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Posts Tagged ‘Martin Wolf’

Paolo Ciofi, 3 marzo 2016

Altiero Spinelli, confinato a Ponza nel giorno del suo trentunesimo compleanno

Le scoperte di Scalfari – è cosa nota – hanno sempre una caratteristica tipicamente scalfariana: devono comunque fare colpo. In altre parole, o sono epocali o non sono. Anche di recente il padre fondatore della libera stampa, cioè di Repubblica, l’ha fatta grossa. Ha scoperto, niente po’ po’ di meno, che Renzi avrebbe impugnato «la bandiera europea di Spinelli». Roba da fare invidia a Cristoforo Colombo, ma di cui il combattente per l’«Europa libera e unita» certamente non sarebbe orgoglioso.

Fino a domenica 28 febbraio 2016 il fondatore credeva «che Renzi fosse andato inutilmente a Ventotene», e adesso «invece – sono parole sue – il messaggio contenuto nel Manifesto firmato da Spinelli, Rossi e Colorni è stato, almeno così sembra, fatto proprio da Renzi». Ma è davvero così? Sembra, o è il contrario di quel che sembra? Analizziamo i fatti.

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Martin Wolf

Martin Wolf è un giornalista economico inglese, fra i più autorevoli sulla scena internazionale. Scrive per il Financial Times e i suoi articoli sono tradotti e pubblicati in italiano dal Sole 24 Ore.

Penna brillante e autore dotato di umorismo (britannico, ovviamene) è da sempre un fustigatore delle scelte sbagliate dell’Europa e feroce oppositore dell’euro. Com’è prevedibile, abitualmente non risparmia i suoi strali ai politici specie quando si esprimono impropriamente in campo economico.

Martin Wolf, Il Sole 24 Ore, 28 gennaio 2015

A volte, la cosa giusta da fare è la cosa saggia da fare. È così oggi per la Grecia. Se fatta nel modo giusto, una riduzione del debito andrebbe a beneficio della Grecia e del resto dell’Eurozona. Creerebbe delle difficoltà, ma non tante quante ne creerebbe gettare la Grecia in pasto ai lupi. Tuttavia, raggiungere un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi malauguratamente impossibile: per questo chi pensa che la crisi dell’Eurozona sia finita si sbaglia.

Nessuno può essere sorpreso della vittoria di Syriza in Grecia. La «ripresa» del Paese ellenico è fatta di una disoccupazione al 26 per cento e di una disoccupazione giovanile oltre il 50. Inoltre, il prodotto interno lordo ha perso il 26 per cento rispetto al suo massimo antecrisi. Ma il Pil è un parametro particolarmente inappropriato per dare conto della riduzione del benessere economico, in questo caso. Il saldo delle partite correnti nel terzo trimestre del 2008 era attestato su un -15 per cento del Pil, ma dalla seconda metà del 2013 è in attivo: questo significa che la spesa dei greci per beni e servizi in realtà è calata di almeno il 40 per cento.

Di fronte a una catastrofe del genere, non c’è davvero da stupirsi che gli elettori abbiano rigettato il precedente Governo e le politiche che ha portato avanti (un po’ controvoglia) per conto dei creditori. Come ha detto Alexis Tsipras, il nuovo primo ministro, l’Europa è fondata sul principio della democrazia. Il popolo greco ha parlato. Le autorità costituite devono come minimo ascoltare. Eppure tutto quello che si sente in giro lascia intendere che le richieste per un nuovo accordo su debito e austerità saranno respinte senza neanche pensarci su. Dietro a questa reazione c’è una discreta quantità di stupidaggini moralisteggianti. Due in particolare ostacolano le speranze di una risposta ragionevole alle richieste greche.

La prima stupidaggine è che i greci hanno preso in prestito i soldi e perciò sono tenuti a ridarli indietro, a qualunque costo. Era più o meno lo stesso ragionamento alla base del carcere per debiti. La verità però è un’altra: i creditori hanno la responsabilità morale di prestare soldi con accortezza. Se non vagliano in modo accurato la solvibilità dei loro debitori, si meritano quello che gli succederà. Nel caso della Grecia, le dimensioni dei disavanzi con l’estero, in particolare, erano evidenti. Ed era evidente anche il modo in cui era gestito lo Stato greco.

