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Posts Tagged ‘Parlamento Europeo’

Elly Schlein

Intervento al convegno: «È possibile una svolta democratica per l’Europa?», tenutosi a Roma nel novembre 2015 (tratto da Lavoro & Politica, anno 6, n. 2, 15 gennaio 2016).

Elly Schlein

Occorre inquadrare la prospettiva che a me risulta chiara, ovvero che oggi abbiamo di fronte un’Europa che non è certo quella che avevano in mente le nostre madri fondatrici e padri fondatori. Un’Europa che avrebbe voluto e promesso più opportunità e maggiori diritti per le nuove generazioni e non certo meno, come purtroppo sta accadendo. Oggi ci troviamo ad un punto di svolta e ci sono quattro grandi temi attorno ai quali l’Europa si sta giocando il proprio futuro: il primo è senz’altro la crisi dei rifugiati, se così possiamo chiamarla, che è anche la questione di cui mi occupo da più tempo.

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Ancora sulla crisi dell’Unione Europea, sulla scaramuccia fra il nostro presidente del Consiglio dei ministri e quello della Commissione europea.

Lo si voglia o no, al momento quello dell’Europa è il nodo centrale della politica, a tutti i livelli. I condizionamenti delle scelte di Bruxelles si fanno sentire anche a livello locale e la vera sfida è quella di capire se i Trattati che istituiscono l’Unione Europea siano riformabili e in quale misura o se la costruzione debba considerarsi irreversibile e destinata al fallimento.

Le riflessioni dell’articolo sotto riportato sono interessanti, seppure espresse in forma assolutamente schematica, almeno per chi parte dal presupposto che l’unificazione dell’Europa sia un fatto politico imprescindibile.

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Matteo Renzi e Jean-Claude Juncker

Mai avrei pensato di arrivare al punto di dover difendere il presidente della Commissione europea Juncker, democristiano dichiarato lussemburghese, dall’attacco di Matteo Renzi, democristiano non dichiarato italiano. Siamo alla frutta. L’Europa, che avrebbe altre cose a cui pensare, lievemente più importanti, sembra essere impegnata in beghe da condominio, con l’inquilino dei piani bassi che protesta nei confronti dell’amministratore. Il tutto, naturalmente, mentre stiamo assistendo allo sfascio evidente dell’economia con la totale incapacità di trovare ricette alternative e alla palese violazione dei più elementari diritti civili nei confronti dei profughi di guerre cui l’Europa ha partecipato attivamente.

Se non si porrà fine a questa situazione, il nostro continente si trasformerà in un posto da incubo. Pessimismo, il mio? Purtroppo no. Sano realismo.

E trovo inoltre inquietante l’espressione arrogante del nostro presidente del Consiglio dei ministri nella foto qui a sinistra (scusate, ma mi rifiuto di chiamarlo premier perché, fino a prova contraria, la Costituzione repubblicana è ancora in vigore).

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I miei doveri di candidato alla presidenza del mio Paese non mi consentono di mantenere il livello di lavoro e di coinvolgimento nelle attività del Parlamento.

Pablo Iglesias Turrión

Con queste parole, Pablo Iglesias ha presentato le dimissioni da parlamentare europeo. Podemos non gode di buona salute, avendo subito un graduale calo nei sondaggi. Negli ultimi mesi è stato superato da Ciudadanos che incanala parte della protesta ma appare meno di rottura rispetto alla coalizione che recentemente ha trionfato a Barcellona e Madrid (qualcuno per esemplificare, o semplificare?, parla di “Podemos moderato”).

Ovviamente, i problemi del movimento guidato da Iglesias sono più gravi di quanto asetticamente rilevato nei sondaggi. Vi coesistono, infatti, due anime, una più radicata a sinistra, l’altra che si può definire post-ideologica che non possono e forse non vogliono andare d’accordo. Probabilmente, seppure a livello non razionale, questa contraddizione interna viene percepita dall’elettorato. Il compito di Iglesias, a questo punto, sembra dover essere quello di ricompattare il partito e fare sintesi fra le due posizioni. Inoltre, l’erosione dei consensi da parte di Ciudadanos va attribuita, almeno in parte, anche all’abilità del suo presidente Rivera, anche se un recente confronto televisivo (seguito da oltre cinque milioni di telespettatori) che li ha visti contrapposti alla fine ha premiato il candidato di Podemos alla presidenza. (altro…)

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Roberto Musacchio, L’Altra Europa con Tispras, 2 ottobre 2015

Alfiero Grandi nell’articolo “Crisi dell’Unione Europea e sinistra” pone giustamente l’esigenza che la sinistra avanzi una propria proposta di ripensamento complessivo della UE. Ne offre l’occasione, scrive, l’autorevolezza con cui Mario Draghi pone la questione che ci si doti di un vero ministro dell’economia dell’area euro. Ciò consentirebbe di profittare dello spazio di riflessione che si è aperto anche in settori conservatori e di provarsi a modificare il quadro, compreso quello dei trattati, facendo perno sostanzialmente sull’area euro per un cambiamento politico di fondo. Chiedo scusa a Grandi per la sommarietà e forse l’imprecisione con cui ho riassunto la sua proposta.

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Francesco Martone, Sbilanciamoci.info, 23 luglio 2015

Il Rapporto Lange, votato dall’Europarlamento, crea uno stato di eccezione che può essere di volta in volta invocato dalle imprese per far valere i propri diritti rispetto a normative ritenute pregiudizievoli

Nel giorno del processo a Tsipras l’Europarlamento ha votato il Rapporto Lange. Così l’Europa della cittadinanza cede il passo all’austerity, all’ordoliberismo e agli interessi dei mercati.

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Alessandro Gilioli, L’Espresso – Blog autore, 10 luglio 2015

Ci sono almeno cinque o sei corni diversi nella vicenda greca, oggi.

Alcuni di questi sono frattaglie, per non dire meschinità. Altri sono invece molto rilevanti per il nostro futuro. Iniziamo tuttavia dalle minuzie.

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Martin Schulz

Su Change.org è in corso una petizione per chiedere le dimissioni di Martin Schulz da presidente del Parlamento Europeo. Ho firmato per le seguenti ragioni:

  1. Schulz, prendendo pubblicamente posizione a favore del voto per il SI al referendum in Grecia, ha sostanzialmente rinunciato al suo ruolo di garante super partes dell’unica istituzione europea democraticamente eletta;
  2. Come tutti i socialdemocratici tedeschi, Schulz sta portando avanti una politica di salvaguardia degli interessi della Germania. Ciò sarebbe legittimo se non fosse il presidente del Parlamento europeo. Vedi articolo sottostante di Marco Bascetta;
  3. Schulz ha firmato il cosiddetto documento dei cinque presidenti, nel quale, fra l’altro, si propone una riduzione dei poteri del Parlamento europeo. Trovo alquanto improprio che a firmare un simile testo sia proprio il presidente dell’istituzione alla quale si vogliono ridurre i poteri, peraltro già insufficienti.

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L’appello televisivo del premier greco Alexis TsiprasIl Manifesto, 2 luglio 2015

Il refe­ren­dum di dome­nica non riguarda la per­ma­nenza o no della Gre­cia nell’eurozona. Que­sta è scon­tata e nes­suno può con­te­starla. Dome­nica dob­biamo sce­gliere se accet­tare l’accordo spe­ci­fico oppure riven­di­care subito, una volta espresso il responso del popolo, una solu­zione sostenibile.

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Barbara Spinelli, Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015

Barbara Spinelli

Nel 1998 il presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer descrisse i due «plebisciti» su cui poggiano le democrazie: quello delle urne, e il «plebiscito permanente dei mercati». La coincidenza con l’adozione di lì a poco dell’euro è significativa.

La moneta unica nasce alla fine degli anni ’90 senza Stato: per i mercati il suo conclamato vizio d’origine si trasforma in virtù. Le parole di Tietmeyer e i modi di funzionamento dell’euro segnano l’avvio ufficiale del processo che viene chiamato decostituzionalizzazione – o deparlamentarizzazione – delle democrazie.

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È dalla sua capacità di superare le crisi,
andando avanti invece di tornare indietro,
che l’Europa scriverà la sua storia.
Lorenzo Bini Smaghi,
“33 false verità sull’Europa”,
Il Mulino 2014

Fra circa un’ora si scriverà quello che potrebbe essere un passo decisivo per il processo di integrazione europea. Alle 15 è infatti prevista una riunione straordinaria dell’Eurogruppo per discutere della proposta di estensione per 6 mesi del programma di assistenza finanziaria che scadrà fra pochi giorni (esattamente il 28 febbraio). La cronaca ci dice che ieri il governo greco presieduto da Alexis Tsipras ne ha fatto richiesta a mezzo di una lettera inoltrata a Bruxelles, visto il fallimento della riunione di lunedì 16 febbraio.

