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Posts Tagged ‘Maurizio Landini’

Antonio Sciotto, Il Manifesto, 22 novembre 2015

Il segretario Fiom con le tute blu a Roma per il contratto e contro la legge di Stabilità. Tanti immigrati: «No alle guerre e al terrorismo». «Cgil, Cisl e Uil organizzino una grande mobilitazione sulle pensioni». L’anno prossimo il referendum per abrogare il Jobs Act. Sintonia con Susanna Camusso

«Noi non ci fermiamo e andremo avanti». Maurizio Landini conclude così il comizio più breve della sua storia di sindacalista, la pioggia è troppo forte e Piazza del Popolo rischia di svuotarsi. La frase è riferita a Matteo Renzi: parla del referendum contro il Jobs Act che la Fiom, insieme alla Cgil, prepara per il prossimo anno. Parla delle pensioni, con la proposta di una «grande mobilitazione che Cgil, Cisl e Uil devono organizzare dopo gli errori del passato». Ma c’è l’acqua che inzuppa vestiti e cappucci. La testa degli italiani — anche delle tute blu — è ferma a quelle immagini di Parigi, c’è la paura di un attacco terroristico e la voglia di reagire. C’è un 10% di manifestanti che a Roma non ci è venuto, nonostante gli oltre 230 pullman organizzati da tutta Italia, perché è difficile continuare a comportarsi come fino a dieci giorni fa.

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Maurizio Landini scenderà in politica? Con chi? In che forma? Sono tutti interrogativi che circolano in questi giorni. Personalmente, mi auguro che Landini continui a fare il sindacalista perché, se è vero che il sindacato ha una forte necessità di una sponda politica, è altrettanto vero che una sinistra politica senza la spinta costante del sindacato sarebbe una costruzione monca. Staremo a vedere.

È necessario anche segnalare che esistono altri modelli, altri tentativi di unificazione della sinistra e vedremo quale sarà quello che riuscirà a ottenere il miglior risultato. Si sta giocando una partita molto importante ma fondamentale per il futuro di questo paese.

Infine, non mi piacciono i continui riferimenti a Syriza e Podemos. Non perché non mi piacciano Syriza e Podemos, ma perché penso che siano due costruzioni politiche che si sono costituite grazie alla compresenza di svariate circostanze, probabilmente irripetibili. La Sinistra unita italiana avrà caratteristiche del tutto differenti e particolari. Ma non chiedetemi adesso quali, perché non le so.

Maurizio Landini e Stefano Rodotà

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Daniela Preziosi, Il Manifesto, 24 febbraio 2015

Cofferati: «Unirsi per decidere chi è il leader non serve né interessa a nessuno»

Sergio Cofferati durante lo sciopero generale del 12 dicembre 2014 a Genova

Ser­gio Cof­fe­rati, cos’ha pen­sato quando Renzi ha detto di Lan­dini ’si dà alla poli­tica per­ché è un sin­da­ca­li­sta scon­fitto’?
Lan­dini non è affatto un sin­da­ca­li­sta scon­fitto. La Fiom ha risolto i deli­cati casi dell’Ast di Terni e della Elec­tro­lux con corag­gio e in assenza di idee sul da farsi da parte del governo. Sem­mai lo scon­fitto è il governo: Renzi esalti quanto vuole Mar­chionne, ma il dato è che l’Italia aveva una grande azienda auto­mo­bi­li­stica e ora non ce l’ha più.

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Salvatore Cannavò, Il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2015

Per il segretario della Fiom “la maggior parte del Paese, quella che per vivere deve lavorare, non è rappresentata”. Il sindacato, quindi, “deve porsi il problema di una coalizione sociale”

Maurizio Landini e Matteo Renzi

“È cambiato tutto, siamo alla fine di un’epoca. È venuto il momento di sfidare democraticamente Renzi”. Le parole di Maurizio Landini, il giorno dopo il varo del Jobs Act, sono molto chiare. Qualcosa sta per avvenire a sinistra e soprattutto nel rapporto tra ilsindacato e la rappresentanza politica. Perché il segretario della Fiom ritiene che un limite storico sia stato valicato e ora occorra costruire una risposta adeguata.

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Oggi il Consiglio dei Ministri ha approvato attuativi del Jobs Act (per la serie: “Dillo in italiano“) e quindi il mondo del lavoro italiano cambierà radicalmente. Si inizia a parlare di incostituzionalità di questa legge, di referendum abrogativo. Staremo a vedere. E staremo a vedere anche quali valutazioni farà il neo-presidente della Repubblica che, prima o poi, dovrà rompere il silenzio.

