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Posts Tagged ‘Mario Monti’

Di Luciano Gallino ho letto parecchi libri e articoli, specie quelli (forse più divulgativi) scritti in questi ultimi anni, da quando la crisi economica ha fatto emergere il lato più atroce del neoliberismo, dottrina da lui combattuta fino all’ultimo. In particolare, mi pare opportuno notare come fosse uno degli ultimi a parlare di lotta di classe, argomento che sembra scomparso dall’agenda politica dei nostri tempi.

Davide Turrini, Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2015

“Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea”. L’ultimo anelito di speranza di fronte all’invasione del pensiero neoliberista in Europa, Luciano Gallino, professore emerito di sociologia all’Università di Torino dal ’65 al 2002, morto a 88 anni nella sua casa nel capoluogo piemontese dopo una lunga malattia, lo aveva affidato alle pagine del suo “Il denaro, il debito e la doppia crisi”, appena uscito in libreria per Einaudi, rivolgendosi proprio alle generazioni che verranno.

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Pierluigi Ciocca, Il Manifesto, 28 ottobre 2015

I problemi economici del nostro paese sono antichi e strutturali. Aggravati da un ciclo europeo segnato dalla politica tedesca avallata dalla Bce. Produttività, occupazione, investimenti, competitività: tutta l’attività economica nell’ultimo decennio è precipitata in un abisso. Purtroppo, le scelte del governo Renzi non invertono la rotta ma anzi seguono le stesse ricette di Monti e Letta

L’economia ita­liana pati­sce da diversi lustri due mali con­giunti: domanda glo­bale ane­mica, stallo della produttività.

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Francesco Martone, Sbilanciamoci.info, 23 luglio 2015

Il Rapporto Lange, votato dall’Europarlamento, crea uno stato di eccezione che può essere di volta in volta invocato dalle imprese per far valere i propri diritti rispetto a normative ritenute pregiudizievoli

Nel giorno del processo a Tsipras l’Europarlamento ha votato il Rapporto Lange. Così l’Europa della cittadinanza cede il passo all’austerity, all’ordoliberismo e agli interessi dei mercati.

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La vicenda dei due marò è emblematica: rappresenta infatti l’incapacità del governo italiano e dell’Unione Europea di attuare una qualsivoglia politica estera degna anche solo minimamente di questo nome. D’altra parte, dopo averla delegata per decenni a Nato e Stati Uniti d’America, certe raffinatezze tecniche si perdono. Non voglio ripetere qui l’elenco degli errori commessi, a tutti i livelli, dall’allora governo Berlusconi in primo luogo, ma, a seguire, da tutti quelli successivi, Monti, Letta e Renzi, con rispettivi ministri degli Esteri e della Difesa. Per farlo basta andare su Google e digitare ad esempio il nome dei due militari: si trovano migliaia di pagine web che ne parlano, in tutte le sfumature del possibile, dagli innocentisti a spada tratta ai forcaioli impenitenti. Di me posso solo dire che non sono di quelli che espongono alle finestre il manifesto-richiesta di riportare subito a casa Girone e Latorre.

Per me la soluzione ideale, ormai non più praticabile, sarebbe stata quella di non consegnarli agli indiani, ma di processarli per direttissima in Italia e condannarli, se da condannare, o assolverli, se da assolvere. Ma forse in questo modo sarebbero emerse le reali responsabilità di chi ha ispirato un’azione politico-militare in modo alquanto rabberciato, senza che vi fosse chiarezza nella catena di comando, e quindi nelle reali responsabilità, né nelle regole d’ingaggio.

Mi limito quindi a riprendere questa vignetta di Mauro Bianchi, pubblicata sul Manifesto di oggi, perché la trovo intelligentemente caustica. Io la leggo in questo modo: non basta atteggiarsi da statista per essere uno statista. Così come non basta vestirsi da John Lennon per essere John Lennon…

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… in una lettera inviata a H.G. Wells, ammoniva che

«nulla sarebbe più fatale che consegnare il governo degli Stati nelle mani degli esperti. Il sapere degli esperti è un sapere limitato, mentre l’illimitata ignoranza dell’uomo semplice, che sa dove gli duole, è una guida più sicura delle rigorose direttive di qualsiasi persona specializzata».

