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Posts Tagged ‘Onu’

Tommaso Di Francesco, Il Manifesto, 13 dicembre 2015

Intervista ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo ed esperto del paese

Abbiamo rivolto alcune domande sulla fase attuale della crisi libica ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano e esperto di Libia.

Mentre si apre oggi a Roma la conferenza internazionale sulla Libia e mentre l’inviato di Ban Ki-moon Martin Kobler annuncia che i due parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk, hanno raggiunto un accordo per un governo unitario che il 16 dicembre sarà sottoscritto in Marocco.

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Francesco Martone, Sbilanciamoci.info, 23 luglio 2015

Il Rapporto Lange, votato dall’Europarlamento, crea uno stato di eccezione che può essere di volta in volta invocato dalle imprese per far valere i propri diritti rispetto a normative ritenute pregiudizievoli

Nel giorno del processo a Tsipras l’Europarlamento ha votato il Rapporto Lange. Così l’Europa della cittadinanza cede il passo all’austerity, all’ordoliberismo e agli interessi dei mercati.

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Alessandro Dal Lago ci ricorda come si è giunti (e chi sono i responsabili, perché hanno nome e cognome), scrive una frase che mi ha molto colpito e che sintetizza perfettamente i tempi che stiamo vivendo: l'”Europa che sa solo sbagliare“. È drammaticamente vero, in politica estera così come in politica economica. Ma perché questa Europa sa solo sbagliare? In parte per l’incapacità, tecnica e politica, dei leader che attualmente la governano e in parte perché, in un regime di concorrenza fra paesi, ciascun capo di Stato vuol dimostrare di essere il migliore, quello con la capacità di analizzare meglio degli altri la situazione internazionale, il più europeista, il migliore strategica.

Insomma, ognuno di lor signori desidera passare alla storia. E devo di re che, se continuano così, ci riusciranno. Ma non si tratterà di sicuro delle pagine per noi più belle. Comunque, grazie a Dal Lago per l’estrema chiarezza.

Alessandro Dal Lago, Il Manifesto, 16 febbraio 2015

Il vento s’è por­tato via tutte le scioc­chezze dette e scritte per moti­vare, quat­tro anni fa, l’intervento Nato in Libia. La disin­for­ma­zione, le chiac­chiere anti-pacifiste dei guer­rieri da salotto, l’enfasi nazio­na­li­stica e pseudo-umanitaria che spin­geva l’allora oppo­si­zione di centro-sinistra a pre­mere su Ber­lu­sconi per far la guerra al suo ex-amico Ghed­dafi. E oggi la stessa reto­rica bel­li­ci­sta pro­rompe dalle parole di due mini­stri come Gen­ti­loni e Pinotti. Con la dif­fe­renza che il ber­sa­glio non è più un dit­ta­tore inde­bo­lito e desti­nato pre­ve­di­bil­mente a fare una fine orrenda, ma un nemico in larga parte sco­no­sciuto e che appare ubi­quo e capace di mobi­li­tare alleati in mezzo mondo, dal Magh­reb all’Iraq.

Natu­ral­mente, per quanto le parole dei due mini­stri siano state avven­tate, è impos­si­bile che si siano inven­tate di sana pianta. È quindi pro­ba­bile che il nostro governo stia già lavo­rando per un inter­vento armato che allon­tani i taglia­gole dalle coste della Libia. Que­sta volta a sof­fiare sul fuoco c’è anche Ber­lu­sconi, che mira, con la scusa dell’interesse nazio­nale, a met­tere in dif­fi­coltà Renzi e a far dimen­ti­care le sue respon­sa­bi­lità nel 2011.

E allora è neces­sa­rio ricor­dare ai nostri mini­stri con l’elmetto alcune ovvietà. L’Isis è in un’invenzione dell’Arabia sau­dita e della Tur­chia, in fun­zione anti-Assad, e degli Stati Uniti, che ini­zial­mente l’hanno appog­giato, per accor­gersi poi che era infi­ni­ta­mente più peri­co­loso del dit­ta­tore siriano. Le armi desti­nate a un’imbelle oppo­si­zione laica e filo-occidentale fini­vano nelle mani dei qae­di­sti e soprat­tutto dell’Isis che li ha sop­pian­tati. Lo stesso è suc­cesso in Iraq dove il Calif­fato è ormai la prin­ci­pale espres­sione della rivolta sun­nita con­tro il governo cor­rotto e inetto soste­nuto dagli occi­den­tali. E qual­cosa del genere avviene nella Libia attuale, risul­tato dell’intervento Nato. Dei due governi atte­stati a Tri­poli e Tobruk, il primo è vicino alle posi­zioni dell’Isis e il secondo resi­ste solo per­ché soste­nuto dall’Egitto.

