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Posts Tagged ‘Parlamento’

Giuseppe Palma, Scenari Economici, 10 settembre 2015

Mentre a Cernobbio andava in scena lo “spettacolo” del sistema che si autoconsolida e fa quadrato attorno a se stesso (sintomo che è prossimo al collasso), a Roma tutti sembrano essersi dimenticati del FISCAL COMPACT, il quale – a partire dal 2016 – renderà di fatto il nostro Paese una “colonia europea” priva di qualsivoglia potere sovrano di autodeterminazione.

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Ho ricevuto l’invito a sottoscrivere questa petizione da parte del Presidente dell’Associazione 2 Agosto 1980 e ho immediatamente aderito, perché credo che sia necessario fare chiarezza su alcuni punti oscuri della nostra storia recente. Una delle mille promesse di questo governo era stata quella di fare chiarezza sulle stragi, declassificando i documenti, ma non solo. Dalla breve dichiarazione che riporto, devo però constatare che ci troviamo, per l’ennesima volta, di fronte a una incompiuta.

Credevamo di assistere alla svolta di un Parlamento, di un Governo che dopo decenni si era accorto della sua storia, fatta di centinaia di morti per terrorismo e stragi e di famiglie a cui è stata stravolta la vita e sospeso il diritto alla verità e alla giustizia. Credevamo di essere testimoni del fatto che i “tempi fossero maturi” per cambiare, per invertire il senso di questo perverso e inquietante sistema che nega alle vittime pure i risarcimenti. Ma un cambiamento a metà, non è un cambiamento, bensì un modo per continuare – da parte di chi ne ha interesse – a conservare il vecchio sistema con metodi diversi. Vi chiediamo solo di mantenere le vostre promesse: risarcimento e indennizzo per le vittime, introduzione nel codice penale del reato di depistaggio, e la reale declassificazione delle carte sulle stragi da parte di ministeri e servizi segreti.

Firma su Avaaz.org

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Luca Pastorino, candidato alla presidenza della Regione Liguria

1. Perché candidato?
Per rappresentare gli elettori di centrosinistra, indecisi e delusi che non votano più. In Liguria possiamo cambiare modo di fare politica. Chiedo un voto utile per sbloccare una situazione di confuse larghe intese che paralizzano tutto. Qui Renzi vuole sperimentare sulla nostra testa un laboratorio del partito nazionale senza alcuna analisi seria sui problemi della regione. Io sono un sindaco di paese e ho l’abitudine di stare sul territorio e parlare con le persone.

2. La tua è una candidatura alternativa alla Paita?
La mia candidatura è per rappresentare un progetto innovativo e concreto rivolto alla maggioranza degli elettori liguri, di centrosinistra, indecisi e delusi che non votano più. Tutto il resto mi sembra un ragionamento politicista che non interessa alle persone.

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Qualche anno fa, dovendo prendere il treno per spostarmi rapidamente da una parte all’altra di Genova, mi trovavo alla stazione di Quarto. Mentre attendevo, decisi di prendere un caffè e la barista mi chiese: “Alberto, vero che tu sai l’inglese?”. Un po’ sospettoso dissi di sì, lei si girò e fece avvicinare una ragazza bionda, con espressione da turista.

La ragazza, parlando inglese con forte accento tedesco, mi chiese: “What’s does it mean ‘obliterare’?”.

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Stefano Fassina, Il Manifesto, 10 aprile 2015

Stefano Fassina

Inutile alimentare l’illusione in una salvifica scissione del Pd. Serve un programma per una radicale ridefinizione del rapporto con l’Ue

È con­so­li­data l’analisi sul ripo­si­zio­na­mento cen­tri­sta del Pd e le rela­tive con­se­guenze sul nostro sce­na­rio poli­tico (tra gli altri, Franco Monaco su que­sto gior­nale, Michele Sal­vati sul Cor­riere della Sera): il pro­gramma attuato (dagli inter­venti sul lavoro al pac­chetto di revi­sioni costi­tu­zio­nali alla legge elet­to­rale) e il metodo di governo pra­ti­cato (dalla mar­gi­na­liz­za­zione del par­la­mento alla mor­ti­fi­ca­zione del dia­logo sociale) indi­cano la deriva centrista-plebiscitaria del par­tito nato come alter­na­tivo al cen­tro­de­stra. In sin­tesi, un «par­tito piglia­tutti», fat­tore di ini­bi­zione della demo­cra­zia dell’alternanza e, al con­tempo, poten­ziale gene­ra­tore di una sog­get­ti­vità poli­tica di sini­stra, pos­si­bile evo­lu­zione della «coa­li­zione sociale», con­dan­nata però, come sull’altro ver­sante la destra anti-euro, a rima­nere fuori dalle fun­zioni di governo e attratta dalla pro­te­sta e dal populismo.

