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Posts Tagged ‘Mario Draghi’

Roberto Musacchio, L’Altra Europa con Tispras, 2 ottobre 2015

Alfiero Grandi nell’articolo “Crisi dell’Unione Europea e sinistra” pone giustamente l’esigenza che la sinistra avanzi una propria proposta di ripensamento complessivo della UE. Ne offre l’occasione, scrive, l’autorevolezza con cui Mario Draghi pone la questione che ci si doti di un vero ministro dell’economia dell’area euro. Ciò consentirebbe di profittare dello spazio di riflessione che si è aperto anche in settori conservatori e di provarsi a modificare il quadro, compreso quello dei trattati, facendo perno sostanzialmente sull’area euro per un cambiamento politico di fondo. Chiedo scusa a Grandi per la sommarietà e forse l’imprecisione con cui ho riassunto la sua proposta.

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Alfonso Gianni, Il Manifesto, 18 luglio 2015

La vicenda greca sta determinando un riposizionamento delle forze politiche in Europa e una ridisegno del loro punto di vista strategico – per chi ce l’ha naturalmente – che è degno di una qualche riflessione. Anche se purtroppo tutt’altro che ottimistica.

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Wolfgang Schäuble e Angela Merkel

Paolo Pini e Roberto Romano, Il Manifesto, 16 luglio 2015

La suo­cera avrà capito le impli­ca­zioni dell’accordo rag­giunto al ver­tice euro­peo di dome­nica tra Gre­cia e Ger­ma­nia? Le suo­cere in verità sono molte, l’Italia, la Fran­cia, la Spa­gna, il Por­to­gallo e tutti i paesi in cui vi è chi ancora imma­gina uno spa­zio poli­tico ed eco­no­mico per risol­vere la crisi poli­tica ed eco­no­mica, crisi isti­tu­zio­nale e di strut­tura, crisi di stra­te­gia che attra­versa l’intero continente.

La Gre­cia non è solo un espe­ri­mento di poli­ti­che ordoliberiste.

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Marco Pasciuti, Il Fatto Quotidiano, 3 luglio 2015

L’economista della Chicago Booth School of Business punta il dito contro la Banca Centrale Europea: “I principali istituti greci hanno passato un test di solvibilità condotto dall’Ue. Perché allora la Bce non fornisce loro liquidità illimitata? Perché la fornitura di liquidità di emergenza è stata centellinata di giorno in giorno e poi bloccata? In sostanza, Francoforte tiene la Grecia appesa a un filo”. Così Atene, che “non vuole uscire dall’euro, viene quasi forzata a farlo”

Luigi Zingales

Luigi Zingales, economista presso la Chicago Booth School of Business. L’Ue ha fatto tutto quanto era in suo potere per salvare la Grecia?
“No, nel gestire la crisi si è anche tenuto conto del precedente che si andava creando”.

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Intervista a Barbara Spinelli di Giampiero Calapà, Il Fatto Quotidiano, 1° luglio 2015

«Inammissibile e quanto meno irrituale l’ennesimo tentativo tedesco di interferire nella politica greca». Una volta c’erano i colonnelli, oggi l’austerità della Germania, la Grecia è sempre la vittima e Barbara Spinelli, eurodeputata della Sinistra europea, figlia di Altiero, padre dell’Europa, accusa: «È in atto un tentativo di colpo di Stato post-moderno». Le ultime ore sono concitate. Juncker riapre, Tsipras avanza nuove richieste. Si riavviano le trattative, ma interviene la Merkel: «No al terzo salvataggio prima del referendum».

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Jürgen Habermas, La Repubblica, 23 giugno 2015

Jürgen Habermas

La recente sentenza della Corte di Giustizia europea getta una luce impietosa su un errore di fondo della costruzione europea: quello di aver costituito un’unione monetaria senza un’unione politica. Tutti i cittadini dovrebbero essere grati a Mario Draghi, che nell’estate 2012 scongiurò con un’unica frase le conseguenze disastrose dell’incombente collasso della valuta europea. Aveva tolto la patata bollente dalle mani dell’Eurogruppo annunciando la disponibilità all’acquisto di titoli di stato senza limiti quantitativi in caso di necessità: un salto in avanti cui l’aveva costretto l’inerzia dei capi di governo, paralizzati dallo shock e incapaci di agire nell’interesse comune dell’Europa, aggrappati com’erano ai loro interessi nazionali. I mercati finanziari reagirono positivamente a quell’unica frase, benché il capo della Bce avesse simulato una sovranità fiscale che non possedeva, dato che oggi come ieri, sono le banche centrali degli Stati membri a dover garantire i crediti in ultima istanza.

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Gabriele Pastrello, Il Manifesto, 24 giugno 2015

Qui nep­pure i fondi di caffè né la sfera di cri­stallo pos­sono aiu­tare. Nes­suno può dire come andrà a finire con la Gre­cia. Ma si può ragio­nare su quello che è successo.

Comin­ciando, ad esem­pio, dall’atteggiamento della Lagarde, pre­si­dente del Fmi.

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Mario Pianta, Il Manifesto, 20 giugno 2015

Ue e Fmi agitano lo spettro del default contro la democrazia. Atene col fiato sospeso. Tutti gli scenari possibili. Il rischio più grave è nessun accordo e proposta per il Consiglio europeo di lunedì

I rap­porti tra Gre­cia ed Europa sono arri­vati a una stretta deci­siva. Tra ora e lunedì pome­rig­gio, quando si riu­ni­sce a sor­presa il Con­si­glio euro­peo, pos­sono suc­ce­dere quat­tro cose.

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Jacopo Rosatelli, Il Manifesto, 14 marzo 2015

Il ministro delle finanze greco da Cernobbio propone un’alternativa al Quantitative easing di Draghi. La stampa tedesca lo attacca: è isolato, prossimo alle dimissioni. Da Atene la smentita

Il con­te­sto è di quelli che con­tano: il Forum Ambro­setti di Cer­nob­bio, sul Lago di Como. E il pro­ta­go­ni­sta, l’uomo del momento: il mini­stro greco delle finanze Yanis Varou­fa­kis, nemico pub­blico numero uno per il governo tede­sco e gran parte dell’establishment politico-economico euro­peo. Anche que­sta volta il vul­ca­nico eco­no­mi­sta mar­xi­sta ha con­qui­stato la scena, lan­ciando di fronte alla sele­zio­nata pla­tea di Villa d’Este una pro­po­sta desti­nata a fare discu­tere: un «piano Mer­kel» di inve­sti­menti pub­blici per favo­rire dav­vero la cre­scita e farla finita con l’austerità.

Yanis Varoufais, ministri delle Finanze Grecia

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A fine aprile le autorità politiche e monetarie europee si pronunceranno sulle misure adottate dal governo greco dopo l’accordo del 24 febbraio. Accordo che dà respiro alla Grecia, ma che prepara un ancor più duro show-down in Aprile.
Firma la petizione a sostegno del popolo greco per l’Europa della dignità e della solidarietà
Firma la petizione su Change.org

Intervista di Eugenio Occorsio a James Galbraith,
Nuova Atlantide, 7 marzo 2015

L’economista bostoniano: “Le proposte di Atene vanno discusse seriamente. Incomprensibile l’accanimento di Mario Draghi nel mantenere un alto livello di ansia e tensione”

James Galbraith: "Basta ipocrisia e pregiudizi, il piano di Varoufakis funziona, Ue e Bce aiutino la Grecia"

James Galbraith

“Mi sembra assurdo quest’atteggiamento prevenuto, che porta a comportamenti abbastanza paradossali. L’altro giorno a Nicosia Draghi si è abbandonato a uno sproloquio contro la Grecia proprio mentre accusava i governanti di Atene di parlare troppo. E lui allora? Adesso la Commissione accoglie con freddezza la lettera di Varoufakis”. James Galbraith sarà anche un distinto economista bostoniano (ora insegna in Texas), ma di sicuro non ha remore nell’esprimere il suo pensiero. E quando gli si tocca la Grecia, e il suo amico-collega Varoufakis, si arrabbia veramente. “Avete visto? Il piano è arrivato, ora mi auguro che venga almeno discusso seriamente e senza prevenzioni”.