In altri ter­mini, la Libia è già nelle mani del Califfo. Que­sto è il risul­tato del genio stra­te­gico di Sar­kozy e Came­ron, per non par­lare di Obama, e da noi dell’ignavia di Ber­lu­sconi e dell’incompetenza del Pd. Ma il punto è che una guerra in Libia è insen­sata e con­dur­rebbe a disa­stri inim­ma­gi­na­bili. I bom­bar­da­menti coin­vol­ge­reb­bero ine­vi­ta­bil­mente i civili, aumen­tando il risen­ti­mento con­tro gli occi­den­tali, men­tre un inter­vento a terra espor­rebbe le truppe Nato a rischi che nes­sun governo oggi vuol cor­rere. Ecco allora la geniale pro­po­sta di affi­darsi ad Alge­ria ed Egitto, o magari al Ciad o al Niger, cioè a far com­bat­tere quelli lì, arabi e afri­cani, in nostro nome. Un’idea vera­mente bril­lante che, oltre al suo signi­fi­cato neo-colonialista, ha il deci­sivo difetto di esporre i paesi con­fi­nanti con la Libia, con tutte le loro gatte da pelare, a con­trac­colpi interni impre­ve­di­bili e letali.

E allora? Ebbene, i disa­stri in Siria, Iraq e Libia sono il risul­tato di stra­te­gie neo-coloniali di lungo periodo, avviate subito dopo il 1989 e per­se­guite con sto­lido acca­ni­mento dai neo-cons ame­ri­cani e dai loro emuli euro­pei. Pen­sare di capo­vol­gere il qua­dro con qual­che bom­bar­da­mento sotto il para­sole Onu è pro­prio degno del nostro governo. Ma è l’intera Europa che sa solo sba­gliare, acca­nen­dosi con­tro la Gre­cia e aprendo un fronte con­tro Putin, come è già avve­nuto con l’Iran e poi, la Siria e la Libia.

La strada per libe­rare Tri­poli e le altre città costiere dall’Isis non passa da Sigo­nella, ma da un ripen­sa­mento stra­te­gico di cui però le can­cel­le­rie occi­den­tali sem­brano pro­prio incapaci.

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Angelo d’Orsi, MicroMega, 18 novembre 2014

Il settimanale tedesco Die Welt in occasione dei 25 anni del Mauerfall(il cosiddetto “crollo del Muro”), ha realizzato un dossier sulla ricorrenza, dando la parola ad alcuni trentenni (compresi fra i 26 e i 35 anni), ossia individui che il 9 novembre del 1989 erano bambini, da uno a dieci anni. Il quadro che dipingono è di grande interesse, e nell’insieme si può definire problematico. Il pensiero critico, insomma, sopravvive, e non si lascia imbavagliare dallo spirito della celebrazione, quella beota di chi non ha perso l’occasione, in questi giorni, per inneggiare al liberalismus triumphans, magari tirando in ballo la situazione geopolitica attuale, con cenni al ritorno alla guerra fredda per colpa dell’aggressività dell’“Orso russo”.

Dibattiti tv, servizi sui giornali, interviste, hanno riproposto luoghi comuni, stucchevoli e spesso fuorvianti, anche se stavolta va rilevato un minimo di pudore in più rispetto al passato: forse effetto della crisi che si sta impietosamente prolungando, lasciando una scia sempre più scura di dolore, tra rassegnazione inerte e rivolta incipiente. Ma l’apologetica dell’Occidente domina, e prevale, di gran lunga, incurante di quel che le vicende internazionali ci hanno regalato come prodotto della fine del bipolarismo, e ingresso nell’era unipolare, con lo strapotere, militare, economico, finanziario, culturale, degli Stati Uniti d’America, il vero Big Brother della famiglia umana.

Insomma, stupisce che tutti, praticamente tutti, abbiano dato per scontato che, comunque, “si sta meglio” e che i prezzi che si sono pagati nella gestione dell’acquistata libertà a Est, e per la diffusione del sistema democratico nell’universo mondo, erano in qualche modo iscritti nel fatale andare della storia. La quale, con buona pace di Fukuyama, non si è affatto arrestata tra la City londinese e Wall Street, come del resto egli stesso a distanza di qualche anno, dalla sua boutade, fu costretto a riconoscere.