Dei temi di questo intervento, Landini ha parlato a Genova, concludendo la manifestazione dello sciopero generale il 12 dicembre scorso.

Soprattutto mi preme rilevare come, di nuovo, il sindacato faccia un appello alla classe politica, che sia interlocutrice delle istanze provenienti dal mondo del lavoro. Politica che, al momento rimane sorda. Dobbiamo fare in modo che la sinistra riprenda a dialogare con il sindacato e i lavoratori. C’è un immenso bisogno di ricucire questo rapporto ed è un lavoro che bisogna iniziare subito.

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Daniela Preziosi, Il Manifesto, 2 febbraio 2015

Mattarella l’avrei votato, Renzi specula su Terni. Jobs act? Possibile il referendum». «Lavoro, beni comuni e lotta alle mafie per esprimere un punto di vista alternativo». «Guardo con rispetto le riaggregazioni dei partiti, ma penso a una cosa diversa».

«Parti­ranno attivi regio­nali dei dele­gati in tutte le regioni. Ini­zia l’Emilia venerdì, lunedì la Toscana, mar­tedì Cam­pa­nia, poi Pie­monte e Lom­bar­dia. Con­fer­miamo il giu­di­zio nega­tivo sui prov­ve­di­menti del governo, sia sugli ammor­tiz­za­tori sociali sia sul jobs act. Per noi resta cen­trale una vera riforma del fisco, con la lotta all’evasione e alla cor­ru­zione e un inter­vento sulle pen­sione». Mau­ri­zio Lan­dini, lea­der Fiom, alla fine della dire­zione del suo sin­da­cato annun­cia che le mobi­li­ta­zioni vanno avanti. «Renzi affronta male il tema del lavoro».

Però Renzi si è com­mosso quando ha par­lato del rien­tro degli ope­rai nell’Ast di Terni.

All’Ast di Terni i lavo­ra­tori hanno scio­pe­rato ad oltranza per­ché ave­vano rifiu­tato e boc­ciato una pro­po­sta di media­zione avan­zata dal governo. A Terni l’accordo è stato fatto gra­zie alla lotta dei lavo­ra­tori. Eviti di met­tere il mar­chio del governo su cose che non sono state il frutto suo lavoro.

Ma il jobs act è stato appro­vato e i sui decreti il par­la­mento ha un ruolo mar­gi­nale. Che farete?

Il 27 e il 28 feb­braio faremo l’assemblea nazio­nale dei dele­gati Fiom. Ci muo­ve­remo sia sul piano giu­ri­dico che sui con­tratti. Con il jobs act si con­ferma un apar­theid dei gio­vani assunti: ci bat­te­remo per­ché dopo un certo tempo siano garan­titi gli stessi tutele delli altri. Nei con­tratti azien­dali e in quelli nazio­nali. Sul piano legale valu­te­remo tutto quello che c’è da fare. Non esclu­diamo nulla. Apri­remo una con­sul­ta­zione straor­di­na­ria delle lavo­ra­trici e dei lavo­ra­tori metal­mec­ca­nici. Non esclu­diamo nem­meno un refe­ren­dum. E visto che sono temi che non riguar­dano solo i metal­mec­ca­nici ma anche i pre­cari, chi il lavoro non ce l’ha e chi si batte per la giu­sti­zia sociale, cer­che­remo di coin­vol­gere tutte le per­sone e le asso­cia­zioni che non con­di­vi­dono le scelte del governo.

È la nascita di un luogo per aggre­gare la sini­stra sociale?

La sini­stra o è sociale o non è, ed infatti è sotto gli occhi di tutti la crisi della sini­stra. Ma quando penso a una con­sul­ta­zione aperta vado oltre la sini­stra clas­si­ca­mente intesa. C’è un governo che decide senza tener conto del parere delle per­sone, dei sin­da­cati, delle asso­cia­zioni. Oggi il pri­mato della poli­tica che ammazza qual­siasi rap­pre­sen­tanza sociale. È utile che si costrui­sca una rete di rap­pre­sen­tanza sociale che a par­tire dal lavoro, dai beni comuni, da un nuovo modello di svi­luppo, dalla lotta con­tro le mafie, che esprima un altro punto di vista. Lo dico da un punto di vista sin­da­cale, ma anche di chi pensa che la demo­cra­zia che non rico­no­sce la par­te­ci­pa­zione non è demo­cra­zia ma comando.

Farete nascere una rete sociale, non solo sindacale?

Io fac­cio il sin­da­ca­li­sta. Ma un paese ormai la mag­gio­ranza non va a votare dovrebbe essere un segnale pre­oc­cu­pante per tutti.

