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Posts Tagged ‘Monica Frassoni’

Quello che segue è il testo del “manifesto” lanciato da un ampio schieramento di forze della società civile per la promozione di un’iniziativa dei cittadini europei per l’occupazione e lo sviluppo. L’ICE è un istituto di democrazia partecipativa previsto dall’art. 11 del Trattato di Lisbona che consente a un milione di cittadini, di almeno 7 paesi UE di presentare alla Commissione europea una proposta di legge di iniziativa popolare europea, La raccolta di firme verrà lanciata il 24 marzo in varie capitali europee.

Sono trascorsi sei anni, ma la grave crisi che l’Europa sta attraversando non è superata. L’euro, pilastro del mercato unico, non è ancora al sicuro. Il rischio di una rinazionalizzazione delle politiche economiche, disastrosa per l’economia e per il welfare di ciascuno dei Paesi dell’Unione, nessuno escluso, è un rischio grave e reale.

Il rigore di bilancio su cui hanno puntato i governi, pur necessario per affrontare la crisi del debito, anche per l’eccessiva compressione dei tempi di attuazione ha avuto l’effetto di aggravare la spirale depressiva, compromettendo lo stesso obiettivo del risanamento. Occorre pensare in termini nuovi. Accanto al completamento del mercato unico, specie nel comparto fondamentale dei servizi, si deve ormai con urgenza porre mano ad un Piano straordinario che faccia ripartire lo sviluppo. Uno sviluppo sostenibile, fondato sulla realizzazione di infrastrutture europee, sulle nuove tecnologie, sulle nuove fonti di energia, sulla tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale, sulla ricerca di punta, sull’istruzione avanzata e sulla formazione professionale.

Un tale Piano deve innanzitutto promuovere l’occupazione con un volume di risorse destinate ad investimenti in beni pubblici europei tale da generare alcuni milioni di posti di lavoro, in particolare in quei Paesi nei quali l’emergenza sociale della disoccupazione di massa ha raggiunto livelli allarmanti, tali da mettere a rischio le stesse democrazie.

Queste risorse finanziarie aggiuntive

si possono ottenere mobilitando risorse proprie dell’Unione (quali ad esempio una tassa europea sulle transazioni finanziarie e una tassa sulle emissioni di carbonio), capitali privati (con Project bonds europei) e risorse messe a disposizione dalla Banca Europea per gli Investimenti.

La cooperazione intergovernativa si è rivelata del tutto insufficiente. Il Parlamento europeo si sta muovendo, anche in vista delle elezioni del 2014. Ma per dare una spinta decisiva a un processo troppo lento occorre che si levi finalmente una voce dai cittadini europei.
Di qui l’importanza della proposta, avanzata da un ampio  schieramento di forze, dai movimenti federalisti ed europeisti, dai sindacati e da numerose associazioni della società civile di una Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE), sulla base del Trattato di Lisbona (art. 11) per un Piano europeo straordinario per lo  sviluppo sostenibile e per l’occupazione. Questa proposta merita di essere sostenuta con forza.

L’integrazione europea è stato il grande contributo di civiltà che l’Europa ha offerto al mondo, dopo che per sua responsabilità per due volte esso si era lacerato con due sanguinose guerre mondali. Il processo di unione ha assicurato all’Europa la pace per oltre 60 anni e il raggiungimento di un benessere senza precedenti nella storia. Ha costituito un modello per l’intero pianeta.
Ora tutto questo è a rischio. I cittadini imputano la responsabilità della crisi all’Europa che è percepita come un ostacolo, come una fonte di disuguaglianza tra i cittadini e tra gli Stati, non più come una speranza per il nostro futuro. Il ritorno del nazionalismo può essere contrastato solo se i cittadini pretenderanno che l’Europa dimostri di saper rispondere ai loro bisogni.

E’ dunque venuto il tempo di aprire le vie ad una presenza attiva dei cittadini europei nel mondo di oggi e di domani.

Primi firmatari: Michel Aglietta, Michel Albert, Ulrich Beck, Don Luigi Ciotti, Daniel Cohn Bendit, Monica Frassoni, Emilio Gabaglio, Olivier Giscard d’Estaing, Sylvie Goulard, Pascal Lamy, Yves Mény, Claus Offe, John Palmer, Romano Prodi, Salvatore Settis, Dusan Sidjanski, Barbara Spinelli, Tzvetan Todorov

13 marzo 2014

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Monica Frassoni, Il Manifesto, 5 gennaio 2014

Il 21 dicembre scorso, il Manifesto ha ospitato l’appello “Invertire la rotta” di un gruppo di eminenti intellettuali tra i quali Stefano Rodotà e Guido Rossi, che auspica un deciso cambio di rotta delle politiche europee e in particolare la non applicazione dell’obbligo del pareggio di bilancio previsto dal fiscal compact; appello meritorio, perché nel fumoso dibattito italo-italico cerca di riportare l’attenzione sull’importanza delle politiche europee; qualche giorno dopo, Michele Salvati, sul Corriere del 29 dicembre si è chiesto se quell’appello sia “utile ed educativo” in quanto, concentrandosi solo sulle politiche europee e non sulla necessità di intervenire con delle riforme interne per rimediare ai mali nazionali, lascia fuori una parte assolutamente cruciale dell’azione utile per  uscire dalla crisi.

