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Posts Tagged ‘Pablo Iglesias’

Luciana Castellina, Il Manifesto, 22 marzo 2016

Tre giorni ad Atene in un convegno assai poco accademico. Un lungo week-end, per un incontro tra partiti e forze sindacali. E l’Europa a capotavola

È quasi impossibile dar conto di un convegno durato tre giorni (sei sessioni, due eventi pubblici, decine di relatori). Un centinaio di partecipanti, un terzo stranieri, promosso da Syriza, dal Partito della sinistra europea, da Transform e dalla «Fondazione Pulanzas»: «Alleanza contro l’austerità e per la democrazia in Europa». Non i soliti esperti delle oscure cose europee, o, almeno, non solo, anche non pochi accademici e però poco accademici.

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Marco Bascetta, Il Manifesto, 19 gennaio 2016

L’indipendentismo ha assunto i tratti dell’autodeterminazione dei popoli o, all’opposto, quelli xenofobi e populisti. Ma viene altresì declinato, nella prospettiva dell’autogoverno delle risorse, come mezzo per rilanciare il welfare state e per definire in senso democratico i rapporti tra stati a livello europeo

Nel più prossimo futuro dell’Unione europea, la questione delle autonomie, o delle indipendenze, sembra destinata a occupare una posizione centrale e decisamente complicata. Nel senso che non riguarderà più solamente il rapporto tra le regioni che rivendicano l’autonomia e lo stato nazionale da cui aspirano a separarsi, ma porrà problemi politici di carattere generale tali da investire l’assetto stesso dell’Unione. La quale, nei suoi trattati e nelle sue politiche, ha completamente eluso la questione, adottando implicitamente quella posizione che nel diritto internazionale è raccomandata come principio di «non ingerenza». Insomma, soprattutto dopo l’esito delle elezioni catalane e spagnole, le indipendenze non potranno più restare affare esclusivo dei catalani, dei baschi, degli scozzesi o dei corsi, ma lo diventano di tutti gli europei e dell’idea di democrazia che vorranno affermare.

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I miei doveri di candidato alla presidenza del mio Paese non mi consentono di mantenere il livello di lavoro e di coinvolgimento nelle attività del Parlamento.

Pablo Iglesias Turrión

Con queste parole, Pablo Iglesias ha presentato le dimissioni da parlamentare europeo. Podemos non gode di buona salute, avendo subito un graduale calo nei sondaggi. Negli ultimi mesi è stato superato da Ciudadanos che incanala parte della protesta ma appare meno di rottura rispetto alla coalizione che recentemente ha trionfato a Barcellona e Madrid (qualcuno per esemplificare, o semplificare?, parla di “Podemos moderato”).

Ovviamente, i problemi del movimento guidato da Iglesias sono più gravi di quanto asetticamente rilevato nei sondaggi. Vi coesistono, infatti, due anime, una più radicata a sinistra, l’altra che si può definire post-ideologica che non possono e forse non vogliono andare d’accordo. Probabilmente, seppure a livello non razionale, questa contraddizione interna viene percepita dall’elettorato. Il compito di Iglesias, a questo punto, sembra dover essere quello di ricompattare il partito e fare sintesi fra le due posizioni. Inoltre, l’erosione dei consensi da parte di Ciudadanos va attribuita, almeno in parte, anche all’abilità del suo presidente Rivera, anche se un recente confronto televisivo (seguito da oltre cinque milioni di telespettatori) che li ha visti contrapposti alla fine ha premiato il candidato di Podemos alla presidenza. (altro…)

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Dall’influenza delle esperienze latinoamericane a Laclau e Gramsci, dall’indipendentismo alla rottura dei tabù novecenteschi, dall’idea di basso contro alto all’obiettivo di creare una nuova maggioranza sociale nel Paese. A parlare Íñigo Errejón, segretario politico di Podemos, il partito ispanico che impaurisce le elite oligarchiche: “Es la hora del pueblo”

intervista a Íñigo Errejón di Samuele Mazzolini
MicroMega
, 6 marzo 2015

Íñigo Errejón

“Puntiamo al governo: vogliamo costruire una nuova maggioranza e per questo siamo disposti ad essere audaci, a volte persino polemici. Se battiamo la campagna della paura, vinciamo le elezioni e diamo inizio al cambiamento politico in Spagna e auspicabilmente nel resto dell’Europa”. Íñigo Errejón, 31 anni, è il segretario politico di Podemos, il partito ispanico erede del movimento degli Indignados. Dopo il leader Pablo Iglesias è tra i volti più conosciuti ed autorevoli, è stato il responsabile della campagna elettorale alle scorse Europee – dove a sorpresa hanno preso l’8 per cento – e consulente di Evo Morales in Bolivia: “Senza le esperienze latinoamericane non si può capire Podemos”.