La ’sinistra-sinistra’ la set­ti­mana scorsa, a Milano, ha lan­ciato un coor­di­na­mento. La sua pro­po­sta ha a che vedere con questo?

Ho rispetto per quello che avviene nel mondo poli­tico, e se ci sono pro­cessi di riag­gre­ga­zione li guardo con rispetto. La mia idea non è alter­na­tiva, ma è un’altra cosa. Siamo arri­vati al terzo governo che non risponde a pro­grammi che i cit­ta­dini hanno cono­sciuto e votato. C’è un par­la­mento che, nella sua mag­gio­ranza, ha can­cel­lato lo sta­tuto dei lavo­ra­tori, che poi era l’applicazione della Costi­tu­zione, e del diritto di cit­ta­di­nanza. Per que­sto dico che i valori del lavoro e della Costi­tu­zione non sono rap­pre­sen­tati: è più rap­pre­sen­tata la Con­fin­du­stria e l’idea libe­ri­sta e dell’austerità che imper­versa in Europa e che ha creato 25 milioni di disoc­cu­pati e messo a rischio la tenuta demo­cra­tica. Il governo Renzi ha appli­cato alla let­tera della Bce, come già prima Monti e Letta. Rispetto i par­titi, ma noi — Fiom e Cgil e il mondo che si è mosso con noi in que­sti mesi — dob­biamo dare una rap­pre­sen­tanza a un mondo che oggi non è rappresentato.

Ha apprez­zato la scelta del nuovo pre­si­dente Mattarella?

Se fossi stato in par­la­mento l’avrei votato. È un rife­ri­mento impor­tante sul piano etico, in un paese così sfi­du­ciato. È utile che al suo posto ì sieda chi ha a cuore la piena appli­ca­zione dei prin­cipi costituzionali.

La sini­stra Pd spera che ora cambi qual­cosa in parlamento.

Sono cose diverse. Non mi pare che il governo voglia ripri­sti­nare l’art.18 o can­cel­lare il jobs act, o modi­fi­care la legge elet­to­rale.

La sini­stra Pd con­ti­nuerà a con­tare poco?

Fin qui in par­la­mento non sono pas­sate cose di sini­stra. E que­sti prov­ve­di­menti, alla fine, in buona parte li hanno votati.

Sie­dono in par­la­mento molti ex sin­da­ca­li­sti Cgil, e molti hanno votato il jobs act.

Di fronte a que­ste cose non ho parole. Ognuno rispon­derà alla sua coscienza.

Non le chiedo se lei è lo Tsi­pras ita­liano. Ma Renzi incon­tra Tsi­pras. Che dovrebbe dirgli?

Quella di Tsi­pras è una novità: per la prima volta in libere ele­zioni un popolo elegge chi chiede di cam­biare i vin­coli euro­pei. La Fiom ha fatto pro­po­ste su come rimuo­vere il debito. Dob­biamo andare verso una forma di mutua­liz­za­zione, come hanno fatto gli Usa. La Bce dovrebbe fare un’operazione più impe­gna­tiva per libe­rare risorse da desti­nare agli inve­sti­menti. Nes­suno chiede che qual­cun altro paghi il suo debito. Ma, fac­cio un esem­pio, se uno paga un mutuo in più anni e gli inte­ressi li inve­ste per rilan­ciare la domanda, e se la Bce si rifor­masse per garan­tire que­sto, sarebbe un’altra sto­ria. L’Italia deve bat­tersi per­ché in Europa si apra que­sta discus­sione. Ini­ziando con il togliere il pareg­gio di bilan­cio in Costituzione.

Tsi­pras non rico­no­sce la Troika come inter­lo­cu­tore. Bene?

Tsi­pras è stato eletto dai greci. La Troika no.

Lei è stato soli­dale con Ser­gio Cof­fe­rati che ha lasciato il Pd. Non da Tsi­pras ita­liano, ma da osser­va­tore spe­ciale delle cose ita­liane, crede dav­vero che la sini­stra possa riaggregarsi?

Ho un grande rispetto per Ser­gio, per quello che ha fatto dalla Cgil in avanti. E quando uno come lui decide di lasciare il suo par­tito per ragioni eti­che è un fatto grave. Non è un suo poblema per­so­nale. Quando ho detto che l’etica è un pro­blema in que­sto paese dal Pd mi è stato rispo­sto male, ma chi mi ha rispo­sto così, il pre­si­dente del Pd (Mat­teo Orfini, ndr) oggi è com­mis­sa­rio della fede­ra­zione di Roma del Pd: evi­dente qual­che pro­blema di one­stà c’è. Non so cosa avverrà a sini­stra. Ma sic­come la mag­gio­ranza del paese deve lavo­rare per vivere, parlo di lavo­ra­tori ma anche degli impren­di­tori seri, que­ste per­sone hanno diritto di sen­tirsi rap­pre­sen­tate e di partecipare.