La seconda stupidaggine è sostenere che dal momento in cui è esplosa la crisi il resto dell’Eurozona sarebbe stato straordinariamente generoso con la Grecia. Anche questo è falso. È vero che i prestiti erogati dall’Eurozona e dal Fondo monetario internazionale ammontano alla smisurata somma di 226,7 miliardi di euro (circa il 125 per cento del Pil), più o meno i due terzi del debito pubblico complessivo, pari al 175 per cento del Pil. Ma la quasi totalità di questi soldi non è andata a beneficio dei greci: è stata utilizzata per evitare la svalutazione contabile di prestiti inesigibili a favore del Governo e delle banche del Paese ellenico. Solo l’11 per cento dei prestiti è andato a finanziare direttamente attività del Governo. Un altro 16 per cento è andato a pagare gli interessi sul debito. La parte restante è stata usata per operazioni di capitale di vario genere: i soldi sono entrati e sono usciti fuori di nuovo. Sarebbe stato più onesto soccorrere direttamente i creditori, ma era troppo imbarazzante.

Come i greci fanno notare, l’abbuono del debito è una pratica normale. La Germania, che nel XX secolo è andata più volte in default sia per quanto riguarda il debito interno sia per quanto riguarda quello con l’estero, ne ha beneficiato più volte. Quello che non può essere pagato non sarà pagato. L’idea che i greci debbano accumulare grosse eccedenze di bilancio per una generazione per restituire il denaro che i Governi creditori hanno usato per salvare i creditori privati dalla loro sconsideratezza è un’assurdità.

Che cosa bisogna fare allora? Si può scegliere tra la cosa giusta, la cosa comoda e la cosa pericolosa.

Come sostiene Reza Moghadam, ex direttore del dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale, «l’Europa dovrebbe offrire un sostanzioso alleggerimento del debito, dimezzando il debito della Grecia e dimezzando il saldo di bilancio richiesto, in cambio di riforme». Una cosa del genere, aggiunge, sarebbe coerente con l’obbiettivo di un debito notevolmente al di sotto del 110 per cento del Pil, concordato dai ministri dell’Eurozona nel 2012. Ma queste riduzioni non dovrebbero essere effettuate in modo incondizionato. L’approccio migliore è quello delineato dall’iniziativa sui «Paesi poveri pesantemente indebitati» avviata nel 1996 dal Fmi e dalla Banca mondiale. Secondo i criteri fissati da questo programma, l’alleggerimento del debito viene accordato solo dopo che il Paese debitore ha soddisfatto criteri di riforma ben precisi. Un programma del genere sarebbe di grande beneficio per la Grecia, che ha bisogno di una modernizzazione politica ed economica.

L’approccio politicamente comodo è continuare a «estendere e pretendere». Sicuramente ci sono modi per rimandare ulteriormente il giorno della resa dei conti. Ci sono anche modi per ridurre il valore attualizzato degli interessi e dei rimborsi senza ridurre il valore nominale. Tutto questo consentirebbe all’Eurozona di evitare di confrontarsi con le tesi di chi sosterrebbe l’opportunità morale di un alleggerimento del debito per altri Paesi colpiti dalla crisi, in particolare l’Irlanda. Ma un approccio del genere non è in grado di produrre quel risultato onesto e trasparente di cui c’è drammaticamente bisogno.