La citazione è tratta dal libro di Evgeny Morozov Interne non salverà il mondo. L’autore la riferisce criticando la visione di coloro che vedono nella Rete uno strumento per gestire e risolvere qualsiasi problema, anche quello politico più complesso.

A me sembra invece che descriva perfettamente la situazione che viviamo oggi o abbiamo appena vissuto, sia in Italia che in Europa. Abbiamo affidato a degli esperti, o presunti tali, la gestione della complessità politica di moderne società. In Italia abbiamo avuto il governo di Mario Monti; in Europa veniamo comandati a bacchetta da tecnocrati “infallibili”. Si vedono i risultati…

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Barbara Spinelli, Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015

Barbara Spinelli

Nel 1998 il presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer descrisse i due «plebisciti» su cui poggiano le democrazie: quello delle urne, e il «plebiscito permanente dei mercati». La coincidenza con l’adozione di lì a poco dell’euro è significativa.

La moneta unica nasce alla fine degli anni ’90 senza Stato: per i mercati il suo conclamato vizio d’origine si trasforma in virtù. Le parole di Tietmeyer e i modi di funzionamento dell’euro segnano l’avvio ufficiale del processo che viene chiamato decostituzionalizzazione – o deparlamentarizzazione – delle democrazie.

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L’economia non è una scienza esatta, e lo sapevamo. Si basa su proiezioni e modelli matematici che sono fortemente influenzati dalla tipologia dei dati presi in esame. Un importante correttivo è quello di osservare la realtà e, in questo caso, la realtà ci dice che la situazione è ben differente da quanto scritto nei rapporti. E la realtà è quella fotografata dal “Terzo rapporto sull’impatto della crisi economica in Europa“, presentato ieri a Roma dalla Caritas, e dall’Istat in “Noi Italia. Cento statistiche per capire il Paese in cui viviamo“, edizione 2015.

Inoltre, i numeri non indicano quelli che sono i problemi strutturali veri, in particolar modo il fatto che in Italia abbiamo un comparto produttivo piuttosto obsoleto, nel quale l’innovazione è rimasta assente da anni. Un dato interessante è quello del rapporto fra crescita economica (in termini di Pil) e grado di sviluppo informatico della popolazione (misurato in base al numero di famiglie con accesso alla rete), che ci vede fra i fanalini di coda insieme a Portogallo e Spagna, fra i paesi dell’area euro (purtroppo nel vasto mondo di Internet non riesco a trovare il grafico e mi mancano i dati per ricostruirlo).

Un ultima considerazione su Pier Carlo Padoan che, come si nota dalle brevi note biografiche disponibili su Wikipedia, ha avuto un percorso intellettuale e professionale interessante, dai primi lavori pubblicati su Critica Marxista fino all’Ocse del quale è stato vice segretario generale e capo economista.

Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia del governo Renzi

Riccardo Chiari, Il Manifesto, 19 febbraio 2015

Europa paranoicaMentre l’Ocse promuove le riforme strutturali del governo Renzi e assicura la crescita, l’Istat e la Caritas fotografano lo stato delle cose nella penisola e in tutto il vecchio continente. Numeri desolanti, fra disoccupazione, impoverimento generale e milioni di giovani neet. Ma Padoan insiste: “La direzione è quella giusta”.

L’Ocse stende un tap­peto rosso al governo Renzi ipo­tiz­zando un pil ita­liano in cre­scita, gra­zie natu­ral­mente alle “riforme strut­tu­rali”, dalle pen­sioni al jobs act. C’è da toc­care ferro, rileva subito la Cgil, dato che negli ultimi sette anni l’organizzazione che rag­gruppa i 34 paesi più abbienti del pia­neta ha sba­gliato siste­ma­ti­ca­mente le pre­vi­sioni. Men­tre lo stato delle cose è foto­gra­fato dall’Istat e dalla Cari­tas Europa. E non è un bel leg­gere, visto che i numeri del rap­porto “Noi Ita­lia. 100 sta­ti­sti­che per capire il Paese in cui viviamo” par­lano soprat­tutto di disoc­cu­pa­zione, ridu­zione della capa­cità di acqui­sto delle fami­glie, e di un gene­rale impo­ve­ri­mento. Con­cetto riba­dito su scala con­ti­nen­tale dalla Cari­tas, pronta a segna­lare che nella Ue a 28 c’è un rischio di povertà o di esclu­sione sociale del 24,5%. Un euro­peo su quat­tro, 122,6 milioni di per­sone. Men­tre nei sette paesi più “deboli” (Ita­lia, Por­to­gallo, Spa­gna, Gre­cia, Irlanda, Roma­nia e Cipro) si sale addi­rit­tura al 31%.

