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Posts Tagged ‘Luciano Gallino’

Di Luciano Gallino ho letto parecchi libri e articoli, specie quelli (forse più divulgativi) scritti in questi ultimi anni, da quando la crisi economica ha fatto emergere il lato più atroce del neoliberismo, dottrina da lui combattuta fino all’ultimo. In particolare, mi pare opportuno notare come fosse uno degli ultimi a parlare di lotta di classe, argomento che sembra scomparso dall’agenda politica dei nostri tempi.

Davide Turrini, Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2015

“Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea”. L’ultimo anelito di speranza di fronte all’invasione del pensiero neoliberista in Europa, Luciano Gallino, professore emerito di sociologia all’Università di Torino dal ’65 al 2002, morto a 88 anni nella sua casa nel capoluogo piemontese dopo una lunga malattia, lo aveva affidato alle pagine del suo “Il denaro, il debito e la doppia crisi”, appena uscito in libreria per Einaudi, rivolgendosi proprio alle generazioni che verranno.

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La tematica di un New Deal europeo è ricorrente. Se ne è parlato molto spesso, anche nel recente passato. In fin dei conti, il piano Delors – quello delle autostrade della comunicazione – altro non era se non un grandioso piano infrastrutturale a livello continentale. Il Libro bianco dell’allora presidente della Commissione venne presentato nel 1992 e, anche allora, ci si trovava di fronte a una fase economica recessiva.

Nel frattempo, che cosa sta succedendo? Si sono mossi i cittadini che, approfittando della possibilità, riconosciuta dai trattati europei di promuovere iniziative popolari – secondo determinate regole, ma in modo molto più flessibile rispetto all’analoga normativa italiana di proposta di legge di iniziativa popolare -, hanno lanciato una Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice) denominata, per l’appunto, New Deal 4 Europe, con l’intento principale di creare i presupposti per una crescita economica e occupazionale del continente eco-sostenibile e con un occhio attento alla ricerca e all’istruzione. Tutta la documentazione, le notizie, i materiali utili, sono disponibili sul sito http://www.newdeal4europe.eu/it/, mentreè possibile firmare online a questo indirizzo: https://ec.europa.eu/citizens-initiative/REQ-ECI-2014-000001/public/ ciccando sul pulsante “Dichiarazione di sostegno”.

Io ho firmato. Tu cos’aspetti?

***

Su questo argomento qualche giorno fa si è pronunciato anche Luciano Gallino sul Manifesto. Il governo italiano avrebbe la possibilità di giocare in anticipo, ma saprà coglierla?

All’Europa serve un New Deal

Di Luciano Gallino, Il Manifesto, 27 giugno 2014

Austerity. Se avesse un po’ di coraggio il governo italiano dovrebbe rilanciare un’idea che circola da tempo: un grande piano per investimenti infrastrutturali

A marzo 2014 i disoc­cu­pati erano 25,7 milioni nella Ue a 28, e poco meno di 19 milioni nell’eurozona (stime Euro­stat). Rispetto a un anno prima si regi­strava una lieve dimi­nu­zione, dal 12% al all’11,8 nell’eurozona, e dal 10,9 al 10,5 nella Ue a 28. A ini­zio 2008, i disoc­cu­pati Ue erano sotto il 7%, circa 10 milioni in meno. Ele­va­tis­simi i tassi attuali di disoc­cu­pa­zione degli under 25, anche in paesi che si riten­gono poco col­piti dalla crisi: 23,4 in Fran­cia, 23,5 in Sve­zia, 20,5 in Fin­lan­dia, con una media che sfiora il 24% nell’eurozona, pari a 3,5 milioni di gio­vani. Per non par­lare del 42,7 dell’Italia o del 53,9 della Spagna.

A sei anni dall’inizio della crisi, che cosa fanno le isti­tu­zioni Ue per com­bat­tere la disoc­cu­pa­zione? Da anni la Com­mis­sione Euro­pea discute di una «Stra­te­gia euro­pea per l’occupazione», nel qua­dro di un’altra che si chiama «Europa 2020: una stra­te­gia per la cre­scita». Di que­ste gene­ri­che stra­te­gie in tema di occu­pa­zione non si è visto quasi nulla. Ma ad aprile 2012 la Ce ha lan­ciato un «Pac­chetto per l’occupazione» più det­ta­gliato. Con­sta di una serie di docu­menti che gli stati mem­bri dovreb­bero fare pro­pri al fine di soste­nere la crea­zione di posti di lavoro, rilan­ciare la dina­mica dei mer­cati del lavoro, raf­for­zare il coor­di­na­mento tra gli stati mem­bri in tema di poli­ti­che dell’occupazione. Le ricette sono le solite che arri­vano da Bru­xel­les: dimi­nuire le tasse sul lavoro; ridurre la seg­men­ta­zione del mer­cato del lavoro tra chi ha un’occupazione pre­ca­ria e chi ha un’occupazione più sta­bile; svi­lup­pare le poli­ti­che attive del lavoro; rimuo­vere gli osta­coli legali e pra­tici al libero movi­mento dei lavo­ra­tori, oltre che – nien­te­meno – inco­rag­giare la domanda di lavoro.

