali e delle idee è oggi più che mai necessario. Ciò contribuirà a cambiare il nostro modo di pensare, dandoci uno strumento in più per sfuggire all’abisso verso cui il pianeta sembra essere destinato».

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