Yanis Varoufakis

Commissione e Parlamento europeo hanno inizialmente accolto favorevolmente le richieste greche, e la situazione sembrava essere sul punto di sbloccarsi fin quando non è arrivato il deciso NO di Berlino. Martin Jaeger, portavoce del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, ha sentenziato: “la proposta greca sia finanziata dai greci stessi”, vale a dire che dalla Repubblica federale non arriveranno altro soldi. La presa di posizione della cancelleria tedesca ha sorpreso lo stesso presidente tedesco del Parlamento europeo, Martin Schulz, che invece aveva dichiarato come “la lettera mostra che la Grecia si è mossa parecchio” e “rinuncia a molte cose che fino all’altro ieri erano indicate come non trattabili”.

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Sono nati quando Franco era già morto. L’era di Gonzalez l’hanno vissuta da bambini. Si sono formati nei movimenti no global. Hanno fra 30 e 40 anni. Gli uomini e le donne di Pablo Iglesias si preparano a conquistare la Spagna: ispirandosi anche a Games of Thrones

Concita De Gregorio, La Repubblica, 9 febbraio 2015

Pablo Igliesias

Sono nati che il dittatore era già morto. Venuti al mondo, in Spagna, a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta. Pablo Iglesias aveva 4 anni quando nel 1982 Felipe Gonzalez è diventato per la prima volta Primo ministro in un’ondata ineguagliata di entusiasmo popolare. Sua madre Maria Luisa, sindacalista, gli leggeva per addormentarlo le storie di Salgari e di Giulio Verne. Andavano al nido, o all’asilo, negli anni della transizione democratica. Hanno avuto vent’anni nel Duemila. Sono stati al G8 di Genova e alle adunate no global di Puerto Alegre nel 2001. Hanno manifestato contro il disastro ambientale causato dalla petroliera Prestige, 2002, e contro l’intervento in Iraq. Poi contro le banche che toglievano la casa ai senza casa. Hanno creato gruppi come Gioventù senza futuro, Generazione precaria, Democrazia reale adesso! Decine di blog con nomi tipo Rebelion.org. Infine si sono indignati tutti quanti l’15M, 15 maggio del 2011, ed erano milioni.

Giovani e vecchi, insegnanti e studenti, imprenditori sull’orlo del fallimento e lavoratori di quelle imprese.

Gli attuali dirigenti di Podemos — Possiamo. Yes, we can — sono cresciuti alla scuola dell’attivismo di piazza, hanno militato in organizzazioni antagoniste della sinistra radicale, a volte riformista. Sbaglia chi li paragona al movimento Cinquestelle: a parte l’uso della Rete e la radice grassroot , movimenti di cittadini di base, sono assai più le differenze sostanziali delle somiglianze apparenti. Piuttosto il loro specchio è quello di Syriza: soprattutto perché Tsipras ha vinto e come hanno detto gli spagnoli: «Con loro riconquisteremo l’Europa, quella dei diritti e della dignità». Perché Podemos è un movimento radicato nella sinistra politica, al contrario dei grillini siede nel gruppo della sinistra all’Europarlamento, i suoi leader sono docenti universitari con un lungo passato di militanza. Vengono dalla contro-informazione, dalla gioventù comunista. Poi sono andati all’Università, i ragazzi e le ragazze della nidiata di “El Coleta”, Codino — così chiamano Pablo Iglesias Turriòn, il leader — e si sono tutti, quasi tutti laureati in Scienze politiche o in Filosofia. La generazione che potrebbe presto governare la Spagna nasce dall’incubatrice della Facoltà di Filosofia della Complutense di Madrid, una culla di pensiero non molto diversa da quello che fu la Facoltà di Sociologia di Trento negli anni Sessanta-Settanta.

Tempi diversi, ovviamente, diverse conseguenze. Tuttavia non si riesce a mettere a fuoco lostrabiliante e rapidissimo successo di Podemos se non si legge la radice ideologica e culturale del movimento. Che nasce dalla sinistra, e dall’università. Tutti, quasi tutti i leader anche locali sono docenti plurilaureati e dottorati, per quanto spesso precari. Hanno fatto gavetta nelle rivoluzioni sociali dell’America Latina. Avrebbero militato nei partiti della sinistra tradizionale se solo li avessero lasciati entrare: invece il Psoe (a volte Izquierda Unida) li ha chiusi fuori dai circuiti delle decisioni, li ha mandati a fare minoranza nei consigli di quartiere o oltreoceano. Col movimento zapatista in Messico, nella guerra per l’acqua in Bolivia, coi caracazos in Venezuela. Chavez e Morales i loro riferimenti politici. In conclusione dell’oceanica assemblea di Vistalegre, il 18 ottobre scorso, hanno suonato “L’estaca” di Lluis Llach, inno anti-franchista catalano scritto nel maggio ‘68. Come se in Italia si chiudesse un’assemblea politica fitta di venti e trentenni con “I treni per Reggio Calabria” di Giovanna Marini. Del resto Antonio Gramsci, Ernesto Laclau, Toni Negri e Slavoj Zizek sono i testi nelle loro biblioteche. Questi i riferimenti di el Coleta, insieme naturalmente a Game of Thrones ( Il Trono di Spade, n.d.r.).

Podemos si è presentata in pubblico per la prima volta il 17 gennaio 2014. Dopo 128 giorni, il 25 maggio, ha preso alle europee un milione e duecentomila voti, 5 deputati eletti. 128 giorni, una cosa mai vista. Ha seminato panico e condivisa ostilità in tutti i partiti dell’arco costituzionale. Anovembre, un mese dopo l’assemblea dell’inno anti-franchista, i sondaggi li davano al 27 per cento, primo partito di Spagna. Il 4 febbraio, a Madrid, hanno invaso la Puerta del Sol. L’ultima previsione di voto, tre giorni fa, li vede al 27.7. Ancora il calo il Pp di governo di Mariano Rajoy, al 20.9. In caduta libera il Psoe del bel Pedro Sanchez, al 18.3. Alle prossime elezioni generali di novembre 2015 se non si fermano vincono. «Non ci fermiamo. Non siamo qui per fare testimonianza ma per governare», dice Iglesias. Il manifesto del suo pensiero, da settimane bestseller, si intitola “Vincere o morire. Lezioni politiche in Game of Thrones”. E’ ispirato alla serie tv, avverte una nota, non ai libri. E’ scritto a molte mani dai principali dirigenti di Podemos. Professori e ricercatori di filosofia e scienze politiche, appunto. Per capirsi, i titoli di qualche capitolo. Juan Carlos Monedero firma il saggio “Innamorarsi di un camminante delle nevi ma sposare un Lannister”. Monedero, classe 1963, è l’anziano del gruppo: politologo alla Complutense ed editore, già assistente di Chavez, ora conduce il talk “La Tuerka”, una cosa come ‘giro di vite’ con la kappa a segnalare antagonismo: è il programma che ha reso celebre Iglesias il quale tuttora, qualche giorno, lo conduce. Altri capitoli del saggio. Ruben Martinez Dalmau: “Un uomo molto piccolo può proiettare un’ombra molto grande. La legittimità del potere del re in Game of Thrones”. Hector Meleiro: “Perché Ned Stark perde la testa?”. Nella lunga prefazione lo stesso Iglesias spiega la musa ispiratrice di Podemos sia Daenerys Targaryen, Madre dei Draghi e Distruttrice di Catene. La regina Khaleesi insegna — scrive — che «né lignaggio né diritti dinastici né stirpe bastano da soli a dare legittimità. Libera gli schiavi e dice loro: non sono io che vi ho liberato, la libertà è vostra». Un manifesto, in sostanza. «Serve in chi governa la connessione con azioni esemplari. I governanti invece si comportano come Joffrey, che pensa che gli basti stare seduto sul Trono di Ferro per essere riconosciuto come legittimo rappresentante del potere. Sono trincerati, barricati nei loro uffici dentro le loro macchine blindate ». L’odiata casta. «Come in GoT anche nella nostra società si sono rotti i patti che garantivano pace e stabilità. Il potere è contendibile. La sfiducia cresce a ritmo esponenziale e ciascuno ha ogni giorno meno ragioni per obbedire». E’ questo un linguaggio, un esempio che chiunque in quella generazione capisce. A destra come a sinistra. Le analisi dei flussi elettorali mostrano che il 17 per cento degli elettori di Podemos viene dal Ppe. Del resto Iglesias dice che «la parola sinistra impedisce a chiunque abbia avuto un nonno fucilato dai rossi di votare per noi», e la esclude. A destra e sinistra si sono sostituite nuove parole chiave: quelli di sopra e quelli di sotto. Il «99 contro l’1 per cento», come negli slogan di Occupy. Egemonia, legittimazione. Non classe operaia ma precariato. Il nuovo soggetto politico. Le indagini pubblicate dalle migliori riviste — La Maleta de Portbou una di queste — mostrano come in sei anni, dal 2008 al 2014, sia aumentato di 12 punti il precariato dei 30-40enni di istruzione medio superiore. Una generazione che non ha altro da perdere se non la sfiducia. La colonna vertebrale di Podemos, il cui slogan è «Trasformare l’indignazione in cambiamento politico». In governo, insomma. Qualche biografia aiuta a capire. Pablo Iglesias, 1978. Un nonno condannato a morte dal franchismo, poi graziato, un altro fondatore dell’Ugt, sindacato paragonabile alla nostra Cgil. Prime esperienze nella gioventù comunista, movimento no global, Izquierda unida. Laurea in giurisprudenza e scienze politiche, master in comunicazione. Un anno all’università di Padova, in contatto con Luca Casarini. Fa carriera accademica e insieme conduce un programma in tv, La Tuerka, che lo lancia come leader. La sua compagna, Tania Sanchez Melero, 1979, è stata fino al 4 febbraio deputata per Izquierda Unida. Ha abbandonato il gruppo per «creare una nuova formazione politica», vedremo quale. Anche lei, come il compagno con la coda di cavallo, viene dai movimenti: ha un passato punk di cui il piercing al labbro re- sta testimone. Teresa Rodrigues, 1981, andalusa, è stata eletta all’Europarlamento dove indossa d’abitudine maglie Free Palestine. Laureata in filologia araba viene dal mondo delle proteste anti-Nato, attivista di Marea verde. Il suo film preferito è ‘Terra e libertà’ di Ken Loach. Il suo libro d’elezione la raccolta di scritti di David Franco Monthiel, classe 1976, una rassegna delle parole della protesta dalla morte di Carlo Giuliani ad oggi. Gemma Ubasart, candidata a guidare la formazione in Catalogna (le primarie si aprono oggi e si chiudono il 14 febbraio) è docente di Diritto all’università di Girona. Inigo Erregon, 1983, leader della campagna elettorale per le europee. Ricercatore in Scienze politiche alla Complutense, tesi di dottorato sulla politica dei Mas in Bolivia. Ha lavorato in Venezuela, era al G8 di Genova tra i manifestanti il giorno della morte di Giuliani. Poi c’è il gruppo dei filosofi. Daniel Iraberri Perez e Luis Alegre Zahonero, tra i tanti. Cresciuti nella contro-informazione, allievi di Carlos Fernandez Liria, 1959, ideologo del gruppo e stretto collaboratore di Hugo Chavez in Venezuela.