Pensa a un par­tito del lavoro?

No, io penso fare il sin­da­ca­li­sta. Ma certo le forme tra­di­zio­nali della poli­tica sono in crisi. C’è biso­gno di pen­sare a forme nuove di par­te­ci­pa­zione. Ma que­sto riguarda anche noi: c’è biso­gno di una riforma radi­cale anche del movi­mento sin­da­cale, Fiom e Cgil.

Camusso, la segre­ta­ria Cgil, è stata ’grande elet­trice’ di Ber­sani. Guar­dando al pas­sato, può non aver gio­vato al sindacato?

I sin­da­ca­li­sti sono per­sone e hanno diritto a essere iscritti a un par­tito e a fare poli­tica se vogliono. In gene­rale uno dei pro­blemi di que­sti anni è stata la scarsa auto­no­mia del sin­da­cato, a volte l’abbiamo pagata. Ma in que­sta ultima fase abbiamo recu­pe­rato la nostra auto­no­mia, e si vede dal suc­cesso delle mani­fe­sta­zioni. Ripeto, c’è biso­gno di una riforma demo­cra­tica anche del sindacato.

Que­sto vuol dire che non la si vedrà più alle ini­zia­tive dei partiti?

Vado dove mi invi­tano, destra cen­tro e sini­stra. Da sem­pre. Non ho tes­sere di par­tito e non dichiaro chi voto, ma è una mia scelta, rispetto chi ne fa altre. Fin­ché sono segre­ta­rio della Fiom rispondo gli iscritti, e nes­suno di loro deve sospet­tare che uso il ruolo che ho per fini diversi dal fare il segre­ta­rio gene­rale della Fiom.

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MicroMega online, 31 ottobre 2014

Intervista a Moni Ovadia di Giacomo Russo Spena

L’avevamo lasciato con quasi 34mila preferenze ottenute come candidato nel collegio Nord-Ovest per l’Altra Europa con Tsipras, poi la decisione di rispettare la parola data e di abdicare per tornare al suo quotidiano lavoro teatrale. “Non sono adatto per le poltrone, mi ritengo semplicemente un attivista militante”, Moni Ovadia è un uomo di sinistra. Un uomo – si autodefinisce – “eticamente radicale ma caratterialmente moderato” che non vuole arrendersi al Patto del Nazareno, al renzismo e alle larghe intese in Europa: “Auspico un autunno caldo e la rinascita di una sinistra, autentica, altro che Pd”.

Sabato scorso, due istantanee: da una parte la manifestazione della Cgil in difesa dell’art 18 e contro il Jobs Act, dall’altra la Leopolda col premier Renzi. Luciano Gallino ha scritto su Repubblica un editoriale dal titolo: “La differenza tra destra e sinistra”. Lei è d’accordo?
Se Renzi ammettesse di essere un uomo di destra, sarebbe un gesto di grande onestà intellettuale. Quando sento parlare di due sinistre, mi vien da sorridere: quale sarebbe la seconda? Il Pd? E allora io sono Papa. Il Pd non ha più nulla di sinistra. Massimo Cacciari, non un pericoloso bolscevico come me, recentemente ha spiegato come quel partito non sia mai veramente nato e che ora è nelle ferree mani di Matteo Renzi, i cui modelli sono la Thatcher e Blair. Li copia nella distruzione dello Stato Sociale e delle sue regole. Lo stesso utilizzo degli anglicismi è indicativo. Perché termini come Local Tax, Spending review e Jobs Act? Tra l’altro se analizziamo al dettaglio, i termini sono esplicati: Job in inglese non è lavoro bensì impiego in senso lato, e Act sottintende un gesto unilaterale, non un accordo tra due contraenti. Renzi ha scardinato qualsiasi ipotesi di patto sociale.

Però alle Europee prende il 40,8 per cento. Come mai?
E’ un bravissimo comunicatore, si vende bene. Incarna la retorica del nuovismo contro chi è ancora ancorato al Novecento, peccato lui voglia tornare all’Ottocento dove si poteva licenziare arbitrariamente. Forse è più vecchio lui di quella folla che sabato scorso ha invaso Roma in difesa dei propri diritti.