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Pavlos Nerantzis, Il Manifesto, 7 marzo 2015

La mancanza di liquidità si da sentire, il rischio default esiste

Dif­fi­cil­mente ci sarà un accordo alla riu­nione dell’Eurogruppo di domani a Bru­xel­les. Il nego­ziato tec­nico tra Varou­fa­kis e i «18» per il pac­chetto delle riforme ad Atene era fino all’ ultimo in alto mare, che vuol dire blocco dei 7 miliardi di euro neces­sari a Tsi­pras per far fronte ai suoi «doveri» nei con­fronti dei cre­di­tori inter­na­zio­nali. Ma anche se ci fosse un deal sfor­zato all’Eurogruppo, i part­ner non hanno inten­zione di dare tempo e spa­zio ad Atene. Nono­stante l’accordo otte­nuto all’Eurogruppo del 20 feb­braio, i part­ner vor­reb­bero che Atene rispet­tasse le regole, ovvero che Tsi­pras dimen­ti­casse le sue pro­messe elet­to­rali, e pren­desse delle misure simili a quelle appli­cate dai governi pre­ce­denti, una nuova austerity.

Yanis Varoufakis e Alexis Tsipras

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Guido Iodice, Next Quotidiano, 22 febbraio 2015

Cinque risultati che la Grecia ha ottenuto con l’accordo all’Eurogruppo di ieri. Una resa condizionata che non ha odore di sconfitta. La dottrina della debolezza coercitiva

Ieri l’Eurogruppo ha raggiunto un accordo per l’estensione del programma di salvataggio della Grecia. Il governo di sinistra guidato da Alexis Tsipras ha dovuto arretrare tanto nel linguaggio quanto nel merito. Ma a ben vedere, ha ottenuto ciò che era realisticamente possibile e forse anche qualcosa di più.

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Pavlos Nerantzis, Il Manifesto, 17 febbraio 2015

Il premier Tsipras stretto tra l’Eurogruppo e l’opinione pubblica interna tenta un difficile compromesso. Il governo tedesco: «Greci irresponsabili». Corsa contro il tempo per reagire all’ultimatum della Ue.

È un dop­pio pres­sing quello con cui deve fare i conti Ale­xis Tsi­pras, alle prese sia con l’ultimatum dei part­ner euro­pei, che gli stanno impo­nendo l’estensione dell’attuale pro­gramma di risa­na­mento, sia con gli avver­sari interni a Syriza, che non sono d’accordo con un even­tuale com­pro­messo con il resto dell’Ue.

Il governo greco mira a una solu­zione van­tag­giosa per tutte le parti, ma a parte il movi­mento di soli­da­rietà che si è espresso nelle piazze del mondo, in seno dell’ Euro­gruppo il suo mini­stro delle Finanze è rima­sto solo con­tro i «18». Nono­stante alcuni, come l’Italia e la Fran­cia, sareb­bero pronti a dare una mano. Yanis Varou­fa­kis è rima­sto solo non per­ché sprov­vi­sto di una pro­po­sta ben arti­co­lata da pre­sen­tare ai suoi col­le­ghi, come hanno scritto alcuni opi­nion makers, bensì per il fatto che ha messo in evi­denza le poli­ti­che cata­stro­fi­che dell’austerity e il modo di fun­zio­nare delle isti­tu­zioni euro­pee (Com­mis­sione, Euro­gruppo, Bce) che fanno il gioco dei mer­cati e del paese eco­no­mi­ca­mente piú forte, la Ger­ma­nia, con­tro i prin­cipi fon­da­tivi dell’Unione europea.

Atene è rima­sta sola per­ché Ber­lino ha rischiato di essere messa con le spalle al muro. Il gioco delle parole — l’estensione del pro­gramma attuale, come vogliono Bru­xel­les e Ber­lino, o l’«emendamento» a cui punta Atene — in realtà rispec­chia uno scon­tro ideo­lo­gico. Ed è quello che ha fatto fal­lire la riu­nione dell’Eurogruppo.

La Ger­ma­nia ha deciso di mostrare i denti alla Gre­cia non solo per­ché la sod­di­sfa­zione di una parte delle richie­ste elle­ni­che potrebbe «sti­mo­lare l’appetito» di altri paesi euro­pei inten­zio­nati a per­se­guire una poli­tica anti-austerity. Né per­ché si sono con­fron­tati due prin­cipi etici diversi: il primo basato su un razio­na­li­smo rigido secondo il quale «i debiti comun­que vanno pagati»; l’altro basato sulla soli­da­rietà, che rifiuta lo stran­go­la­mento eco­no­mico di chi si trova in con­di­zione di biso­gno. Ber­lino ha cer­cato di scre­di­tare la poli­tica del nuovo governo greco per­ché una solu­zione a favore di Tsi­pras potrebbe met­tere in dub­bio la ger­ma­niz­za­zione del vec­chio con­ti­nente e apri­rebbe uno spi­ra­glio a una rifon­da­zione su basi diverse dell’Ue e delle sue isti­tu­zioni. Un’Europa rin­no­vata, dove saranno i popoli a decidere.

Non dimen­ti­chiamo che Ale­xis Tsi­pras è il primo lea­der euro­peo di sini­stra — dopo il cipriota Dimi­tris Chri­sto­fias, lea­der di Akel — che pro­pone un modello diverso di Europa. Syriza, la sini­stra radi­cale greca, nell’arco di poche set­ti­mane è riu­scita da una parte a riu­ni­fi­care la mag­gio­ranza dei cit­ta­dini, resti­tuendo loro spe­ranza e un pezzo della dignità che il memo­ran­dum gli aveva strap­pato, e dall’altra a mobi­li­tare le piazze euro­pee «per un’altra Europa».

Non a caso, nel momento in cui il mini­stro delle Finanze greco espri­meva la sua dispo­ni­bi­lità a fir­mare il comu­ni­cato finale dell’Eurogruppo che gli ha pre­sen­tato in forma di bozza il com­mis­sa­rio agli Affari eco­no­mici Pierre Mosco­vici — dove si parla di un piano inter­me­dio, non di una sem­plice esten­sione — è inter­ve­nuto il mini­stro delle finanze tede­sco per stop­pare il ten­ta­tivo di com­pro­messo fran­cese. «Il neo governo greco è irre­spon­sa­bile» ha sot­to­li­neato Wol­fgang Schau­ble poche ore prima della riu­nione dell’Eurogruppo. Che equi­vale a dire ai part­ner euro­pei: «Non date fidu­cia ai greci, cer­cano di fregarvi».

Ora tocca alla Bce, che ha il potere asso­luto sulla poli­tica mone­ta­ria dell’Ue e che sfugge a qual­siasi con­trollo poli­tico, sta­bi­lire oggi se biso­gna chiu­dere i rubi­netti del finan­zia­mento di emer­genza (Ela) che tiene in piedi le ban­che gre­che. A sen­tire i soliti media che non si stan­cano ogni giorno di ripro­porre gli sce­nari apo­ca­lit­tici del «Gre­xit», se entro venerdì non si rag­giun­gerà un accordo tra Euro­gruppo e governo elle­nico, la Bce non potrà che fer­mare il finan­zia­mento degli isti­tuti di cre­dito greci. Diverso, invece, sem­bra che sia per il momento il parere di Mario Draghi.

Ale­xis Tsi­pras sarebbe pronto a un com­pro­messo, ma senza ricatti: «Il memo­ran­dum ha pro­vo­cato una crisi uma­ni­ta­ria e l’ eco­no­mia si trova in una via senza uscita. Il suo annul­la­mento è l’ unica scelta det­tata non solo dal risul­tato elet­to­rale, ma dalla logica» ha affer­mato ieri il por­ta­voce del governo, rispon­dendo così anche a chi fa notare che entro venerdì il governo greco deve deci­dere se essere o meno abban­do­nato a se stesso. Otti­mi­sta su un accordo — «nei pros­simi due giorni, per­ché non vogliamo arri­vare a un punto morto» — si è detto anche il mini­stro Varoufakis.