Sono queste le persone che hanno redatto il manifesto di Podemos. Nazionalizzazioni, equo sistema fiscale, più servizi pubcome blici, più partecipazione di base. «Un programma che qualunque democratico può votare», dice Iglesias. «E se la signora Merkel vuole governare il nostro paese venga a farsi eleggere qui. Quanto all’euro: no, non usciremo dall’euro in nessun caso». Si finanziano con il crowdfounding.

Qualche notevole donatore deve aver avuto la sua parte nella fase d’impulso. Si parla di Jaume Roures, imprenditore trotkista, già editore di Mediapro (Publico, la Sexta), oggi produttore cinematografico: “Comandante” di Oliver Stone.

Il problema, ora sull’onda del successo, è evitare di imbarcare cambiacasacca corrotti e arrivisti, dice Iglesias. Succede spesso, è successo in Italia a Di Pietro. «Ma noi abbiamo dalla nostra l’evidenza del saccheggio prodotto dalla politica arroccata al potere. La disillusione dei cittadini, la loro frustrazione è il motore del cambiamento. Siamo qui per trasformarla, attraverso le migliori competenze, in governo politico ». E’ «un utopista regressivo», dice Felipe Gonzalez di Iglesias. «Populisti», volta le spalle Pedro Sanchez il neo-segretario socialista. «Sovvertitori della democrazia », dicono i leader del Ppe. «Sovvertitori del potere», corregge Iglesias, che di nuovo cita la regina Khaleesi. «Il potere è scalabile. La legittimità è nella connessione col popolo. Il potere nasce dalla moralità di azioni esemplari. Poi serve un esercito». Da Game of Thrones alla conquista del Regno. Il giovane Re Felipe di Borbone di certo conosce la saga. Se non i libri, almeno la serie tv.

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Questo durissimo articolo di Petrella e Musacchio mette in evidenza come non sia procrastinabile decisioni sulla democrazia, la rappresentatività, le priorità dell’Unione europea. Quali sono gli interessi che le istituzioni europee devono tutelare? Quali contrappesi devono essere messi allo strapotere economico?

Inoltre: l’Europa vuole essere promotrice di un percorso autonomo o vuole continuare a essere la succursale politica ed economica degli Usa?

Si tratta di problemi molto seri, perché la storia ci insegna che, nel nostro continente, quando la contrapposizione fra le nazioni si fa troppo stringente, il rischio della guerra è concreto e reale.

Riccardo Petrella e Roberto Musacchio, Il Manifesto, 5 febbraio 2015

BCE. Ecco come funziona il meccanismo monetario che obbedisce ai mercati

L’altolà di Dra­ghi al governo Tsi­pras mostra con duris­sima evi­denza lo stato di sospen­sione demo­cra­tica di que­sta “Europa reale”, e della Bce che ne costi­tui­sce un pila­stri. L’attacco di Dra­ghi e il pre­an­nun­cio di non garan­tire più per i bond greci mostra la volontà di stran­go­lare sul nascere il nuovo corso. Non si rico­no­sce il man­dato popo­lare rice­vuto da Tsi­pras, e non si capi­sce con quale auto­re­vo­lezza venga con­si­de­rato non atten­di­bile il piano pre­sen­tato dalla nuova com­pa­gine greca, da parte di chi ha par­te­ci­pato a misure, pre­vi­ste dal Memo­ran­dum, famose per aver fal­lito cla­mo­ro­sa­mente fal­lito gli obiet­tivi dichiarati.

La realtà è che le scelte sociali, eco­no­mi­che ed isti­tu­zio­nali, il non rico­no­sci­mento della Troika di Tsi­pras vanno in col­li­sione con la natura e i poteri dell’“Europa reale”, quelli finan­ziari, libe­ri­sti e della ege­mo­nia mer­ke­liana. Di que­sti poteri la Bce è un architrave.

Da tempo soste­niamo lo scan­dalo di un Par­la­mento euro­peo senza alcun potere d’influenza sulla Bce, un organo pre­teso tec­nico (25 per­sone, non elette), a cui i Trat­tati dell’Unione hanno affi­dato la piena respon­sa­bi­lità della poli­tica mone­ta­ria dell’Europa. Il fatto è che i nostri diri­genti hanno ade­rito al prin­ci­pio che la poli­tica mone­ta­ria e finan­zia­ria non debba essere più una fun­zione sovrana dei poteri pub­blici sta­tuali (nazio­nali ed euro­pei), ma il com­pito di sog­getti pri­vati poli­ti­ca­mente indi­pen­denti dalle isti­tu­zioni pubbliche.

La Bce è il sog­getto chiave del Sistema euro­peo di ban­che cen­trali (Sebc) di cui fanno parte, oltre la Bce, le Ban­che cen­trali nazio­nali degli Stati che hanno adot­tato l’euro e for­mano l’Eurosistema. Suo com­pito prin­ci­pale è di attuare la poli­tica mone­ta­ria dell’Unione il cui l’obiettivo, fis­sato dai Trat­tati, è il man­te­ni­mento della sta­bi­lità dei prezzi, diven­tato l’imperativo mone­ta­rio dei paesi occidentali.

Il pro­blema nasce dal fatto che l’articolo 130 del Trat­tato sul Fun­zio­na­mento dell’Unione euro­pea (Tfue) sta­bi­li­sce il prin­ci­pio della totale indi­pen­denza poli­tica della Bce. Coe­ren­te­mente, il Trat­tato dispone l’obbligo per i governi degli Stati mem­bri e le isti­tu­zioni ed organi dell’Ue di aste­nersi da qual­siasi forma di inge­renza sulle atti­vità della Bce. Aver sti­pu­lato for­mal­mente l’indipendenza poli­tica alla Bce come prin­ci­pio costi­tu­zio­nale del Tfue ha creato una situa­zione giu­ri­dica, isti­tu­zio­nale e poli­tica, anomala.

L’anomalia si esprime anzi­tutto rispetto alle ban­che cen­trali: la Bce è l’unica banca cen­trale al mondo ad essere poli­ti­ca­mente indi­pen­dente da ogni altra auto­rità. Le altre ban­che, com­presa la Fede­ral Reserve Bank (Usa) sono auto­nome. L’anomalia è però soprat­tutto rile­vante nell’assetto attuale dell’integrazione euro­pea. L’adozione dell’euro anche in assenza di uno Stato sovrano euro­peo, è avve­nuta in maniera con­tra­ria alle tesi costi­tu­zio­nali poli­ti­che che da sem­pre rico­no­scono che una moneta implica un governo, un potere sovrano, uno Stato.

Le ragioni per le quali i poteri forti euro­pei hanno creato una moneta senza Stato sono mol­te­plici. A nostro avviso, la più pre­gnante è di ordine ideo­lo­gico poli­tico: è l’idea che occorra stac­care l’economia dalla poli­tica ed affi­dare i com­piti di gestione dell’economia, in par­ti­co­lare della poli­tica mone­ta­ria, ad organi tec­nici “indi­pen­denti” dai governi pub­blici, capaci di dare fidu­cia ai mer­cati finanziari.

