Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘nazismo’

La questione ucraina mi preoccupa moltissimo e ad essa, a partire da “La scelta saggia di Kiev” ho dedicato svariati post. Questo articolo di Michele Marsonet, tratto dal sito Remo Contro, approfondisce il tema del revanscismo dei paesi baltici e della Polonia nei confronti della Russia, evidenziando quelle che sono le antiche origini di un conflitto che può avere conseguenze gravissime e che dimostra – una volta di più – la totale inconsistenza della politica estera dell’Unione Europea.

(altro…)

Read Full Post »

Moni Ovadia

Se non si stesse parlando di una vicenda tragica – quella del popolo palestinese – ci sarebbe da ridere. La nostra Camera dei Deputati, composta come è noto di nominati per mezzo di una legge incostituzionale, è riuscita nell’impossibile: votare, nel giro di pochissimo tempo, due mozioni sostanzialmente contraddittorie. Complimenti!

Sulla vicenda Giusy Baioni (Nuova Atlantide) ha intervistato Moni Ovadia il 27 febbraio 2015.

Vediamo cosa dice.

(altro…)

Read Full Post »

Riporto questa nota di qualche giorno fa di Mauro Gemma. direttore della rivista Marx 21.

Gli interessi in gioco in Ucraina, che non sono solo quelli dello scontro fra due nazionalità, rendono la situazione estremamente delicata. La posta in gioco è altissima, ma in Italia predomina la sottovalutazione, oltre a una lettura estremamente parziale dei fatti. Non si tratta di una lotta fra buoni e cattivi, dove buoni e cattivi cambiano a seconda della parte politica di chi scrive o illustra la situazione. Qui sono in ballo gli equilibri geopolitici intorno a una grande potenza, economica, politica e militare, come è tornata a essere la Russia di Putin. Vi sono interessi cinesi, perché non è un mistero che la Cina abbia comperato vaste porzioni di territorio agricolo (non dimentichiamo, infatti, che il più grande problema della RPC è quello di sfamare oltre un miliardo e seicento milioni di persone) e altre ha manifestato l’intenzione di acquisire.

Mauro Gemma, Marx 21, 8 febbraio 2015

Quando uno dei “potenti della terra”, il presidente francese Hollande, arriva a fare affermazioni che non escludono la possibilità dello scatenamento, nello scenario ucraino, di una guerra dalle proporzioni inimmaginabili tra l’Occidente imperialista e la Russia, non occorre essere particolarmente ferrati in politica internazionale per capire che ormai si corre il rischio di essere arrivati a un punto di non ritorno.

L’ipotesi di una spaventosa guerra globale non viene avanzata più solamente dalle voci isolate di qualche esperto preveggente, come quelle di coloro che già tempo fa la ipotizzavano nelle prime fasi del conflitto del Donbass, attribuendo all’imperialismo statunitense persino la volontà di utilizzare le armi più devastanti per affermare definitivamente il proprio progetto egemonico nell’intero spazio post-sovietico.

Ora, di fronte a quanto sta accadendo, con l’intenzione ormai dichiarata dell’amministrazione USA di scendere in campo prepotentemente a fianco dell’esercito dei golpisti di Kiev, rendendo esplicito il sostegno di armi e istruttori che già, sottobanco, era stato garantito fin dall’inizio alle operazioni “antiterroriste” nell’Ucraina sud orientale avviate dai dirigenti nazional-fascisti della giunta ucraina e sfociate in un autentico genocidio delle popolazioni dell’Ucraina sud orientale, si precisa un quadro che dovrebbe terrorizzare l’opinione pubblica dell’intero nostro continente.

Nella prospettiva dell’eventuale fallimento degli ultimi tentativi di composizione negoziata del conflitto, in grado di garantire almeno una parziale distensione della situazione, e della evidente determinazione degli Stati Uniti (e dei vertici della NATO) di procedere con le soluzioni estreme, le conseguenze più catastrofiche rischiano di investire anche l’Italia che sarebbe inghiottita nel vortice di un’avventura pianificata nell’altra parte dell’Oceano. E non bastano certo le dichiarazioni dei nostri ministri, di allineamento alle posizioni più possibiliste di Francia e Germania. Nel momento in cui le operazioni più aggressive verso la Russia fossero avviate, i vincoli che legano noi (e tutti gli altri alleati) alla NATO non lascerebbero alcuno spazio di manovra anche ai più riluttanti. Come afferma, senza timore di essere smentito, il presidente francese Hollande, “noi sappiamo che l’unico scenario può essere la guerra”. Del resto, a cosa, se non a una guerra micidiale, servirebbe ora la forza di intervento rapido di 30.000 soldati della NATO, che si sta dislocando nella regione baltica e nell’Europa orientale?