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Angela Mauro, Huffington Post, 12 marzo 2015

Tra Matteo Renzi e la minoranza Pd scoppia un altro incendio. Come se non bastassero le polemiche seguite all’approvazione della riforma costituzionale alla Camera, le minacce di scissione, gli annunci di votare no sull’Italicum qualora non venisse modificato.

Pier Luigi Bersani

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Silvia Truzzi, Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2015

Stefano Rodotà

E dunque, nonostante i Nazareni tramontati e i mal di pancia dei dissidenti Pd, si va verso la riforma del Senato. “Questa riforma è un cambiamento radicale del sistema politico-istituzionale: cambia la forma di governo e viene toccata la forma di Stato”, spiega Stefano Rodotà, emerito di diritto civile alla Sapienza. “E dire che si sarebbe dovuto procedere con la massima cautela: questo Parlamento è politicamente delegittimato dalla sentenza della Consulta. Invece si è scelto di andare avanti imponendo un punto di vista non rivolto al Parlamento, ma a un patto privato, il Nazareno”.

Lei – come altri “professoroni” – è stato da subito molto critico.
La riforma è un’occasione perduta: la discussione che all’inizio era stata generata dalle proposte del governo, aveva determinato una serie di indicazioni che non erano tese all’immobilismo, ma partivano da due premesse . Il Titolo V è stato un disastro e il bicameralismo perfetto non può essere mantenuto: si poteva inventare – era possibile – una forma di organizzazione che concentrasse il voto di fiducia nella Camera superando il sistema attuale, creando nuovi equilibri e controlli e non scardinando la Repubblica parlamentare voluta dalla Costituzione. Ora si comincia ad avere la consapevolezza di ciò che sta accadendo: molti tra quelli che avevano detto “non esageriamo, non si dica svolta autoritaria ” stanno cambiando idea. Si parla di un’Italia a rischio “democratura”, di tendenze plebiscitarie, di deperimento del sistema dei controlli. Se ne sono accorti un po’ tardi.

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Guido Liguori, Il Manifesto, 4 marzo 2015

Venerdì a Roma un convegno su «Enrico Berlinguer e l’Europa»

Enrico Ber­lin­guer è morto nel 1984, ma molte delle sue idee-forza pos­sono essere utili ancora oggi. Anche per quel che con­cerne la poli­tica inter­na­zio­nale – vera e pro­pria pas­sione del comu­ni­sta sardo e pal­co­sce­nico cen­trale della sua atti­vità poli­tica – e in par­ti­co­lare lo sce­na­rio euro­peo, le pro­spet­tive della sini­stra oggi in Europa, dopo la vit­to­ria di Tsi­pras in Gre­cia. È a par­tire da que­ste con­vin­zioni che Futura Uma­nità, l’associazione nata per stu­diare e dif­fon­dere «la sto­ria e la memo­ria del Pci», insieme alle fon­da­zioni e agli isti­tuti cul­tu­rali della Linke e di Syriza e al gruppo par­la­men­tare euro­peo Gue/Ngl, hanno pro­mosso un incon­tro inter­na­zio­nale in pro­gramma per venerdì pros­simo a Roma (Audi­to­rium di via Rieti 11, dalle ore 9.30). Sia per ricor­dare l’eurocomunismo di Ber­lin­guer, il suo dia­logo con le cor­renti di sini­stra delle social­de­mo­cra­zie euro­pee, il suo pro­fi­cuo incon­tro con Altiero Spi­nelli; sia per valu­tare il cam­mino fatto e da fare per «la costru­zione di una sini­stra nuova in Europa», come recita una ses­sione del convegno.

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Oggi il Consiglio dei Ministri ha approvato attuativi del Jobs Act (per la serie: “Dillo in italiano“) e quindi il mondo del lavoro italiano cambierà radicalmente. Si inizia a parlare di incostituzionalità di questa legge, di referendum abrogativo. Staremo a vedere. E staremo a vedere anche quali valutazioni farà il neo-presidente della Repubblica che, prima o poi, dovrà rompere il silenzio.

Dei temi di questo intervento, Landini ha parlato a Genova, concludendo la manifestazione dello sciopero generale il 12 dicembre scorso.