Il com­pito della Bce non è di dare fidu­cia ai par­la­menti nazio­nali ed al par­la­mento euro­peo e di sal­va­guar­dare i diritti umani e sociali dei cit­ta­dini stessi. I suoi clienti, come si dice nel gergo domi­nante, sono i mer­cati finan­ziari, le ban­che e gli agenti finan­ziari spe­cu­la­tivi. La Bce è attual­mente il solo potere poli­tico sovra­na­zio­nale europeo.

L’indipendenza della Bce signi­fica prin­ci­pal­mente tre cose. Anzi­tutto, una misti­fi­ca­zione, deli­be­rata, per coprire legal­mente il fatto che essa non lo è ma che è sot­to­messa all’influenza degli inte­ressi dei poteri pub­blici (Stati) più forti dell’Ue sul piano mone­ta­rio e finan­zia­rio. Essa lo è nei con­fronti degli Stati più deboli come la Gre­cia, l’Irlanda, il Por­to­gallo .…ma non della Ger­ma­nia e del mondo finan­zia­rio rap­pre­sen­tato dal Lus­sem­burgo. In secondo luogo, una realtà effet­tiva nei con­fronti del Par­la­mento euro­peo e delle altre isti­tu­zioni dell’Ue. Il dia­logo eco­no­mico tra la Bce ed il Pe (per far cre­dere alla legit­ti­mità demo­cra­tica della Bce) e tra que­sta ed il Con­si­glio dei Mini­stri e la Com­mis­sione euro­pea (a dimo­stra­zione della respon­sa­bi­lità della prima nei con­fronti delle altre due) è un puro arram­pi­carsi sugli specchi.

Infine, la libertà dai poteri poli­tici pub­blici accor­data alla Bce è una tri­ste farsa politica.

Lo stru­mento chiave del potere della Bce è l’intervento sul tasso di sconto (il costo del capi­tale) sulla moneta. Da anni que­sta fun­zione non appar­tiene più alle ban­che cen­trali (lo Stato) ma alle ban­che stesse (sog­getti pri­vati nella stra­grande mag­gio­ranza). La Bce, per suo pro­prio dire, si limita ad inter­ve­nire in rea­zione al tasso di sconto fis­sato dalle banche/mercati finan­ziari, abbas­san­dolo in caso di freddezza/stagnazione dell’economia o aumen­tan­dolo in caso di riscal­da­mento o ecci­ta­zione ele­vata dei mer­cati. Indi­pen­denza for­male, quindi , rispetto ai poteri poli­tici pub­blici ma dipen­denza chiara nei con­fronti dei mer­cati finanziari.

Cam­biare que­sto stato non è facile. Biso­gna ripor­tare la poli­tica mone­ta­ria euro­pea nel campo della demo­cra­zia effet­tiva, dando un governo poli­tico all’euro. Biso­gna abo­lire la dis­so­cia­zione tra poli­tica ed eco­no­mia ed eli­mi­nare il pri­mato dell’economia sulla poli­tica, per un pro­cesso costi­tuente europeo.

Il par­la­mento euro­peo è l’istituzione più legit­tima per farlo, se lo vuole. E’ neces­sa­rio scar­di­nare il potere spe­cu­la­tivo e cri­mi­nale dei mer­cati finan­ziari, met­tendo fuori legge i para­disi fiscali, rego­la­men­tando i mer­cati dei deri­vati, le tran­sa­zioni finan­zia­rie ad alta fre­quenza e la finanza mobile, ripub­bli­ciz­zare le casse di rispar­mio ed il cre­dito alle col­let­ti­vità locali. E dichia­rare ille­gale le forme di com­pe­ti­ti­vità fiscale tra gli Stati.Terzo oltre che met­tere la finanza e la moneta in Europa al ser­vi­zio della giu­sti­zia e della soli­da­rietà umana e sociale e della giu­sti­zia ambien­tale. Tsi­pras ha aperto uno scon­tro duris­simo e cia­scuno di noi deve fare la sua parte.

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Il risveglio dopo l’era di Samaras

Dimitri Deliolanes, Il Manifesto, 30 gennaio 2015

Con il ter­rore dipinto sul volto il pre­si­dente dell’Eurogruppo dal nome impro­nun­cia­bile ha sco­perto ad Atene che il governo di Ale­xis Tsi­pras intende pro­se­guire esat­ta­mente sulla strada che aveva annun­ciato prima delle ele­zioni. Una sco­perta evi­den­te­mente scon­vol­gente, a giu­di­care dal volto ceru­leo con il quale l’olandese Jeroen Dijs­sel­bloem è uscito dal suo primo incon­tro con il mini­stro greco delle Finanze Yanis Varoufakis.

Se Dijs­sel­bloem avesse speso un po’ di tempo a leg­gere il pro­gramma di Syriza non sarebbe caduto dalle nuvole. Varou­fa­kis prima e Tsi­pras dopo non hanno fatto altro che ripe­ter­glielo punto per punto. L’olandese ha chie­sto lumi sul «pro­gramma di aggiu­sta­mento». Doveva finire con il 2014 ma è stato pro­lun­gato di due mesi. L’Ue deve ver­sare un’ultima tran­che di 7,1 miliardi, ma in cam­bio esige nuove misure di auste­rità. Per­fino il governo pre­ce­dente aveva decli­nato l’invito: era­vano alla vigi­lia delle ele­zioni, sem­mai se ne poteva par­lare dopo.

Varou­fa­kis ha rispo­sto al pre­si­dente dell’eurogruppo che non ha alcuna inten­zione di accet­tare una nuova discesa della troika.

Anzi, con la troika non ci parla pro­prio, per­ché è un «comi­tato di ese­cu­tori». «C’è una dif­fe­renza enorme tra gli organi isti­tu­zio­nali dell’Ue, come la Bce e la Com­mis­sione Euro­pea, ma anche gli orga­ni­smi inter­na­zio­nali, come il Fmi, con i quali abbiamo ini­ziato il nego­ziato e li con­si­de­riamo nostri part­ner, da una parte, e dall’altra un comi­tato che segue una logica anti­eu­ro­pea, inca­ri­cato dell’esecuzione di un pro­gramma da noi respinto, e che, per il Par­la­mento Euro­peo, è stato strut­tu­rato in maniera fret­to­losa». Atene intende dia­lo­gare solo con le isti­tu­zioni euro­pee e con i governi.

Dijs­sel­bloem ricorda i 7 miliardi in sospeso, Varou­fa­kis gli ripete che la Gre­cia è già fuori dal pro­gramma di auste­rità «un minuto dopo la pro­cla­ma­zione dei risul­tati». In altre parole, se li vogliono ver­sare bene, ma le nuove misure se le pos­sono scor­dare. «Siamo stati eletti per can­cel­lare la poli­tica di auste­rità. Il pro­gramma della troika non vale più, ne faremo uno nuovo, insieme». L’olandese non sa che dire: «Il pro­gramma (della troika) è ancora in fun­zione, a fine feb­braio vedremo cosa fare». Intanto però rispol­vera il vec­chio reper­to­rio: «La Gre­cia ha otte­nuto alcuni pro­gressi. È un pec­cato rischiare di ren­dere tutto vano a causa delle ele­zioni. Le azioni uni­la­te­rali non sono certo un pro­gresso». Era esat­ta­mente quello che diceva Anto­nis Sama­ras in cam­pa­gna pre­e­let­to­rale. Ma il buon Sama­ras, tanto com­pren­sivo per le ansie di Dijs­sel­bloem e di Schaeu­ble, non c’è più.

Ora c’è Ale­xis Tsi­pras che lo acco­glie dopo l’incontro con Varou­fa­kis. Dal quale Dijs­sel­bloem, scuro in volto e ner­voso, è pra­ti­ca­mente scap­pato, gua­da­gnando la porta, quasi senza salu­tare un sor­ri­dente Varoufakis.

Ma anche con il pre­mier non è andata bene per lui. «Il pro­gramma appli­cato dalla troika è fal­lito», gli ha detto chiaro e tondo Tsi­pras. «Non sono d’accordo», risponde Dijs­sel­bloem. «Dia un’occhiata al numero dei disoc­cu­pati, dei poveri e la per­cen­tuale del debito sul Pil», riba­di­sce Tsi­pras. «Chie­de­rete una pro­roga?», chiede l’olandese. «Il pro­gramma della troika è stato respinto per deci­sione del popolo greco». Chiuso il capi­tolo troika. Rimane il pro­blema del debito. Nulla da fare, per i greci, Dijs­sel­bloem non ne vuole pro­prio sen­tir par­lare. Con­fe­renza euro­pea? «Ma c’è già – com­menta– ed è l’Eurogruppo».