Ce ne sarebbe a sufficienza per rabbrividire e apprestarsi a una mobilitazione capillare delle coscienze in difesa della pace e per scongiurare un conflitto che già nelle dimensioni attuali comporta costi umani e materiali terribili, nel cuore stesso del nostro continente. Eppure i segnali che arrivano in merito alla reazione dell’opinione pubblica, nel nostro paese e in Europa, non sono certo confortanti.

A questa desolante inerzia non si sottrae neppure la sinistra. E nel nostro paese la sua sottovalutazione della pericolosità della situazione assume contorni persino deprimenti.

Stendiamo un pietoso velo sul comportamento della sinistra oggi presente in parlamento. Mentre quella interna al PD sembra allineata, senza particolari distinguo, alle posizioni ufficiali del partito di sostegno esplicito al golpe di Kiev e ai suoi dirigenti nazional-fascisti e di demonizzazione della Russia (è di pochi giorni fa la sconcertante esibizione televisiva della stessa segretaria generale della CGIL a giustificazione delle sanzioni alla Russia, con l’utilizzo degli argomenti propagandistici dei settori più oltranzisti dell’imperialismo), “Sinistra ecologia e libertà”, dopo avere inizialmente simpatizzato per i protagonisti del golpe di Kiev, continua a mantenere il più rigoroso (e complice) silenzio sulle vicende che sconvolgono le terre violentate dall’aggressione nazista ai confini della Russia, come se la cosa non la riguardi o le crei imbarazzo.

Ma, a essere obiettivi, non è che la sinistra extra-parlamentare se la passi meglio. Neppure da queste parti, con qualche lodevole eccezione, il tema della pace messa a repentaglio nel cuore dell’Europa sembra riscuotere un particolare successo. In tutte le ultime iniziative allestite all’insegna dell’unità della sinistra, pur caratterizzate da temi importanti e pregnanti come quelli del lavoro e della difesa della Costituzione, minacciata dalle manovre del governo Renzi, non sembra essercene traccia. Se si prova a leggere gli interventi di autorevoli dirigenti delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare, di sue personalità storiche, a esaminare i contenuti di molti siti web di riferimento di partiti e componenti della cosiddetta “sinistra radicale”, si rimane colpiti dalla quasi completa assenza di contenuti che vadano oltre la semplice e sporadica registrazione delle notizie su quanto accade sul fronte di guerra del Donbass.

Fanno eccezione e meritano la massima considerazione e rilievo le iniziative messe in campo da tenaci personalità del giornalismo e della cultura (come Giulietto Chiesa, Manlio Dinucci, Domenico Losurdo e Vauro Senesi), da gruppi informali e da alcuni siti web (oltre al nostro Marx21.it che ha dato ampio spazio a materiali e campagne promossi dai comunisti ucraini e russi, ricordiamo quelli di Contropiano e del CIVG), le campagne di sensibilizzazione come quella che ha visto come protagonisti i musicisti della Banda Bassotti con i loro concerti nelle zone interessate dalla guerra, i presidi e le manifestazioni di comitati locali spesso purtroppo scollegati dalle forze più organizzate della sinistra, numerose pagine facebook (come “con L’Ucraina antifascista” e “Fronte Sud”) e, tra le forze politiche, il Partito Comunista d’Italia e la Rete dei comunisti che, fin dall’inizio, hanno messo a disposizione le loro strutture e i loro militanti per manifestazioni e dibattiti su quanto accade in Ucraina, che hanno coinvolto alcune migliaia di cittadini. Spicca poi il lavoro straordinario di Pandora TV che ha garantito una quotidiana controinformazione che ha cercato di contrastare il torrente di menzogne rovesciatoci addosso dall’apparato mediatico dominante. E mi scuso se ho dimenticato qualcuno.