Non è riduttivo definire Renzi solo come un gran comunicatore? Non rappresenta altro?
Vince perché altrove c’è il nulla. Grillo ha perso il treno. Poteva rappresentare un’interessante proposta ma ha sposato veementemente la retorica dell’urlo. Pur avendo ottimi parlamentari, questo va riconosciuto al M5S, hanno fallito, non sono riusciti ad incidere e la novità dopo mesi annoia. Anche la destra è allo sfascio, Berlusconi è un uomo patetico. La sinistra, quella vera, avrebbe un vastissimo popolo e potrebbe arrivare anche al 20 per cento.

Ma…
E’ più presa a litigare e dal proprio narcisismo ombelicale che a fare politica. Ora è in attesa che l’ex sinistra del Pd le getti un osso. Così tra paura, opportunismo e crisi le persone optano per questo giovanotto tronfio, con uno stile dinamico e sbarazzino, il quale dice di voler cambiare e modernizzare il Paese. Conosco gente, autenticamente di sinistra, che per mancanza di alternative alle Europee l’ha votato.

Dopo l’esperienza elettorale, l’Altra Europa con Tsipras, che era riuscita miracolosamente ad eleggere tre europarlamentari, è stata animata da polemiche e divisioni interne. In un editoriale uscito su Il Manifesto Revelli ha rilanciato l’idea di un nuovo soggetto della sinistra e dei democratici: “Cambiare l’Italia per cambiare l’Europa”. E’ quella la sinistra “autentica”?
C’è un disperato bisogno di un’aggregazione del popolo di sinistra, lo dovrebbero auspicare anche le persone sinceramente democratiche. In tutta Europa esiste, tranne che in Italia. In Germania abbiamo la Linke, in Francia un fronte variegato intorno al 10, in Grecia l’esperienza trionfante di Syriza, in Spagna l’innovazione di Podemos. E da noi? Abbiamo bisogno di una vera sinistra capace di tutelare il mondo del lavoro, l’ambiente e arrestare razzismo e deriva ultra liberista. Senza, chi osteggerà il trattato europeo del TTIP? Chi si batterà per i beni comuni e contro le privatizzazioni? Non abbiamo l’ambizione di diventare il partito della nazione, ma una forza forte e dialogante con gli altri.

Intanto mercoledì a Roma è stata caricata a freddo una manifestazione degli operai contro la chiusura dell’acciaieria Ast di Terni. E’ lecito chiedere le dimissioni del ministro Alfano?
Ovvio, dovrebbe abbandonare il ministero. Decine di operai vengono licenziati e con la disperazione nel cuore, con vite perse senza più un occupazione, e magari con figli senza futuro, si riversano nella Capitale per una manifestazione non violenta e che succede? Vengono caricati e manganellati. Ma siamo matti? In un’epoca di dramma sociale e aumento delle diseguaglianze, invece di parlare di solidarietà umana e primaria, si cancellano diritti e dignità dei lavoratori. Dubito che gli agenti l’abbiamo fatto di loro sponta, sarà giunto un comando dall’alto. Come succedeva in Gran Bretagna ai tempi della Thatcher, lì torniamo. I minatori inglesi sanno cosa hanno passato in termini di repressione per aver osato rivendicare salari dignitosi e tutele. Il caso Picierno è emblematico, una dirigente di un partito, teoricamente progressista, che si rivela una forza conservatrice. Renzi elogia in maniera retorica il dialogo, in realtà va avanti per colpi di autoritarismo a scapito della dialettica democratica tra le parti. Passami una battuta: il Papa sembra al momento l’unico leader di sinistra.

E Landini?
Ha un potenziale enorme, un leader già pronto. Quando lo sento parlare in televisione, vedo l’autenticità di un uomo che la sua vita se l’è sudata. La schiettezza di un uomo senza doppi fini, che non vuole fregarti. E’ autenticamente indignato. Le sue sono parole pronunciate col cuore perché da anni vicino alla povera gente e ai deboli. La nostra Italia migliore. Altro che manganellate.

Cambiamo discorso. Lei da sempre è molto sensibile al tema del razzismo. Se la Lega ha sposato dalle scorse Europee il pensiero di Marine Le Pen, non trova che anche il M5S si stia ponendo sulla stessa scia? Di ieri la notizia che il movimento ha votato in commissione contro il bonus bebé per i figli dei migranti “regolari”. Che succede?
Era ovvio che scoppiasse la guerra tra poveri, il potere ha sempre governato col principio del “divide et impera”. E in Europa l’espansione delle destre nazionaliste e razziste è la conseguenza delle politiche di austerity delle larghe intese. Due facce della stessa medaglia. Il M5S è nato da una contraddizione, l’andare oltre gli schieramenti, l’essere né di destra né di sinistra. Alla fine i nodi vengono al pettine. Se prende la deriva xenofobica dando voce alla pancia del Paese, coi suoi istinti più beceri, tenderà a diventare un partito di destra. E perderà molti elettori a sinistra, i quali non accetteranno alcune prese di posizione sul tema dei migranti. I quali non sono desiderati perché poveri, non in quanto stranieri perché poi gli sceicchi coi petrodollari li accettiamo volentieri…

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Sono molto lieto di riportare il testo di questa intervista a Maurizio Landini perché, nel mio piccolo, vado dicendo cose analoghe da qualche tempo a questa parte. L’ultima non più tardi di ieri sera a una riunione sul tema “Lavoro e Welfare” della Rete a Sinistra di Genova.