Di fronte al dato ita­liano del 28,4%, il vice­di­ret­tore di Cari­tas Ita­liana, Paolo Bec­ce­gato, osserva: “Anche l’Italia è diven­tata più povera e meno giu­sta, per le poli­ti­che di auste­rità che in tutta Europa non solo non hanno risolto i pro­blemi, ma hanno lasciato sul ter­reno morti e feriti, con i poveri che hanno pagato il prezzo più alto. Ed è cre­sciuto mol­tis­simo il tasso di insta­bi­lità sociale”. Per forza: l’Istat rileva dalle nostre parti oltre 10 milioni di per­sone in con­di­zioni di povertà rela­tiva (il 16,6% della popo­la­zione), con una spesa per con­sumi infe­riore alla soglia di rife­ri­mento. Men­tre la povertà asso­luta, che non con­sente stan­dard di vita accet­ta­bili, coin­volge il 7,9% delle fami­glie. Quasi 6 milioni di italiani.

Poveri, pove­ris­simi, e senza lavoro: nel 2013 hanno lavo­rato meno di sei per­sone su dieci in età com­presa tra i 20 e i 64 anni, con un tasso di occu­pa­zione sceso sotto quota 60% (59,8%). Sola­mente Gre­cia, Croa­zia e Spa­gna hanno pre­sen­tato per­cen­tuali infe­riori, in un indi­ca­tore che l’Ue con­si­dera stra­te­gico. Con il chi­me­rico l’obiettivo del 75% per il 2020. Otti­mi­stico al pari delle stime dell’Ocse, che nel suo “Eco­no­mic sur­vey” sull’Italia assi­cura: “Se il governo ita­liano riu­scirà ad attuare il suo pro­gramma di riforme ambi­zioso e di ampio respiro, potrebbe deter­mi­narsi un incre­mento del pil pari al 6% entro i pros­simi dieci anni”.

Il segre­ta­rio gene­rale dell’Ocse, Angel Gur­ria, arriva a dire: “L”Italia è tor­nata”. Spel­lan­dosi le mani di fronte alle “riforme” di Monti, Letta e Renzi: “Ini­zia­tive neces­sa­rie per rilan­ciare la pro­dut­ti­vità — le defi­ni­sce — e rimet­tere l’economia sulla strada di una cre­scita dura­tura”. A seguire le stime: il pil dell’Italia dovrebbe cre­scere quest’anno dello 0,4%, e nel 2016 dell’1,3%. Con un tasso di disoc­cu­pa­zione — in calo minimo — al 12,3% quest’anno e all’11,8% il pros­simo. E un rap­porto debito/pil fon­da­men­tal­mente sta­bile, al 132,8% in que­sto 2015 e 133,5% nel 2016.

Anche se il com­pito è arduo, Pier Carlo Padoan sprizza ancor più otti­mi­smo. Tanto da dimen­ti­carsi dei numeri: “L’Ocse ci dice che la dire­zione è giu­sta e i risul­tati si vedranno – dichiara il super­mi­ni­stro eco­no­mico — saranno posi­tivi in ter­mini di cre­scita, occu­pa­zione, sta­bi­liz­za­zione della finanza pub­blica e abbat­ti­mento del debito”. Intanto però l’Istat cer­ti­fica: “Il 23,4% delle fami­glie ita­liane vive in disa­gio eco­no­mico, sono 14,6 milioni di indi­vi­dui. E circa la metà, il 12,4%, si trova in grave dif­fi­coltà”. Così come lo sono i due milioni e mezzo di ita­liani tra 15 e 29 anni che non stu­diano e non lavo­rano, i cosid­detti Neet. Dati 2013 alla mano, si tratta del 26% degli under 30, più di uno su quat­tro. Nell’Ue fa peg­gio solo la Gre­cia (28,9%). Ma tutto que­sto Padoan non lo sa. O meglio finge di non saperlo, al pari dei numeri sulla sanità pub­blica, con l’Italia agli ultimi posti Ue per spesa e posti letto. “Usiamo sem­pre due para­me­tri per capire cosa con­cre­ta­mente sta suc­ce­dendo – tira le somme Susanna Camusso — il livello della disoc­cu­pa­zione, e nes­suno ne pre­vede una signi­fi­ca­tiva ridu­zione, e la capa­cità di acqui­sto delle fami­glie, ed è evi­dente a tutti che c’è un impoverimento”.