L’unica buona noti­zia che l’olandese por­terà con sé sarà l’assicurazione del nuovo pre­mier che non intende tor­nare alla poli­tica dei defi­cit del pas­sato. Anzi, il pro­gramma del governo Syriza «è incen­trato sul modo di affron­tare la crisi uma­ni­ta­ria, ma pre­vede anche un vasto pro­gramma di riforme al fine di restau­rare l’efficacia e la cre­di­bi­lità dell’amministrazione pub­blica, com­bat­tere l’evasione fiscale, il clien­te­li­smo e la cor­ru­zione. Su que­sto fronte acco­glie­remo volen­tieri le vostre idee e i vostri suggerimenti».

Tsi­pras non è iro­nico. Sa benis­simo che per quat­tro anni la troika ha alle­gra­mente col­la­bo­rato e soste­nuto i cor­rotti e i signori delle tes­sere. Ma vuole offrire una via d’uscita: con­ti­nue­remo a lavo­rare insieme, ma è finita l’epoca dei diktat.

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Ieri avevo pubblicato su questo blog un redazionale, tratto da Contropiano.org che riportava come, in occasione di un voto estremamente importante, la compagine italiana presso il Gue, composta da Barbara Spinelli, Eleonora Forenza e Curzio Maltese, avesse votato in maniera quanto meno “strana”. Lo stesso sito Contropiano.org, sempre ieri, ha poi rettificato la notizia, ammettendo di essere incappato in un errore. Ne riporto la smentita.

Resta però il fatto gravissimo di un Parlamento europeo che continua ostinatamente ad appoggiare il governo golpista e fascista di Poroshenko, facendo la voce grossa contro la Russia. E, soprattutto, resta il fatto che la popolazione del Donbass si trova, ormai da mesi, in stato di guerra, nel fragoroso silenzio di quasi tutti i media occidentali.

In una versione precedente dell’articolo avevamo erroneamente scritto che alcuni partiti del Gruppo della Sinistra Unitaria Europea e Nordica avevano votato a favore della mozione o si erano astenuti, messi fuoristrada da quanto riportato dal sito www.votewatch.eu che pubblicava il testo della mozione associato però all’esito del voto su alcuni emendamenti al testo ufficiale, sui quali effettivamente il gruppo del GUE si è diviso. Ce ne scusiamo con i diretti interessati e con i lettori, e di seguito pubblichiamo la precisazione dell’Europarlamentare Barbara Spinelli:

Circola in rete la notizia secondo cui diversi deputati del GUE/NGL avrebbero votato, il 15 gennaio a Strasburgo, a favore della risoluzione di mozione comune sull’Ucraina (tra questi, Barbara Spinelli e alcuni deputati della Linke) o si sarebbero astenuti (Curzio Maltese e Syriza). La notizia è destituita d’ogni fondamento: il GUE/NGL ha votato compatto contro la risoluzione maggioritaria (RC-B8-0008/2015) radicalmente antirussa. 
Purtroppo l’approvazione di quella risoluzione non ha permesso al GUE di votare la propria mozione (B8-0027/2015) che difendeva una linea diametralmente opposta e che resta agli atti.
La tesi di chi accusa Spinelli e la Linke di appoggio alla mozione maggioritaria rimanda a una pagina del sito indipendente http://www.votewatch.eu. Quella pagina riporta dati corretti, registrando la divisione all’interno del GUE su dei singoli emendamenti alla risoluzione approvata, ma non sulla risoluzione stessa. 
Tutti gli emendamenti presentati dal GUE/NGL sono stati bocciati dal Parlamento europeo. Le differenze all’interno di ciascun gruppo parlamentare sugli emendamenti non sono infrequenti, soprattutto quando si discutono argomenti particolarmente drammatici. Ben altra rilevanza avrebbe la divisione sul voto finale, che tuttavia non c’è stata. Ed è bene che non ci sia stata, alla luce dell’offensiva militare che il governo di Kiev ha lanciato in questi giorni nell’Est dell’Ucraina.

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Laura Eduati, Huffington Post, 2 giugno 2014

I maligni scrivono che è stata folgorata sulla via di Strasburgo. Ma il sentimento prevalente è l’amara sorpresa: Barbara Spinelli, promotrice della lista Tsipras e candidata capolista nell’Italia centrale e meridionale, starebbe cambiando idea e non lascerà il seggio come aveva promesso , Dunque molto probabilmente diventerà europarlamentare nell’edificio che porta il nome del padre Altiero. La possibilità che questo avvenga è ormai data per molto concreta.

Pare che dietro la decisione ci siano forti pressioni dello stesso Alexis Tsipras, il leader greco della vincente Syriza che vorrebbe portare in Europa un nome di peso come quello dell’editorialista di Repubblica e proporla come vicepresidente del Parlamento. Spinelli dovrebbe sciogliere le riserve entro poche ore, soprattutto per fermare l’enorme confusione che si è scatenata in queste ore all’interno della lista Tsipras, dove le posizioni non sono per niente univoche.

Guido Viale, tra i promotori della lista insieme con Flores D’Arcais e la stessa Spinelli, pensa che l’idea di mandarla a rappresentare la sinistra italiana a Bruxelles non sia affatto malvagia. Non la pensano così una folta schiera di persone coinvolte e meno coinvolte nel progetto. Maso Notarianni, giornalista e membro del comitato elettorale, ha scritto una lettera pubblica indirizzata a Spinelli, nella quale spiega che l’eventuale scelta di mantenere la poltrona europea danneggerebbe l’immagine della lista Tsipras:

Erano anni che non si vedevano così tante facce credibili, coerenti con la propria storia e con la propria vita, mettersi in gioco per un progetto di cambiamento. Questo è stato visto e apprezzato dai pochi che sono riusciti a vederci.
Ma vedo che, non appena ha cominciato a girare la tua idea di ripensarci, sono partiti centinaia di commenti spiacevoli, che ci accomunano al resto dei “politici”, che dicono (qualcuno con soddisfazione, altri con disperazione) che siamo uguali agli altri.
Ecco, io ti chiedo con il cuore in mano se te la senti di prenderti una responsabilità così grande: quella di farci perdere in credibilità e in coerenza.
Non so se tu te ne rendi conto, non vorrei – davvero – che questa scelta poi ti venga fatta pagare troppo duramente.

Marco Furfaro

I simpatizzanti della lista Tsipras sfogano sui social network la loro delusione, anche se non mancano coloro che hanno addirittura promosso una petizione per chiedere a Spinelli di rappresentarli in Europa. Tra questi alcuni candidati della lista Tsipras come l’attore Ivano Marescotti, l’urbanista Edoardo Salzano, la scrittrice animalista Daniela Padoan e il No Tav Pierluigi Richetto. Per loro la presenza di Spinelli al Parlamento europeo costituirebbe la garanzia che la lista Tsipras non venga eccessivamente orientata nelle scelte da Sinistra ecologia e libertà – il primo dei non eletti in Italia centrale è Marco Furfaro di Sel -, partito che ha espresso l’idea per ora minoritaria di avvicinarsi al Pd e dunque al Partito socialista europeo. I promotori della lista Tsipras invece preferiscono entrare nel gruppo della Sinistra unita.

Altri invece sono preoccupati dalla recente apertura a Beppe Grillo formulata dalla stessa promotrice.

Eleonora Forenza

In fondo Spinelli, insieme a Moni Ovadia, aveva ripetuto a ogni occasione che la loro era soltanto una forte sponsorizzazione e che all’indomani delle elezioni avrebbero lasciato spazio ai secondi in lista, in questo caso i giovani Marco Furfaro (Sel) e Eleonora Forenza (Prc), candidati rispettivamente nell’Italia centrale e meridionale. Se la figlia dell’europeista di Ventotene dovesse accontentare Alexis Tsipras e garantire la sua presenza all’europarlamento, dovrebbe anche decidere se sacrificare Furfaro o Forenza e non è un dettaglio secondario.

E domani Vendola sarà a Bruxelles per incontrare non soltanto Tsipras ma anche Martin Schulz, candidato alla Commissione europea per il Pse.

Sulla questione di Barbara Spinelli si sono espressi anche due giornalisti e simpatizzanti di peso come Alessandro Gilioli e Paolo Hutter, entrambi molto negativi sull’ipotesi che la giornalista e saggista possa cambiare idea e tenere il seggio. Scrive Hutter:

Dietro a chi sta spingendo la Spinelli in questa più che problematica direzione ci sono il sentimento e la volontà di sbaraccare sia Sel che Rifondazione per dare rapidamente vita al nuovo soggetto politico derivante dal relativo successo della lista Tsipras. In particolare c’è la irritazione perché in Sel si è riaperto il dibattito sul rapporto col Pd. (Ma era inevitabile, col Pd al 40% e una minoranza di Sel che era contraria alla lista Tsipras..) C’è già chi si spinge a dire che non solo la posizione della “destra”Sel ma anche la posizione di Vendola (“ll nostro orizzonte è l’alleanza con il Pd a condizione che si ricostruisca un profilo di cambiamento. Renzi ha vinto e la sua vittoria non cambia la qualità di questo governo…”) sarebbero incompatibili col progetto de l’Altra Europa. In realtà tra tutti gli elettori dell’Altra Europa c’è una convivenza intrecciata di sentimenti, non una divisione netta, tra chi vagheggia un ritorno dell’alleanza tra Pd e sinistra radicale, e chi sogna una Syriza italiana,o un 5 stelle “politicamente corretto”.