Soprattutto mi preme rilevare come, di nuovo, il sindacato faccia un appello alla classe politica, che sia interlocutrice delle istanze provenienti dal mondo del lavoro. Politica che, al momento rimane sorda. Dobbiamo fare in modo che la sinistra riprenda a dialogare con il sindacato e i lavoratori. C’è un immenso bisogno di ricucire questo rapporto ed è un lavoro che bisogna iniziare subito.

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Maurizio Viroli, Jack’s blog, 15 febbraio 2015

I giuristi del XIV secolo parlavano di tirannide tacita o velata: niente armi, niente proscrizioni, niente esili. Bastano dei servi tenuti al guinzaglio con la vecchia minaccia di togliere loro i privilegi

Maurizio Viroli

Un Parlamento eletto in base a una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte stravolge una Costituzione approvata da un’Assemblea costituente eletta secondo un equo sistema proporzionale che garantiva piena rappresentanza a tutte le forze politiche. Il che significa che chi non ha potere pienamente legittimo, neppure per legiferare e governare, rovina la Carta fondamentale approvata da un’Assemblea costituente che aveva piena legittimità.

Una Costituzione approvata a larga maggioranza (quasi l’88% dell’Assemblea costituente) dopo lungo, serrato, colto e serio dibattito nelle commissioni e in assemblea plenaria, viene modificata a stretta maggioranza senza seria discussione. Il metodo delle larghe intese, osannato da tanta parte dell’opinione pubblica e apertamente sostenuto dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano vale dunque per formare il governo e legiferare, ma non per riformare la Carta fondamentale che definisce le regole per governare e per legiferare. Nessuna parola, nemmeno un monito da parte del capo dello Stato? E quale sarebbe la necessità impellente di abolire il Senato elettivo per sostituirlo con un Senato di nominati da istanze inferiori, consigli comunali e regionali, con potere di concorrere alla riforma della Costituzione? Nessuna.

Illustri colleghi costituzionalisti di chiara fama affermano che non c’è alcun rischio di svolta autoritaria o antidemocratica. Hanno pienamente ragione. Non esiste alcun rischio in tal senso: la svolta autoritaria c’è già stata e consiste nel metodo usato per riformare la Costituzione. Svolta autoritaria secondo uno dei significati propri del termine: un uomo animato da volontà di dominio scatena contro le istituzioni repubblicane una pletora di servi che dipendono da lui per avere il privilegio di rimanere in Parlamento o di essere rieletti.

Addirittura Renzi si permette di minacciare i recalcitranti che se non passa la sua riforma della Costituzione “si va alle elezioni”, come se avesse il potere di sciogliere le camere! Dimentica, o fa finta di dimenticare, il dinamico riformatore, che sciogliere le Camere è prerogativa del capo dello Stato. Ma per Renzi questa distinzione, che è fondamento dell’ordinamento repubblicano, è troppo sottile: si sente già capo del governo, capo dello Stato e padrone del Parlamento.

I giuristi del XIV secolo parlavano di tirannide tacita o velata: niente armi, niente proscrizioni, niente esili. Bastano dei servi tenuti al guinzaglio con la vecchia minaccia di togliere loro i privilegi e con loro dare a un uomo un potere senza limiti. Possibile che i cittadini italiani, tranne piccole minoranze, non si rendano conto dell’inganno messo in atto contro la loro dignità? Pare, purtroppo, che sia così.

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Pancho Pardi, MicroMega, 31 gennaio 2015

Il Parlamento eletto con una legge che la Corte Costituzionale ha giudicato gravata da profili di incostituzionalità ha scelto come nuovo Presidente della Repubblica proprio un giudice di quella stessa Corte. C’è un sapore di ironia. Niente di irregolare: la stessa sentenza della Corte stabiliva che nello Stato non può esservi vacanza dei poteri, per cui anche un Parlamento eletto in quel modo deve comunque sussistere e operare. Dunque è necessario che elegga il Capo dello Stato. Ma restano i profili di incostituzionalità sulla sua formazione.

Non pochi costituzionalisti hanno sostenuto che perciò il Parlamento, libero di legiferare su tutto, dovrebbe astenersi dal toccare la Costituzione. E invece è proprio quello che vuole fare. Non solo: lo fa con la ferma intenzione di stravolgerla su una questione fondamentale: la sottomissione definitiva della rappresentanza politica al primato intoccabile della governabilità. Questo è il significato effettivo del declassamento del Senato accoppiato alla riforma elettorale.