Ma è la questione della nostra appartenenza alla NATO quella che ormai non può più essere derubricata dall’agenda dell’iniziativa politica di quella che si suole chiamare “sinistra” nel nostro paese. È la parola d’ordine dell’uscita dell’Italia dall’alleanza militare imperialista che oggi dovrebbe essere posta all’ordine del giorno della più grande mobilitazione di massa. E non è più giustificabile che iniziative come quelle che, negli ultimi mesi, sono state avviate con la proposta della creazione di un Comitato No Nato siano delegate a un gruppo di attivisti volonterosi e determinati. Attorno a questa iniziativa non è più rinviabile la partecipazione e l’adesione di un vasto schieramento di forze che hanno a cuore la pace.

E invece la questione che più dovrebbe essere all’ordine del giorno, non solo per il popolo italiano ma per tutti i popoli del nostro pianeta, la questione della pace compromessa dalle guerre, dalle aggressioni e dall’ingerenza sfacciata dell’imperialismo e dei suoi disegni egemonici, che rischiano di trasformarsi in catastrofe globale, è quasi completamente assente nel confronto di chi si propone di chiamare a raccolta le forze della sinistra. Come se le sorti dell’umanità su cui incombe questa minaccia non riguardassero gli uomini e le donne del nostro paese, più di ogni altro problema.

È invece venuto veramente il momento di prendere piena consapevolezza della gravità della situazione che stiamo vivendo in queste ore. La guerra globale è alle porte. Non ci sono più giustificazioni. I comunisti, la sinistra, tutti i democratici si mobilitino finalmente, con tutte le loro forze, in modo corrispondente alle gloriose tradizioni del movimento per la pace del nostro paese, contro la scalata aggressiva di USA e NATO nel Donbass, contro la guerra imperialista. Prima che sia troppo tardi.

Read Full Post »

Stefano Cardini, Scenari, 12 dicembre 2014

È probabilmente un caso. Colpisce, tuttavia, che mentre in molti Paesi europei cresce il consenso attorno a formazioni politiche nazionaliste e xenofobe, mentre l’antisemitismo torna a colpire centri di cultura ebraici e sinagoghe e, lungo il confine che un secolo fa vide la dissoluzione dei tre grandi Imperi centrali euroasiatici, gruppi paramilitari neonazisti presidiano sia le piazze “antieuropeiste” della Grecia sia quelle “europeiste” dell’Ucraina, si assista a un riaccendersi dell’interesse e del dibattito attorno alle filosofie “nere” del Novecento: da Oswald Spengler, a Ernst Jünger, a Carl Schmitt fino a Martin Heidegger. Parlo di filosofie “nere” e credo di poterlo fare con qualche buona ragione. Nonostante questi Autori abbiano goduto dell’interesse e dell’apprezzamento anche di ambienti culturali e intellettuali liberaldemocratici, socialdemocratici e financo marxisti, essi sono sempre tradizionalmente appartenuti a un ideale Olimpo di destra, anche estrema, intrecciando generalmente nelle loro opere motivi antimoderni, antiliberali, antidemocratici e, non di rado, nazionalisti, razzisti e antisemiti. Al centro dello Streit è finito di recente ed una volta di più Martin Heidegger, in seguito alla pubblicazione in Germania, lo scorso marzo, dei Quaderni neri (Schwarze Hefte), attualmente in traduzione anche in Italia da Bompiani. In questa sorta di “zibaldone” heideggeriano, come ha scritto Donatella Di Cesare nel suo recente volume Heidegger e gli ebrei (Bollati-Boringhieri) vi sarebbe «quel non-detto che molti supponevano, o speravano, fosse anche non-pensato», ovvero, l’antisemitismo di Heidegger: un antisemitismo meditato proprio nel quadro filosofico del pensiero della storia dell’Essere. Non avendo ancora studiato gli Schwarze Hefte non entro nel merito più che tanto su una questione che, dalla Frankfurter Allgemeine a Le Monde al New York Times, ha suscitato un così grande dibattito. Mi limiterò a riassumere per sommi capi i termini della contesa. E a esprimere una sorta di auspicio.

