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Posts Tagged ‘Nazioni Unite’

Giorgio Lunghini, Il Manifesto, 17 ottobre 2015

Un investimento è davvero tale se aumenta lo stock di capitale di un paese, per esempio se si costruisce una nuova fabbrica, si impiegano nuove macchine e si assumono nuovi lavoratori

In molti paesi civili, di là e di qua dall’Atlantico, dagli stessi Stati uniti alla Ger­ma­nia, il Ttip è oggetto di cri­ti­che severe e ben fondate.

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Yves Charles Zarka[*], MicroMega, 28 agosto 2015

Circa due mesi fa, il presidente francese François Hollande ha richiesto a Corinne Lapage, ex-ministro dell’ecologia, una “Dichiarazione universale dei diritti dell’umanità”. Questa dichiarazione avrebbe come obiettivo quello di completare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dalle Nazioni Unite nel 1948. L’idea sarebbe di discutere (ed eventualmente adottare) questa dichiarazione in occasione della conferenza sul clima che si terrà a Parigi alla fine dell’anno (COP21).

Perché è importante questa dichiarazione? Prima di tutto per il carattere universale che non può mancare di avere. Si tratta infatti di definire i princìpi che accomunano l’umanità intera, al di là delle diverse culture, consuetudini, stili di vita, religioni – e tuttavia senza negare tali differenze. La scommessa sta quindi nel riuscire a dimostrare che si può pensare, al di là della relatività dei valori e dei punti di vista, una dimensione comune, un interesse comune, che possa dare un contenuto concreto all’idea di umanità.

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Alessandro Visalli, Tempo Fertile, 5 febbraio 2015

Joseph Stiglitz

Interessante intervento di Joseph Stiglitz, su Project Syndacate che ricorda come già all’inizio della crisi dell’Euro, la previsione degli economisti “keynesiani” era che l’austerità imposta alla Grecia ed agli altri paesi in crisi sarebbe fallita. Avrebbe fatalmente soffocato la crescita ed aumentato la disoccupazione (senza peraltro migliorare il rapporto debito/PIL). Il rapporto, infatti, dipende dal PIL tanto quanto dal debito; inoltre la contrazione economica fa salire la spesa (per effetto degli ammortizzatori) e contrae il gettito fiscale.

Ma queste cose sono ormai più che ovvie. Solo chi, presso la Commissione Europea, la BCE e alcune università (diciamo dalle parti di Chicago) credeva nella “austerità espansiva” poteva immaginare che la contrazione selvaggia della spesa pubblica potesse avviare una ondata di investimenti “fiduciari”. Non è successo perché non poteva succedere.

Persino, sottolinea Stiglitz, il FMI alla fine ha confermato che la contrazione ha creato (ma che strano) … contrazione.

Altri test sono superflui dopo cinque anni di applicazioni e conferme. La cosa non funziona perché non può funzionare. Sicuramente non in un’economia aperta.

Del resto l’austerità in condizioni simili ha fallito sempre: la prima volta sotto Herbert Hoover nella Grande Depressione, poi nei “programmi” (indimenticabile il libro del nobel americano su queste vicende) del FMI durante gli anni del “Washington Consensus” imposti all’est asiatico ed all’America latina. Politiche che guardavano il mondo dal lato di chi stacca le cedole e vuole assicurarsi di continuare a farlo.

Sapendo questo “quando la Grecia si è messa nei guai, è stato provato di  nuovo”. Dopo il salvataggio dei creditori la Grecia è riuscita a creare l’avanzo primario necessario per pagare gli interessi sul debito contratto. Però questo ha avuto un prezzo: “la contrazione della spesa pubblica è stata prevedibilmente devastante: 25% di disoccupazione, un calo del 22% del PIL dal 2009, e un aumento del 35% del rapporto debito-PIL”.

Un disastro epocale sul quale, con la schiacciante vittoria elettorale anti-austerity del partito Syriza, gli elettori greci hanno dichiarato di aver avuto abbastanza.