E ieri sera fonti del goveno con­fer­ma­vano la noti­zia giunta da Bru­xel­les: Atene chie­derà l’estensione di 6 mesi non del memo­ran­dum, ma del «con­tratto di pre­stito» con i cre­di­tori inter­na­zio­nali; come a dire, rispet­tiamo il pro­gramma attuale, ma non ulte­riori misure restrit­tive della troika. La domanda però resta la stessa: come supe­rare le osses­sioni di Berlino?

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Giovanna Faggionato, Lettera 43, 7 febbraio 2015

Salviamo la Grecia, salviamo l’Europa.

Oltre 300 economisti e studiosi tra le due sponde dell’Atlantico hanno sottoscritto un appello ai governi Ue [qui l’appello tradotto] per evitare il default di Atene e la lenta agonia dell’intero Vecchio continente.

La lettera è stata pubblicata il 6 febbraio dal giornale di inchiesta franceseMediapart e dice che l’esecutivo ellenico «ha ragione a esigere un annullamento del debito» perché è «insostenibile e non sarà mai rimborsato qualsiasi cosa succeda».

Di conseguenza, non c’è in realtà alcuna perdita per gli Stati europei e per i loro contribuenti.

«SPIEGATE LA REALTÀ AI CITTADINI». «Chiediamo ai creditori di cogliere quest’occasione e di esporre chiaramente e onestamente questi fatti alle popolazioni», scrivono professori statunitensi e tedeschi, danesi e francesi, spagnoli e svizzeri.

«Una politica di minacce, di ultimatum, di ostinazione e di ricatti significherebbe agli occhi di tutti il fallimento morale politico ed economico del progetto europeo».

Tra i firmatari figura anche il direttore dell’istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Giovanni Dosi, già vice presidente della società degli economisti italiani e condirettore della task force sulla politica industriale della Columbia university dove ha collaborato a lungo con Joseph Stiglitz.

«L’ITALIA VINCE SE VINCE TSIPRAS». A Lettera43.it il professore di Economia politica e commendatore al merito della Repubblica spiega la sua scelta: «Finalmente c’è un Paese nell’Unione che dice che il Re è nudo, che le politiche di austerità sono fallite e che la Grecia non riuscirà mai a ripagare questo debito».

Il problema secondo l’economista non sono i mercati, è la politica. E una cosa per lui è chiara: «L’Italia vince se vince Tsipras».

Giovanni Dosi

DOMANDA. Perché l’Italia dovrebbe difendere la posizione della Grecia?
RISPOSTA. Perché non siamo in una situazione molto differente, anche se ovviamente siamo solvibili. L’Italia deve puntare su Tsipras e Varoufakis, per se stessa e per l’Europa.

D. Secondo i calcoli di Bloomberg l’Italia è esposta per 40 miliardi, ogni cittadino italiano perderebbe 623 euro.
R. I 600 euro sono assolutamente una sciocchezza. Il nostro contributo al prestito è virtuale. Se i greci non ripagano il prestito, noi scriveremo sul bilancio della Banca d’Italia una perdita. E punto a capo. C’è questa idea che i Paesi siano come una drogheria che se fa un debito deve pagarlo e se non lo paga deve pignorare la motocicletta. L’idea che ci sia un isomorfismo tra Stati e attori di mercato non è reale.

D. Ma Standard & Poor’s ha già tagliato il rating ellenico: non c’è un problema di credibilità sul mercato?
R. Il mercato non è unico, è fatto di tanti agenti economici che cercano di guadagnare in base alle loro aspettative su quello che la politica farà. E poi la Grecia attualmente ha un avanzo primario. Se non dovesse pagare gli interessi sul debito, non ha nemmeno bisogno di rivolgersi al mercato.

D. Però le banche elleniche rischierebbero la fuga di capitali e il crollo in Borsa…
R. Se la Bce autorizza la banca centrale greca a stampare euro, come può fare, la cosa non è drammatica per la Grecia. Anzi.

D. La Bce non sembra accondiscendente.
R. Draghi ha fatto quella mossa perché era obbligato da precedenti trattati a farla. Però l’ha fatto secondo me soprattutto per fare la voce grossa e dire ai tedeschi: «Vedi che stiamo facendo qualcosa».

D. E se il board della Bce non l’autorizza?
R. Se non l’autorizza allora diventa inevitabile la loro nazionalizzazione.

D. E cosa succederebbe?
R. Alla fine degli Anni 90 un governo svedese di centrodestra ha nazionalizzato le banche dopo una crisi immobiliare. E non se ne è quasi accorto nessuno. I contribuenti non hanno pagato nessun costo. Naturalmente c’è un costo per gli azionisti e i proprietari perchè si ritroverebbero con una bad bank. Il governo nazionalizzerebbe i depositi e lascerebbe il cerino in mano ai banchieri. La cosa devo dire non mi provoca commozione.

D. Quindi in sostanza la Bce c’entra poco, la partita è tutta nelle mani dei Paesi Ue?
R. Esatto. Il rischio grosso è se si costringe a ripagare le tranche del debito da qui a luglio. Allora si andrebbe verso il default.

D. Quali sono le alternative valide per lei?
R. Ci sono varie opzioni: una è la ristrutturazione, cioè una moratoria del debito e un allungamento degli interessi, l’altra è trasformare il debito attuale in perpetuo: un’idea eccellente. Entrambi sarebbero un buon accordo per tutta Europa.

DSignifica che non rimborsano il prestito, ma pagano gli interessi: con questa opzione l’Italia ci guadagnerebbe più di oggi?
R. L’Italia ci guadagna o ci perde se l’Europa fa politiche espansive o no. L’Italia ci guadagna se potesse anche lei trasformare il suo debito in debito perpetuo con interessi legati alla crescita. E anche la Spagna, il Portogallo e la Francia.

D. Il governo Renzi sembra tiepido però.
R. È troppo supino alla Germania e alla Commissione europea.

D. Voi dite che bisogna rispettare il voto della Grecia, ma non bisogna rispettare anche il voto tedesco, olandese o finlandese?
R. Guardi, il punto è che la struttura dell’Europa è profondamente non funzionale, l’unica possibilità di sopravvivenza di un’economia comune è avere un bilancio comune, un governo che spende che tassa. Si parla sempre di Fiscal Compact ed è una citazione del Fiscal Compact degli Stati Uniti di inizio 800.

D. Quindi?
R. La prima parte prevedeva regole ferree per il bilancio, ma ce n’era una seconda di cui non si parla mai che diceva che il governo centrale si prendeva carico dei debiti dei diversi Stati.

D. Difficile proporlo ora.
R. Naturalmente questo sarebbe l’ideale, certo farebbe sobbalzare sulla sedia la Merkel, ma allora ci sarebbero trasferimenti dalle regioni più ricche a quelle più povere, come avviene in Italia tra Nord e Sud.

D. Nel Sud Italia la politica degli aiuti non ha portato sviluppo, rimane il problema delle riforme.
R. Che bisogna fare le riforme non è in discussione, il problema è di quali riforme parliamo. Se vogliamo licenziare, tagliare il salario agli operai e rendere il mercato del lavoro flessibile perché così l’economia riparte, quella è un’emerita stronzata. Se le riforme vuol dire rendere l’amministrazione pubblica efficiente, combattere l’evasione fiscale, allora sì.

D. Non pensa che firmare un patto sulla lotta all’evasione e la corruzione non dà sicurezza sui risultati?
R. O mandiamo i poliziotti tedeschi a fare l’accertamento fiscale, ma non solo in Grecia, anche in Italia, o è necessario un ceto politico serio.

D. E la classe dirigente greca è una delle più corrotte d’Europa.
R. Infatti con Tsipras la classe dirigente è cambiata. Almeno speriamo. Sembra che Tsipras le voglia far pagare davvero le tasse, non per fare un favore ai tedeschi, ma perché è una cosa giusta e progressiva da fare per i greci.

D. Cosa rischia la Germania?
R. Rischia di far esplodere tutto il sistema euro e se esplode anche la Germania starà male con un super marco rivalutatissimo.