Il caso Heidegger non è nuovo, naturalmente. Semplificando molto, negli anni abbiamo assistito al fronteggiarsi di due atteggiamenti estremi di fondo. Il primo riguarda quelli che chiamerò i minimizzatori, ovvero, quanti sostanzialmente non rilevando nell’opera più nota ed edita di Heidegger significativi elementi a suffragio della sua adesione al nazismo, salvo forse un motivo “attualistico” rinvenibile nella sua concezione dell’esistere autentico come Essere-per-la-morte, hanno teso a confinare quell’accadimento a episodio biografico, frutto o di piccine ambizioni accademiche o dell’insipienza politica del filosofo, la cui luna di miele con il regime, d’altronde, non sarebbe durata che qualche anno. Il partito opposto, invece, che chiamerò dei liquidatori, ha sempre teso a rintracciare e a enfatizzare il ruolo che la riflessione di Heidegger avrebbe svolto nel gettare le premesse della sua decisione politica, in particolare in forza di una aperta, marcata ed esibita svalutazione di ogni forma fondata di conoscenza morale, in favore dell’idea di una comunità di destino basata su un rinnovato radicamento del popolo tedesco nella terra e nel sangue sotto la guida di Adolf Hitler. Le difficoltà più rilevanti i minimizzatori le incontravano quando erano chiamati a giustificare non soltanto appunti o corrispondenze, di natura privata o accademica che tradivano, oltreché l’iniziale, entusiastica adesione al regime, anche una chiara avversione verso gli ebrei, ma soprattutto il silenzio degli anni seguenti, privi di un serio ripensamento da parte del filosofo. Per i liquidatori, invece, risultò sempre difficile dar conto non soltanto dell’innumerevole schiera di allievi ebrei di Heidegger, legati al maestro benché costretti dalle leggi razziali a lasciare la Germania, ma della stima e dell’amicizia che molti di loro continuarono negli anni a tributargli, da Hannah Arendt, che a Heidegger fu legata anche sentimentalmente, a Karl Löwith, che ritenne sempre Heidegger alieno, per esempio, da ogni forma di antisemitismo.

Tra questi estremi, si possono trovare una molteplicità di chiavi interpretative intermedie.

Ora, per quanto posso dire di avere letto sinora, mi pare difficile che la lettura degli Schwarze Hefte lasci semplicemente inalterati i termini del problema. Al riguardo si possono citare, riprendendoli per esempio dal libro di Di Cesare, passi heideggeriani di questo tenore: «La questione riguardante il ruolo dell’ebraismo mondiale [Weltjudentum] non è una questione razziale [rassisch], bensì la questione metafisica [metaphysisch] su quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo». L’impressione, insomma, è che minimizzare il nazismo di Heidegger e ancor più il suo antisemitismo come estrinseci alla sua vicenda intellettuale sia ormai definitivamente insostenibile. Sarebbe tuttavia un gravissimo errore, e qui inizia il mio auspicio, se questo significasse “chiudere i conti” con Heidegger, quasi che compito della filosofia fosse compilare liste di proscrizione e non, anzitutto, comprendere le cose, a partire dai filosofi e dalle loro filosofie. Provo a spiegarmi meglio. Uno dei meriti del libro di Di Cesare, al di là della tesi che tende a fare dell’antisemitismo di Heidegger un componente centrale non solo delle sue scelte politiche, ma della sua stessa filosofia, è mostrare i passaggi di fase che nel corso della storia del pensiero filosofico quella che oggi chiamiamo “questione ebraica” ha assunto, non soltanto in Germania, anche se in modo particolare in Germania: da Lutero, a Kant, a Fichte, a Hegel, a Nietzsche, a Frege. Si tratta di una ricognizione storica e teorica che risponde alla “voglia di capire” prima che alla preoccupazione di giudicare, non perché non si giudichi o non si sia già giudicata moralmente la condotta di Heidegger o di altri, ma perché si ritiene che per ben giudicare si debba anzitutto ben capire e che ancora qualcosa da capire, nonostante tutto, ci sia. Il nazismo e l’antisemitismo di Heidegger, probabilmente non più contestabili o minimizzabili, non possono infatti essere semplicemente dedotti dalla sua “critica” al primato fenomenologico husserliano della soggettività trascendentale in favore di una “fondazione” ontologica più radicale. A partire di lì, infatti, molte altre strade sarebbero state percorribili. Eppure non lo furono. Perché? E perché fu invece imboccata e mai davvero ridiscussa (non “rinnegata”, giacché rinnegare sarebbe stato facile e tanti l’hanno fatto a buon mercato) una strada che oggi appare a noi tutti sconcertante, in particolare per un pensatore che dell’ebreo Husserl fu allievo e della ebrea Hannah Arendt maestro. La questione va ben oltre la vicenda biografica del filosofo di Messkirch, oltre le sue megalomanie, meschinità accademiche, velleità politiche, oltre i suoi provincialissimi pregiudizi e le sue banalità intellettuali, che pure ci furono. C’è stato un terreno, infatti, in quel torno d’anni a cavallo della prima guerra mondiale e oltre, in cui la modernità ha raggiunto il punto suo più alto di fiducia in se stessa per poi precipitare ben due volte nell’abisso, sul quale sono variamente fiorite (e naufragate) le “titaniche” imprese intellettuali – titaniche a volte fino al ridicolo – non soltanto di Heidegger, ma di Spengler, Jünger, Schmitt e molti altri. Esplorarne in profondità le ragioni è allora necessario. A partire da una notazione importante, messa in luce da Di Cesare. Che uno dei passaggi critici del rapporto tra pensiero filosofico ed ebraismo, ha riguardato in realtà l’epoca della storia d’Europa più trionfalmente moderna, razionalista e progressiva, l’Illuminismo, il cui sorgente ethos, impegnato a districarsi ed emanciparsi idealmente e realmente da ogni forma di tutela religiosa, ha incontrato non poche difficoltà nel ricavare uno spazio di legittimità civile e politica a quell’enigmatico e sempre sospetto impasto di teologia e politica, religione e sentimento nazionale che era l’ebraismo. Nacque così la famosa “questione ebraica”. Nacque sotto i Lumi della ragione, non sempre così sereni, come anche Heidegger, Spengler, Jünger, Schmitt e, prima di loro Nietzsche, in radice sostenevano.