Che si deve fare? Si chiede Stiglitz. Intanto chiarire che non è colpa della Grecia, le stesse ricette sono state applicate in Spagna, che aveva surplus e debito pubblico basso prima della crisi ed è andata in una profonda depressione e deflazione.

Non servono riforme strutturali all’interno della Grecia e della Spagna ma “una riforma strutturale del design della zona euro e di un ripensamento fondamentale dei quadri politici che hanno portato ad una spettacolarmente cattiva performance dell’Unione Monetaria”.

Il problema della Grecia è più ampio, il mondo intero ha bisogno di uno schema di ristrutturazione del debito. Del debito eccessivo che ha creato la crisi del 2008, e quelle orientali del 1990, come la crisi dell’America Latina nel 1980. La cosa viene da lontano (e fa capo alla finanziarizzazione spinta che il crollo degli equilibri degli anni settanta ha portato nel mondo). Tutto ciò “continua a causare indicibili sofferenze negli Stati Uniti, dove milioni di proprietari di case hanno perso le loro case, e ora minaccia altri milioni in Polonia e altrove che hanno preso prestiti in franchi svizzeri”.

Il nodo è che “data la quantità di disagio causata da un debito eccessivo, ci si potrebbe anche chiedere perché gli individui e le nazioni si sono più volte messi in questa situazione. Dopo tutto, i debiti sono contratti – cioè, con accordi volontari – così i creditori sono altrettanto responsabili per loro come debitori. In realtà, i creditori probabilmente sono più responsabili: in genere, sono sofisticate istituzioni finanziarie, mentre i mutuatari spesso sono molto meno in sintonia con vicende di mercato e dei rischi associati ai diversi accordi contrattuali. Sappiamo, infatti, che le banche statunitensi hanno in realtà predato i loro debitori, approfittando della loro mancanza di sofisticazione finanziaria”.

Ogni paese avanzato si è reso conto che il capitalismo richiede che gli individui possano avere “nuovi inizi” per continuare a produrre. Come si è visto la prigione per debiti del XIX secolo era un danno per tutti e non una dissuasione. Normalmente non si prendono prestiti per fallire. Si fallisce perché condizioni avverse si verificano (e spesso senza colpa). La prigione distrugge il lavoro dell’individuo e non garantisce alcun rimborso. Compresa questa cosa si è capito anche che il punto è fornire incentivi migliori per garantire che i prestiti siano prudenti. Il punto è, cioè, più dall’altro lato del contratto di debito: “fornire migliori incentivi per un buon prestito, rendendo i creditori più responsabili per le conseguenze delle loro decisioni”.

Questa soluzione trovava senso, aggiungo, in un’economia in cui il prestito ordinariamente serve per fare investimenti, perché il lavoro è adeguatamente remunerato. Ma nella nuova economia in cui lavorare non basta per mantenere il livello di consumi aggregati necessari per tenere in attività tutti (quindi in cui permane una tendenziale carenza di domanda e conseguentemente una latente sovrapproduzione e disoccupazione) i prestiti sono andati a recuperare il gap e finanziare i consumi. Chiaramente ciò al prezzo, ed a causa, di un progressivo allentamento della responsabilità dei creditori.

Per questa via il cerchio si chiude. Ma non poteva durare e non è durato.

Spostando la cosa a livelli di paesi, nasceva la necessità (che le Nazioni Unite hanno richiesto da anni) di creare una sorta di “legge fallimentare” di tipo moderno che salvasse dall’analoga prigione per debiti (quella in cui è la Grecia, costretta dai creditori internazionali a lavorare solo per pagare gli interessi per molti anni, deperendo): o in altri termini dai “lavori forzati”.

Da prima del 2008 si è tentato (ne parla anche Raghuram Rajan alla fine del suo libro), ma gli Stati Uniti (e la Germania) si sono opposti fermamente. Dice Stiglitz: “forse vogliono reintrodurre le prigioni debitorie per i funzionari dei paesi indebitati (in tal caso, lo spazio può essere l’apertura di Guantanamo Bay)”. Samaras è avvisato.