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Giuseppe Grosso, Il Manifesto, 26 febbraio 2015

Socialisti e popolari all’attacco di Podemos. Izquierda Unida rischia l’implosione

Uffi­cial­mente manca ancora qual­che mese ma, di fatto, mar­tedì scorso, durante l’annuale dibat­tito par­la­men­tare sullo stato della nazione, è ini­ziata la cam­pa­gna elet­to­rale per le poli­ti­che, che si annun­cia aspra e con­ci­tata: in gioco non c’è solo il governo, ma un intero sistema: il bipar­ti­ti­smo che ha segnato la sto­ria poli­tica della Spa­gna demo­cra­tica, e che, nono­stante gli alterni splen­dori, ha saputo tra­ghet­tare la Spa­gna dalle tene­bre della dit­ta­tura alla moder­nità. I son­daggi sono impie­tosi (-24% per il Pp e –10% per il Psoe rispetto alle ultime poli­ti­che, dati Metro­sco­pia a ini­zio mese) e trac­ciano la para­bola discen­dente del duo­po­lio Pp/Psoe, in affanno nel ten­ta­tivo di non soc­com­bere all’ondata di scon­tento dei cittadini.

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Pablo Iglesias

Il 31 gennaio, la Puerta del Sol a Madrid era strapiena di gente, accorsa per la “marcia del cambiamento”, organizzata da Podemos. Il discorso conclusivo è stato tenuto da Pablo Iglesias, segretario generale dell’organizzazione spagnola. Ne ho già parlato qualche giorno fa riportando l’articolo di Concita De Gregorio (La Repubblica, 9 febbraio 2015), nel quale è possibile trovare il video integrale originale del comizio conclusivo.

Iglesias è uno che parla facile e diretto, non usa frasi complesse o paroloni e forse proprio per questo piace alla gente. Pur conoscendo lo spagnolo solo a livello molto terra a terra, sono riuscito a comprendere quasi tutto. Ma, visto che ne ho trovato sul sito di Sinistra Lavoro la traduzione, per maggior completezza di informazione – e per maggior, almeno per me, facilità di lettura – la riporto nel blog. (Fra parentesi quadre sono riportate alcune note che chiariscono i passaggi in cui Iglesias fa riferimento a fatti storici spagnoli).

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Sono nati quando Franco era già morto. L’era di Gonzalez l’hanno vissuta da bambini. Si sono formati nei movimenti no global. Hanno fra 30 e 40 anni. Gli uomini e le donne di Pablo Iglesias si preparano a conquistare la Spagna: ispirandosi anche a Games of Thrones

Concita De Gregorio, La Repubblica, 9 febbraio 2015

Pablo Igliesias

Sono nati che il dittatore era già morto. Venuti al mondo, in Spagna, a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta. Pablo Iglesias aveva 4 anni quando nel 1982 Felipe Gonzalez è diventato per la prima volta Primo ministro in un’ondata ineguagliata di entusiasmo popolare. Sua madre Maria Luisa, sindacalista, gli leggeva per addormentarlo le storie di Salgari e di Giulio Verne. Andavano al nido, o all’asilo, negli anni della transizione democratica. Hanno avuto vent’anni nel Duemila. Sono stati al G8 di Genova e alle adunate no global di Puerto Alegre nel 2001. Hanno manifestato contro il disastro ambientale causato dalla petroliera Prestige, 2002, e contro l’intervento in Iraq. Poi contro le banche che toglievano la casa ai senza casa. Hanno creato gruppi come Gioventù senza futuro, Generazione precaria, Democrazia reale adesso! Decine di blog con nomi tipo Rebelion.org. Infine si sono indignati tutti quanti l’15M, 15 maggio del 2011, ed erano milioni.