Se l’acciaio è strategico, e probabilmente sarà così ancora per qualche anno, la produzione deve rimanere sotto il controllo italiano. Ma deve completamente cambiare l’approccio di gestione della produzione. A Taranto, l’ILVA, gestita da privati, ha causato danni incalcolabili alla salute dei cittadini. I privati perseguono la logica della massimizzazione del profitto e, come può confermare chiunque abbia una minima esperienza in campo aziendale, la via più facile per ottenere quel risultato è quella di ridurre all’osso i costi. Poiché determinati costi (materie prime, energia, ecc.) non possono scendere oltre un certo limite, ecco che si “risparmia” su sicurezza e numero dei lavoratori.

Tempo fa avevo letto delle stime che valutavano in 8 miliardi di euro i costi per la bonifica delle aree inquinate. Otto miliardi che usciranno, prima o poi, dalle casse dello Stato, quindi dalle tasche dei cittadini. Anche volendo, la famiglia Riva non sarebbe in grado di pagare una simile cifra, pur essendo la responsabile del disastro ambientale e delle conseguenti vittime per tumori e malattie varie. Mettere in vendita la fabbrica significherebbe mettere nelle mani di altri che ragionano allo stesso modo di come ragionava vecchia proprietà e in ogni caso il ricavo non coprirebbe se non in minima parte la cifra da stanziare, sempre che i soldi della cessione andassero nelle casse pubbliche e non nelle tasche degli attuali proprietari.

Gli imprenditori, salvo rarissime eccezioni, negano di avere una qualche responsabilità sociale. Non ritengono che sia loro compito occuparsene, ma che altri, non meglio precisati (quindi il governo della cosa pubblica) debba farsi carico di sopportare e gestire le esternalizzazioni (inquinamento ambientale, salute, vari disagi sociali connessi alla presenza della grande industria). Questo è il modo di pensare, il sistema di corporate governance tipicamente anglosassone, in cui il capitale la fa da padrone, decide per tutto e tutti. Eppure, anche nei manuali di tecnica del primo anno delle superiori la definizione di azienda riporta che essa è l’insieme di capitale e lavoro. E allora, perché il lavoro non può concorrere alle decisioni strategiche?

Quindi? Se lo Stato, cioè noi, dovrà spendere 8 miliardi, questi soldi potranno in qualche modo essere restituiti alla collettività? Esistono diversi modi, fra cui il più semplice e sicuro è quello di nazionalizzare la produzione. Questa soluzione permetterebbe, se la produzione dell’acciaio producesse utili, di rientrare poco per volta di quanto investito nella bonifica. Se, invece, non si dovessero produrre utili, ma produrre in perdita, in ogni caso un asset strategico rimarrebbe in mani italiane. Sono convinto che la seconda ipotesi sia quella più attinente alla realtà, perché la concorrenza internazionale dei paesi emergenti, in un settore maturo come quello siderurgico, permette di mettere in vendita il prodotto finito a prezzi assai inferiori di quelli che la vecchia Europa potrebbe praticare, rispettando i vincoli di legge e garantendo quel minimo di tutela dell’occupazione che oggi, dopo la mannaia degli ultimi governi, rimane.

Naturalmente, questa soluzione non risolverebbe tutti i problemi, ma darebbe un po’ di respiro al mondo del lavoro e contribuirebbe a sollevare, almeno in parte, l’economia italiana, poiché la garanzia del mantenimento di alcune migliaia di posti di lavoro nelle imprese che operano nei settori ritenuti strategici avrebbe un certo impatto sui consumi, almeno nelle città in cui si trovano fisicamente le fabbriche. Bisogna comunque, e bisogna farlo subito, iniziare a pensare a soluzioni che, in prospettiva, consentano di superare un sistema produttivo basato sulla grande industria pesante, la quale, da un lato, come già ho detto, non è più in grado di sostenere la concorrenza dei paesi emergenti, dall’altro, a causa del grave impatto sul territorio e sulla vita collettiva, è sempre meno accettata dai cittadini e sempre meno produttrice di ricchezza.