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Alfonso Gianni, Il Manifesto, 6 febbraio 2015

Se si nutriva ancora qual­che dub­bio che l’Europa fosse più vit­tima delle pro­prie poli­ti­che che della crisi, gli acca­di­menti degli ultimi giorni hanno tolto ogni dub­bio. I mer­cati ave­vano assor­bito quasi con non­cha­lance il cam­bio di governo in Gre­cia; la Borsa di Atene aveva oscil­lato, ma riu­scendo sem­pre a ripren­dersi, fino a rag­giun­gere rialzi da record; il ter­ro­ri­smo psi­co­lo­gico che aveva pro­vo­cato un forte deflusso di capi­tali prima delle ele­zioni sem­brava un’arma spuntata.

Ma appena si è arri­vati al dun­que è scat­tato il ricatto della Bce. Eppure le richie­ste del nuovo governo greco erano più che ragio­ne­voli. Né Tsi­pras né Varou­fa­kis chie­de­vano un taglio netto del debito, ma sola­mente moda­lità e tempi diversi per pagarlo senza con­ti­nuare a distrug­gere l’economia e la società greca, come ave­vano fatto i loro pre­de­ces­sori. Dichia­ra­zioni e docu­menti di eco­no­mi­sti a livello mon­diale, com­presi diversi premi Nobel, si rin­cor­rono per dimo­strare che le solu­zioni pro­po­ste dal governo greco sono per­fet­ta­mente appli­ca­bili, anzi le uni­che effi­caci se si vuole sal­vare l’Europa, che sarebbe tra­sci­nata nella vora­gine di un con­ta­gio dai con­fini impre­ve­di­bili se la Gre­cia dovesse fal­lire e uscire dall’euro. Per­fino il pen­siero main­stream – Finan­cial Times in testa — si dimo­strava più che possibilista.

Può darsi, come anche Varou­fa­kis ha osser­vato, che la mossa di Dra­ghi serva per evi­den­ziare che la solu­zione è poli­tica e non tecnico-economica. Quindi ha but­tato la palla nel campo dell’imminente Euro­gruppo che si riu­nirà l’11 feb­braio. Il guaio è che la poli­tica euro­pea attuale è ancora peg­gio della ragione eco­no­mica. Basti leg­gere le dichia­ra­zioni di un Renzi, sdra­iato sul comu­ni­cato della Bce, o quelle di uno Schulz o di un Gabriel.

Non è la prima volta, d’altro canto, che la social­de­mo­cra­zia tede­sca vota i «cre­diti di guerra». L’analogia non è troppo esa­ge­rata. Che spie­ga­zione tro­vare per un simile acca­ni­mento con­tro un paese il cui Pil non supera il 2% e il cui debito il 3% di quelli com­ples­sivi dell’eurozona?

La ragione è duplice.

Se passa la solu­zione greca appare chiaro che non esi­ste un’unica strada per abbat­tere il debito. Anzi ce n’è una alter­na­tiva con­cre­ta­mente pra­ti­ca­bile rispetto a quella del fiscal com­pact. Più effi­cace e assai meno deva­stante. Tale da pun­tare su un nuovo tipo di svi­luppo che valo­rizzi il lavoro, l’ambiente e la società, come appare dal pro­gramma di Salo­nicco su cui Syriza ha costruito e vinto la sua cam­pa­gna elet­to­rale. Sarebbe una scon­fitta sto­rica per il neo­li­be­ri­smo europeo.