Giovani e vecchi, insegnanti e studenti, imprenditori sull’orlo del fallimento e lavoratori di quelle imprese.

Gli attuali dirigenti di Podemos — Possiamo. Yes, we can — sono cresciuti alla scuola dell’attivismo di piazza, hanno militato in organizzazioni antagoniste della sinistra radicale, a volte riformista. Sbaglia chi li paragona al movimento Cinquestelle: a parte l’uso della Rete e la radice grassroot , movimenti di cittadini di base, sono assai più le differenze sostanziali delle somiglianze apparenti. Piuttosto il loro specchio è quello di Syriza: soprattutto perché Tsipras ha vinto e come hanno detto gli spagnoli: «Con loro riconquisteremo l’Europa, quella dei diritti e della dignità». Perché Podemos è un movimento radicato nella sinistra politica, al contrario dei grillini siede nel gruppo della sinistra all’Europarlamento, i suoi leader sono docenti universitari con un lungo passato di militanza. Vengono dalla contro-informazione, dalla gioventù comunista. Poi sono andati all’Università, i ragazzi e le ragazze della nidiata di “El Coleta”, Codino — così chiamano Pablo Iglesias Turriòn, il leader — e si sono tutti, quasi tutti laureati in Scienze politiche o in Filosofia. La generazione che potrebbe presto governare la Spagna nasce dall’incubatrice della Facoltà di Filosofia della Complutense di Madrid, una culla di pensiero non molto diversa da quello che fu la Facoltà di Sociologia di Trento negli anni Sessanta-Settanta.

Tempi diversi, ovviamente, diverse conseguenze. Tuttavia non si riesce a mettere a fuoco lostrabiliante e rapidissimo successo di Podemos se non si legge la radice ideologica e culturale del movimento. Che nasce dalla sinistra, e dall’università. Tutti, quasi tutti i leader anche locali sono docenti plurilaureati e dottorati, per quanto spesso precari. Hanno fatto gavetta nelle rivoluzioni sociali dell’America Latina. Avrebbero militato nei partiti della sinistra tradizionale se solo li avessero lasciati entrare: invece il Psoe (a volte Izquierda Unida) li ha chiusi fuori dai circuiti delle decisioni, li ha mandati a fare minoranza nei consigli di quartiere o oltreoceano. Col movimento zapatista in Messico, nella guerra per l’acqua in Bolivia, coi caracazos in Venezuela. Chavez e Morales i loro riferimenti politici. In conclusione dell’oceanica assemblea di Vistalegre, il 18 ottobre scorso, hanno suonato “L’estaca” di Lluis Llach, inno anti-franchista catalano scritto nel maggio ‘68. Come se in Italia si chiudesse un’assemblea politica fitta di venti e trentenni con “I treni per Reggio Calabria” di Giovanna Marini. Del resto Antonio Gramsci, Ernesto Laclau, Toni Negri e Slavoj Zizek sono i testi nelle loro biblioteche. Questi i riferimenti di el Coleta, insieme naturalmente a Game of Thrones ( Il Trono di Spade, n.d.r.).