Perché tutto questo ci riguarda? Perché non è materia soltanto di filologi, storici della filosofia, critici oziosi del pensiero? Forse perché l’Europa, che sotto i migliori auspici ha cercato di ripensare se stessa unita dopo la catastrofe bellicista innescata dalle spinte egemoniche regressive del Terzo Reich, oggi pare avere perso ogni fiducia in una propria koiné. E con la stessa disinvoltura con cui, un Paese dopo l’altro, fa a gara per riconoscere lo Stato palestinese, l’Europa si astiene dal pronunciarsi, sotto lo sguardo dell’ingombrante alleato americano, su una risoluzione russa proposta alle Nazioni Unite che condanna qualunque glorificazione di fascismo e nazismo e ogni forma di xenofobia e razzismo. Non è solamente, io credo, questione di un modello di economia sociale di mercato da superare o all’opposto da difendere o rilanciare. E neppure è solamente questione di un ruolo geopolitico smarrito nelle nebbie di un ipocrita soft power dopo una guerra, la Seconda, dalla quale in fondo a uscire vincitori furono americani e russi. È anche questione di un’incapacità di raccogliersi attorno a un’idea di Europa, che oltre che vagheggiata nei siderei spazi degli auspici e delle raccomandazioni filosofiche, abbia e sappia mettere radici nella propria storia, facendo criticamente memoria di quell’immane sconcerto, di quello sgomento, di quello smarrimento di fronte al travolgente avanzare del “moderno” da cui presero le mosse anche certe titaniche imprese filosofiche dagli esiti catastrofici. Non dovremmo, quindi, proprio ora, “liberarci” di Martin Heidegger. Così come non dovremmo “liberarci” di Spengler, Jünger, Sombart, Schmitt ecc. Non dovremmo per non rischiare di divenire incapaci di cogliere con la indispensabile profondità teorica e storica il senso di parole come Europa, Asia, Russia, Occidente, Oriente, valori europei, cristiani, occidentali, diritto di cittadinanza, diritto d’asilo, diritto internazionale, polizia internazionale, guerra totale, guerra di distruzione, guerra di sterminio, sradicamento, disumanizzazione, mercificazione, ecc. Termini, tutti, che ricorrono in modo quasi automatico nel dibattito pubblico, ma senza che se ne riesca a riflettere il significato ancora vivo, se c’è, per noi. La pubblicazione dei Quaderni neri, quindi, sarebbe auspicabile non dovesse servire a “chiudere” la questione Heidegger. Bensì a farci riaprire con più onestà, rigore e consapevolezza storica la questione Europa: della sua identità, dei suoi valori fondativi, ovvero, dei suoi limiti, oltreché geografici, ideali. In un recente libro dedicato alla Russia come frontiera dell’Europa, Vittorio Strada ha scritto: «L’Europa, al di là di banali eurocentrismi e antieurocentrismi, più che spazio è Tempo: Modernità». Da questo punto di vista, essa sembrerebbe non avere confini, proprio come la nazione “infelice” della diaspora ebraica che, guarda caso, proprio i padri del moderno ritennero un enigma, un inciampo da rimuovere. Lo spazio, tuttavia, reclama sempre, a un certo punto, le sue ragioni. E lungo la frontiera che a oriente da sempre separa e collega la penisola europea al tavoliere asiatico, lì dove storia e geografia si confondono, un limite ancora si rivela e ribolle. Come ribolle a sud, verso quel mondo islamico che, nonostante i suoi straordinari apporti, non è Europa. Sono limiti di reciproche identità, tra emulazioni e risentimenti. Ma che non sappiamo pensare. Forse dovremmo provarci.