Naturalmente, basta che si inviti a riflettere ed ecco che scatta la ben nota sequela di accuse e polemichette: “Volete rialzare il Muro? Siete in ritardo…” – “I nostalgici del gulag” – “La storia vi ha condannato”, e via seguitando. Né mancano le cifre dei morti, quelli attribuiti al “comunismo”, cifre offerte non si sa in base a quali criteri messe a punto, né da quali contabili. Su Facebook uno storico (serio, e progressista) si spinge a dichiarare coloro che provano a fare distinguo sul 1989 di essere simili ai nostalgici del fascismo, alle celebrazioni del XXV Aprile. In un dibattito su rete Rai, il più a sinistra è Achille Occhetto, che non perde l’occasione per auto elogiarsi (“era la sola cosa da fare e io la feci, e portai il partito comunista nell’area della socialdemocrazia”), e gettar invece fango sui suoi ex compagni di partito. Che pena.

Possibile che si debba sempre cadere nelle tifoserie? Possibile che il senso critico, anima di qualunque ricerca intellettuale, debba esser messo così facilmente da parte? Possibile che non si riesca a ragionare, senza essere ingiuriato da chi non è d’accordo, e applaudito dagli altri, prescindendo, il più delle volte, gli uni e gli altri, dal merito dei tuoi argomenti?

Il biennio 1989-1991, indubbiamente, fu, in un certo senso, una “rivoluzione”, in quanto non solo produsse cambiamenti repentini di regimi politici, dunque sul piano istituzionale, ma portò al potere classi sociali nuove? Che è l’essenza della rivoluzione, come spiegava Antonio Gramsci a Benito Mussolini, nel 1925, in occasione del suo unico discorso parlamentare, quando più volte venne interrotto dal “duce”. Certamente, possiamo sostenere che in Russia e nei “paesi satelliti”, parte del sistema sovietico, dopo il 1989-91 abbiamo ritrovato sovente gli stessi personaggi della vecchia nomenclatura, semplicemente con un cambio di casacca politica. Ma altrettanto sicuramente, il sistema di garanzie sociali, di diritti sostanziali, di welfare, fu spazzato via. E fu cambiato il clima umano di quei paesi: pochi giorni fa ero in Polonia, e ho conversato con un ingegnere, che lucidamente ha ammesso i benefici del post-’89, ma altrettanto lucidamente ha elencato i danni, il primo dei quali per lui era proprio sul piano antropologico. Era emerso, diceva, parlando accoratamente, un individualismo prima sconosciuto; furono spezzati i legami sociali, cessarono tutte quelle attività collettive – dalle ferie al dopolavoro, dalle sezioni di partito agli eventi sportivi, dalle biblioteche al teatro – che facevano sentire le persone garantite da reti di protezione: oltre alle istituzioni, v’era “la gente”, a costituire la rete. Ora ciascuno finito il lavoro corre a casa, sbarra l’uscio e si fa gli affari suoi. Conservatorismo (nel caso polacco, tremendamente cattolico), ma anche edonismo sfrenato, ecco i due risvolti del post-’89, nel mondo post-sovietico. Le attese di vita, secondo dati apparsi su fonti occidentali, in molti di questi Paesi si sono ridotte. Le disuguaglianze economiche sono diventate macroscopiche. E per gli ultimi in fondo alla scala sociale, la vita è più dura che in passato, anche se hanno i supermercati traboccanti di merci, e possono espatriare liberamente.

Ma le conseguenze più gravi, a mio avviso, si riscontrano sul piano internazionale, nella terrificante definizione del “nuovo ordine mondiale”. Il dominio economico-militare degli Usa, senza alcun bilanciamento, e senza l’effettiva presenza calmieratrice del “Terzo”, ossia l’Onu (ridotto al rango di notaio della Superpotenza), ha generato nella classe dirigente di quella nazione una perversa volontà sopraffattoria. Il mondo è parso per un momento alla sua mercé: il bombardamento della sede dell’Ambasciata cinese a Belgrado, nel corso della più infame delle “nuove guerre”, nel 1999, fu la prova di quella volontà, ma fu probabilmente uno degli atti finali, perché, tra la fine di quel secolo e l’inizio del XXI, cominciò un riassetto internazionale, con fenomeni di resistenza diffusi, allo strapotere statunitense, e l’unipolarismo si trasformò progressivamente in multipolarismo. Oggi gli Usa non si potrebbero permettere di bombardare l’ambasciata cinese, in sintesi. E la Russia è ritornata al rango di grande potenza, piaccia o non piaccia, malgrado la corona di ferro che Nato e UE cercano di disporre intorno al suo territorio, che, benché ridotto dalla frammentazione dell’URSS post 1991, rimane il più esteso del mondo.