Come mai, ad onta delle sud­dette stra­te­gie, la disoc­cu­pa­zione ha con­ti­nuato a imper­ver­sare nella Ue? Per­ché tali stra­te­gie, che la Ce ha pro­po­sto in pieno accordo con le altre isti­tu­zioni UE e la mag­gior parte dei governi euro­pei, non toc­cano mini­ma­mente i fon­da­menti strut­tu­rali di essa.
Insi­stono sui soliti motivi isti­tu­zio­nali: l’ordinamento giu­ri­dico del mer­cato del lavoro, le tasse ecces­sive, la rilut­tanza dei lavo­ra­tori ad accet­tare i posti di lavoro che ci sono in luogo di quelli che pre­fe­ri­reb­bero, lo scarto tra le capa­cità pro­fes­sio­nali di cui i lavo­ra­tori dispon­gono e quelle che le imprese richiedono.

Per con­tro il lavoro è scarso, e i disoc­cu­pati nume­rosi, per­ché la com­pres­sione dei salari e delle con­di­zioni di lavoro in atto da vent’anni nei paesi Ue ha ridotto la domanda dei con­su­ma­tori; a loro volta le imprese hanno ridotto di molto gli inve­sti­menti e l’accumulazione di capi­tale reale per­ché pre­fe­ri­scono distri­buire lauti pro­fitti o riac­qui­stare azioni pro­prie; il forte aumento delle disu­gua­glianze ha sem­pre più spo­stato gli inve­sti­menti del 5 per cento dei ric­chi e super-ricchi verso il set­tore finan­zia­rio; i mag­giori paesi hanno sot­tratto all’economia decine di miliardi l’anno a forza di avanzi pri­mari, nel vano ten­ta­tivo di con­te­nere il debito pub­blico gra­vato dai sal­va­taggi delle banche.

Dinanzi alle sedi­centi stra­te­gie per l’occupazione che la Ce pro­pu­gna all’unisono con la Bce, il Fmi e i governi Ue, che cosa può fare il governo ita­liano nel seme­stre in cui tocca all’Italia la pre­si­denza Ue? A parte il fatto che il governo Renzi ha mostrato con i suoi inter­venti in tema di lavoro e occu­pa­zione di seguire alla let­tera i pre­cetti della Ce, è chiaro che dinanzi a tale muro non c’è molto da fare. In ogni caso, se avesse un po’ di corag­gio, potrebbe pro­vare a rilan­ciare un’idea che da tempo cir­cola nella Ue: un New Deal per l’Europa, ovvero un grande piano euro­peo per inve­sti­menti infra­strut­tu­rali. Che dovrebbe tenersi alla larga dalle grandi opere, per con­cen­trarsi invece su infra­strut­ture urbane e inte­rur­bane, dalle strade ai tra­sporti urbani e regio­nali, dalle scuole agli ospe­dali, che quasi un decen­nio di insen­sate poli­ti­che di auste­rità ha gra­ve­mente cor­roso, e dalle quali pos­sono deri­vare milioni di posti di lavoro.

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La Repubblica, 8 agosto 2013

La mancanza di eredi e di alternative, le nuove oligarchie, l'”apocalisse culturale”: intervista allo storico del potere che racconta “Già alle elementari avvertivo il disagio rispetto all’esistenza di ceti diversi”.

“Cosa vuol dire essere di sinistra? È un impulso prepolitico, una radice antropologica che viene prima di una scelta di campo consapevole. Davanti alle disparità di classe o di censo o di condizione sociale, c’è chi si compiace, traendone la certificazione del proprio essere superiore. E c’è chi si scandalizza, come capitò a Norberto Bobbio quando scoprì da bambino la miseria dei contadini che morivano di fame.