DPerché allora continuano su questa linea?
R. Me lo sono chiesto tante volte. Un po’ pesano gli interessi dell’establishement bancario, ma io credo che ci sia una componente di ottusa stupidità e di fanatismo. Non si dimentichi che i tedeschi lo hanno già fatto a se stessi di infliggersi una cura da cavallo, talmente forte che ha portato al potere Hitler.

D. Non sono gli unici però a insistere per il rigore.
R. Certo. Questo fanatismo è seguito anche da economisti italiani. E il paradosso è che si sono spostati molto più a destra dei loro colleghi americani con cui hanno studiato. Negli Stati Uniti hanno capito che l’austerity è un fallimento.

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Il leader di Syriza al Parlamento greco annuncia che non cederà ai ricatti della Ue, «Italia a rischio bancarotta ma teme ritorsioni tedesche», dice il ministro delle finanze Varoufakis

Elena Sirianni, Popoff Quotidiano, 8 febbraio 2015

«Rispetterò il programma elettorale!». Si appena concluso in Parlamento il discorso di dichiarazione programmatica di Alexis Tsipras. Pur mantenendo aperta la porta del dialogo con l’Unione europea, il leader di Syriza non ha fatto alcun passo indietro rispetto al programma annunciato in campagna elettorale. Con i deputati di maggioranza tutti in piedi ad applaudirlo, visibilmente commosso e con la voce rotta dall’emozione, Alexis Tsipras ha affermato:
«Lo dichiariamo categoricamente, non rinegozieremo la nostra storia. Non rinegozieremo l’orgoglio e la dignità di questo popolo. Questi valori sono per noi sacri e non negoziabili. Siamo carne della carne del popolo. Veniamo dalle pagine della storia di questo popolo e per questo lo serviremo fino alla fine. Siamo ogni parola della Costituzione di questo Paese. Su questa Costituzione abbiamo giurato, questa Costituzione serviremo e la serviremo fino alla fine, rivendicando i sogni, i valori, le lotte, i sacrifci del popolo greco. Signore e Signori deputati, vi invito a votare la fiducia al governo di salvezza sociale, vi invito a combattere insieme questa battaglia per la Patria, per il futuro delle generazioni future, affinchè il nostro popolo riconquisti speranza e dignità, la sua dignità perduta. Questa battaglia la combatteremo insieme. Vi ringrazio».

La fiducia martedì sera, la discussione inizia la mattina alle 11. Domattina Alexis Tsipras incontrerà premier austriaco.

Domani, al G20 di Istanbul, Usa e Gran Bretagna andranno in pressing sull’Eurozona perché trovi una soluzione ed eviti una nuova fase d’instabilità dalle ripercussioni potenzialmente globali. Tsipras da Atene ha fatto sapere, appunto, di impegnarsi «a rispettare in pieno il programma del partito con cui ho vinto le elezioni»: misure per ridurre gli sprechi (riorganizzazione da zero della tv pubblica, vendita di 800 auto blu, taglio dei costi). «La Grecia vuole pagare il suo debito, ma vuole raggiungere un’intesa comune con i partner per l’interesse di tutti. Il problema del debito greco «non è economico ma politico». Il memorandum è fallito ora il paese ellenico chiede «un nuovo accordo-ponte sino a giugno per rinegoziare il suo debito». Una condizione che, «ad essere sincero, sono sicuro raggiungeremo», potrebbe rappresentare forse una tregua e una possibile via d’uscita dal rischio default già a marzo.

Intanto Atene, dopo che Roma e Parigi si sono sostanzialmente fatte da parte cedendo la leadership nelle trattative ad Angela Merkel, manda una frecciata rivolta al governo Renzi. «Funzionari italiani mi hanno detto che non possono dire la verità. Anche l’Italia è a rischio bancarotta ma teme ritorsioni da parte della Germania», dice il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis dopo il tour europeo che l’ha portato anche a Roma. Parole pesanti che rompono decisamente con lo stile ‘felpato’ che di solito domina gli scambi fra i ministri europei, e che ben testimoniano la delusione di Atene per la mancanza di solidarietà da parte dei paesi, Italia e Francia in testa, che in effetti dello stop all’Austerity avevano fatto la propria bandiera. Secca anche la replica del ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan: «il nostro debito è sostenibile». La visita di Varoufakis a Roma, Londra, Parigi, Berlino non ha portato alleanze nel braccio di ferro con l’Eurozona. La cancelliera ha esplicitamente detto che Atene è isolata e che Italia e Francia sono con Berlino. E il ministro greco, in un’intervista a Presa Diretta tira in ballo il debito, al top nella classifica europea, che accomuna Grecia e Italia. Un’uscita che serve ad aprire un varco nella presunta compattezza europea sulla posizione della Germania di fronte al «New Deal» chiesto da Atene, che vorrebbe abbuonare parte del proprio debito, la fine delle missioni di monitoraggio della troika e, soprattutto, un prestito ponte che le consenta di non sottoscrivere un nuovo programma con il trio Ue-Bce-Fmi. Atene vorrebbe far uscire allo scoperto in particolare i socialisti europei, che si sono intestati lo stop all’austerity ma di fatto – o almeno così dice la Merkel – sono con lei nella trattativa con la Grecia.

I nodi potrebbero venire al pettine all’Eurogruppo convocato d’urgenza per l’11 febbraio, alla vigilia del Consiglio dei capi di stato e di governo a Bruxelles, con la Bce che ha dato praticamente un ultimatum tagliando i prestiti diretti alle banche elleniche. Ma il tema della Grecia, con le agenzie di rating che agitano lo spettro di un default, fa breccia già al vertice turco dei ministri finanziari e governatori di domani e martedì. Anche se l’ex presidente della Fed Alan Greenspan dice che la Grecia dovrebbe uscire dall’euro («è solo questione di tempo»), il rischio ‘Grexit’, con la sua carica d’instabilità che mette in forse i progressi europei ottenuti con il quantitative easing di Draghi, non piace per niente a Washington. Il segretario del tesoro Usa Jack Lew, a Istanbul, potrebbe vestire i panni del genitore che riprende i ‘bambini’ europei chiedendo loro una maggiore cooperazione sulla Grecia. Alla Casa Bianca non è piaciuta affatto l’apertura di Mosca ad Atene sul fronte finanziario. Mario Draghi, il presidente della Bce, incontrerà Lew: non è escluso che a Istanbul, geograficamente vicina ma paradossalmente distantissima politicamente da Atene, comincino a tracciarsi i contorni della strategia per salvare la Grecia e l’euro a 19. Con, sullo sfondo, il tema caro agli Usa di un rilancio della domanda globale.

Ma sei i governi della miseria non sono capaci di solidarietà, non è così per i movimenti e le sinistre che sono pronti a mobilitarsi per sostenere la possibilità di una breccia nell’austerity. Sabato prossimo, a Roma, la manifestazione nazionale della brigata Kalimera e dell’Altra Europa con Tsipras.

(ha collaborato Francesco Ruggeri)

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Eugenio Scalfari, La Repubblica, 8 febbraio 2015

L’Italia e la Grecia nel loro rapporto con l’Europa e con i propri elettori si trovano in due situazioni molto diverse tra loro ma anche accomunate da alcune importanti analogie. Entrambi i loro leader hanno promesso molto, i due Paesi sono funestati da pesanti debiti e vorrebbero cambiare la politica economica europea. Entrambi infine sono ammirati e politicamente amati dalla maggioranza degli elettori nei loro rispettivi Paesi.

Comincerò dunque ad occuparmi di Alexis Tsipras e concluderò con Renzi: ci riguarda molto più da vicino e si merita dunque il finale.

Il governo greco guidato da Tsipras e dal suo ministro delle Finanze si poneva all’inizio quattro obiettivi: trasferire il suo debito all’Europa per cinquanta anni e senza interessi; ottenere nuovi prestiti senza rimborsare quelli già scaduti ed effettuati da vari Paesi, tra i quali anche l’Italia, e dalla Bce; rifiutare la “Troika” e gli impegni da lei imposti; negoziare una nuova politica economica europea ed anche istituzioni più democratiche e meno burocratiche alla guida dell’Europa.