Occorre però non ripetere certi errori del passato, con aziende gestite male, con logiche diverse da quelle economiche, ad esempio come serbatoi di voti clientelari, di aree di parcheggio per politici rampanti o trombati. Uno strumento potentissimo per evitare questa minaccia potrebbe essere quelle mitbestimmung della quale ho già parlato, ovvero il controllo dei dipendenti sulla gestione delle imprese. Se alla Thyssen Krupp tedesca è possibile, la logica suggerisce che dovrebbe essere possibile anche alla Thyssen Krupp italiana. O no? Se una cosa è possibile in Germania, e in Germania funziona, perché non dovrebbe essere possibile e funzionare anche in Italia? Fra l’altro, i tedeschi, pragmaticamente, suggeriscono di adottarla; i nostri, invece, sembra non ne vogliano neanche parlare.

L’alternativa è consegnare un patrimonio che potrebbe essere collettivo nelle mani del solito sedicente imprenditore che utilizzerà l’impresa come un bancomat e poi, dopo averlo svuotato, lasciare per l’ennesima volta la patata bollente sulle mani della collettività. Oppure prendiamo esempio dai francesi, che le loro aziende strategiche le difendono dagli assalti del capitale privato, non solo straniero, magari anche a costo di incorrere in sanzioni della Commissione europea. O dal nostro passato, quando nel 1963, Fanfani nazionalizzò l’energia elettrica. O ancora, dalla cronaca più recente, quando in piena crisi finanziaria, la Federal Reserve e il Tesoro americano sono intervenuti per salvare il sistema finanziario dal crollo. Ebbene, sono intervenuti ma hanno preteso il controllo del pacchetto azionario delle società, ceduto alla quotazione del momento, con i valori azionari crollati e tendenti allo zero, per poter garantire i cittadini contribuenti e, in futuro, godere degli eventuali utili, e delle plusvalenze derivanti dalla cessione dei pacchetti azionari detenuti. In Italia, la figura del capitalista sembra essere, invece, sacra e inviolabile, una casta di privilegiati detentori di un sapere economico unico, irripetibile, inimitabile. Per capire quanto questa visione sia distorta basta guardare i risultati, sono sotto gli occhi di tutti.

Ma, soprattutto, basta di parlare di economia con frasi fatte e vuoti slogan, quali bisogna rilanciare gli investimenti, bisogna dare fiato ai mercati, occorre rilanciare la produttività, è l’Europa che ce lo chiede, sono gli italiani che me lo chiedono…

E poi, smettiamola di dire che gli imprenditori devono essere aiutati. In Italia hanno sempre succhiato dalla mammella dello Stato e più erano grandi più tettavano. Ma dove sta scritto che sono gli imprenditori a creare i posti di lavoro? Il lavoro di crea se ci sono determinate condizioni che fanno sì che determinati prodotti possono essere venduti. In quel caso, e solo in quel caso, hanno senso investimenti in nuove imprese o il rilancio di attività già in essere. In assenza di quelle condizioni i capitali non verranno investiti in attività produttive, ma verranno utilizzati in altro modo. I posti di lavoro si distruggono se chi decide, sia che faccia parte del mondo economico che di quello politico, non riesce a interpretare l’andamento della domanda, prende decisioni sbagliate, calcola male i tempi, risparmia sulla qualità costruttiva, fa leggi e regolamenti a senso unico e ispirato da ideologie decotte e masticate in maniera superficiale.

Roberto Mania, La Repubblica, 31 ottobre 2014

Il leader della Fiom: “Basta Leopolde vuol dire basta saltare mediazioni, in questo modo si riducono gli spazi della democrazia”

Tornare all’acciaio di Stato. Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil, non ha dubbi: senza intervento pubblico non si uscirà dalla crisi della siderurgia, che riguarda la ThysssenKrupp di Terni, l’Ilva di Taranto, l’ex Lucchini di Piombino. “Se non vogliamo svendere o regalare la siderurgia agli stranieri è indispensabile che lo Stato faccia la sua parte “.

Ne avete parlato con Renzi durante l’incontro dopo le manganellate agli operai di Terni?
“Sì, abbiamo posto questo problema che è il perno di qualunque strategia di politica industriale “.

E cosa vi ha risposto il presidente del Consiglio?
“Che è disponibile a un confronto”.

Tornare ai tempi dell’Iri?
“Io penso che non si possa più rinunciare a un intervento pubblico nei settori strategici, com’è quello della siderurgia, finalizzato anche a definire nuovi assetti proprietari”.

Vuol dire che l’Ilva, per esempio, dovrebbe essere acquistata dallo Stato?
“Per l’Ilva questo passaggio è necessario. L’Ilva deve cambiare proprietà. Per fare questo c’è bisogno della forza dello Stato”.