Lo “scandalo della diseguaglianza”, lo chiamò proprio così. Un’indignazione naturale, che non è comune a tutti”. Nella casa dove visse Gobetti, tra i libri di Antonicelli e i grandi faldoni dell’azionismo, Marco Revelli ci fa strada lungo i segreti cunicoli di un palazzo ottocentesco, da cui forse ha inizio parte della storia. Una storia di sinistra che nel caso di Revelli  –  classe 1947 e una nutrita bibliografia tra storia, economia e sociologia  –  s’incarna anche nella figura del padre Nuto, cantore del “mondo dei vinti” e mitico comandante di Giustizia e Libertà. “Una montagna troppo alta da scalare”, dice il figlio con la mitezza di chi se lo può permettere.

Lo “scandalo della diseguaglianza”. Lei quando cominciò ad avvertirlo?
“Da bambino, quando facevo le scuole elementari a Cuneo. Negli anni Cinquanta la frattura sociale era molto visibile, e nella mia classe convivevano ceti molto diversi. Una mattina venne chiamata la madre di due miei compagni, a quel tempo alloggiati in una caserma abbandonata. Davanti a tutta la scolaresca fu severamente rimproverata perché i suoi bambini non si lavavano. Io provai un grande disagio. Non dissi nulla a casa”.

E anche oggi, in una realtà nazionale radicalmente mutata, lo scandalo si ripete.
“Quello nato dopo la morte del Novecento è un mondo infinitamente più diseguale. Ed è un mondo che non offre alternative a se stesso. Sono queste le grandi sconfitte storiche della sinistra, ossia di una forza politica e culturale che possiede nel Dna il valore dell’eguaglianza e la capacità di immaginare un’alternativa allo stato di cose presente”.

Però ogni volta che ha promesso un mondo più felice ha prodotto grande infelicità.
“La catastrofe del socialismo reale è parte della scomparsa della sinistra, che ne è stata paralizzata. Ma una sinistra che rinuncia a proporre un altrove cessa di essere sinistra. È nata proprio per quello. Accadde nel 1789 a Versailles, quando alla sinistra della presidenza dell’assemblea si schierarono coloro i quali erano contro il potere di veto del Re. Così cadde l’ultimo pilastro dell’Ancien Régime. Non c’è bisogno di alzare la ghigliottina. Basta un voto per sancire la fine di un ordine. E l’inizio di un altro”.

La sinistra come il Candide di Voltaire, che gioisce del mondo in cui vive ritenendolo il migliore possibile.
“Sì, un Candide un po’ tardivo, con un risvolto beffardo. La sinistra ha rinunciato a immaginare un’alternativa proprio nel momento in cui il mondo in cui aveva deciso di identificarsi stava entrando in crisi. Mi riferisco all’ultima reincarnazione del capitalismo  –  il “finanzcapitalismo” secondo la felice definizione di Luciano Gallino  –  cioè un’economia già provata, che per tenersi in piedi ha bisogno del doping della finanza. Bene, quando la casa cominciava a manifestare le prime crepe, la sinistra s’è seduta alla tavola apparecchiata, contenta di esserci: finalmente siamo comegli altri”.

Finalmente siamo uomini di mondo: le scarpe di buona fattura, le belle case, gli agi borghesi un tempo contestati…
“Una sorta di apocalisse culturale, sia sul piano delle filosofie  –  la fine della ricerca di senso  –  sia su quello sociale. Più che combattere il privilegio, l’impressione è che si sia cercato di entrare nella sua cerchia. Ma le radici cattive affondano nel Pci, di cui forse andrebbe riscritta la storia”.

Dalla sua ricostruzione, però, i padri sembrano migliori dei figli.
“Gli eredi delle sinistre novecentesche non sono stati all’altezza del compito. È un universo popolato di figure fragili. O perché continuano a proporre categorie che sono morte con il Novecento, con effetti patetici. O perché dalla Bolognina in poi  – più che interpretare e governare i processi storici  –  hanno scelto di galleggiare su un senso comune condiviso”.

Vuole dire che la sinistra è rimasta senza eredi?
“C’è una sinistra radicale che muore volontariamente intestata, ossia senza testamento, ed è quella espressa da Rossana Rossanda. E la sinistra più istituzionale ha seguito altre rotte. La mia generazione  –  in questo senso  –  ha completamente fallito. Rappresentiamo nella politica un enorme buco nero. E il fallimento s’acuisce nei confronti delle nuove generazioni, che hanno tutte le ragioni per metterci sotto processo. Abbiamo monopolizzato l’idea della trasgressione senza riuscire a costruire un mondo vivibile e alternativo”.

Sta parlando della generazione sessantottina.
“Sì, le nostre idee non sono state utilizzate dai poveri del mondo, ma dai supermercati. Vogliamo tutto, lo vogliamo subito. Però ci sono state anchecose buone”.