Il secondo motivo riguarda gli assetti poli­tico isti­tu­zio­nali della Ue. Sap­piamo che i greci hanno giu­sta­mente rifiu­tato l’intervento della Troika. Ma è pur vero che per­fino Junc­ker ha dichia­rato che quest’ultima ha fatto il suo tempo. C’è allora qual­cosa di più impor­tante in gioco che la soprav­vi­venza di que­sto o quell’organismo. Finora la Ue attra­verso gli stru­menti della sua gover­nance a-democratica aveva messo il naso nelle poli­ti­che interne di ogni paese, in qual­che caso det­tan­done per filo e per segno le scelte da fare. Così è acca­duto nel caso ita­liano con la famosa let­tera della Bce del 5 ago­sto del 2011. Dove non era arri­vato Ber­lu­sconi ave­vano prov­ve­duto Monti e ora Renzi a finire i com­piti a casa. Ma si trat­tava pur sem­pre di un inter­vento su governi amici, che si fon­da­vano su mag­gio­ranze che ave­vano espli­ci­tato la loro pre­ven­tiva sot­to­mis­sione alla Troika. In Gre­cia siamo di fronte al ten­ta­tivo di impe­dire che la volontà popo­lare espres­sasi nelle ele­zioni in modo abbon­dante e ine­qui­vo­ca­bile possa tro­vare imple­men­ta­zione per­ché con­tra­ria alle attuali scelte della Ue. Qual­cosa che si avvi­cina a un colpo di stato in bianco (per ora). I neo­na­zi­sti di Alba Dorata ave­vano dichia­rato che Syriza avrebbe fal­lito e dopo sarebbe toc­cato a loro governare.

E’ que­sto che le medio­cri classi diri­genti euro­pee vogliono? Non sarebbe la prima volta.

Impe­dia­mo­glielo.

Non solo con gli stru­menti pro­pri delle sedi par­la­men­tari per influire sul ver­tice dei capi di stato, ma soprat­tutto riem­piendo le piazze, come suc­cede ora in Gre­cia e come vogliamo accada anche in Ita­lia e nel resto d’Europa il pros­simo 14 feb­braio. Un San Valen­tino di pas­sione con il popolo greco.

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Luigi Pandolfi, Huffington Post, 1 dicembre 2014

Districarsi in una materia come quella della gestione europea della crisi è diventato sempre più difficile. E ancora più difficile è diventato l’esercizio di raccontarla. Mi spiego. Con l’insediamento della nuova Commissione non è cambiato assolutamente nulla nell’approccio dei vertici europei al tema dell’austerità. Nessuno dei nuovi commissari ha finora proferito parola sulla necessità di rivedere i rigidi protocolli del vigente patto di bilancio, men che meno di valutare l’ipotesi – ad oggi la più seria – di una ristrutturazione del debito. Di parole in libertà su crescita, investimenti e occupazione invece tante, un vero profluvio. Sembra di essere immersi in uno scenario orwelliano, dove una forma molto sofisticata di neolingua ammanta sistematicamente, scientificamente, di significati impropri scelte (e non scelte) che vanno in una direzione opposta a quella ufficialmente dichiarata.

Da Draghi a Juncker, fino alle comparse che popolano la scena politica nazionale nei paesi membri, è un continuo esternare sull’insostenibilità del “rigore fine a se stesso”, sulla necessità di “rimettere in moto l’economia”, di “creare nuovi posti di lavoro”, mentre, in concreto, si rimane arroccati, e subalterni, nella difesa ad oltranza dell’attuale governance comunitaria, che proprio nel rigore e nella sorveglianza occhiuta dei bilanci pubblici trova la sua fondamentale ed inderogabile essenza.

In questi giorni a tenere banco nel dibattito politico europeo è il cosiddetto “Piano Juncker”, il progetto presentato dal presidente della Commissione per rilanciare l’economia e l’occupazione in ambito Ue. Di fronte alla gravità della crisi che ci attanaglia ed ai numeri da brivido sulla disoccupazione (20 milioni solo nell’Eurozona, il doppio rispetto a cinque anni fa), questa operazione, più che inadeguata, è un vero e proprio schiaffo all’intelligenza dei cittadini europei.

Forse l’ex premier lussemburghese si sarà fatto consigliare da un pool di alchimisti, gli unici che avrebbero potuto convincerlo che 21 miliardi di euro si possano trasformare d’incanto in 315, e che gli stessi siano sufficienti per risalire la china, per fronteggiare stagnazione e disoccupazione. E non è finita qui. Anche della provenienza dei 21 miliardi c’è da dire, e da ridire: 16 miliardi dovrebbero essere messi a disposizione dall’Unione e la restante parte dalla Bei. Dei primi, 8 miliardi sarebbero stornati da altri capitoli del bilancio europeo, di fatto sottraendoli a progetti già finanziati in passato, mentre gli altri otto dovrebbero essere tirati fuori non si sa come e da dove.