Podemos si è presentata in pubblico per la prima volta il 17 gennaio 2014. Dopo 128 giorni, il 25 maggio, ha preso alle europee un milione e duecentomila voti, 5 deputati eletti. 128 giorni, una cosa mai vista. Ha seminato panico e condivisa ostilità in tutti i partiti dell’arco costituzionale. Anovembre, un mese dopo l’assemblea dell’inno anti-franchista, i sondaggi li davano al 27 per cento, primo partito di Spagna. Il 4 febbraio, a Madrid, hanno invaso la Puerta del Sol. L’ultima previsione di voto, tre giorni fa, li vede al 27.7. Ancora il calo il Pp di governo di Mariano Rajoy, al 20.9. In caduta libera il Psoe del bel Pedro Sanchez, al 18.3. Alle prossime elezioni generali di novembre 2015 se non si fermano vincono. «Non ci fermiamo. Non siamo qui per fare testimonianza ma per governare», dice Iglesias. Il manifesto del suo pensiero, da settimane bestseller, si intitola “Vincere o morire. Lezioni politiche in Game of Thrones”. E’ ispirato alla serie tv, avverte una nota, non ai libri. E’ scritto a molte mani dai principali dirigenti di Podemos. Professori e ricercatori di filosofia e scienze politiche, appunto. Per capirsi, i titoli di qualche capitolo. Juan Carlos Monedero firma il saggio “Innamorarsi di un camminante delle nevi ma sposare un Lannister”. Monedero, classe 1963, è l’anziano del gruppo: politologo alla Complutense ed editore, già assistente di Chavez, ora conduce il talk “La Tuerka”, una cosa come ‘giro di vite’ con la kappa a segnalare antagonismo: è il programma che ha reso celebre Iglesias il quale tuttora, qualche giorno, lo conduce. Altri capitoli del saggio. Ruben Martinez Dalmau: “Un uomo molto piccolo può proiettare un’ombra molto grande. La legittimità del potere del re in Game of Thrones”. Hector Meleiro: “Perché Ned Stark perde la testa?”. Nella lunga prefazione lo stesso Iglesias spiega la musa ispiratrice di Podemos sia Daenerys Targaryen, Madre dei Draghi e Distruttrice di Catene. La regina Khaleesi insegna — scrive — che «né lignaggio né diritti dinastici né stirpe bastano da soli a dare legittimità. Libera gli schiavi e dice loro: non sono io che vi ho liberato, la libertà è vostra». Un manifesto, in sostanza. «Serve in chi governa la connessione con azioni esemplari. I governanti invece si comportano come Joffrey, che pensa che gli basti stare seduto sul Trono di Ferro per essere riconosciuto come legittimo rappresentante del potere. Sono trincerati, barricati nei loro uffici dentro le loro macchine blindate ». L’odiata casta. «Come in GoT anche nella nostra società si sono rotti i patti che garantivano pace e stabilità. Il potere è contendibile. La sfiducia cresce a ritmo esponenziale e ciascuno ha ogni giorno meno ragioni per obbedire». E’ questo un linguaggio, un esempio che chiunque in quella generazione capisce. A destra come a sinistra. Le analisi dei flussi elettorali mostrano che il 17 per cento degli elettori di Podemos viene dal Ppe. Del resto Iglesias dice che «la parola sinistra impedisce a chiunque abbia avuto un nonno fucilato dai rossi di votare per noi», e la esclude. A destra e sinistra si sono sostituite nuove parole chiave: quelli di sopra e quelli di sotto. Il «99 contro l’1 per cento», come negli slogan di Occupy. Egemonia, legittimazione. Non classe operaia ma precariato. Il nuovo soggetto politico. Le indagini pubblicate dalle migliori riviste — La Maleta de Portbou una di queste — mostrano come in sei anni, dal 2008 al 2014, sia aumentato di 12 punti il precariato dei 30-40enni di istruzione medio superiore. Una generazione che non ha altro da perdere se non la sfiducia. La colonna vertebrale di Podemos, il cui slogan è «Trasformare l’indignazione in cambiamento politico». In governo, insomma. Qualche biografia aiuta a capire. Pablo Iglesias, 1978. Un nonno condannato a morte dal franchismo, poi graziato, un altro fondatore dell’Ugt, sindacato paragonabile alla nostra Cgil. Prime esperienze nella gioventù comunista, movimento no global, Izquierda unida. Laurea in giurisprudenza e scienze politiche, master in comunicazione. Un anno all’università di Padova, in contatto con Luca Casarini. Fa carriera accademica e insieme conduce un programma in tv, La Tuerka, che lo lancia come leader. La sua compagna, Tania Sanchez Melero, 1979, è stata fino al 4 febbraio deputata per Izquierda Unida. Ha abbandonato il gruppo per «creare una nuova formazione politica», vedremo quale. Anche lei, come il compagno con la coda di cavallo, viene dai movimenti: ha un passato punk di cui il piercing al labbro re- sta testimone. Teresa Rodrigues, 1981, andalusa, è stata eletta all’Europarlamento dove indossa d’abitudine maglie Free Palestine. Laureata in filologia araba viene dal mondo delle proteste anti-Nato, attivista di Marea verde. Il suo film preferito è ‘Terra e libertà’ di Ken Loach. Il suo libro d’elezione la raccolta di scritti di David Franco Monthiel, classe 1976, una rassegna delle parole della protesta dalla morte di Carlo Giuliani ad oggi. Gemma Ubasart, candidata a guidare la formazione in Catalogna (le primarie si aprono oggi e si chiudono il 14 febbraio) è docente di Diritto all’università di Girona. Inigo Erregon, 1983, leader della campagna elettorale per le europee. Ricercatore in Scienze politiche alla Complutense, tesi di dottorato sulla politica dei Mas in Bolivia. Ha lavorato in Venezuela, era al G8 di Genova tra i manifestanti il giorno della morte di Giuliani. Poi c’è il gruppo dei filosofi. Daniel Iraberri Perez e Luis Alegre Zahonero, tra i tanti. Cresciuti nella contro-informazione, allievi di Carlos Fernandez Liria, 1959, ideologo del gruppo e stretto collaboratore di Hugo Chavez in Venezuela.