Come reagì suo padre Nuto alla scelta del figlio di militare in Lotta Continua?
“Lo spaventava il nostro estremismo, ma era affascinato dalla diversità rispetto al mondo politico ufficiale. Però vedendomi troppo impegnato al ciclostile una volta mi disse: scegli la professione che vuoi, ma fai in modo di non dover dipendere dalla politica. Non saresti un uomo libero”.

Cosa significò per lei crescere in una famiglia di sinistra?
“Mio padre rappresentava il peso della storia. Una volta il maestro disse in classe che i partigiani rubavano le mucche. Tornai a casa un po’ turbato e gli raccontai tutto. La sera mi diede un pacchetto con Le lettere dei condannati a morte della Resistenza, e una dedica per il mio insegnante: “Perché sappia come sanno morire i partigiani”. Passai una notte insonne, stretto tra due autorità. L’indomani consegnai il libro al maestro, che restò in silenzio”.

Una guida preziosa.
“Anche faticosa. Una montagna troppo alta da scalare, come dice Venditti. Era impegnativo nell’adesione ai suoi valori perché ne avvertivo una responsabilità famigliare. Ma era impegnativo anche nel necessario conflitto. Con i padri è un passaggio obbligatorio, se no ti porti dietro il complesso di Telemaco”.

Entrambi dalla parte dei vinti. Però ai contadini di Nuto Revelli lei ha sostituito gli operai.
“Un’altra cosa che gli devo: mi ha insegnato ad ascoltare. Da giovane arrogante, che distribuiva i volantini davanti ai cancelli della Michelin, io allora lo contestavo: ma cosa vai ad occuparti di un mondo che è già morto? È una fortuna che, da egoisti coltivatori anche reazionari, siano diventati classe operaia, dunque rivoluzionaria, eredi della filosofia classica tedesca… “.

E lui?
“Sorrideva, ma non cambiava idea. E aveva ragione lui. Quelli che sono andati in fabbrica non sono diventati gli eredi della filosofia classica tedesca. E dall’altra parte è finita una civiltà che aveva certo elementi di ferocia, ma era provvista di un esemplare equilibrio nel rapporto tra uomo e natura, quello stesso che oggi dovremmo avere l’umiltà di ripristinare. Lui diceva sempre: abbiamo trasformato decine di migliaia di specialisti della montagna in operai di fabbrica dequalificati, e poi le montagne ci cadono in testa. Sì, aveva ragione lui. Per fortuna sono riuscito a dirglielo”.

E ora, a sinistra, da cosa si riparte?
“Intanto bisogna uscire dall’involucro. Rompere la bolla in cui si è cacciata la politica. Una costellazione di oligarchie, in cui si diventa oligarchi alla velocità della luce. Nel momento in cui vieni eletto in Parlamento diventi altro da te. Ho visto persone cambiare, nello sguardo, nel linguaggio, nel modo di vestire. L’ho visto in tutti, quasi senza eccezioni. Se vuole ripartire, la sinistra deve spezzare quell’involucro”.

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Laura Eduati, Huffington Post, 2 giugno 2014

I maligni scrivono che è stata folgorata sulla via di Strasburgo. Ma il sentimento prevalente è l’amara sorpresa: Barbara Spinelli, promotrice della lista Tsipras e candidata capolista nell’Italia centrale e meridionale, starebbe cambiando idea e non lascerà il seggio come aveva promesso , Dunque molto probabilmente diventerà europarlamentare nell’edificio che porta il nome del padre Altiero. La possibilità che questo avvenga è ormai data per molto concreta.

Pare che dietro la decisione ci siano forti pressioni dello stesso Alexis Tsipras, il leader greco della vincente Syriza che vorrebbe portare in Europa un nome di peso come quello dell’editorialista di Repubblica e proporla come vicepresidente del Parlamento. Spinelli dovrebbe sciogliere le riserve entro poche ore, soprattutto per fermare l’enorme confusione che si è scatenata in queste ore all’interno della lista Tsipras, dove le posizioni non sono per niente univoche.