L’esperimento: i 21 miliardi affluirebbero in un “Fondo europeo per gli investimenti strategici” (Feis), che fungerebbe da garanzia per chiedere ai mercati altri 63 miliardi, ai quali si aggiungerebbero cofinanziamenti privati e pubblici fino al raggiungimento dei fatidici 315 miliardi. Fuffa, insomma. E di soldi freschi, cash, nemmeno l’ombra. Con l’aggravante che gli stati membri dovrebbero partecipavi anche con risorse proprie. Applausi, però. Renzi: “È una vittoria anche italiana. Qualche mese fa nessuno aveva il coraggio di parlare di crescita e investimenti“. Monti: “È una svolta culturale tardiva ma grandissima. Finalmente l’Europa guarda al futuro“. Cauta ovviamente la Merkel, nel più classico gioco delle parti: “D’accordo in linea di principio“.

Ma di che parlano? Nella loro disinvoltura assomigliano sempre più ai passeggeri del Titanic, che tra un ballo e l’altro, andavano inesorabilmente incontro alla tragedia. 315 miliardi, ammesso che fossero immediatamente disponibili, non servirebbero a smuovere granché nelle condizioni in cui siamo, figuriamoci se parliamo di risorse del tutto aleatorie, tutte da verificare. Ma poi, lo stesso obiettivo di un milione di posti di lavoro in più (1,3 milioni per la precisione) che significato può avere in un mare di disoccupati che in Ue-28 ha toccato ormai quota 25 milioni? Davvero si può pensare che dalla crisi se ne esca con annunci, ovvero con le stesse politiche che finora ne hanno segnato drammaticamente la gestione?

Razionalmente, tutto questo appare incomprensibile. Facciamoci aiutare da George Orwell: “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza… l’austerità è espansiva, la recessione è crescita… “. E il fine? Oltre quello di smantellare quel resta del “modello sociale europeo”, riorganizzando la nostra società in funzione degli interessi dell’impresa e del capitale finanziario, non ne vedo altri. Diversamente sarebbe follia allo stato puro.

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L’ultimo numero di Lavoro & Politica, il settimanale del gruppo politico “per il Partito del Lavoro” che, come è noto, fa riferimento a Cesare Salvi e Gianpaolo Patta, (sito Internet www.partito-lavoro.it, dal quale si può scaricare la rivista) è introdotto da un editoriale di Cesare Salvi (già ministro del Lavoro in uno dei governi Prodi), nel quale si fa il punto sui quattro quesiti abrogativi di norme della legge numero 243 del 2012.

In sostanza, si tratta di una battaglia contro l’inserimento della norma del pareggio di bilancio in Costituzione, norma secondo molti contraria non solo allo spirito della nostra Carta, ma anche ai principi base dell’economia. Un tentativo di correggere alcuni degli innumerevoli disastri causati all’Italia dal governo di Mario Monti che lasceranno uno strascico per molti anni a venire.

Ecco il testo.

Nei giorni scorso sono stati depositati in Cassazione quattro referendum abrogativi di norme della legge 243 del 2012. Si tratta della legge che dà attuazione alla riforma costituzionale che ha introdotto il principio di pareggio del bilancio

Cesare Salvi

È noto che con zelo di miglior causa la maggioranza che sosteneva il governo Monti ha cambiato la Costituzione, rendendo obbligatorie le politiche di austerità, senza nemmeno che ciò fosse imposto dal fiscal compact (altri paesi che pure hanno sottoscritto quel trattato non hanno cambiato la loro Costituzione).

Meno noto è che la legge ordinaria applicativa (n. 243) è andata oltre quanto previsto dalle nuove norme costituzionali, rendendo ancora più rigida la riduzione forzosa e ravvicinata del debito pubblico.

Non è possibile proporre referendum abrogativi dei trattati internazionali o delle norme costituzionali; è possibile però farlo con le leggi ordinarie. L’obiettivo delle richieste referendarie è l’abrogazione di alcune norme della legge 243, che, non imposte né da princìpi costituzionali né da obblighi europei o internazionali, prevedono un’applicazione del principio di equilibrio di bilancio secondo modalità eccessivamente rigorose, imponendo e anzi aggravando quelle politiche di austerità che già tanti danni economici e sociali hanno procurato. Basti ricordare che dal 2007 al 2013 la disoccupazione è aumentata dal 6,1% al 12,7%; quella giovanile dal 20,3% al 43,3%; il pil è diminuito del 8,5%, il rapporto debito-pil è salito dal 103,3% al 132,7%.