Interviene poi Paola Bacchiddu, la responsabile della comunicazione della lista Tsipras che racconta di essere stata allontanata dall’incarico per volere di Spinelli dopo aver pubblicato su Facebook l’ormai celeberrimo bikini:

Per ora tacciono gli altri due promotori della lista Tsipras, Marco Revelli e Luciano Gallino. Tra poche ore, complice anche la pressione che Spinelli dice di ricevere da molti elettori, il nodo dovrebbe sciogliersi e i malpancisti dovrebbero avere una risposta ai loro laceranti dubbi.

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Mary Kaldor, Sbilanciamoci, 30 maggio 2014

A uscire vincitore dalle elezioni europee è soprattutto un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni di Bruxelles. Per ricomporre un’Europa dei popoli bisogna partire dalla costruzione di una democrazia post-nazionale, dove i processi decisionali rimettano i cittadini al centro

Il nazionalismo è un modo per dirottare lo scontento popolare su un capro espiatorio di comodo, l’«altro» – l’immigrato o l’Europa. E per guadagnare consenso politico evitando al contempo di rivolgersi alle cause profonde del malcontento. Xenofobia ed euroscetticismo non possono in alcun modo rappresentare risposte costruttive. Al contrario, quanto più si afferma la retorica nazionalista, tanto più i nostri problemi si moltiplicano e siamo portati a prendercela con l’«altro». Abbiamo alle spalle una lunga e drammatica storia sulla corruzione delle istanze democratiche tramite il ricorso ad appelli nazionalisti, e la prima guerra mondiale è forse l’esempio più calzante in merito. Più di recente, i conflitti sia in Bosnia sia in Siria sono stati e sono tuttora occasioni di risposta, e persino di soppressione, dei movimenti democratici. In Ucraina, ciò che in origine era una protesta diffusa in tutto il paese contro la corruzione e per i diritti umani, si sta rapidamente trasformando in un conflitto aperto tra russi «orientali» e ucraini «europei».

Qual è allora la causa dello scontento? Si tratta di un’enorme frustrazione e mancanza di fiducia nei confronti della classe politica. A dispetto del nostro diritto di voto e di protesta, vi è un diffuso senso di impotenza, la sensazione che qualunque cosa facciamo o diciamo non produca alcuna differenza, che i partiti politici siano tutti uguali e il voto perlopiù irrilevante. Nella teoria della democrazia si opera spesso una distinzione tra democrazia formale o procedurale e democrazia sostanziale. La democrazia formale ha a che vedere con le regole e le procedure democratiche, tra cui il suffragio universale, la regolarità delle elezioni, la libertà di associazione e di stampa, e così via.

La democrazia sostanziale è legata all’uguaglianza politica. Riguarda la capacità di influenzare le decisioni che impattano sulla nostra vita. E riguarda anche la cultura democratica – le «abitudini del cuore», per dirla con Tocqueville. Nonostante la grande diffusione delle procedure democratiche nel corso degli ultimi decenni, oggi vi è ovunque un profondo e crescente deficit di democrazia sostanziale. «La chiamano democrazia, ma non lo è», è uno degli slogan degli indignados spagnoli.

Ci sono molte ragioni che spiegano la debolezza della democrazia sostanziale. La più immediata è la globalizzazione. La democrazia procedurale è organizzata su base nazionale. Ma le decisioni che impattano direttamente sulle nostre vite sono in realtà prese a Bruxelles, Washington, nei quartieri generali delle multinazionali o da rampanti professionisti della finanza che da Londra, Hong Kong o New York operano sul mercato dagli schermi dei loro computer. Per quanto le procedure democratiche possano essere ottimali a livello nazionale, se le decisioni che riguardano le nostre vite trascendono questo livello, allora il voto non può influire su queste decisioni.

Tuttavia non è questa la sola ragione. La globalizzazione è stata un modo per fuoriuscire da ciò che potremmo definire la sclerosi dello Stato-nazione. Le istituzioni chiave dello Stato-nazione sono cresciute e si sono affermate nel secondo dopoguerra, cristallizzandosi in pratiche e consuetudini tra cui quelle, difficilmente emendabili, di controllo e sorveglianza.

I partiti politici si sono progressivamente trasformati da luoghi di dibattito sull’interesse pubblico in macchine elettorali capaci soltanto di riprodurre e rinforzare i pregiudizi esistenti raccolti in focus group che rappresentano il cosiddetto ceto medio.

Le burocrazie pubbliche – in primo luogo l’amministrazione statale e il settore militare e dell’intelligence – hanno sviluppato una propria logica di auto-riproduzione. Là dove nascono iniziative politiche volte al cambiamento, queste finiscono spesso per essere risucchiate e annichilite all’interno di questi cunicoli istituzionali.

Paradossalmente, l’inerzia statale si è combinata con venti anni di neoliberismo che, invece, avrebbe dovuto ridurre e indebolire lo Stato.

Così, se da un lato il neoliberismo ha causato un enorme aumento delle disuguaglianze e la scomparsa del welfare, dall’altro ha lasciato le istituzioni chiave dello Stato intatte oppure le ha legate a doppio filo con il capitale. Il neoliberismo ha generato una cultura di egoismo individualista e ha fortemente rinsaldato il potere del denaro e la sua influenza sulla classe politica. Ed è proprio la presa della finanza sul finanziamento dei partiti e sui media che spiega in larga misura, come sostiene Colin Crouch, il perdurare del neoliberismo nel mondo del dopo-crisi.

Ma allora come è possibile affermare o ri-affermare la democrazia sostanziale?

La risposta non sta nel riportare le decisioni nell’alveo dello Stato-nazione poiché, anche se ciò fosse possibile nell’interdipendente contesto neoliberista, il ritorno allo Stato-nazione di fatto corrisponde a un ritorno all’inerzia, al paternalismo, a logiche securitarie e di paura dell’«altro». Così come non è una risposta il miglioramento delle procedure democratiche nell’Unione europea – anche se si tratta di un evento auspicabile -, dal momento che le procedure senza la sostanza ci lascerebbero esattamente al punto in cui siamo.

Per democrazia sostanziale intendo il modo in cui la gente comune può influenzare le decisioni che riguardano le loro vite in un’Europa concepita nel suo insieme, come un tutto. Penso a una democrazia post-nazionale in Europa piuttosto che al ripristino della democrazia a livello statale o alla democratizzazione dell’Unione, anche se entrambe le formule potrebbero essere parte della soluzione. Dal mio punto di vista, per fare tutto ciò sono necessarie trasformazioni sia dal basso sia dall’alto.

La risposta dal basso consiste nell’allargamento della sfera pubblica a tutti i livelli e nello sviluppo di forme dialogico-deliberative di politica – specialmente a scala locale e transnazionale – che si fondino sulla nuova «cultura 2.0» di scrittura ed editoria, oltre che di lettura. Consiste nel delegare le decisioni che riguardano le nostre vite a comunità di interesse controllabili, sia locali sia transnazionali, e nel costruire un’infrastruttura complessa e articolata per un impegno pubblico rinnovato ed estensivo.

Per fare questo, però, serve anche una risposta dall’alto. Abbiamo bisogno di forme di governance globale che tengano questi processi al riparo dalle tempeste della globalizzazione: limiti alla speculazione finanziaria, anche per mezzo di una Tobin Tax; una maggiore regolamentazione delle imprese transnazionali, a partire dalla chiusura dei paradisi fiscali; politiche finalizzate a mitigare il cambiamento climatico, tra cui una carbon tax.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di regolamentare, limitare e tassare le attività globali dannose, e al contempo finanziare le attività globali virtuose, tra cui la stabilizzazione dell’euro, la promozione dell’occupazione, la trasparenza delle istituzioni, l’investimento nel risparmio energetico e nelle rinnovabili, e le missioni di pace. In altre parole, l’obiettivo della governance globale dovrebbe essere quello di creare una cornice istituzionale che sia in grado di civilizzare la globalizzazione e di far sì che i processi decisionali siano devoluti al livello più basso possibile, rimettendo i cittadini al centro.

Questo è il modello di cui dovrebbe dotarsi l’Unione Europea, ma per farlo avrebbe bisogno di istituzioni più visibili e democratiche.

Non basta l’anti-europeismo a spiegare il successo dei partiti populisti alle ultime elezioni europee. A questo si aggiunge il sentimento diffuso che le elezioni europee non contino.