Il primo obiettivo è stato ovviamente rifiutato e fu Draghi qualche giorno fa a dirglielo con la dovuta fermezza. Del resto, avrebbe suscitato proteste più che giustificate da parte del Portogallo e di altri Paesi membri dell’Eurozona che la “Troika” ha assistito imponendogli i massimi sacrifici da essa presunti come inevitabili medicine.

Il secondo (nuovi prestiti e prolungamento di quelli in scadenza) è stato anch’esso rifiutato: un Paese fortemente debitore non può contrarne altri a cuor leggero senza neppure accettare il controllo della “Troika”.

Su questo punto Draghi ha chiesto il rimborso immediato del prestito concesso direttamente dalla Bce, in mancanza del quale la Banca centrale non rinnoverà il suo sostegno alle banche greche in stato di pre-fallimento.

Il terzo obiettivo, la politica di crescita, sarà il vero oggetto delle consultazioni che si apriranno nei prossimi giorni e che probabilmente avranno soluzione positiva; se vogliamo evitare il default della Grecia e lo scossone che ne deriverebbe all’intera economia europea è su questo tema che bisogna lavorare. Questo, del resto, è un obiettivo condiviso da gran parte dei Paesi dell’Eurozona e dalla stessa Banca centrale.

Infine la revisione delle istituzioni di Bruxelles. Il significato di questa richiesta è verosimilmente un passo verso l’Unione federata anziché confederata, con le relative cessioni di sovranità da parte degli Stati nazionali. Questa a me sembra la posizione più positiva tra quelle che Tsipras spera di ottenere; non riguarda solo la Grecia e dovrebbe essere quella di tutta l’Unione. Purtroppo non lo è, neppure dell’Italia, ma lo è però della Bce. Può sembrare paradossale che la spinta verso gli Stati Uniti d’Europa venga da un Paese che si trova sull’orlo d’un precipizio e grida anche nelle piazze la propria disperazione. Potrebbe esser messo in condizione di uscire dall’euro e chiede non solo flessibilità e soccorso monetario ma addirittura la nascita di uno Stato che si chiami Europa ed abbia i poteri finora dispersi su 28 Paesi. Se si verificasse su questo punto una coincidenza politica tra Tsipras e Draghi, anche l’adempimento degli impegni economici della Grecia diventerebbe più facile. Ma gli avversari sono molti, anzi tutti, Renzi compreso: i governi nazionali non vogliono perdere la loro sovranità.

Ecco un tema sul quale Renzi dovrebbe dare le dovute ma mai fornite spiegazioni. La sua passione per il cambiamento riguarda solo l’Italia e non l’Unione europea della quale siamo perfino i fondatori?

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Siamo così al tema Renzi che direttamente riguarda noi, europei ed italiani.

Il nostro presidente del Consiglio ha fatto, con l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, un vero capolavoro politico, l’abbiamo scritto domenica scorsa e lo ripetiamo. Personalmente ho parecchie riserve su Renzi ma la verità va riconosciuta e sottolineata proprio da chi su altri temi ha manifestato e dovrà ancora manifestare ampi motivi di dissenso.

Si parla, a proposito del Pd renziano, di partito della Nazione. Esiste già oppure è un obiettivo per il quale Renzi lavora alacremente? E qual è il significato di un’immagine che prende quel nome come vessillo?

Ci sono due modi di intendere quel nome. Uno, indicato nei suoi scritti, è sostenuto da Alfredo Reichlin e significa un partito che ha capito quali sono i concreti interessi del nostro Paese e cerca di attuarli utilizzando gli insegnamenti della Storia e dell’esperienza. Pienamente accettabile.

L’altro modo di intendere quel nome è un partito che riscuote un tale consenso elettorale da essere di fatto un partito unico avendo ridotto gli altri a piccole formazioni di pura testimonianza.

Questo è il senso che Renzi ha dato a quel nome, naturalmente non escludendo affatto il primo significato ma subordinandolo al potere concreto e quasi esclusivo del partito della Nazione.

Per ora tuttavia quel partito non c’è: nell’attuale Parlamento, diretta espressione del popolo sovrano, siamo in presenza di una situazione tripolare. Fu eletto col “Porcellum” e il Pd lucrò il premio di maggioranza alla Camera, ma restarono tre grandi schieramenti: Pd, Pdl (i berlusconiani allora avevano il nome di Popolo della Libertà) e il Movimento 5 Stelle.

Tripolare. E tale durerà fino al 2018, stando all’impegno assunto e sempre ripetuto da Renzi nelle sue pubbliche esternazioni.

Un Parlamento tripolare non consente l’inverarsi del partito della Nazione, ma ne permette l’avvio, anche con le riforme della Costituzione e in particolare con quella che riguarda il Senato, sempre che arrivi in porto, visto l’ultimo voltafaccia di Berlusconi. L’ex Cavaliere, bruciato dall’elezione di Mattarella, ha improvvisamente scoperto che c’è una deriva autoritaria nelle riforme che aveva sostenuto fino a ieri. E che quindi il patto del Nazareno non c’è più: vedremo quanto a lungo manterrà questa posizione. L’uomo, si sa, non è famoso per la sua coerenza.

Ma vale comunque la pena di riprendere il tema del Senato, specie ora che spetterà al nuovo Capo dello Stato promulgare le leggi una volta che arrivino sul suo tavolo.

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Quella legge di riforma prevede che il Senato (continuare a chiamarlo così mi sembra ridicolo) diventi Camera delle Regioni, ne sostenga gli interessi in Parlamento, sia il custode dei loro poteri amministrativi e legislativi, ne sorvegli la legalità dei comportamenti ed eventualmente ne punisca quelli ritenuti politicamente illegittimi.

Quanto al resto, il Senato previsto perderà quasi tutti i suoi poteri attuali salvo quelli che riguardano leggi costituzionali e trattati europei.

Sono favorevole a riservare il potere di fiducia soltanto alla Camera, in nessun Paese europeo di solida democrazia la cosiddetta Camera Alta detiene quel potere e ben venga dunque su questo punto il regime monocamerale. Ma proprio perché dare o togliere la fiducia non spetterà più ai senatori, possiamo e anzi dobbiamo lasciare intatti i loro poteri di controllo sull’Esecutivo e sulla pubblica amministrazione.

Il potere Legislativo ha un duplice ruolo: quello di approvare le leggi e quello di controllare il governo nei suoi atti esecutivi. Ridurre al monocamerale anche questi atti dell’Esecutivo ha il solo significato di accrescere la sua libertà di azione; la rapidità è un bene che l’esistenza di due Camere non ha mai danneggiato, come molti sostengono ma come i dati smentiscono. Quindi la legge di riforma può e deve su questo punto essere emendata.

Ancor più necessario  –  perché può rischiare anche l’incostituzionalità  –  è modificare il testo di legge per quanto riguarda l’elezione dei senatori. La riforma attualmente prevede che siano designati dai Consigli regionali. Qui c’è un’incoerenza di estrema gravità: un organo preposto alla vigilanza sulle Regioni, i cui membri sono eletti da chi dovrebbe essere da quell’organo controllato ed eventualmente sanzionato, anziché dal popolo sovrano. Per di più in un Paese dove una delle maggiori fonti di malgoverno e corruzione è presente proprio nei Consigli regionali. Mi sembra assolutamente necessario che sia il popolo ad eleggere direttamente i senatori.

Mi permetto di segnalare quest’aspetto della legge di riforma costituzionale affinché sia adeguatamente modificato. La forma attuale è un fallo e l’arbitro ha diritto e dovere di fischiare indicandone la punizione (in questo caso la modifica).

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Post scriptum . In una recente intervista televisiva a Maria Latella, il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha preannunciato un suo disegno di legge che presenterà nei prossimi giorni. Riguarda l’obbligo del vincolo di mandato che attualmente è escluso da un articolo della Costituzione. Ora anche i Cinquestelle dicono la stessa cosa. Dunque Grillo e Salvini vogliono che un membro del Parlamento eletto su candidatura del partito cui aderisce non possa in alcun caso votare contro il suo partito del quale ha l’obbligo di eseguire pedissequamente gli ordini. Se la sua coscienza glielo impedisce, la sola via di fuga che può adottare sono le dimissioni dal Parlamento.