Nello stesso tempo, proprio la riscossa di altre nazioni, la crescita economica, e militare di alcune tra esse (i Brics: Brasile Russia, India, Cina, Sudafrica), ha eccitato l’eterna cupidigia degli USA, che nella situazione di crisi sistemica del capitalismo, cercano nuovi sbocchi commerciali, e hanno bisogno di far girare a pieno ritmo la propria macchina militare, smaltendo armi, e investendo, di conseguenza, in nuovi, sempre più sofisticati sistemi di distruzione e di morte.

L’esportazione della democrazia, la grottesca formula che ha giustificato tutte le guerre recenti, è la conseguenza evidente del “crollo del Muro”. Ossia, la dissoluzione del blocco sovietico, con “l’arrivo della democrazia” in quei paesi, ha avviato il gioco del domino, con il cosiddetto “contagio democratico”, che è consistito, in definitiva, in una serie di piccoli e grandi colpi di Stato, il cui fine era la eliminazione di leader (dittatori o capi eletti in libere elezioni) sgraditi a Washington, o in moti di piazza più o meno spontanei, che quando sfociavano in regimi politicamente accettabili all’Occidente venivano tollerati, ma quando producevano, magari, anche, con democraticissime elezioni, assetti politici non graditi (vedi l’Egitto), si provvedeva senza tanti complimenti a cassare con un tratto di penna, secondo il modello cileno.

Non di rado il pretesto è stato un ostentato sentimento di umanità verso popolazioni in difficoltà, nel vasto mondo: e furono le “guerre umanitarie”, le più ipocrite, realizzate con una sfacciata cancellazione delle convenzioni internazionali, una destrutturazione del “diritto dei popoli”, e un ritorno alla forme più estreme della umana ferocia. Il mondo pacificato sotto il segno del “Libero Mercato” ha palesato il suo volto orribile di una conflittualità permanente: Afghanistan, Iraq, Kosovo, Libia, Siria, Ucraina, per tacere di Israele che impunemente procede nella sua politica genocidaria verso i palestinesi.

Proprio il “muro della vergogna” costruito dagli israeliani all’interno dei Territori Occupati, una struttura rispetto alla quale il Muro di Berlino appare una specie di giocattolo, è la prova della grande menzogna: lo slogan “mai più muri” è risuonato anche in questi giorni di celebrazione del 9 novembre 1989: ma evidentemente vale soltanto per i muri costruiti dagli “altri”; noi i “nostri” muri ce li teniamo e li rafforziamo e li moltiplichiamo: alla frontiera tra Usa e Messico, nei possedimenti spagnoli in Marocco, persino a Padova, per isolare gli extracomunitari.

Ma il peggiore dei muri è quello che ormai separa e contrappone, irrimediabilmente, quei quattro quinti di umanità, che giacciono nella miseria, dal rimanente quinto che invece vive nell’agiatezza. E più noi, i cittadini del “Nord” del mondo, alziamo barriere protettive, più intorno a noi cresce la minaccia di chi nulla possiede. Se non ci apriremo all’accoglienza e alla solidarietà queste enormi maree umane ci sommergeranno, e allora non varrà dire: noi eravamo dalla vostra parte. Saremo tutti colpevoli, ai loro occhi, e la nostra indifferenza odierna giustificherà la loro vendetta.

Nel 1989, Norberto Bobbio, uno che mai fu comunista (né tentato di diventarlo, ma neppure mai intruppato fra gli anticomunisti: e ne ho scritto proprio su MicroMega), ancor prima degli eventi berlinesi di novembre, davanti ai fatti di piazza Tien an Men, a Pechino, nel giugno, aveva scritto: «… è da stolti rallegrarsi della sconfitta e fregandosi le mani dalla contentezza dire: “L’avevamo sempre detto!”. O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico (insisto sullo “storico”) abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?». E aggiungeva: «il pensare che la speranza della rivoluzione sia spenta, e sia finita soltanto perché l’utopia comunista è fallita, significa chiudersi gli occhi per non vedere».

Personalmente non so se il comunismo fosse soltanto una utopia, ma certo era e rimane una speranza, per gli “schiacciati dai grandi potentati economici” (ancora Bobbio), per i “dannati della terra” (per dirla con Frantz Fanon). E questa speranza non verrà meno sino a quando ve ne saranno.

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