Questa idea sembra inverosimile, ma risuona tra le righe dei discorsi sull’azzardo morale e la perdita di responsabilità fatta dai creditori. Risuona nel timore che se si lascerà ristrutturare il debito si aprirà una via per contrarlo di nuovo. Cioè per continuare a spendere sopra le righe.

Una sciocchezza. Nessuno potrebbe intenzionalmente voler attraversare l’inferno Greco solo per fare alla fine un “giro libero” con i suoi creditori.

La verità è che il rischio morale è dall’altra parte. Sono gli Istituti di Credito che sono stati salvati qui. Sono loro che non hanno guardato con prudenza alla solidità del prenditore pensando che, tanto, al momento del rendiconto sarebbero stati salvati. Che nessuno avrebbe fatto fallire la Deutsche Bank (che era esposta per il 95% del patrimonio di vigilanza con le banche greche, su un totale del 6.800 % come racconta France Coppola, ed ora è scesa a 300 milioni). Che le stock option non si toccano. Che, tanto, al momento sarò già stato promosso…

L’Europa (e gli Stati Uniti, che con AIG hanno per lo più salvato crediti bancari in sofferenza, ancora di Deutsch Bank, magari alla Germania andrebbe gentilmente ricordato) ha permesso, per evitare “il contagio”, che questi debiti si spostassero dal portafoglio degli azionisti in quello dei contribuenti. Ma se ha fatto questo, per salvare i poveri azionisti e dirigenti imprudenti, “dovrebbe essere l’Europa, e non la Grecia a sopportarne le conseguenze. Infatti l’attuale situazione della Grecia, incluso il suo massiccio ricorso del rapporto di debito è in gran parte colpa dei programmi sbagliati della Troika rifilati.” Non è la ristrutturazione del debito ma la sua assenza ad essere “immorale”.

Del resto quel che succede alla Grecia è abbastanza normale nell’attuale fase di sovraindebitamento e carenza di domanda mondiale (due cose strettamente connesse, come anche connesse alle riserve ed alla enorme massa di denaro liquido che si sposta nei mercati), ciò che la rende difficile, dice Stiglitz “è la struttura della zona Euro”. Infatti “l’unione monetaria implica che gli Stati membri non possono svalutare ed in questo modo tirarsi fuori dai guai, ma il minimo di solidarietà europea che deve accompagnare questa perdita di flessibilità politica semplicemente non c’è”.

Perfidamente il nobel americano (che è  nella migliore posizione per dirlo) ricorda che settanta anni fa, alla fine della seconda guerra mondiale, gli alleati hanno concesso alla Germania un “nuovo inizio”. Comprendendo che l’ascesa di Hitler era stata causata più dal tasso di disoccupazione che dai disordini monetari (peraltro deflattivi e non inflattivi) e hanno rinunciato a far pagare alla Germania i suoi debiti di guerra ed i danni ciclopici provocati in mezzo mondo. Hanno perdonato i debiti ed hanno anche fatto di più: fornito aiuti e stimoli fiscali.

Insomma, se è un’azienda a fallire si fa un accordo tra debito e patrimonio (che li coinvolge) allo scopo di trovare la migliore soluzione in termini di equità ed efficacia possibile. Per la Grecia, sostiene Stiglitz, questo significherebbe convertire i suoi attuali debiti in Obbligazioni connesse alla crescita del PIL (io preferirei al tasso di disoccupazione ed al PIL) che spingerebbero tutti ad avere corretti interessi in favore della crescita sostenibile.

Per concludere lo studioso americano ricorda che “raramente le elezioni democratiche lasciano un messaggio chiaro come quello greco”, se l’Europa dice di no, “sta dicendo che la democrazia non ha alcuna importanza, almeno quando si tratta di economia”. Ma allora, “perché non chiudere la democrazia”?

“Si spera che coloro che comprendono l’economia del debito e dell’austerità, e che credono nella democrazia e nei valori umani prevalgano”.