E per l’Ast di Terni?
“Non escludo nulla. Certo a Terni è necessario innanzitutto verificare se l’azienda è disposta a rivedere il piano industriale”.

Pensa di salvare l’occupazione con l’aiuto dello Stato?
“Penso di salvare l’industria italiana dove c’è un problema, oltreché di dimensioni aziendali, anche di qualità degli imprenditori. Quanto all’occupazione mi limito a far presente che nei prossimi mesi rischiano di saltare migliaia di posti di lavoro. Siamo di fronte a un’ondata di licenziamenti collettivi. Mercoledì in piazza c’erano pure gli operai della Jabil, 400 licenziamenti a Caserta, e quelli della Trw di Livorno, altri 500. Questo è quello che sta succedendo”.

Anche per questo Renzi ha chiesto di abbassare i toni. La Fiom ha risposto con otto ore di sciopero a novembre. Non c’era un’altra strada?
“Lo sciopero generale non è altro che la continuazione della manifestazione di sabato. Per abbassare i toni bisognerebbe avere la possibilità di confrontarsi. Con lo sciopero chiediamo al governo di cambiare le sue politiche economiche e sociali. Ciò che ha fatto finora non è adeguato alla situazione”.

Per affrontare la crisi dell’acciaieria di Terni vi ha convocati a Palazzo Chigi. Questo non era previsto. Non le pare un gesto di disponibilità al confronto? Renzi vi ha chiesto scusa per gli incidenti di mercoledì?
“No, le scuse non ci sono state. Ma non c’è dubbio che sia stato un atto importante, di rispetto nei confronti delle organizzazioni sindacali. Resta il fatto che senza un’iniziativa di politica industriale le soluzioni delle singole crisi non sono affatto semplici”.

Ci aiuti a risolvere il “giallo” della telefonata tra lei e Renzi: c’è stata?
“La telefonata c’è stata”.

E perché non l’ha detto subito?
“Ho detto che io avevo chiamato Delrio mentre è stato Renzi a chiamarmi”.

Va bene. Senta, lei è d’accordo con la Camusso quando dice a Renzi che prima di abbassare i toni vanno abbassati a manganelli?
“Certo che sono d’accordo: quello che è successo è di una gravità senza precedenti. Le risposte che sono arrivate dal governo fanno pensare che episodi di quel genere non si ripeteranno più”.

Il ministro dell’Interno Alfano ha detto che non c’è stato alcun ordine ai poliziotti di caricare i manifestanti. Lei continua a pensare il contrario?
“Io continuo a pensare che un poliziotto che va in piazza quando c’è una pacifica manifestazione di operai non si armi di scudi e manganelli se non ha avuto un ordine di quel tipo. E se esegue una carica a freddo, come è successo, vuol dire che qualcuno quell’ordine gliel’ha dato”.

Sta dicendo che Alfano ha mentito?
“No, dico quello che è accaduto. Ma prendo atto degli impegni che ha preso il governo”.

Lei pensa che ci sia un collegamento tra le affermazioni del finanziere Davide Serra alla Leopolda contro lo sciopero e l’aggressione agli operai?
“No, non penso a queste cose. Di certo c’è un attacco al diritto di sciopero in Italia come in Spagna, in Inghilterra e in altri paesi europei. È in atto una pressione per mettere in discussione la contrattazione collettiva. E il governo Renzi sbaglia a ispirarsi al modello Fiat o a quello degli Stati Uniti?”

Dunque condivide la tesi della Camusso secondo cui il governo Renzi è stato voluto dai “poteri forti”?
“Sul piano delle politiche sociali e sindacali questo governo ha assunto il programma di Confindustria. Non c’è solo la cancellazione dell’articolo 18, c’è il demansionamento che detto in inglese vuol dire mobbing, c’è il controllo a distanza dei lavoratori, c’è l’abolizione del reintegro anche nei licenziamenti collettivi con procedure sbagliate. C’è l’obiettivo di far saltare il contratto nazionale. Questo non è accettabile”.

Cosa intendeva dire mercoledì quando ha gridato: “Basta Leopolde”?
“Vuol dire basta discussioni tra chi la pensa allo stesso modo. Vuol dire basta a un modello che salta ogni mediazione e dove chi comanda parla direttamente con il popolo senza intermediazione. Questo processo porta a una riduzione degli spazi democratici”.

Renzi mette a rischio la democrazia? Non è un po’ forte?
“Non dico che è a rischio la democrazia. Penso che si in questo modo si riducono gli spazi della democrazia”.

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