Fino a ieri solo i critici del riformismo governativo sostenevano con ricchezza di argomentazioni che le due riforme in corso avrebbero determinato la trasformazione di una minoranza parlamentare in una maggioranza abnorme, plasmato questa falsa maggioranza come strumento docile nelle mani di chi ha avuto il potere di farla eleggere, consegnato alla fine al leader di turno un potere senza limiti e senza controllo. Critiche respinte seccamente da tutti i responsabili delle modifiche in corso.

Ma nell’affollarsi dei commenti politici e giornalistici di oggi ormai non c’è più nessuno che neghi la realtà non smentibile. È ormai un coro unanime: con la riduzione a una sola Camera titolare del rapporto fiduciario col Governo, con la formazione di quella sola Camera sulla base di una legge elettorale che rende nominati in anticipo i futuri parlamentari nella proporzione di circa due terzi, con il dominio sulla candidabilità dei futuri eletti in mano a pochi capi di partito, tutti ormai scoprono, con una certa soddisfazione, che il prossimo presidente del consiglio sarà di fatto eletto direttamente. Nel senso che chi andrà al seggio elettorale di fatto voterà per un capo. Sotto il profilo istituzionale l’asserzione è inesatta, ma è profetica sotto il profilo politico. Di fatto la supremazia del premier riduce la forma parlamentare della Repubblica a una parvenza.

È indubbio che negli ultimi decenni il Parlamento non ha dato buona prova di sé. Basta pensare che non è riuscito a impedire a un monopolista privato di impadronirsi del potere per un ventennio e ha di conseguenza sprecato venti anni di politica ed economia. Ma è una buona ragione per mettere l’unica assemblea elettiva nella mani di una persona sola? Da parte loro i parlamentari di centrosinistra sostenitori della nuova legge elettorale si renderanno conto di cosa hanno fatto se e quando perderanno le elezioni.

Ora si prospetta una situazione originale. Un cultore raffinato della scienza giuridica, un esperto di sistemi elettorali, un giudice costituzionale si trova ad essere il più alto custode della Costituzione nel preciso momento in cui la maggioranza delle forze politiche vuole assestare alla Carta un colpo decisivo. Che cosa farà il nuovo Presidente?

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La Repubblica, 8 agosto 2013

La mancanza di eredi e di alternative, le nuove oligarchie, l'”apocalisse culturale”: intervista allo storico del potere che racconta “Già alle elementari avvertivo il disagio rispetto all’esistenza di ceti diversi”.

“Cosa vuol dire essere di sinistra? È un impulso prepolitico, una radice antropologica che viene prima di una scelta di campo consapevole. Davanti alle disparità di classe o di censo o di condizione sociale, c’è chi si compiace, traendone la certificazione del proprio essere superiore. E c’è chi si scandalizza, come capitò a Norberto Bobbio quando scoprì da bambino la miseria dei contadini che morivano di fame.

Lo “scandalo della diseguaglianza”, lo chiamò proprio così. Un’indignazione naturale, che non è comune a tutti”. Nella casa dove visse Gobetti, tra i libri di Antonicelli e i grandi faldoni dell’azionismo, Marco Revelli ci fa strada lungo i segreti cunicoli di un palazzo ottocentesco, da cui forse ha inizio parte della storia. Una storia di sinistra che nel caso di Revelli  –  classe 1947 e una nutrita bibliografia tra storia, economia e sociologia  –  s’incarna anche nella figura del padre Nuto, cantore del “mondo dei vinti” e mitico comandante di Giustizia e Libertà. “Una montagna troppo alta da scalare”, dice il figlio con la mitezza di chi se lo può permettere.

Lo “scandalo della diseguaglianza”. Lei quando cominciò ad avvertirlo?
“Da bambino, quando facevo le scuole elementari a Cuneo. Negli anni Cinquanta la frattura sociale era molto visibile, e nella mia classe convivevano ceti molto diversi. Una mattina venne chiamata la madre di due miei compagni, a quel tempo alloggiati in una caserma abbandonata. Davanti a tutta la scolaresca fu severamente rimproverata perché i suoi bambini non si lavavano. Io provai un grande disagio. Non dissi nulla a casa”.

E anche oggi, in una realtà nazionale radicalmente mutata, lo scandalo si ripete.
“Quello nato dopo la morte del Novecento è un mondo infinitamente più diseguale. Ed è un mondo che non offre alternative a se stesso. Sono queste le grandi sconfitte storiche della sinistra, ossia di una forza politica e culturale che possiede nel Dna il valore dell’eguaglianza e la capacità di immaginare un’alternativa allo stato di cose presente”.