È stato avanzato qualche dubbio sull’ammissibilità dei quesiti. I promotori ritengono invece che la giurisprudenza della Corte costituzionale ne consente l’ammissibilità; né può trascurarsi che l’esame dei quesiti potrebbe consentire alla Consulta di esprimere una valutazione sul rapporto tra le nuove normative europee e i nostri principi costituzionali, come hanno già avuto modo di fare la Corte costituzionale tedesca e quelle di altri paesi.

L’Italia è uno dei pochi tra i grandi paesi dell’Unione nel quale né il popolo attraverso referendum, né i giudici costituzionali hanno potuto esprimersi sulle nuove normative europee. Il parlamento italiano ha votato in pochi giorni e senza dibattito pubblico prima il fiscal compact, poi la nuova normativa costituzionale sul pareggio di bilancio, approvandola con la maggioranza dei due terzi. Il referendum ora proposto consente di colmare almeno in parte questo deficit di democrazia.

Il comitato promotore comprende studiosi di diverso orientamento, ma accomunati dalla richiesta di porre fine alla politica di austerità; tra loro figura Danilo Barbi della Cgil.

Naturalmente il problema è riuscire a raccogliere le cinquecentomila firme necessarie entro settembre, come prevede la legge sul referendum. C’è da auspicare che l’iniziativa abbia visibilità e che ad essa concorrano cittadini e movimenti. Presto saranno disponibili tutti i riferimenti organizzativi che consentiranno di aderire e concorrere al successo dell’iniziativa.

Non dimentichiamo che l’anno prossimo probabilmente si voterà sui referendum promossi dalla Lega, tra i quali quello abrogativo della riforma Fornero. Che vi sia anche un referendum nel quale gli italiani possano finalmente esprimersi sulle politiche di austerità sarebbe a mio avviso un fatto positivo.

Nel mio piccolo, ho accolto l’appello e, con questo post, inizio a divulgare l’iniziativa. Naturalmente si tratterà poi di essere presenti sul “campo di battaglia” della raccolta delle firme e lì dovremo organizzarci per agevolare il successo dell’iniziativa. Ci sarà bisogno del contributo di tutti.

Naturalmente, l’articolo di Salvi, essendo introduttivo, è piuttosto sintetico. Per un quadro informativo completo consiglio di visitare i seguenti link:

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Durante il governo Monti sono diventati di uso comune molti termini tecnici, quali, per l’appunto, spending review.

Data la politica di estremo rigore che è stata praticata, ovviamente, molti di questi tecnicismi ci sono divenuti indigesti, dato che ad essi vengono associati tagli al welfare state, aumenti di imposte, tasse e tariffe, risparmi su investimenti previsti da parte della pubblica amministrazione, riduzione dei trasferimenti agli enti locali con tutti i disagi che ne conseguono.

Ma che cosa vuol dire spending review nella pratica? Ed esistono alternative?

Innanzitutto vediamo l’alternativa. In condizioni di necessità di tagli della spesa pubblica si può optare per i cosiddetti tagli lineari, che si attuano tagliando tutte le voci di spesa secondo una proporzione fissa. La spending review, invece, prevede un’analisi di priorità e interventi mirati settore per settore.

Forse un esempio rende tutto più chiaro.

Supponiamo di avere tre settori:

  • scuola. Sulla base dei dati storici, ipotizziamo una spesa complessiva ideale di 50, che consentirebbe di mantenere il servizio al livello degli esercizi precedenti;
  • salute. Ipotizziamo una spesa di 100;
  • difesa. Anche in questo caso ipotizziamo di spendere 50.

A questo punto si presenta la necessità – in questa sede non ci interessa perché –  di dover risparmiare 20, ovvero il 10% del totale previsto.

Applicando la filosofia di intervento dei tagli lineari, si decurtano del 10% ogni capitolo di spesa, quindi si avrà:

  • scuola: 45;
  • salute: 90;
  • difesa: 45.