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Stefano Cardini, Scenari, 12 dicembre 2014

È probabilmente un caso. Colpisce, tuttavia, che mentre in molti Paesi europei cresce il consenso attorno a formazioni politiche nazionaliste e xenofobe, mentre l’antisemitismo torna a colpire centri di cultura ebraici e sinagoghe e, lungo il confine che un secolo fa vide la dissoluzione dei tre grandi Imperi centrali euroasiatici, gruppi paramilitari neonazisti presidiano sia le piazze “antieuropeiste” della Grecia sia quelle “europeiste” dell’Ucraina, si assista a un riaccendersi dell’interesse e del dibattito attorno alle filosofie “nere” del Novecento: da Oswald Spengler, a Ernst Jünger, a Carl Schmitt fino a Martin Heidegger. Parlo di filosofie “nere” e credo di poterlo fare con qualche buona ragione. Nonostante questi Autori abbiano goduto dell’interesse e dell’apprezzamento anche di ambienti culturali e intellettuali liberaldemocratici, socialdemocratici e financo marxisti, essi sono sempre tradizionalmente appartenuti a un ideale Olimpo di destra, anche estrema, intrecciando generalmente nelle loro opere motivi antimoderni, antiliberali, antidemocratici e, non di rado, nazionalisti, razzisti e antisemiti. Al centro dello Streit è finito di recente ed una volta di più Martin Heidegger, in seguito alla pubblicazione in Germania, lo scorso marzo, dei Quaderni neri (Schwarze Hefte), attualmente in traduzione anche in Italia da Bompiani. In questa sorta di “zibaldone” heideggeriano, come ha scritto Donatella Di Cesare nel suo recente volume Heidegger e gli ebrei (Bollati-Boringhieri) vi sarebbe «quel non-detto che molti supponevano, o speravano, fosse anche non-pensato», ovvero, l’antisemitismo di Heidegger: un antisemitismo meditato proprio nel quadro filosofico del pensiero della storia dell’Essere. Non avendo ancora studiato gli Schwarze Hefte non entro nel merito più che tanto su una questione che, dalla Frankfurter Allgemeine a Le Monde al New York Times, ha suscitato un così grande dibattito. Mi limiterò a riassumere per sommi capi i termini della contesa. E a esprimere una sorta di auspicio.

Il caso Heidegger non è nuovo, naturalmente. Semplificando molto, negli anni abbiamo assistito al fronteggiarsi di due atteggiamenti estremi di fondo. Il primo riguarda quelli che chiamerò i minimizzatori, ovvero, quanti sostanzialmente non rilevando nell’opera più nota ed edita di Heidegger significativi elementi a suffragio della sua adesione al nazismo, salvo forse un motivo “attualistico” rinvenibile nella sua concezione dell’esistere autentico come Essere-per-la-morte, hanno teso a confinare quell’accadimento a episodio biografico, frutto o di piccine ambizioni accademiche o dell’insipienza politica del filosofo, la cui luna di miele con il regime, d’altronde, non sarebbe durata che qualche anno. Il partito opposto, invece, che chiamerò dei liquidatori, ha sempre teso a rintracciare e a enfatizzare il ruolo che la riflessione di Heidegger avrebbe svolto nel gettare le premesse della sua decisione politica, in particolare in forza di una aperta, marcata ed esibita svalutazione di ogni forma fondata di conoscenza morale, in favore dell’idea di una comunità di destino basata su un rinnovato radicamento del popolo tedesco nella terra e nel sangue sotto la guida di Adolf Hitler. Le difficoltà più rilevanti i minimizzatori le incontravano quando erano chiamati a giustificare non soltanto appunti o corrispondenze, di natura privata o accademica che tradivano, oltreché l’iniziale, entusiastica adesione al regime, anche una chiara avversione verso gli ebrei, ma soprattutto il silenzio degli anni seguenti, privi di un serio ripensamento da parte del filosofo. Per i liquidatori, invece, risultò sempre difficile dar conto non soltanto dell’innumerevole schiera di allievi ebrei di Heidegger, legati al maestro benché costretti dalle leggi razziali a lasciare la Germania, ma della stima e dell’amicizia che molti di loro continuarono negli anni a tributargli, da Hannah Arendt, che a Heidegger fu legata anche sentimentalmente, a Karl Löwith, che ritenne sempre Heidegger alieno, per esempio, da ogni forma di antisemitismo.