Se questa proposta venisse accolta, sarebbe sufficiente un numero di parlamentari estremamente limitato. Magari una cinquantina, che rappresentino proporzionalmente i consensi ottenuti dal partito cui appartengono. Per di più non ci sarebbe nemmeno bisogno di discussioni e basterebbe spingere dei bottoni per registrare il voto di quel gruppetto di persone.

Una proposta così può essere fatta soltanto da chi vuole instaurare per legge una dittatura. Oppure da un pazzo. Scelgano Salvini e Grillo in quale di questi due ruoli si ravvisino.

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Alfonso Gianni, Il Manifesto, 6 febbraio 2015

Se si nutriva ancora qual­che dub­bio che l’Europa fosse più vit­tima delle pro­prie poli­ti­che che della crisi, gli acca­di­menti degli ultimi giorni hanno tolto ogni dub­bio. I mer­cati ave­vano assor­bito quasi con non­cha­lance il cam­bio di governo in Gre­cia; la Borsa di Atene aveva oscil­lato, ma riu­scendo sem­pre a ripren­dersi, fino a rag­giun­gere rialzi da record; il ter­ro­ri­smo psi­co­lo­gico che aveva pro­vo­cato un forte deflusso di capi­tali prima delle ele­zioni sem­brava un’arma spuntata.

Ma appena si è arri­vati al dun­que è scat­tato il ricatto della Bce. Eppure le richie­ste del nuovo governo greco erano più che ragio­ne­voli. Né Tsi­pras né Varou­fa­kis chie­de­vano un taglio netto del debito, ma sola­mente moda­lità e tempi diversi per pagarlo senza con­ti­nuare a distrug­gere l’economia e la società greca, come ave­vano fatto i loro pre­de­ces­sori. Dichia­ra­zioni e docu­menti di eco­no­mi­sti a livello mon­diale, com­presi diversi premi Nobel, si rin­cor­rono per dimo­strare che le solu­zioni pro­po­ste dal governo greco sono per­fet­ta­mente appli­ca­bili, anzi le uni­che effi­caci se si vuole sal­vare l’Europa, che sarebbe tra­sci­nata nella vora­gine di un con­ta­gio dai con­fini impre­ve­di­bili se la Gre­cia dovesse fal­lire e uscire dall’euro. Per­fino il pen­siero main­stream – Finan­cial Times in testa — si dimo­strava più che possibilista.

Può darsi, come anche Varou­fa­kis ha osser­vato, che la mossa di Dra­ghi serva per evi­den­ziare che la solu­zione è poli­tica e non tecnico-economica. Quindi ha but­tato la palla nel campo dell’imminente Euro­gruppo che si riu­nirà l’11 feb­braio. Il guaio è che la poli­tica euro­pea attuale è ancora peg­gio della ragione eco­no­mica. Basti leg­gere le dichia­ra­zioni di un Renzi, sdra­iato sul comu­ni­cato della Bce, o quelle di uno Schulz o di un Gabriel.

Non è la prima volta, d’altro canto, che la social­de­mo­cra­zia tede­sca vota i «cre­diti di guerra». L’analogia non è troppo esa­ge­rata. Che spie­ga­zione tro­vare per un simile acca­ni­mento con­tro un paese il cui Pil non supera il 2% e il cui debito il 3% di quelli com­ples­sivi dell’eurozona?

La ragione è duplice.

Se passa la solu­zione greca appare chiaro che non esi­ste un’unica strada per abbat­tere il debito. Anzi ce n’è una alter­na­tiva con­cre­ta­mente pra­ti­ca­bile rispetto a quella del fiscal com­pact. Più effi­cace e assai meno deva­stante. Tale da pun­tare su un nuovo tipo di svi­luppo che valo­rizzi il lavoro, l’ambiente e la società, come appare dal pro­gramma di Salo­nicco su cui Syriza ha costruito e vinto la sua cam­pa­gna elet­to­rale. Sarebbe una scon­fitta sto­rica per il neo­li­be­ri­smo europeo.

Il secondo motivo riguarda gli assetti poli­tico isti­tu­zio­nali della Ue. Sap­piamo che i greci hanno giu­sta­mente rifiu­tato l’intervento della Troika. Ma è pur vero che per­fino Junc­ker ha dichia­rato che quest’ultima ha fatto il suo tempo. C’è allora qual­cosa di più impor­tante in gioco che la soprav­vi­venza di que­sto o quell’organismo. Finora la Ue attra­verso gli stru­menti della sua gover­nance a-democratica aveva messo il naso nelle poli­ti­che interne di ogni paese, in qual­che caso det­tan­done per filo e per segno le scelte da fare. Così è acca­duto nel caso ita­liano con la famosa let­tera della Bce del 5 ago­sto del 2011. Dove non era arri­vato Ber­lu­sconi ave­vano prov­ve­duto Monti e ora Renzi a finire i com­piti a casa. Ma si trat­tava pur sem­pre di un inter­vento su governi amici, che si fon­da­vano su mag­gio­ranze che ave­vano espli­ci­tato la loro pre­ven­tiva sot­to­mis­sione alla Troika. In Gre­cia siamo di fronte al ten­ta­tivo di impe­dire che la volontà popo­lare espres­sasi nelle ele­zioni in modo abbon­dante e ine­qui­vo­ca­bile possa tro­vare imple­men­ta­zione per­ché con­tra­ria alle attuali scelte della Ue. Qual­cosa che si avvi­cina a un colpo di stato in bianco (per ora). I neo­na­zi­sti di Alba Dorata ave­vano dichia­rato che Syriza avrebbe fal­lito e dopo sarebbe toc­cato a loro governare.

E’ que­sto che le medio­cri classi diri­genti euro­pee vogliono? Non sarebbe la prima volta.

Impe­dia­mo­glielo.

Non solo con gli stru­menti pro­pri delle sedi par­la­men­tari per influire sul ver­tice dei capi di stato, ma soprat­tutto riem­piendo le piazze, come suc­cede ora in Gre­cia e come vogliamo accada anche in Ita­lia e nel resto d’Europa il pros­simo 14 feb­braio. Un San Valen­tino di pas­sione con il popolo greco.

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Questo durissimo articolo di Petrella e Musacchio mette in evidenza come non sia procrastinabile decisioni sulla democrazia, la rappresentatività, le priorità dell’Unione europea. Quali sono gli interessi che le istituzioni europee devono tutelare? Quali contrappesi devono essere messi allo strapotere economico?

Inoltre: l’Europa vuole essere promotrice di un percorso autonomo o vuole continuare a essere la succursale politica ed economica degli Usa?

Si tratta di problemi molto seri, perché la storia ci insegna che, nel nostro continente, quando la contrapposizione fra le nazioni si fa troppo stringente, il rischio della guerra è concreto e reale.

Riccardo Petrella e Roberto Musacchio, Il Manifesto, 5 febbraio 2015

BCE. Ecco come funziona il meccanismo monetario che obbedisce ai mercati

L’altolà di Dra­ghi al governo Tsi­pras mostra con duris­sima evi­denza lo stato di sospen­sione demo­cra­tica di que­sta “Europa reale”, e della Bce che ne costi­tui­sce un pila­stri. L’attacco di Dra­ghi e il pre­an­nun­cio di non garan­tire più per i bond greci mostra la volontà di stran­go­lare sul nascere il nuovo corso. Non si rico­no­sce il man­dato popo­lare rice­vuto da Tsi­pras, e non si capi­sce con quale auto­re­vo­lezza venga con­si­de­rato non atten­di­bile il piano pre­sen­tato dalla nuova com­pa­gine greca, da parte di chi ha par­te­ci­pato a misure, pre­vi­ste dal Memo­ran­dum, famose per aver fal­lito cla­mo­ro­sa­mente fal­lito gli obiet­tivi dichiarati.

