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Posts Tagged ‘Mediterraneo’

Ancora sulla crisi dell’Unione Europea, sulla scaramuccia fra il nostro presidente del Consiglio dei ministri e quello della Commissione europea.

Lo si voglia o no, al momento quello dell’Europa è il nodo centrale della politica, a tutti i livelli. I condizionamenti delle scelte di Bruxelles si fanno sentire anche a livello locale e la vera sfida è quella di capire se i Trattati che istituiscono l’Unione Europea siano riformabili e in quale misura o se la costruzione debba considerarsi irreversibile e destinata al fallimento.

Le riflessioni dell’articolo sotto riportato sono interessanti, seppure espresse in forma assolutamente schematica, almeno per chi parte dal presupposto che l’unificazione dell’Europa sia un fatto politico imprescindibile.

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Nafeez Ahmed, Oneuro, 28 novembre 2015

«Sosteniamo gli sforzi della Turchia nel difendere la propria sicurezza nazionale e combattere il terrorismo. La Francia e la Turchia sono dalla stessa parte nell’ambito della coalizione internazionale contro il gruppo terroristico ISIS». Dichiarazione del ministro degli Esteri francese, luglio 2015.

Come l’11 settembre 2001, anche il massacro del 13 novembre 2015 verrà ricordato come un momento di svolta nella storia mondiale.

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Alessandro Dal Lago, Il Manifesto, 13 novembre 2015

Al vertice di La Valletta tra i leader europei e africani ha vinto il cinismo globale. Noi vi diamo un miliardo e ottocento milioni di euro e voi ci tenete i migranti lontani dalle coste e dai confini della Ue. Non bastano, hanno rilanciato subito i leader africani, i quali si divideranno però la mancia, anche se nessuno sa di preciso come e quando. Qualche tempo fa, Angela Merkel, che pure aveva suscitato grande scalpore e simpatia dichiarando di aprire le porte della Germania ai profughi siriani, aveva fatto una proposta simile al governo turco, il quale ha risposto più o meno picche. Qual è il senso di questo mercanteggiamento sulla pelle di centinaia di migliaia di esseri umani?

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TosseOltre al bombardamento pubblicitario che ci prospetta le auto tedesche come le migliori del mondo, siamo quasi quotidianamente sottoposti alla magnificazione delle virtù tedesche, contrapposte ai vizi dei paesi del Mediterraneo. Virtù quali onestà, trasparenza, correttezza, integrità, serietà, capacità imprenditoriale, laboriosità, unite a valori quali tradizione, rispetto per l’ambiente e per i lavoratori, contrapposte a vizi come corruzione, meschinità, furberia, opacità, assistenzialismo, pigrizia.

Tutto svanito, è proprio il caso di dirlo, in un colpo di tosse, quello dei cinquecentomila proprietari di automobili del gruppo Volkswagen che si sono trovati in mano un mezzo di trasporto quaranta volte più inquinante dei limiti consentiti dalle normative americane. E a seguire partiranno le analisi in tutti gli altri paesi.

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Francesco Martone, Sbilanciamoci.info, 23 luglio 2015

Il Rapporto Lange, votato dall’Europarlamento, crea uno stato di eccezione che può essere di volta in volta invocato dalle imprese per far valere i propri diritti rispetto a normative ritenute pregiudizievoli

Nel giorno del processo a Tsipras l’Europarlamento ha votato il Rapporto Lange. Così l’Europa della cittadinanza cede il passo all’austerity, all’ordoliberismo e agli interessi dei mercati.

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Luciana Castellina, Il Manifesto, 1 luglio 2015

Nono­stante l’amichevole gesto con cui Mat­teo Renzi, rega­lan­do­gli una cra­vatta, accolse la prima volta il neo eletto primo mini­stro greco, è pro­prio lui che, arri­vati al dun­que, ha ora reso il peg­gior ser­vi­zio a Ale­xis Tsi­pras. Dicendo che il refe­ren­dum di Atene avrà per oggetto un pro­nun­cia­mento a favore dell’euro o della dracma. Pro­prio il con­tra­rio di quanto il governo greco si è sfor­zato di spie­gare. E cioè che non intende affatto optare per un ritorno alla moneta nazio­nale e uscire dall’eurozona, e invece aver più forza per imporre una discus­sione– che fino ad ora non c’è stata mai — su quale debba essere in mate­ria la poli­tica europea.

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Geraldina Colotti, Il Manifesto, 29 maggio 2015

Avrebbe dovuto essere una visita pri­vata: alla ricerca dei suoi tra­scorsi liguri a Favaro, dove sono nati i nonni. Ma l’agenda dell’ex pre­si­dente uru­gua­yano José Alberto Mujica Cor­dano si è riem­pita subito. E “Pepe” ha avuto ben pochi momenti per godersi l’alternanza di sole e piog­gia di que­sti ultimi giorni, insieme alla moglie Lucia Topo­lan­sky. Una cop­pia inos­si­da­bile di diri­genti poli­tici dai tra­scorsi guer­ri­glieri, rima­sti insieme dai tempi in cui i Tupa­ma­ros ispi­ra­vano il cuore dei gio­vani, nel Nove­cento delle grandi speranze.