Io penso che sia l’appello che l’osservazione di Michele Salvati contengano punti importanti; ma entrambe hanno il limite di non indicare quali siano le conseguenze in termini di azione politica che bisogna trarre da entrambi gli approcci. A mio parere, Michele Salvati quando sostiene che le politiche europee siano tutto sommato lontane dalle riforme di cui si discute in Italia, sottovaluta l’impatto devastante che hanno le politiche sbagliate  della UE a maggioranza conservatrice e la crescente sfiducia e delegittimazione del progetto europeo sulla nostra ripresa economica e sociale. E i firmatari dell’appello prendono in considerazione solo una parte del problema e soprattutto non dicono che l’uscita dalle politiche di austerità “non cade dal cielo”, ma può solo derivare dal cambio delle maggioranze politiche che oggi governano l’Europa; prime fra tutte le maggioranze del Parlamento europeo e della Commissione. Se alle prossime Europee del 25 maggio 2014, si eleggerà un Parlamento nel quale sarà necessaria una “grosse Koalition” permanente, a causa della presenza ingombrante di forze politiche anti-europee e totalmente inutili nella definizione di politiche positive e dall’ulteriore ridimensionamento di quelli che Barbara Spinelli chiama “gli europeisti insubordinati”, dai federalisti presenti in ogni partito, ai Verdi, a parte dei Liberali e della Sinistra unitaria, possiamo stare sicuri che assolutamente nulla cambierà e l’UE continuerà a essere irrilevante quando non controproducente per la soluzione della crisi. Quindi, gli appelli sono degli utilissimi “promemoria” e il giusto monito sulle responsabilità nazionale è davvero importante. Ma lo sarà ancora di più la capacità dei partiti, delle associazioni, della società civile, degli intellettuali e dei media pro-europei di fare della prossima campagna elettorale non un referendum tra forze nazionali, ma un momento di confronto sull’Europa che verrà.

Io penso davvero che in questo momento società politica e civile non abbiano ancora davvero capito che cosa si rischia, senza una grande mobilitazione a favore di un’Europa capace di investire in attività industriali sostenibili e in nuovi lavori verdi invece che in infrastrutture inutili o carrozzoni malridotti di un’economia decotta; pronta a riprendere con decisione in mano i grandi casi di violazione sistematica delle regole europee in materia di ambiente come la Terra dei Fuochi, l’ILVA o la Caffaro; o a eliminare le ambizioni di multinazionali come l’ENEL, l’ENI, EDF o EON di ammazzare lo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, facendoci tornare al petrolio, al carbone al gas, con l’appoggio di Ministri compiacenti come Zanonato.  Un’Europa forte e fiera anche perché capace di rappresentare un vero scudo contro derive autoritarie come in Ungheria, corruzione e malaffare in Italia, Bulgaria o Romania, nazionalismi velleitari e incapaci di risolvere i problemi, come in Francia e in molti altri paesi.  Un’UE che sa essere un porto sicuro, anche se temporaneo, per chi fugge dalla guerra. E, naturalmente,  capace di realizzare una vera Unione bancaria, mettendo in minoranza la Merkel e separando le attività speculative da quelle di credito del settore bancario.

Insomma, per uscire dalle politiche europee dell’austerità non serve uscire dall’euro, bisogna cambiare chi governa nella UE con il voto popolare.

E’ possibile. Basta non cedere all’idea che abbia già vinto chi ha deciso che cavalcare la pancia anti-tutto e quindi anche anti-Bxl sia facile e redditizio. O che l’astensionismo non sia più arrestabile.  

In Italia, c’è una condizione urgente e necessaria per facilitare questa mobilitazione: cambiare la legge elettorale europea riducendo dal 4% al 2% la quota di sbarramento voluta da Veltroni e da Berlusconi a pochi mesi dalle elezioni del 2009.  Come giustamente sostiene la Corte costituzionale Tedesca che ha eliminato lo storico sbarramento al 5% per le elezioni europee, ridurre la rappresentatività del PE rappresenta un grave ostacolo alla sua legittimità.  Se, anche per come funziona il sistema mediatico ed il finanziamento della politica in Italia,  solo Forza Italia, PD e Grillo manderanno rappresentati a Bruxelles, non solo si allargherà il fronte anti-UE nostrano e l’astensione,  ma si perderanno voti importanti di forze politiche che potranno contribuire al cambio di rotta e impedire la “grosse Koalition” europea, garanzia per un disastroso “business as usual”.

Faccio perciò anch’io un appello, a tutti coloro che oggi pensano che l’Europa non sia da smantellare ma da cambiare: convinciamo il Parlamento italiano a mettere mano con urgenza alla legge europea. E’ ancora possibile: nel 2009, si decise di cambiare la legge in febbraio. Questo sarebbe un primo, importantissimo passo non tanto per garantire questo o quel partitino, ma per favorire l’emergenza di un largo fronte democratico decisamente contrario alle politiche di austerità europee, ma anche risolutamente convinto che il futuro dell’Italia non può che essere in un’Europa democratica e forte.

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