L’approccio pericoloso è spingere le Grecia verso il default, perché una cosa del genere probabilmente creerebbe una situazione in cui la Banca centrale europea non si sentirebbe più nelle condizioni di operare come Banca centrale della Grecia, e questo obbligherebbe il Paese ellenico a uscire dall’euro. Il risultato per la Grecia sarebbe senza dubbio catastrofico nel breve termine; secondo me potrebbe addirittura bloccare qualsiasi progresso verso la modernità per una generazione. Ma il danno non lo subirebbe solo la Grecia: l’uscita di Atene dimostrerebbe che l’unione monetaria europea non è irreversibile, ma soltanto una parità monetaria particolarmente rigida. Sarebbe il peggio dei due mondi: la rigidità dei cambi fissi senza la credibilità di un’unione monetaria. In ogni crisi futura, ci si chiederebbe se è arrivato il «momento dell’uscita». Il risultato sarebbe un’instabilità cronica.

Creare l’Eurozona è la seconda peggiore idea che i suoi membri abbiano mai avuto, ma la peggiore in assoluto sarebbe smantellare l’Eurozona. Eppure è questo lo scenario che potrebbe realizzarsi se spingessimo la Grecia verso l’abbandono della moneta unica. La via giusta è riconoscere la validità di un alleggerimento del debito condizionato alla realizzazione di riforme verificabili. Un politico rigetterebbe questa idea, uno statista la farebbe propria. Sapremo presto se abbiamo a che fare con politici o con statisti.

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Anni fa, nell’ambito di alcuni seminari del Movimento Federalista Europeo a Roma e nelle vicinanze, discutemmo a lungo su una questione: il pericolo tedesco per l’Unione europea. Alcuni sostenevano che la volontà egemonica tedesca, che traeva origine dalla riunificazione del paese nel 1871, passando poi per la Prima guerra mondiale e il nazismo, non fosse affatto sopita, ma avesse soltanto mutato forma. La conclusione cui giungemmo fu che l’accelerazione del processo di integrazione europea avrebbe limitato questa tendenza egemonica.

In questo articolo dello Spiegel la questione viene riproposta dal punto di vista storico. Ed è interessante perché rappresenta il punto di vista di un tedesco, oltre a dimostrare come, all’epoca, sottovalutammo il problema.

La Grotta, 5 febbraio 2015

La “questione tedesca” è tornata: Lo studioso Hans Kundnani confronta la Repubblica federale tedesca della Merkel con l’Impero sotto Bismarck. Qui di seguito ci spiega come è giunto a questa conclusione.

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SPIEGEL ONLINE: Signor Kundnani, lei ha scritto un libro sul ruolo della Germania nella crisi dell’euro, dove spiega che avrebbe avuto inizio nel 1871. Perché?
Kundnani: Da qualche anno, in politica si discute nuovamente sulla “questione tedesca” e sull’ “egemonia tedesca” in Europa. Tali argomenti implicano degli elementi di ripetizione della storia tedesca. Scrittori come George Soros e Martin Wolf scrivono addirittura di un nuovo “impero tedesco”. Che non si tratti solo di un dibattito accademico, l’avete visto nei manifestanti di Atene durante gli ultimi anni.

SPIEGEL ONLINE: Se i dimostranti greci sfilano con manifesti di Angela Merkel con i baffi di Hitler, allora di capisce che non è una critica valida, ma solo una palese provocazione.
Kundnani: Certo. Ma la domanda rimane: la storia può aiutarci a capire la situazione attuale? Il dibattito sull’egemonia ha una lunga tradizione. Tra il 1871 e il 1914 la Germania era così grande e forte, che nessun paese poteva compensare il suo potere in Europa. Allo stesso tempo, non era abbastanza potente per essere una potenza egemone, in modo da imporre la propria volontà su tutti gli altri. Questo era il nucleo della “questione tedesca”: Lo storico Ludwig Dehio ha descritto la posizione della Germania come“halbhegemoniale” (egemonia a metà ndr). Gli storici tedeschi come Andreas Wirsching e Dominik Geppert sostengono come ora la Germania si trovi in una posizione molto simile. La differenza è che il piano egemonico in Europa non è più geopolitico ma economico.