Già da questo banale esempio, si vede come i tagli lineari non tengano conto alcuno di priorità e opportunità politiche di intervento. Sarebbe come se una famiglia, dovendo fare dei tagli per far quadrare il bilancio, decidesse di diminuire dell’X% le spese per il mangiare, per il vestiario, per il mutuo, per le vacanze, per la scuola dei figli e per i medicinali. Sarebbe possibile? Forse sì, Sarebbe opportuno? Probabilmente no e infatti quella famiglia, probabilmente rinuncerebbe alle ferie per avere risorse sufficienti a coprire tutte le altre spese.

L’ultimo governo Berlusconi applicò il sistema dei tagli lineari. Solo verso la fine, con la pistola alla tempia di mercati, Europa e Bce, Berlusconi e Tremonti tentarono di giocare la carta della spending review, senza riuscirci,

Riprendendo il precedente esempio, vediamo ora come funzionerebbe la spendig review. Ipotizzando di non poter diminuire le spese per la salute, e soltanto in misura molto marginale le spese per la scuola, andremmo ad agire in modo più marcato nel settore della difesa:

  • scuola: 48;
  • salute: 100;
  • difesa: 32.

Appare chiaro che questo procedimento, invece di scontentare tutti per quota parte, è molto meno salomonico. Va ad incidere massicciamente sui settori ritenuti meno prioritari, salvaguardando alcune aree ritenute fondamentali. Anche in questo caso, com’è ovvio, si dovranno fare dei sacrifici, da qualche parte, ma in misura minore in termini di costi per la società nel suo complesso, se fatta bene.

Secondo Pierre Mendès France “gouverner c’est choisir”, mentre Luigi Einaudi sosteneva che fosse necessario “conoscere per deliberare”. Proprio queste due brevi citazioni illustrano bene la filosofia di intervento della spending review: fare delle scelte, ma farle sulla base di valutazioni approfondite.

Il primo a provarci, in tempi recenti fu Tommaso Padoa-Schioppa, ministro del Tesoro del governo Prodi dal 2006 al 2008, che pubblicò un “Libro verde sulla spesa pubblica. Spendere meglio: alcune prime indicazioni”, con l’obiettivo di riqualificare la spesa di Stato, Regioni ed enti locali per sospingere la crescita economica e il benessere. Appare come, nelle intenzioni di Padoa-Schioppa, si trattasse di un processo di lungo periodo, con il coinvolgimento di tutto l’apparato della pubblica amministrazione, con un sistema di misurazione costante e ragionata del livello di spesa di tutti i settori della pubblica amministrazione.

Anche se la maggiore responsabilità dei tagli al trasporto pubblico locale, alla sanità, alla scuola pubblica, alla ricerca, alla cultura, a tutto ciò che concerne il sistema del welfare nel nostro paese, deve ricadere necessariamente sugli errori di metodo e merito del governo Berlusconi, non posso certo assegnare un giudizio positivo alla spending review del governo Monti, applicata frettolosamente e senza sufficiente dibattito sulle priorità da seguire (priorità che sono e devono rimanere politiche, non contabili).

In conclusione, in un contesto di riduzione della spesa pubblica, sarebbe meglio procedere a una seria spending review, con il concorso del Parlamento per la definizione delle priorità generali e delle Regioni per la valutazione delle specificità locali, ma soprattutto, qualora si decidesse di applicare questa filosofia di intervento, applicarla con continuità nel medio-lungo periodo.

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Izner Oettam

Mi è molto difficile dare ragione, anche per una sola volta, a Massimo D’Alema. Ma questa volta credo abbia proprio centrato il punto, quando ha chiesto quali libri avesse letto Matteo Renzi (d’ora in poi, Izner Oettam, cambiando verso…). Nessuno pretende lo studio assiduo dei classici, e nemmeno una lista completa; ci basterebbe solo qualche indicazione.

Sì, perché dai libri che uno legge ci si può fare un’idea non solo dei suoi interessi, ma dei suoi riferimenti culturali, di come il modo di pensare è andato formandosi nel corso degli anni, di come potrebbe reagire di fronte a un’emergenza politica. L’Izner Oettam visto nei giorni scorsi alla Leopolda e letto nel documento congressuale non ce lo dice e non ce lo fa capire, rimandando il tutto molto più in là, fra l’altro molto dopo la sua possibile, per molti sicura, elezione a segretario del Partito Democratico.

Certo che da uno che riesce a infilare nel documento congressuale la memorabile frase: «Tana libera tutti!» … possiamo aspettarci di tutto. (La citazione è dalla pagina 17 del suo programma, se non ci credete). (altro…)

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