La realtà è che le scelte sociali, eco­no­mi­che ed isti­tu­zio­nali, il non rico­no­sci­mento della Troika di Tsi­pras vanno in col­li­sione con la natura e i poteri dell’“Europa reale”, quelli finan­ziari, libe­ri­sti e della ege­mo­nia mer­ke­liana. Di que­sti poteri la Bce è un architrave.

Da tempo soste­niamo lo scan­dalo di un Par­la­mento euro­peo senza alcun potere d’influenza sulla Bce, un organo pre­teso tec­nico (25 per­sone, non elette), a cui i Trat­tati dell’Unione hanno affi­dato la piena respon­sa­bi­lità della poli­tica mone­ta­ria dell’Europa. Il fatto è che i nostri diri­genti hanno ade­rito al prin­ci­pio che la poli­tica mone­ta­ria e finan­zia­ria non debba essere più una fun­zione sovrana dei poteri pub­blici sta­tuali (nazio­nali ed euro­pei), ma il com­pito di sog­getti pri­vati poli­ti­ca­mente indi­pen­denti dalle isti­tu­zioni pubbliche.

La Bce è il sog­getto chiave del Sistema euro­peo di ban­che cen­trali (Sebc) di cui fanno parte, oltre la Bce, le Ban­che cen­trali nazio­nali degli Stati che hanno adot­tato l’euro e for­mano l’Eurosistema. Suo com­pito prin­ci­pale è di attuare la poli­tica mone­ta­ria dell’Unione il cui l’obiettivo, fis­sato dai Trat­tati, è il man­te­ni­mento della sta­bi­lità dei prezzi, diven­tato l’imperativo mone­ta­rio dei paesi occidentali.

Il pro­blema nasce dal fatto che l’articolo 130 del Trat­tato sul Fun­zio­na­mento dell’Unione euro­pea (Tfue) sta­bi­li­sce il prin­ci­pio della totale indi­pen­denza poli­tica della Bce. Coe­ren­te­mente, il Trat­tato dispone l’obbligo per i governi degli Stati mem­bri e le isti­tu­zioni ed organi dell’Ue di aste­nersi da qual­siasi forma di inge­renza sulle atti­vità della Bce. Aver sti­pu­lato for­mal­mente l’indipendenza poli­tica alla Bce come prin­ci­pio costi­tu­zio­nale del Tfue ha creato una situa­zione giu­ri­dica, isti­tu­zio­nale e poli­tica, anomala.

L’anomalia si esprime anzi­tutto rispetto alle ban­che cen­trali: la Bce è l’unica banca cen­trale al mondo ad essere poli­ti­ca­mente indi­pen­dente da ogni altra auto­rità. Le altre ban­che, com­presa la Fede­ral Reserve Bank (Usa) sono auto­nome. L’anomalia è però soprat­tutto rile­vante nell’assetto attuale dell’integrazione euro­pea. L’adozione dell’euro anche in assenza di uno Stato sovrano euro­peo, è avve­nuta in maniera con­tra­ria alle tesi costi­tu­zio­nali poli­ti­che che da sem­pre rico­no­scono che una moneta implica un governo, un potere sovrano, uno Stato.

Le ragioni per le quali i poteri forti euro­pei hanno creato una moneta senza Stato sono mol­te­plici. A nostro avviso, la più pre­gnante è di ordine ideo­lo­gico poli­tico: è l’idea che occorra stac­care l’economia dalla poli­tica ed affi­dare i com­piti di gestione dell’economia, in par­ti­co­lare della poli­tica mone­ta­ria, ad organi tec­nici “indi­pen­denti” dai governi pub­blici, capaci di dare fidu­cia ai mer­cati finanziari.

Il com­pito della Bce non è di dare fidu­cia ai par­la­menti nazio­nali ed al par­la­mento euro­peo e di sal­va­guar­dare i diritti umani e sociali dei cit­ta­dini stessi. I suoi clienti, come si dice nel gergo domi­nante, sono i mer­cati finan­ziari, le ban­che e gli agenti finan­ziari spe­cu­la­tivi. La Bce è attual­mente il solo potere poli­tico sovra­na­zio­nale europeo.

L’indipendenza della Bce signi­fica prin­ci­pal­mente tre cose. Anzi­tutto, una misti­fi­ca­zione, deli­be­rata, per coprire legal­mente il fatto che essa non lo è ma che è sot­to­messa all’influenza degli inte­ressi dei poteri pub­blici (Stati) più forti dell’Ue sul piano mone­ta­rio e finan­zia­rio. Essa lo è nei con­fronti degli Stati più deboli come la Gre­cia, l’Irlanda, il Por­to­gallo .…ma non della Ger­ma­nia e del mondo finan­zia­rio rap­pre­sen­tato dal Lus­sem­burgo. In secondo luogo, una realtà effet­tiva nei con­fronti del Par­la­mento euro­peo e delle altre isti­tu­zioni dell’Ue. Il dia­logo eco­no­mico tra la Bce ed il Pe (per far cre­dere alla legit­ti­mità demo­cra­tica della Bce) e tra que­sta ed il Con­si­glio dei Mini­stri e la Com­mis­sione euro­pea (a dimo­stra­zione della respon­sa­bi­lità della prima nei con­fronti delle altre due) è un puro arram­pi­carsi sugli specchi.

Infine, la libertà dai poteri poli­tici pub­blici accor­data alla Bce è una tri­ste farsa politica.

Lo stru­mento chiave del potere della Bce è l’intervento sul tasso di sconto (il costo del capi­tale) sulla moneta. Da anni que­sta fun­zione non appar­tiene più alle ban­che cen­trali (lo Stato) ma alle ban­che stesse (sog­getti pri­vati nella stra­grande mag­gio­ranza). La Bce, per suo pro­prio dire, si limita ad inter­ve­nire in rea­zione al tasso di sconto fis­sato dalle banche/mercati finan­ziari, abbas­san­dolo in caso di freddezza/stagnazione dell’economia o aumen­tan­dolo in caso di riscal­da­mento o ecci­ta­zione ele­vata dei mer­cati. Indi­pen­denza for­male, quindi , rispetto ai poteri poli­tici pub­blici ma dipen­denza chiara nei con­fronti dei mer­cati finanziari.

Cam­biare que­sto stato non è facile. Biso­gna ripor­tare la poli­tica mone­ta­ria euro­pea nel campo della demo­cra­zia effet­tiva, dando un governo poli­tico all’euro. Biso­gna abo­lire la dis­so­cia­zione tra poli­tica ed eco­no­mia ed eli­mi­nare il pri­mato dell’economia sulla poli­tica, per un pro­cesso costi­tuente europeo.

Il par­la­mento euro­peo è l’istituzione più legit­tima per farlo, se lo vuole. E’ neces­sa­rio scar­di­nare il potere spe­cu­la­tivo e cri­mi­nale dei mer­cati finan­ziari, met­tendo fuori legge i para­disi fiscali, rego­la­men­tando i mer­cati dei deri­vati, le tran­sa­zioni finan­zia­rie ad alta fre­quenza e la finanza mobile, ripub­bli­ciz­zare le casse di rispar­mio ed il cre­dito alle col­let­ti­vità locali. E dichia­rare ille­gale le forme di com­pe­ti­ti­vità fiscale tra gli Stati.Terzo oltre che met­tere la finanza e la moneta in Europa al ser­vi­zio della giu­sti­zia e della soli­da­rietà umana e sociale e della giu­sti­zia ambien­tale. Tsi­pras ha aperto uno scon­tro duris­simo e cia­scuno di noi deve fare la sua parte.

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Alfonso Gianni, Huffington Post, 24 gennaio 2015

Alla fine, ma non senza pesanti compromessi, Mario Draghi ce l’ha fatta a piegare la opposizione della Bundesbank. Basta leggere i titoli dei più popolari giornali in Germania per capire che i tedeschi non l’hanno presa affatto bene e che fanno del puro terrorismo attorno alla fine che faranno i risparmi dei cittadini di quel paese. L’importo su cui si articola il Quantitative easing supera i mille miliardi (1.140 fino a settembre 2016), un po’ più del doppio di quello che si prevedeva alla vigilia. Se la guardiamo da questo punto di vista l’autorevolezza di Mario Draghi ne esce rafforzata in tutti i sensi. Dopo il declino di Balottelli il titolo di Super Mario è solo appannaggio di Draghi.