Sono queste le persone che hanno redatto il manifesto di Podemos. Nazionalizzazioni, equo sistema fiscale, più servizi pubcome blici, più partecipazione di base. «Un programma che qualunque democratico può votare», dice Iglesias. «E se la signora Merkel vuole governare il nostro paese venga a farsi eleggere qui. Quanto all’euro: no, non usciremo dall’euro in nessun caso». Si finanziano con il crowdfounding.

Qualche notevole donatore deve aver avuto la sua parte nella fase d’impulso. Si parla di Jaume Roures, imprenditore trotkista, già editore di Mediapro (Publico, la Sexta), oggi produttore cinematografico: “Comandante” di Oliver Stone.

Il problema, ora sull’onda del successo, è evitare di imbarcare cambiacasacca corrotti e arrivisti, dice Iglesias. Succede spesso, è successo in Italia a Di Pietro. «Ma noi abbiamo dalla nostra l’evidenza del saccheggio prodotto dalla politica arroccata al potere. La disillusione dei cittadini, la loro frustrazione è il motore del cambiamento. Siamo qui per trasformarla, attraverso le migliori competenze, in governo politico ». E’ «un utopista regressivo», dice Felipe Gonzalez di Iglesias. «Populisti», volta le spalle Pedro Sanchez il neo-segretario socialista. «Sovvertitori della democrazia », dicono i leader del Ppe. «Sovvertitori del potere», corregge Iglesias, che di nuovo cita la regina Khaleesi. «Il potere è scalabile. La legittimità è nella connessione col popolo. Il potere nasce dalla moralità di azioni esemplari. Poi serve un esercito». Da Game of Thrones alla conquista del Regno. Il giovane Re Felipe di Borbone di certo conosce la saga. Se non i libri, almeno la serie tv.

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Pablo Iglesias, il leader di Podemos, è sicuramente un maestro della comunicazione politica. Questo breve estratto (tratto dal numero di Left del 7 febbraio 2015) ce lo dimostra. In poche righe racconta come Lenin (il quale, però, sia detto come battuta, non credo avrebbe gradito molto di essere ricordato come “un tizio calvo e col pizzetto”…) seppe conquistare la folla.

Troppo spesso, a sinistra, dimentichiamo queste lezioni e ci lanciamo in discorsi fumosi e involuti, ricchi di citazioni. O, peggio ancora, ricorriamo a paroloni astrusi per far finta di essere colti e preparati. La semplicità e la sintesi, invece, sono un modo per arrivare al cuore della gente. Cerchiamo di non dimenticarlo mai.

Pane e paceC’era un tizio calvo e col pizzetto – un genio. Egli intuì l’analisi concreta della situazione concreta. In tempo di guerra, nel 1917, quando il regime russo era sull’orlo del collasso, disse una cosa molto semplice ai russi, fossero essi soldati, contadini o lavoratori. Egli disse: “Pane e pace”. E quando disse “pane e pace” che era ciò che tutti volevano – che la guerra finisse e che si potesse avere abbastanza da mangiare – molti russi che non sapevano neppure se fossero di “destra” o di “sinistra”, ma sapevano di essere affamati, dissero: “il tizio calvo ha ragione”. E il tizio calvo fece molto bene. Non parlò ai russi di “materialismo dialettico”, gli parlò di “pane e pace”. E questa è una delle lezioni più importanti del ventesimo secolo.

Pablo Iglesias, leader di Podemos

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