Tra questi estremi, si possono trovare una molteplicità di chiavi interpretative intermedie.

Ora, per quanto posso dire di avere letto sinora, mi pare difficile che la lettura degli Schwarze Hefte lasci semplicemente inalterati i termini del problema. Al riguardo si possono citare, riprendendoli per esempio dal libro di Di Cesare, passi heideggeriani di questo tenore: «La questione riguardante il ruolo dell’ebraismo mondiale [Weltjudentum] non è una questione razziale [rassisch], bensì la questione metafisica [metaphysisch] su quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo». L’impressione, insomma, è che minimizzare il nazismo di Heidegger e ancor più il suo antisemitismo come estrinseci alla sua vicenda intellettuale sia ormai definitivamente insostenibile. Sarebbe tuttavia un gravissimo errore, e qui inizia il mio auspicio, se questo significasse “chiudere i conti” con Heidegger, quasi che compito della filosofia fosse compilare liste di proscrizione e non, anzitutto, comprendere le cose, a partire dai filosofi e dalle loro filosofie. Provo a spiegarmi meglio. Uno dei meriti del libro di Di Cesare, al di là della tesi che tende a fare dell’antisemitismo di Heidegger un componente centrale non solo delle sue scelte politiche, ma della sua stessa filosofia, è mostrare i passaggi di fase che nel corso della storia del pensiero filosofico quella che oggi chiamiamo “questione ebraica” ha assunto, non soltanto in Germania, anche se in modo particolare in Germania: da Lutero, a Kant, a Fichte, a Hegel, a Nietzsche, a Frege. Si tratta di una ricognizione storica e teorica che risponde alla “voglia di capire” prima che alla preoccupazione di giudicare, non perché non si giudichi o non si sia già giudicata moralmente la condotta di Heidegger o di altri, ma perché si ritiene che per ben giudicare si debba anzitutto ben capire e che ancora qualcosa da capire, nonostante tutto, ci sia. Il nazismo e l’antisemitismo di Heidegger, probabilmente non più contestabili o minimizzabili, non possono infatti essere semplicemente dedotti dalla sua “critica” al primato fenomenologico husserliano della soggettività trascendentale in favore di una “fondazione” ontologica più radicale. A partire di lì, infatti, molte altre strade sarebbero state percorribili. Eppure non lo furono. Perché? E perché fu invece imboccata e mai davvero ridiscussa (non “rinnegata”, giacché rinnegare sarebbe stato facile e tanti l’hanno fatto a buon mercato) una strada che oggi appare a noi tutti sconcertante, in particolare per un pensatore che dell’ebreo Husserl fu allievo e della ebrea Hannah Arendt maestro. La questione va ben oltre la vicenda biografica del filosofo di Messkirch, oltre le sue megalomanie, meschinità accademiche, velleità politiche, oltre i suoi provincialissimi pregiudizi e le sue banalità intellettuali, che pure ci furono. C’è stato un terreno, infatti, in quel torno d’anni a cavallo della prima guerra mondiale e oltre, in cui la modernità ha raggiunto il punto suo più alto di fiducia in se stessa per poi precipitare ben due volte nell’abisso, sul quale sono variamente fiorite (e naufragate) le “titaniche” imprese intellettuali – titaniche a volte fino al ridicolo – non soltanto di Heidegger, ma di Spengler, Jünger, Schmitt e molti altri. Esplorarne in profondità le ragioni è allora necessario. A partire da una notazione importante, messa in luce da Di Cesare. Che uno dei passaggi critici del rapporto tra pensiero filosofico ed ebraismo, ha riguardato in realtà l’epoca della storia d’Europa più trionfalmente moderna, razionalista e progressiva, l’Illuminismo, il cui sorgente ethos, impegnato a districarsi ed emanciparsi idealmente e realmente da ogni forma di tutela religiosa, ha incontrato non poche difficoltà nel ricavare uno spazio di legittimità civile e politica a quell’enigmatico e sempre sospetto impasto di teologia e politica, religione e sentimento nazionale che era l’ebraismo. Nacque così la famosa “questione ebraica”. Nacque sotto i Lumi della ragione, non sempre così sereni, come anche Heidegger, Spengler, Jünger, Schmitt e, prima di loro Nietzsche, in radice sostenevano.