SPIEGEL ONLINE: Lei suggerisce di non confrontare Angela Merkel con Hitler, ma con Bismarck?
Kundnani: No – anche se questo è proprio ciò che la “Bild Zeitung” ha fatto, dopo l’inizio della crisi greca nel 2010 – la mia tesi è che ci sia una somiglianza strutturale: con l’unificazione del 1871 è cresciuto il ruolo della Germania in Europa. Qualcosa di simile è accaduto con la riunificazione. Per 40 anni è sembrato che la “questione tedesca” fosse stata risolta grazie alla divisione del paese, ma è tornata viva quantomeno dopo la crisi dell’euro. Questo è dovuto, ora come allora, alle dimensioni della Germania e alla sua posizione centrale in Europa. L’euro si è aggiunto come parte del problema. È stato il desiderio dei francesi e soprattutto di François Mitterrand, quello di limitare il potere tedesco attraverso una moneta comune. Si è verificato il contrario: la Germania è diventata più potente proprio grazie all’euro.

Thousands of Greeks demonstrate ahead of Merkel visit

SPIEGEL ONLINE: Nel suo libro lei scrive di un “Exportnationalismus”. Cosa intende?
Kundnani: Questa è la seconda parte della mia considerazione. Mi chiedo se oggi, oltre alle somiglianze strutturali rispetto al 1871, si riverberano anche gli elementi dei discorsi del tempo. Dopo l’impero c’era stato un certo trionfalismo in Germania: Nietzsche descrisse la percezione di quella volta, e cioè che nel 1871 la Germania non era solo superiore militarmente, ma anche culturalmente. La mia impressione è che dopo la crisi finanziaria nel 2008 e 2009, ci sia un nuovo trionfalismo in Germania.

SPIEGEL ONLINE: Può spiegarsi meglio?
Kundnani: Molti tedeschi credono che la crisi finanziaria abbia confermato che il loro modello economico sarebbe superiore a quello anglo-americano. Così è tornata in auge l’idea di un “modello tedesco”. Quasi la metà del prodotto interno lordo della Germania, dipende ora dalle esportazioni. Ci si potrebbe lamentare che ciò renda la Germania molto vulnerabile e dipendente dalla domanda internazionale. Invece, è diventato una fonte di orgoglio nazionale. Trovo incredibile, la naturalezza con la quale politici tedeschi hanno recentemente parlato di “Nazione esportatrice”. “Economia esportatrice” è il termine che conoscevo. Ma “Nazione esportatrice”? Questo sembra suggerire che le esportazioni non sono solo importanti per l’economia tedesca, ma anche per la sua identità.

SPIEGEL ONLINE: Il nazionalismo tedesco del 19 ° secolo si è concluso con la devastazione di due guerre mondiali e con il genocidio degli ebrei europei. L’analogia storica è davvero appropriata?
Kundnani: Capisco come “nazionalismo” sia un termine forte in tedesco. Ma già nel 1990, Jürgen Habermas scriveva del “nazionalismo del marco tedesco”. Secondo la mia opinione, ora si può parlare di un nuovo nazionalismo economico, che rende difficile la soluzione della crisi dell’euro da parte della Germania. Il paese è in un dilemma. Molti economisti ritengono che si possa risolvere la crisi dell’euro solo attraverso un allineamento simmetrico nell’eurozona: I paesi della cosiddetta periferia avrebbero dovuto essere più competitivi, e la Germania meno. Ma ciò non può funzionare proprio perché l’economia tedesca è molto dipendente dalle esportazioni, e vuole mantenere la sua competitività al di fuori dell’Europa. Invece di perseguire una crescita più equilibrata e rafforzare la domanda interna, la Germania ha difeso con il coltello fra i denti il suo surplus delle partite correnti.

SPIEGEL ONLINE: Lei scrive che una parte dell’ “Exportnationalismus” riguarda il gap salariale in Germania. Se fosse vero, la politica economica tedesca nondanneggerebbe solo i dipendenti greci, ma anche quelli tedeschi. Come è possibile che non vediamo nessun movimento europeo del lavoro?