Ma i “ma” non mancano e il trionfalismo si smorza subito quando si guarda più da vicino la manovra. Innanzitutto, proprio come Draghi ci ha ripetuto più volte, dal momento che la politica monetaria non può tutto, non è affatto detto che l’inondazione di centinaia di miliardi di euro attraverso l’acquisto dei titoli di stato, al ritmo di quasi 60 miliardi al mese per 19 mesi, sia sufficiente a rilanciare l’economia e alzare l’inflazione attorno al 2% (l’obiettivo principale dell’attuale mission della Bce). Se non si innesta un nuovo modello di sviluppo, basato su investimenti in settori innovativi, rispettosi dell’ambiente e della condizione sociale delle persone, non è affatto detto che il cavallo beva. Dati i contenuti delle politiche economiche nei principali paesi c’è poco da sperare che questo avvenga. A meno che la vittoria di Tsipras in Grecia non innesti una spirale positiva e un rapido contagio negli altri paesi, a partire da quelli mediterranei. In Italia ci vorrebbe però tutt’altro governo e tutt’altra politica e come ognuno vede non ve ne sono le condizioni né allo stato attuale né per un bel po’. Dalla trappola al trappolone della liquidità. Questo potrebbe essere lo scenario negativo tutt’altro che improbabile.

In secondo luogo la vittoria di Draghi è viziata da un compromesso pesante. Il risk-sharing, la condivisione del rischio, peserà per l’80% sulle banche nazionali e per il 20% sulla Bce. Siamo lontani da una vera europeizzazione del rischio. Il rischio di insolvenza rimane per la grande parte in ambito nazionale. Ne emerge un messaggio assai poco tranquillizzante e cioè che il rischio di default sia considerato realistico e pesante per diversi paesi, i mediterranei in primis, compresa ovviamente l’Italia. In sostanza la Bundesbank, come osserva Fubini su la Repubblica “è riuscita a segregare tutti i bond sovrani più vulnerabili entro le rispettive banche centrali”.

In terzo luogo la Bce si è lavata le mani per quanto riguarda la gestione dei titoli di stato più delicati. Il problema dell’acquisto dei titoli greci è stato per ora aggirato, si dice per non influire sul corso delle elezioni greche. In generale dovrebbero essere acquistati solo titoli investment grade, cioè quelli a minore rischio per gli investitori. Se questa regola dovesse venire applicata rigorosamente, risulterebbero esclusi dall’acquisto sia i titoli ciprioti che quelli greci. Se venisse accordata una deroga, già si prevede che questa avrebbe un costo non indifferente, perché verrebbe concessa solo a fronte dell’implementazione di un programma economico concordato da questi paesi con le autorità europee. Il cane si mangerebbe la coda. Proprio quello che giustamente Tsipras ha escluso di volere fare.

Per la Grecia le modalità con cui è stato deciso il Quantitative easing sono particolarmente penalizzanti, proprio perché Draghi ha chiarito che la Bce non acquisterà più del 33% dei titoli da un singolo emittente. Visto che un acquisto era già stato fatto, la Banca centrale europea non avrà spazio di acquistare prima di luglio una nuova tranche di titoli greci. Per il paese ellenico e il suo nuovo governo, anche di fronte alle nuove misure della Bce, la strada si presenta in salita e tutto lascia pensare che ciò non avvenga a caso.

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Luigi Pandolfi, Huffington Post, 1 dicembre 2014

Districarsi in una materia come quella della gestione europea della crisi è diventato sempre più difficile. E ancora più difficile è diventato l’esercizio di raccontarla. Mi spiego. Con l’insediamento della nuova Commissione non è cambiato assolutamente nulla nell’approccio dei vertici europei al tema dell’austerità. Nessuno dei nuovi commissari ha finora proferito parola sulla necessità di rivedere i rigidi protocolli del vigente patto di bilancio, men che meno di valutare l’ipotesi – ad oggi la più seria – di una ristrutturazione del debito. Di parole in libertà su crescita, investimenti e occupazione invece tante, un vero profluvio. Sembra di essere immersi in uno scenario orwelliano, dove una forma molto sofisticata di neolingua ammanta sistematicamente, scientificamente, di significati impropri scelte (e non scelte) che vanno in una direzione opposta a quella ufficialmente dichiarata.

Da Draghi a Juncker, fino alle comparse che popolano la scena politica nazionale nei paesi membri, è un continuo esternare sull’insostenibilità del “rigore fine a se stesso”, sulla necessità di “rimettere in moto l’economia”, di “creare nuovi posti di lavoro”, mentre, in concreto, si rimane arroccati, e subalterni, nella difesa ad oltranza dell’attuale governance comunitaria, che proprio nel rigore e nella sorveglianza occhiuta dei bilanci pubblici trova la sua fondamentale ed inderogabile essenza.

In questi giorni a tenere banco nel dibattito politico europeo è il cosiddetto “Piano Juncker”, il progetto presentato dal presidente della Commissione per rilanciare l’economia e l’occupazione in ambito Ue. Di fronte alla gravità della crisi che ci attanaglia ed ai numeri da brivido sulla disoccupazione (20 milioni solo nell’Eurozona, il doppio rispetto a cinque anni fa), questa operazione, più che inadeguata, è un vero e proprio schiaffo all’intelligenza dei cittadini europei.

Forse l’ex premier lussemburghese si sarà fatto consigliare da un pool di alchimisti, gli unici che avrebbero potuto convincerlo che 21 miliardi di euro si possano trasformare d’incanto in 315, e che gli stessi siano sufficienti per risalire la china, per fronteggiare stagnazione e disoccupazione. E non è finita qui. Anche della provenienza dei 21 miliardi c’è da dire, e da ridire: 16 miliardi dovrebbero essere messi a disposizione dall’Unione e la restante parte dalla Bei. Dei primi, 8 miliardi sarebbero stornati da altri capitoli del bilancio europeo, di fatto sottraendoli a progetti già finanziati in passato, mentre gli altri otto dovrebbero essere tirati fuori non si sa come e da dove.

L’esperimento: i 21 miliardi affluirebbero in un “Fondo europeo per gli investimenti strategici” (Feis), che fungerebbe da garanzia per chiedere ai mercati altri 63 miliardi, ai quali si aggiungerebbero cofinanziamenti privati e pubblici fino al raggiungimento dei fatidici 315 miliardi. Fuffa, insomma. E di soldi freschi, cash, nemmeno l’ombra. Con l’aggravante che gli stati membri dovrebbero partecipavi anche con risorse proprie. Applausi, però. Renzi: “È una vittoria anche italiana. Qualche mese fa nessuno aveva il coraggio di parlare di crescita e investimenti“. Monti: “È una svolta culturale tardiva ma grandissima. Finalmente l’Europa guarda al futuro“. Cauta ovviamente la Merkel, nel più classico gioco delle parti: “D’accordo in linea di principio“.

Ma di che parlano? Nella loro disinvoltura assomigliano sempre più ai passeggeri del Titanic, che tra un ballo e l’altro, andavano inesorabilmente incontro alla tragedia. 315 miliardi, ammesso che fossero immediatamente disponibili, non servirebbero a smuovere granché nelle condizioni in cui siamo, figuriamoci se parliamo di risorse del tutto aleatorie, tutte da verificare. Ma poi, lo stesso obiettivo di un milione di posti di lavoro in più (1,3 milioni per la precisione) che significato può avere in un mare di disoccupati che in Ue-28 ha toccato ormai quota 25 milioni? Davvero si può pensare che dalla crisi se ne esca con annunci, ovvero con le stesse politiche che finora ne hanno segnato drammaticamente la gestione?

Razionalmente, tutto questo appare incomprensibile. Facciamoci aiutare da George Orwell: “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza… l’austerità è espansiva, la recessione è crescita… “. E il fine? Oltre quello di smantellare quel resta del “modello sociale europeo”, riorganizzando la nostra società in funzione degli interessi dell’impresa e del capitale finanziario, non ne vedo altri. Diversamente sarebbe follia allo stato puro.

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