L’Unione Europea è considerata un’entità astratta e burocratica, in cui il Parlamento Europeo ha poco potere. A peggiorare le cose, poi, c’è il fatto che le votazioni per il Parlamento Europeo vengono fatte su base nazionale. Come fa notare Anna Topalsky, questo vuol dire che i cittadini non possono votare per un partito europeo, ma sono costretti a votare per un partito nazionale. Se si esclude la Germania, negli altri paesi il dibattito sul futuro dell’Unione è stato pressoché nullo. I cittadini non usano le elezioni europee per scegliere il Parlamento che vogliono, ma per protestare contro le politiche nazionali; votare in maniera irresponsabile è considerato accettabile perché nessuno sa realmente cosa sta votando.

Ma la verità è che questo non è accettabile, perché alimenta una retorica anti-europea che potrebbe anche portare alla dissoluzione dell’Ue, con conseguenze incalcolabili. Trasformare l’Unione Europea, dunque, richiede innanzitutto un cambio procedurale. Per esempio, si potrebbe basare la cittadinanza sulla residenza piuttosto che sulla nazionalità, emancipando così gli immigrati che vivono in Europa. Invece che avvenire su base nazionale e con partiti nazionali, le elezioni dovrebbe avvenire su base transnazionale e con partiti transeuropei. Le elezioni europee, poi, dovrebbe avere luogo in una data diversa dalle elezioni locali e nazionali, in maniera da concentrare l’attenzione sulle questioni europee. E sarebbe auspicabile permettere alla gente di eleggere un presidente europeo, al fine di identificare l’Unione con una persona piuttosto che con l’apparato burocratico. Ma queste riforme procedurali avranno senso solo se saranno accompagnate da una maggiore democratizzazione del processo decisionale a tutti i livelli.

Per concludere, due parole sul mio paese, il Regno Unito. In queste ore, molti commentatori stanno facendo appello ai leader degli altri partiti politici perché colgano la sfida lanciata dall’Ukip, che è arrivato primo alle elezioni europe, e perché prendano sul serio l’euroscetticismo e le preoccupazioni dei cittadini nei confronti dell’immigrazione.

Questo è esattamente quello che non dovrebbero fare. Sdoganare queste posizioni alimenta il populismo e ci impedisce di affrontare il nodo della questione democratica. Finora i laburisti di Ed Miliband hanno resistito a queste pressioni, mantenendo l’attenzione sui problemi reali: il mercato immobiliare, i prezzi energetici, il servizio sanitario nazionale e il costo della vita. Resistere a queste pressioni è più di una semplice strategia elettorale; è una strategia per evitare di scivolare in una spirale nazionalista da incubo.

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Esattamente trent’anni fa, era il 14 febbraio 1984, Altiero Spinelli prendeva la parola per presentare all’assemblea le conclusioni del lavoro della commissione incaricata di elaborare le riforme istituzionali, da lui presieduta. Nel discorso che riporto, Spinelli presenta il progetto di Trattato che istituisce l’Unione Europea (v. scheda del Parlamento Europeo). Di sicuro possiamo oggi dire che l’Europa attuale assomiglia ben poco a quella per la quale Spinelli lottò tutta la vita. Ma – se lo vorremo – possiamo ancora cambiare la situazione

Discorso pronunciato al Parlamento europeo nella seduta plenaria del 14 febbraio 1984

Altiero Spinelli al Parlamento Europeo

Signor Presidente, onorevoli colleghi, la commissione per gli affari istituzionali ha portato a termine il mandato che quest’Assemblea gli aveva conferito. Oggi ho l’onore di chiedervi, in suo nome, di approvare la risoluzione che contiene il progetto di trattato che istituisce l’Unione.

Prima di cominciare la mia esposizione, mi si permetta di richiamare l’attenzione sul fatto che nella motivazione è stata tolta una linea. Essa ricordava il primo testo che sollevava il problema della riforma istituzionale e che è la proposta di risoluzione Van Aerssen del mese di settembre 1979. La linea soppressa verrà ristabilita.

Mi sia permesso fare un’osservazione preliminare concernente gli emendamenti, sui quali siete chiamati a pronunciarvi. Una prima categoria di emendamenti è costituita da modifiche stilistiche, che la commissione per gli affari istituzionali non ha avuto il tempo di incorporare nel testo e delle quali essa chiede l’adozione. Una seconda categoria è quella degli emendamenti che sottopongono di nuovo all’Assemblea soluzioni di ricambio che la commissione aveva già esaminato e rifiutato. La commissione non può che chiedere di respingerli, perché modificano testi che sono il frutto di compromessi talvolta complessi e delicati, che non è opportuno voler sconvolgere. Dal momento che dovremmo essere tutti consapevoli che questo progetto nasce dalla convergenza necessaria tra le idee di famiglie politiche differenti, chiederò piuttosto spesso agli autori degli emendamenti di volerli ritirare.

Un’ultima categoria concerne emendamenti che contengono alcune idee o sfumature nuove. La commissione propone che vengano adottati, o che venga adottato un emendamento di compromesso da lei stesso accettato, tutte le volte che gli emendamenti non modificano il significato globale degli articoli. Tra questi emendamenti, ce ne sono che riguardano l’articolo 82 del trattato e i paragrafi 2 e 3 della risoluzione, il cui accoglimento o il cui rifiuto ha conseguenze su tutto il significato politico del progetto. Ne parlerò fra poco.

Vengo così al tema centrale del nostro dibattito, che, essendo il quarto che l’Assemblea dedica a questo argomento, si concentrerà probabilmente sull’essenziale, che vorrei formulare in questo modo: qui, oggi, il Parlamento europeo deve spiegare con chiarezza e con fermezza le ragioni politiche della nostra iniziativa. Esso deve spiegarle a se stesso, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, ai partiti, alle forza sociali e soprattutto ai cittadini, nelle mani dei quali, fra quattro mesi, rimetteremo il mandato che avevamo sollecitato cinque anni fa. Con la mia introduzione al dibattito, intendo contribuire alla chiarezza e alla fermezza di questa spiegazione.

La nostra iniziativa istituzionale e il piano Genscher-Colombo sono nati quasi contemporaneamente un po’ più di due anni fa e hanno molte cose in comune. Le due iniziative partono dalla stessa percezione della contraddizione esistente tra il bisogno crescente di unità europea e il pericolo evidente che essa corre non solo di non avanzare, ma anche di indietreggiare. Tali iniziative vedono la ragione fondamentale di questa crisi in una definizione troppo ristretta degli scopi da raggiungere e in un metodo di lavoro poco efficace. Esse sono, conseguentemente, basate tutte e due su una riforma istituzionale. Esse hanno in comune anche l’acuta consapevolezza dell’impossibilità di pervenire ad un risultato senza un compromesso tra i partecipanti alla ricerca della soluzione.

I metodi seguiti nelle due ricerche sono stati, invece, molto differenti. I negoziatori del piano Genscher-Colombo, ministri e diplomatici, derivavano la loro legittimità dalla loro qualità di rappresentanti di Stati in quanto tali. Benché consapevoli di affrontare problemi di dimensione e di significato europei, essi erano tenuti tutti, per vocazione istituzionale, a vedere prioritariamente le cose nella loro prospettiva nazionale. Nella nostra iniziativa, noi derivavamo la nostra legittimità dalla nostra qualità di rappresentanti eletti dei cittadini della Comunità, di responsabili più autentici della democrazia europea nascente. Venuti dalla vita politica e sociale dei nostri paesi, siamo tutti consapevoli della necessità di farci carico dei problemi propri dei nostri rispettivi paesi. Ma la nostra vocazione istituzionale è vedere prioritariamente le cose nella loro prospettiva europea. Conosciamo ormai i risultati di questi due modi di procedere differenti. Nel corso della negoziazione del piano Genscher-Colombo, la prospettiva nazionale ha preso irresistibilmente il sopravvento. La europea si è progressivamente fatta da parte e la dichiarazione finale propone, praticamente, che venga rafforzata l’azione intergovernativa a scapito dell’azione soprannazionale. Nell’elaborazione dl progetto che voteremo questa sera, la prospettiva europea non solo non si è mai attenuata, ma è diventata più chiara, più sicura di sé, via via che il lavoro progrediva.

Il nostro progetto fa della Commissione un vero esecutivo politico, mantiene un ruolo legislativo e di bilancio per il Consiglio dell’Unione, ma lo definisce e lo limita, dà al Parlamento un vero potere legislativo e di bilancio, che esso divide con il Consiglio dell’Unione. Il nostro progetto riconosce l’esistenza di una sfera di problemi che saranno trattati dal Consiglio europeo con il metodo della cooperazione. Ma, da un lato, esso vieta al metodo intergovernativo di invadere il campo dell’azione comune e, da un altro lato, apre una porta che rende possibile il passaggio dalla cooperazione all’azione comune. In un certo senso è stato provvidenziale che tra Stoccarda, dove è stato votato il piano Genscher-Colombo, e Strasburgo, dove si vota oggi il progetto di trattato, si situi il Consiglio di Atene. Per il piano Genscher-Colombo, Atene è stata un vero e proprio “hic Rhodus, hic salta!”, e non ha saputo saltare. Esso aveva proposto di rafforzare il metodo intergovernativo, e Atene ha dimostrato l’impossibilità logica, oltre che politica, di concepire e di realizzare secondo questo metodo politiche di ampio respiri, che hanno bisogno di prolungarsi nel tempo, di fondarsi su larghi consensi, di spezzare certe rigidità nazionali. Ma il disastro di Atene ha mostrato anche, inaspettatamente, quel che i Consigli precedenti, sebbene sempre più paralitici, erano riusciti a velare pudicamente.