Kundnani: Ci sono diverse linee di divisione in Europa. Tra destra e sinistra e tra gli stati nazionali. L’SPD è per esempio antikeynesiano come altri partiti di sinistra in Europa. Durante le ultime elezioni federali, i politici dell’SPD hanno evitato il tema di “Europa” come meglio potevano – perché non avevano un antidoto alla politica europea di Merkel. Essi potrebbero offrire un’alternativa radicale, ma che avrebbe un notevole costo elettorale.

SPIEGEL ONLINE: Quindi i tedeschi starebbero barattando lo stipendio con il patriottismo?
Kundnani: Non direi. La disoccupazione è bassa, le esportazioni tedesche hanno molto successo in Europa e nel mondo. E anche la paura tedesca dell’inflazione, che molti stranieri non riescono a capire, non è del tutto ingiustificata in una nazione di risparmiatori. Il problema è che la Germania ha interessi contrastanti. Si vuole mantenere l’euro – che è ancora l’opinione di maggioranza, nonostante la crescita dell’AfD ma allo stesso tempo la Germania non è disposta a fare quello che dovrebbe fare per preservarlo. Quindi, introdurre una messa in comune del debito – per esempio una forma di eurobonds – accettare una moderata inflazione, oppure stimolare la domanda interna.

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SPIEGEL ONLINE: In che modo si evolverà la crisi dell’euro?
Kundnani: Nelle crisi internazionali del debito, vi è un modello coerente: in primo luogo, provare a distinguere i paesi debitori gli uni dagli altri. In questo caso, sottolineare che gli spagnoli non sono come i greci; L’Italia si allontana dalla Spagna per esempio. Nel lungo periodo, cresce però la pressione che porterà gli Stati debitori ad unirsi in un’alleanza anti-tedesca e perseguire una politica conflittuale verso la Germania, proprio ciò che temono i tedeschi. E questo è di nuovo un parallelo con la situazione del periodo dopo il 1871:la paura di “accerchiamento”, con la già menzionata differenza che oggi si tratta di un accerchiamento economico e non geopolitico.

SPIEGEL ONLINE: Quali sono le conseguenze che la preoccupano?
Kundnani: Il crollo dell’eurozona è ancora un rischio. Sarebbe devastante per l’economia tedesca basata così pesantemente sulle esportazioni. È anche ipotizzabile che la Germania continui la sua politica attuale e l’euro venga mantenuto a costo di una permanente fuga dei capitali e di una migrazione del lavoro dalla periferia verso il centro. Il risultato sarebbe un’Europa molto più diseguale e asociale con la Germania al centro.

Intervista originale di Oskar Piegsa a Hans Kundnani pubblicata su Spiegel Online del 04/02/2015.

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Il libro di Thomas Picketty: “Il capitale del xxi secolo” ha avuto una grande eco soprattutto nei mercati anglosassoni e negli ambienti liberal. Forse perchè la critica alle ineguaglianze di  reddito nel capitalismo contemporaneo (impossibili da negare) non mette in risalto che tale esito è connaturato con la stessa essenza dell’instabilità strutturale capitalismo. Non è un caso che nella prossima convention annuale dell’American Economic Association di gennaio 2015 verrà dedicata un’intera plenaria per discutere di come “correggere” dall’interno tali distorsioni. E che persino l’Università Bocconi si sente in dovere di discutere il libro. L’analisi  di Christian Marazzi, una critica da “sinistra”, mette invece  in luce  che non è sufficiente analizzare “in modo neutro” l’iniquità del capitalismo senza metterne in discussione le fondamenta teoriche e politiche.

Christian Marazzi, Il Manifesto, 8 ottobre 2014

Lo scorso mercoledì 1 ottobre Martin Wolf ha pubblicato sul Financial Times un articolo sulle ragioni che fanno dell’ineguaglianza un vero e proprio freno all’economia. Per dimostrare l’impatto economico delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e del capitale, in particolare una domanda debole e la regressione dei livelli di educazione, Wolf si basa su due studi, uno di Standard & Poor’s e l’altro di Morgan Stanley, due istituzioni che difficilmente possono considerarsi di sinistra.

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