Read Full Post »

La distinzione con la destra, la difesa dei beni comuni, il welfare e al Costituzione. Ecco la carta dei nuovi diritti “indivisibili e non sovversivi” secondo il giurista

La Repubblica, 23 luglio 2013

“Perché mi applaudono nelle piazze e nei teatri? In questi anni ho continuato a parlare di eguaglianza, lavoro, solidarietà, dignità. Sì, ho detto delle cose di sinistra, che nel grande Silenzio della politica ufficiale hanno provocato un investimento simbolico inaspettato. Una reazione che naturalmente lusinga, ma mi crea anche qualche imbarazzo”.

Il nuovo papa della sinistra “altra”  –  quella dei diritti, dei beni comuni, della Costituzione e della rete  –  ci riceve in una stanzetta della Fondazione Basso, a pochi passi dai palazzi della politica che ha sempre frequentato da irregolare. Ottant’anni compiuti di recente, giurista insigne con esperienza internazionale, Stefano Rodotà ha una biografia che racconta un pezzo importante di sinistra eterodossa. Una storia lunga che dice moltissimo sull’oggi, sulle partite vinte e su quelle perdute.

In molti, anche tra i suoi antichi compagni di battaglia, sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso.
“È una vecchia storia, che risale ai tempi di Laboratorio politico, la rivista che nei primi anni Ottanta facevamo con Tronti, Asor Rosa e Cacciari. Non ero d’accordo allora, e oggi mi arrabbio ancora di più. Cosa vuol dire che non c’è più distinzione? Vuol dire che dobbiamo essere i fautori della pacificazione? La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica”.

Proviamo a indicare qualche punto essenziale di distinzione.
“Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona ahomo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità, che noi traduciamo in solidarietà: e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità”.

Una parola molto presente nella tradizione cattolica.
“In parte viene da lì. E qui ho dovuto rivedere alcuni miei giudizi giovanili insofferenti al personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. Ma la dignità è anche legata al tema del lavoro. C’è un passaggio essenziale della Carta, l’articolo 36, che stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratoree alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La nostra Costituzione, insieme a quella tedesca, rappresentò l’unica vera novità del costituzionalismo del dopoguerra. Noi con il lavoro, i tedeschi con l’inviolabilità della dignità umana, principio reso necessario dai crimini del nazismo”.

Le uniche due novità provenivano dai paesi sconfitti?
“Sì, Italia e Germania avvertivano più degli altri il bisogno di uscire da un mondo tragico per rifondarne uno radicalmente diverso “.