Per la prima volta, il Consiglio di Atene ha mostrato la possibilità della fine dell’unione realizzata nella Comunità e del ritorno ai sacrosanti egoismi nazionali. Tutti hanno avuto paura delle conseguenze di una scissione del genere e si sono messi alla ricerca dei mezzi per impedire l’affondamento della barca europea.

Il nostro progetto di trattato non sarebbe potuto apparire sulla scena politica in un momento più appropriato, visto che è la sola risposta politicamente e intellettualmente valida al fallimento di Atene. La nostra risposta è, come tutte le cose vere e autentiche, al tempo stesso semplice e difficile da digerirsi. Può essere riassunta in pochissime parole: gli affari di interesse comune possono essere gestiti validamente solo da un potere veramente comune. Chi cerca seriamente di uscire dal vicolo cieco di Atene deve aderire al nostro progetto, ma quanti tabù bisogna superare per vedere le cose evidenti!

Una volta approvato, il nostro progetto non dovrà andare al Consiglio, che lo trasmetterebbe ai rappresentanti diplomatici, i quali lo sezionerebbero e lo seppellirebbero. Noi lo faremo pervenire ai governi e ai parlamentari nazionali, chiedendo loro di avviare le procedure di ratifica.

La commissione per gli affari istituzionali vi propone di seguire questa via sostanzialmente per due ragioni, complementari tra loro. Da un lato, questo Parlamento eletto deve avere la consapevolezza chiara, precisa e fiera di essere la sola istanza europea in cui sono legittimamente rappresentati i cittadini d’Europa in quanto tali, secondo raggruppamenti politici che sono gli stessi di quelli che esistono nell’ambito nazionale. E’, conseguentemente, la sola istanza europea capace di elaborare un progetto costituzionale senza perdere di vista la prospettiva europea e con la partecipazione delle forze politiche di tutti i paesi membri. D’altra parte, i governi e i parlamenti nazionali sono evidentemente consapevoli della necessità di fare avanzare la costruzione europea, e dunque dire sì o no a un progetto europeo. Ma, se si mettono intorno ad un tavolo come ministri nazionali o delegazioni parlamentari nazionali per redigere un testo, essi possono solo provocare i riflessi nazionale di ogni ministro o di ogni delegazione parlamentare e riaprire automaticamente la discussione sulle rivendicazioni nazionali necessariamente divergenti. Il metodo della trattativa diplomatica farebbe rapidamente riprendere il sopravvento all’interesse nazionale e il progetto del Parlamento europeo verrebbe rapidamente ridotto a un documento di lavoro, per essere poi messo da parte.

Certo, non si può escludere che l’accoglimento del nostro progetto cozzi contro ostacoli del genere, che convenga al Parlamento riprenderlo, rimetterlo, per così dire, in cantiere, rimodellarlo. Ma aspettiamo di vedere, prima di decidere di farlo. Guardiamoci bene dal far discendere fin d’ora il nostro progetto, dal livello di progetto formale della sola Assemblea politica abilitata a proporre un testo istituzionale europeo, al livello di un documento di lavoro umilmente presentato da un’Assemblea poco sicura del suo diritto di redigerlo.

Mi sono soffermato su questo aspetto della nostra iniziativa, contenuto nei paragrafi 2 e 3 della risoluzione e nell’emendamento di compromesso che la nostra commissione raccomanda di approvare, perché l’emendamento Haagerup-Nord chiede esattamente quello di cui ho cercato di dimostrare l’incoerenza. Se questo emendamento dovesse essere approvato, dichiareremmo noi stessi che siamo incapaci di presentare un progetto valido. Probabilmente alcuni di noi, ed io in ogni caso, proveremmo una certa vergogna a mettere ancora i piedi in un parlamento capace di un simile atto di automutilazione e di autoderisione. Decideremo dunque, lo spero, di rivolgerci ai governi e ai parlamenti degli Stati membri per chiedere loro di assumere e di approvare il progetto.

La vera battaglia per l’Unione comincerà in quel momento, e il ruolo del Parlamento europeo continuerà a essere essenziale, visto che dovrà guidare e animare un’azione dura ed esigente, che potrà riuscire solo se sapremo essere tenaci.

I nostri gruppi politici saranno inviatati ad esercitare tutta la loro influenza sui loro partiti e, conseguentemente, sui gruppi politici omologhi nei parlamenti nazionali. Noi difenderemo e faremo conoscere il nostro progetto nella prossima campagna elettorale. Chiediamo, fin d’ora, che il futuro Parlamento prenda tutte le iniziative necessarie per superare gli ostacoli e ottenere le ratifiche. Richiamo la vostra attenzione anche sull’articolo 82 e sull’emendamento di compromesso che lo precisa e che la commissione per gli affari istituzionali vi chiede di approvare. Vi si dice che, per l’entrata in vigore del trattato tra i paesi che l’avranno ratificato, non è necessaria l’unanimità degli Stati membri attuali. Spetterà agli Stati che avranno ratificato il trattato fissare la data e la procedura dell’entrata in vigore di questo testo e negoziare nuovi rapporti con gli Stati che non avranno aderito. Richiamo la vostra attenzione sul fatto che questo quorum implica che gli Stati aderenti siano per lo meno sei, e sette in un’Europa a dodici, e quindi gli Stati più piccoli avranno la loro parola da dire in modo determinante.

Se lasciassimo sussistere un dubbio sulla possibilità di cominciare, anche se non si è al completo, metteremmo il successo dell’operazione non nelle mani dei più decisi, ma in quelle dei più esitanti, anzi dei possibili avversari, destinando così tutta l’impresa a un fallimento quasi certo.

Tra i paesi che esitano, penso – e non sono solo a pensarlo -, con un’attenzione, una tensione e un’angoscia particolari, alla Francia, a causa dell’importanza probabilmente decisiva che il suo comportamento avrà per tutti gli altri paesi della Comunità. Le esitazioni di molti nostri colleghi francesi in quest’Assemblea sono un segno evidente di esitazioni profonde tra i dirigenti del paese.

Ancora una volta, è quasi provvidenziale che la Francia eserciti la presidenza del Consilio in questo primo semestre del 1984, che comincia con la votazione di oggi sul progetto di trattato dell’Unione, si concluderà con le elezioni europee, e nel corso del quale nessuno può certo pretendere che vengano riparati tutti i danni accumulati ad Atene, e ben prima di Atene, ma si ha il diritto di aspettarsi che venga individuata ed indicata la strada da seguire per ripararli.

Il governo francese è dunque impegnato, in questi sei mesi, a meditare, con intensità ed immaginazione più grandi che negli anni scorsi, sulla crisi europea e sui mezzi per venire fuori. E’ opportuno, mi sembra, consigliargli di non aspettarsi granché dagli incontri bilaterali che persegue con tanta alacrità.

Certo, è possibile, anzi probabile, che, nel corso di questi incontri, vengano trovati un certo numero di compromessi a breve scadenza, ma si può essere sicuri che si tratterebbe di cattivi compromessi, perché rinvierebbero la crisi istituzionale di uno o due anni, il che la farà scoppiare in modo ancora più pericoloso.

Utili per gli accordi specifici limitati, le trattative intergovernative possono sfociare solo in cattivi compromessi, non appena si tratti di costruire una politica di ampio respiro e duratura.

A tutti i Francesi, ma soprattutto al Presidente della Repubblica che ha recentemente auspicato un ritorno allo spirito del Congresso dell’Aia e ha parlato della necessità di giungere a un’unità politica, il nostro Parlamento deve dire, con il voto di questa sera, che dalla presidenza francese del Consiglio ci aspettiamo che non si limiti a venirci a parlare ritualmente, alla fine del suo semestre, delle quisquilie che il consiglio avrà realizzato, ma che essa scopre che il nostro progetto è la risposta, la sola risposta seria, alla sfida esistenziale di fronte alla quale l’Europa, e la Francia con essa, si trovano, e ci aspettiamo che il governo francese – dico bene: il governo francese, non il Consiglio europeo – faccia proprio il progetto ed annunci che è pronto ad avviare la procedura di ratifica, non appena il minimo di paesi previsto nel trattato per la sua entrata in vigore avranno assunto lo stesso impegno.

In tal modo, il semestre di presidenza francese passerebbe alla storia.

Per finire, chiedo a quest’Assemblea, a nome della commissione per gli affari istituzionali, di votare in massa la risoluzione che la commissione ha presentato e gli emendamenti che raccomanda.

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