Però ogni volta che ha promesso un mondo più felice ha prodotto grande infelicità.
“La catastrofe del socialismo reale è parte della scomparsa della sinistra, che ne è stata paralizzata. Ma una sinistra che rinuncia a proporre un altrove cessa di essere sinistra. È nata proprio per quello. Accadde nel 1789 a Versailles, quando alla sinistra della presidenza dell’assemblea si schierarono coloro i quali erano contro il potere di veto del Re. Così cadde l’ultimo pilastro dell’Ancien Régime. Non c’è bisogno di alzare la ghigliottina. Basta un voto per sancire la fine di un ordine. E l’inizio di un altro”.

La sinistra come il Candide di Voltaire, che gioisce del mondo in cui vive ritenendolo il migliore possibile.
“Sì, un Candide un po’ tardivo, con un risvolto beffardo. La sinistra ha rinunciato a immaginare un’alternativa proprio nel momento in cui il mondo in cui aveva deciso di identificarsi stava entrando in crisi. Mi riferisco all’ultima reincarnazione del capitalismo  –  il “finanzcapitalismo” secondo la felice definizione di Luciano Gallino  –  cioè un’economia già provata, che per tenersi in piedi ha bisogno del doping della finanza. Bene, quando la casa cominciava a manifestare le prime crepe, la sinistra s’è seduta alla tavola apparecchiata, contenta di esserci: finalmente siamo comegli altri”.

Finalmente siamo uomini di mondo: le scarpe di buona fattura, le belle case, gli agi borghesi un tempo contestati…
“Una sorta di apocalisse culturale, sia sul piano delle filosofie  –  la fine della ricerca di senso  –  sia su quello sociale. Più che combattere il privilegio, l’impressione è che si sia cercato di entrare nella sua cerchia. Ma le radici cattive affondano nel Pci, di cui forse andrebbe riscritta la storia”.

Dalla sua ricostruzione, però, i padri sembrano migliori dei figli.
“Gli eredi delle sinistre novecentesche non sono stati all’altezza del compito. È un universo popolato di figure fragili. O perché continuano a proporre categorie che sono morte con il Novecento, con effetti patetici. O perché dalla Bolognina in poi  – più che interpretare e governare i processi storici  –  hanno scelto di galleggiare su un senso comune condiviso”.

Vuole dire che la sinistra è rimasta senza eredi?
“C’è una sinistra radicale che muore volontariamente intestata, ossia senza testamento, ed è quella espressa da Rossana Rossanda. E la sinistra più istituzionale ha seguito altre rotte. La mia generazione  –  in questo senso  –  ha completamente fallito. Rappresentiamo nella politica un enorme buco nero. E il fallimento s’acuisce nei confronti delle nuove generazioni, che hanno tutte le ragioni per metterci sotto processo. Abbiamo monopolizzato l’idea della trasgressione senza riuscire a costruire un mondo vivibile e alternativo”.

Sta parlando della generazione sessantottina.
“Sì, le nostre idee non sono state utilizzate dai poveri del mondo, ma dai supermercati. Vogliamo tutto, lo vogliamo subito. Però ci sono state anchecose buone”.

Come reagì suo padre Nuto alla scelta del figlio di militare in Lotta Continua?
“Lo spaventava il nostro estremismo, ma era affascinato dalla diversità rispetto al mondo politico ufficiale. Però vedendomi troppo impegnato al ciclostile una volta mi disse: scegli la professione che vuoi, ma fai in modo di non dover dipendere dalla politica. Non saresti un uomo libero”.

Cosa significò per lei crescere in una famiglia di sinistra?
“Mio padre rappresentava il peso della storia. Una volta il maestro disse in classe che i partigiani rubavano le mucche. Tornai a casa un po’ turbato e gli raccontai tutto. La sera mi diede un pacchetto con Le lettere dei condannati a morte della Resistenza, e una dedica per il mio insegnante: “Perché sappia come sanno morire i partigiani”. Passai una notte insonne, stretto tra due autorità. L’indomani consegnai il libro al maestro, che restò in silenzio”.

Una guida preziosa.
“Anche faticosa. Una montagna troppo alta da scalare, come dice Venditti. Era impegnativo nell’adesione ai suoi valori perché ne avvertivo una responsabilità famigliare. Ma era impegnativo anche nel necessario conflitto. Con i padri è un passaggio obbligatorio, se no ti porti dietro il complesso di Telemaco”.