Guido Viale, tra i promotori della lista insieme con Flores D’Arcais e la stessa Spinelli, pensa che l’idea di mandarla a rappresentare la sinistra italiana a Bruxelles non sia affatto malvagia. Non la pensano così una folta schiera di persone coinvolte e meno coinvolte nel progetto. Maso Notarianni, giornalista e membro del comitato elettorale, ha scritto una lettera pubblica indirizzata a Spinelli, nella quale spiega che l’eventuale scelta di mantenere la poltrona europea danneggerebbe l’immagine della lista Tsipras:

Erano anni che non si vedevano così tante facce credibili, coerenti con la propria storia e con la propria vita, mettersi in gioco per un progetto di cambiamento. Questo è stato visto e apprezzato dai pochi che sono riusciti a vederci.
Ma vedo che, non appena ha cominciato a girare la tua idea di ripensarci, sono partiti centinaia di commenti spiacevoli, che ci accomunano al resto dei “politici”, che dicono (qualcuno con soddisfazione, altri con disperazione) che siamo uguali agli altri.
Ecco, io ti chiedo con il cuore in mano se te la senti di prenderti una responsabilità così grande: quella di farci perdere in credibilità e in coerenza.
Non so se tu te ne rendi conto, non vorrei – davvero – che questa scelta poi ti venga fatta pagare troppo duramente.

Marco Furfaro

I simpatizzanti della lista Tsipras sfogano sui social network la loro delusione, anche se non mancano coloro che hanno addirittura promosso una petizione per chiedere a Spinelli di rappresentarli in Europa. Tra questi alcuni candidati della lista Tsipras come l’attore Ivano Marescotti, l’urbanista Edoardo Salzano, la scrittrice animalista Daniela Padoan e il No Tav Pierluigi Richetto. Per loro la presenza di Spinelli al Parlamento europeo costituirebbe la garanzia che la lista Tsipras non venga eccessivamente orientata nelle scelte da Sinistra ecologia e libertà – il primo dei non eletti in Italia centrale è Marco Furfaro di Sel -, partito che ha espresso l’idea per ora minoritaria di avvicinarsi al Pd e dunque al Partito socialista europeo. I promotori della lista Tsipras invece preferiscono entrare nel gruppo della Sinistra unita.

Altri invece sono preoccupati dalla recente apertura a Beppe Grillo formulata dalla stessa promotrice.

Eleonora Forenza

In fondo Spinelli, insieme a Moni Ovadia, aveva ripetuto a ogni occasione che la loro era soltanto una forte sponsorizzazione e che all’indomani delle elezioni avrebbero lasciato spazio ai secondi in lista, in questo caso i giovani Marco Furfaro (Sel) e Eleonora Forenza (Prc), candidati rispettivamente nell’Italia centrale e meridionale. Se la figlia dell’europeista di Ventotene dovesse accontentare Alexis Tsipras e garantire la sua presenza all’europarlamento, dovrebbe anche decidere se sacrificare Furfaro o Forenza e non è un dettaglio secondario.

E domani Vendola sarà a Bruxelles per incontrare non soltanto Tsipras ma anche Martin Schulz, candidato alla Commissione europea per il Pse.

Sulla questione di Barbara Spinelli si sono espressi anche due giornalisti e simpatizzanti di peso come Alessandro Gilioli e Paolo Hutter, entrambi molto negativi sull’ipotesi che la giornalista e saggista possa cambiare idea e tenere il seggio. Scrive Hutter:

Dietro a chi sta spingendo la Spinelli in questa più che problematica direzione ci sono il sentimento e la volontà di sbaraccare sia Sel che Rifondazione per dare rapidamente vita al nuovo soggetto politico derivante dal relativo successo della lista Tsipras. In particolare c’è la irritazione perché in Sel si è riaperto il dibattito sul rapporto col Pd. (Ma era inevitabile, col Pd al 40% e una minoranza di Sel che era contraria alla lista Tsipras..) C’è già chi si spinge a dire che non solo la posizione della “destra”Sel ma anche la posizione di Vendola (“ll nostro orizzonte è l’alleanza con il Pd a condizione che si ricostruisca un profilo di cambiamento. Renzi ha vinto e la sua vittoria non cambia la qualità di questo governo…”) sarebbero incompatibili col progetto de l’Altra Europa. In realtà tra tutti gli elettori dell’Altra Europa c’è una convivenza intrecciata di sentimenti, non una divisione netta, tra chi vagheggia un ritorno dell’alleanza tra Pd e sinistra radicale, e chi sogna una Syriza italiana,o un 5 stelle “politicamente corretto”.

Interviene poi Paola Bacchiddu, la responsabile della comunicazione della lista Tsipras che racconta di essere stata allontanata dall’incarico per volere di Spinelli dopo aver pubblicato su Facebook l’ormai celeberrimo bikini:

Per ora tacciono gli altri due promotori della lista Tsipras, Marco Revelli e Luciano Gallino. Tra poche ore, complice anche la pressione che Spinelli dice di ricevere da molti elettori, il nodo dovrebbe sciogliersi e i malpancisti dovrebbero avere una risposta ai loro laceranti dubbi.

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