Perché tutto questo ci riguarda? Perché non è materia soltanto di filologi, storici della filosofia, critici oziosi del pensiero? Forse perché l’Europa, che sotto i migliori auspici ha cercato di ripensare se stessa unita dopo la catastrofe bellicista innescata dalle spinte egemoniche regressive del Terzo Reich, oggi pare avere perso ogni fiducia in una propria koiné. E con la stessa disinvoltura con cui, un Paese dopo l’altro, fa a gara per riconoscere lo Stato palestinese, l’Europa si astiene dal pronunciarsi, sotto lo sguardo dell’ingombrante alleato americano, su una risoluzione russa proposta alle Nazioni Unite che condanna qualunque glorificazione di fascismo e nazismo e ogni forma di xenofobia e razzismo. Non è solamente, io credo, questione di un modello di economia sociale di mercato da superare o all’opposto da difendere o rilanciare. E neppure è solamente questione di un ruolo geopolitico smarrito nelle nebbie di un ipocrita soft power dopo una guerra, la Seconda, dalla quale in fondo a uscire vincitori furono americani e russi. È anche questione di un’incapacità di raccogliersi attorno a un’idea di Europa, che oltre che vagheggiata nei siderei spazi degli auspici e delle raccomandazioni filosofiche, abbia e sappia mettere radici nella propria storia, facendo criticamente memoria di quell’immane sconcerto, di quello sgomento, di quello smarrimento di fronte al travolgente avanzare del “moderno” da cui presero le mosse anche certe titaniche imprese filosofiche dagli esiti catastrofici. Non dovremmo, quindi, proprio ora, “liberarci” di Martin Heidegger. Così come non dovremmo “liberarci” di Spengler, Jünger, Sombart, Schmitt ecc. Non dovremmo per non rischiare di divenire incapaci di cogliere con la indispensabile profondità teorica e storica il senso di parole come Europa, Asia, Russia, Occidente, Oriente, valori europei, cristiani, occidentali, diritto di cittadinanza, diritto d’asilo, diritto internazionale, polizia internazionale, guerra totale, guerra di distruzione, guerra di sterminio, sradicamento, disumanizzazione, mercificazione, ecc. Termini, tutti, che ricorrono in modo quasi automatico nel dibattito pubblico, ma senza che se ne riesca a riflettere il significato ancora vivo, se c’è, per noi. La pubblicazione dei Quaderni neri, quindi, sarebbe auspicabile non dovesse servire a “chiudere” la questione Heidegger. Bensì a farci riaprire con più onestà, rigore e consapevolezza storica la questione Europa: della sua identità, dei suoi valori fondativi, ovvero, dei suoi limiti, oltreché geografici, ideali. In un recente libro dedicato alla Russia come frontiera dell’Europa, Vittorio Strada ha scritto: «L’Europa, al di là di banali eurocentrismi e antieurocentrismi, più che spazio è Tempo: Modernità». Da questo punto di vista, essa sembrerebbe non avere confini, proprio come la nazione “infelice” della diaspora ebraica che, guarda caso, proprio i padri del moderno ritennero un enigma, un inciampo da rimuovere. Lo spazio, tuttavia, reclama sempre, a un certo punto, le sue ragioni. E lungo la frontiera che a oriente da sempre separa e collega la penisola europea al tavoliere asiatico, lì dove storia e geografia si confondono, un limite ancora si rivela e ribolle. Come ribolle a sud, verso quel mondo islamico che, nonostante i suoi straordinari apporti, non è Europa. Sono limiti di reciproche identità, tra emulazioni e risentimenti. Ma che non sappiamo pensare. Forse dovremmo provarci.

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