“Pepe” Mujica (Lapresse – Vincenzo Livieri, da Il Manifesto)

Il Movi­mento di libe­ra­zione nazio­nale Tupa­ma­ros è stato un’organizzazione di guer­ri­glia urbana di orien­ta­mento marxista-leninista che ha agito in Uru­guay tra gli anni ’60 e ’70. Fon­da­tori e diri­genti — da Raul Sen­dic a Mujica, a Topo­lan­sky a Mau­ri­cio Rosen­cof — hanno pagato con lun­ghi anni di car­cere, ostaggi del regime mili­tare che ha oppresso il paese a par­tire dal golpe del 1973, e che ha con­cluso il suo ciclo nel 1984, con l’elezione del mode­rato Julio Maria Sanguinetti.

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Dmitrij Palagi, Il Becco, 8 novembre 2014

Era il 2011. Berlusconi era preoccupato, ma non telefonò a Gheddafi, perché “non voleva disturbare nessuno”. Le opposizioni di allora erano invece scandalizzate per il silenzio del governo sulle vicende libiche. Veltroni riteneva inaccettabile il silenzio sugli ormai “quasi cento morti”. In Parlamento c’erano ancora Fini e Di Pietro. Anche i loro partiti, insieme all’UDC, chiedevano una netta presa di posizione contro il dittatore di Tripoli. CamussoRossanda sostennero questa linea di indignazione.

Le Primavere Arabe facevano sognare il pubblico televisivo occidentale, cavalcando l’attivismo militante praticato suFacebook e Twitter. In fondo Gheddafi in Italia era visto da tutti come “amico di Berlusconi“, così la realtà della Libia poco contava. Il dittatore doveva morire e la democrazia trionfare.

Sono passati ormai alcuni anni dai bombardamenti fortemente richiesti dalla Francia e sostenuti dal premio Nobel della pace Obama. Nel paese infuria una guerra civile di cui si parla raramente, ma che ha convinto tutti i paesi occidentali a chiudere le loro ambasciate. Solo quella italiana è rimasta aperta, nonostante l’allora Ministro degli Esteri Mogherini si vantasse di aver convinto i britannici a non lasciarci isolati.

Il sistema mediatico era pronto ad ignorare che la nuova costituzione libica si fondasse sul Corano e peggiorasse considerevolmente le condizioni di vita delle donne. Però una guerra civile la si ignora con maggiori difficoltà. Soprattutto se sei l’Italia, un paese che, attraverso il tema dell’immigrazione, si ricorda costantemente che esistono altre sponde del Mediterraneo.

Finisce quindi che il Sole 24 Ore rappresenti uno dei giornali più interessati a denunciare il caos di quella zona geografica, contestando con frequenza le politiche nell’area di Stati Uniti e Unione Europea. La notizia riportata in questi giorni è che le elezioni libiche del 25 giugno sono state annullate dalla Corte Suprema di quel paese, mettendo in ulteriore difficoltà il governo (in esilio) riconosciuto dalla comunità internazionale.

Non è che la Confidustria trovi simpatico il mondo arabo e per questo dia spazio a quello che avviene in Medio Oriente. Si tratta di una banale considerazione sugli interessi economici dell’Italia, che confliggono con quelli francesi.

La guerra civile libica mette con le spalle al muro la comunità internazionale e l’Italia che deve decidere tra la legittimità del governo di Tobruk, in esilio in Cirenaica, e la protezione dei suoi interessi economici ed energetici, situati con i terminali dell’Eni e il gasdotto in Tripolitania. […] Questo è un momento favorevole per cogliere alcune opportunità – ristabilire l’influenza italiana in almeno una parte della Libia – ma è pure una situazione carica di rischi. Qualunque presa di posizione che appoggi Tobruk danneggia la nostra presenza in Tripolitania. Se però ci sbilanciamo troppo su Tripoli rischiamo di perdere la copertura internazionale.

(Alberto Negri, Il Sole 24 Ore, 7 novembre 2014)

Mentre l’Isis ha ricordato all’occidente la missione compiuta in Iraq, in Libia è sorto un altro Califfato. Non ci sono solo due fazioni in campo, ma numerose milizie che continuano a dividersi le armi di cui si sono appropriate dopo il caos che ha seguito la caduta di Gheddafi.

L’Italia per proprio tornaconto dovrebbe ritrovarsi sul fronte dei pacifisti che si oppongono agli interventi militari Nato. Neanche il movimento pacifista riesce però a prendere forza da questa situazione. Anzi, ricordiamo che Marinella Correggia, che in passato ci ha concesso la collaborazione anche con il nostro quotidiano, è stata accusata di essere “punta di lancia del governo di Assad” perché continuamente attiva sul fronte della pace. Sono poche le voci come quelle di sibiliria.com, prevale una sorta di distaccata indignazione per il pericolo nero dei califfati.

Non conta il numero dei morti che le guerre portano in paesi non lontani da noi. Contano le emozioni che ci trasmettono i telegiornali e le fotografie sui social network. Se serve a contestare Berlusconi o cavalcare elettoralmente la questione dell’immigrazione, allora la politica italiana parla di Libia. Se questo viene meno, resta tutto in mano a Confindustria e all’imbarazzante politica estera degli ultimi governi.

Immagine ripresa liberamente da alarabiya.net

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