In fase costituente, il giurista Costantino Mortati tentò di introdurre una distinzione tra diritti civili e diritti sociali, tra quelli che non hanno un costo e quelli vincolati alle risorse dello Stato, quindi garantendo a priori i primi e impegnando lo Stato a trovare le risorse per i secondi, ma senza assicurarne il pieno godimento. Poi prevarrà un’altra interpretazione, che include i diversi diritti in un’unica categoria. Interpretazione che alcuni oggi vorrebbero rivedere.
“Due obiezioni essenziali. Primo: il ritenere questi diritti indivisibili non è un principio sovversivo, ma viene sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo: esso vale come vincolo nella ripartizione delle risorse. Dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mi costringe a tenerne conto quando distribuisco le voci di bilancio. Lo so che la salute costa, ma quando l’articolo 32 mi dice che è un diritto fondamentale, la politica non può prescinderne. E venendo alla formazione, se la scuola pubblica è un obbligo per lo Stato, finché io non ne ho soddisfatto tutti i bisogni, alla scuola privata non do niente. Troppo brutale?”.

No, molto chiaro.
“È evidente che il welfare va rivisto sulla base delle risorse, ma chi agita la bandiera dei “diritti che costano” mi sembra voglia liberarsi dell’ingombrante necessità di discutere di politiche redistributive. Spesso sono gli stessi che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra”.

Lei cominciò nelle file radicali.
“No, in realtà esordii nell’Unione goliardica italiana, che era il movimento giovanile universitario. Lì è cominciata la mia storiella da cane sciolto. Lettore delMondo ma insofferente alle chiusure anticomuniste di Pannunzio. Compagno di viaggio dei radicali, ma allergico all’autoritarismo di Pannella. Poi molto vicino al Psi guidato da De Martino, ma pronto a litigare con un arrogantissimo Craxi divenuto vicesegretario. Infine nella Sinistra Indipendente, che però era irregolare di suo. Non sono mai stato intrinseco a nessun partito. L’unico mio punto fermo sono stati i diritti”.

La “storiella da cane sciolto” ha a che fare con la mancata elezione a presidente ella Repubblica?
“Forse sì, ed è per questo che non ci ho mai creduto. A un certo punto ho avvertito la necessità di metterci la faccia per impedire quello che poi è successo: le larghe intese e la pacificazione nazionale”.

L’hanno accusata da sinistra di aver dato una sponda ai grillini.
“Semplicemente puerile. Era stato Bersani a cercare per primo l’intesa con loro, e allora mi apparve la cosa giusta”.

Ma i Cinquestelle sono di sinistra?
“Non è facile rispondere. Dentro il movimento ho trovato dei contenuti che si possono riferire a una cultura di sinistra: diritti, ambiente, beni comuni. Ma quando s’è trattato di dare uno sbocco parlamentare a queste idee è arrivato l’alt di Grillo”.

Che è tra quelli che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra.
“Appunto. Non è di sinistra. Ma ha saputo intercettare un desiderio di cambiamento diffuso nella società civile. L’ha interpretato sul piano della protesta, però non ha saputo dargli una traduzione politica, con l’effetto di sterilizzarlo “.

Perché il Pd non l’ha sostenuta nelle elezioni presidenziali?
“È un partito dall’identità debole, gli è parso troppo arrischiato affidarsi a una personalità fuori dalle righe. Sì, capisco che la scelta di fare una trattativa con i grillini avrebbe richiesto un po’ di azzardo. Ma il cambiamento richiede coraggio. E la sinistra è cambiamento”.

Nessun risentimento?
“No, il mio giudizio è esclusivamente politico: hanno sbagliato nel rinunciare alla strada del cambiamento. E hanno sbagliato nel silurare Prodi. Quando seppi che Romano era il nuovo candidato del Pd, feci subito una dichiarazione pubblica in cui mi dicevo pronto al passo indietro. Sul treno per Reggio Emilia mi chiamò lui dal Mali. “Come mi dispiace Stefano, noi così amici e ora contrapposti”. Quando gli dissi del mio passo indietro, lui mi ringraziò per avergli tolto un peso”.

Che effetto le fa essere acclamato in piazza come il nuovo papa rosso?
“Sono un po’ imbarazzato, e non so come uscirne. Naturalmente sono grato a tutte queste persone. Però il problema della sinistra non può stare sulle mie spalle. Dalle manifestazioni sulle leggi-bavaglio a quelle delle donne, dalle piazze studentesche al referendum sull’acqua, esiste un’altra sinistra che la politica istituzionale si ostina a non vedere. Intorno a questo mondo è possibile costruire”.

Read Full Post »