Entrambi dalla parte dei vinti. Però ai contadini di Nuto Revelli lei ha sostituito gli operai.
“Un’altra cosa che gli devo: mi ha insegnato ad ascoltare. Da giovane arrogante, che distribuiva i volantini davanti ai cancelli della Michelin, io allora lo contestavo: ma cosa vai ad occuparti di un mondo che è già morto? È una fortuna che, da egoisti coltivatori anche reazionari, siano diventati classe operaia, dunque rivoluzionaria, eredi della filosofia classica tedesca… “.

E lui?
“Sorrideva, ma non cambiava idea. E aveva ragione lui. Quelli che sono andati in fabbrica non sono diventati gli eredi della filosofia classica tedesca. E dall’altra parte è finita una civiltà che aveva certo elementi di ferocia, ma era provvista di un esemplare equilibrio nel rapporto tra uomo e natura, quello stesso che oggi dovremmo avere l’umiltà di ripristinare. Lui diceva sempre: abbiamo trasformato decine di migliaia di specialisti della montagna in operai di fabbrica dequalificati, e poi le montagne ci cadono in testa. Sì, aveva ragione lui. Per fortuna sono riuscito a dirglielo”.

E ora, a sinistra, da cosa si riparte?
“Intanto bisogna uscire dall’involucro. Rompere la bolla in cui si è cacciata la politica. Una costellazione di oligarchie, in cui si diventa oligarchi alla velocità della luce. Nel momento in cui vieni eletto in Parlamento diventi altro da te. Ho visto persone cambiare, nello sguardo, nel linguaggio, nel modo di vestire. L’ho visto in tutti, quasi senza eccezioni. Se vuole ripartire, la sinistra deve spezzare quell’involucro”.

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Da almeno trentacinque anni (dal liceo, purtroppo; non per il liceo, ma per i trentacinque anni) mi interesso di politica, leggo giornali, libri di storia, saggi di politica, partecipo a convegni e dibattiti, milito in associazioni e partiti politici. Da quando c’è Internet, poi, i miei orizzonti dovrebbero essersi allargati. Posso quindi affermare di essermi applicato; certo con qualche pausa, ma credo sia umano.

Eppure più vado avanti, meno capisco. Sono troppe le cose che non non mi tornano.

Ad esempio l’ostinazione nel voler proporre sistemi elettorali bipolari e maggioritari invece che proporzionali in Italia. Il bipolarismo funziona, ma solo in Gran Bretagna (a quanto pare sempre peggio perché anche loro talvolta dicono di volerlo cambiare introducendo elementi di proporzionale) e negli Stati Uniti. Quasi tutti gli altri paesi hanno dei sistemi proporzionali, più o meno corretti, e questi sistemi funzionano.

Non sarà forse che la storia di questi paesi è diversa e che la diversità dei sistemi elettorali è giustificata da un’evoluzione, da uno sviluppo sociale differente?

Gli Stati Uniti non hanno storia. O almeno non l’avevano fino a pochi secoli fa le popolazioni di origine europea che li colonizzarono. Fin dal loro inizio scelsero un sistema politico ed economico unico, il liberalismo allora nella sua fase di teorizzazione e sviluppo e coerentemente sono andati avanti per quella strada, con tutti i benefici e i costi che questo ha comportato (non è questa la sede per calcolare se i benefici siano stati maggiori dei costi o viceversa). Dato questo punto fermo, sancito nella Costituzione, questo patto sociale, con una forma repubblicana federale a partire quasi dalle origini, ecco che si può applicare un sistema elettorale maggioritario e bipolare. Nessuno dei due partiti, infatti, mette minimamente in discussione l’assetto fondamentale dello Stato. Al più, discutono di sfumature fra chi è più radicale nell’applicare rigidamente le regole del libero mercato e chi è più possibilista nel consentire, saltuariamente e in caso di estrema necessità, un intervento diretto dello Stato in economia. La differenza la fa la politica estera, la politica dei diritti umani e poche altre cose. Ogni tanto, qualche grande movimento di protesta fa cambiare leggermente la rotta e impone l’inserimento di qualche novità, ma in sostanza la minestra è sempre la stessa.

È anche curioso come il partito considerato più a sinistra, quello democratico, abbia il suo radicamento storico negli Stati del Sud, razzisti e ad economia agricola, quindi tendenzialmente più conservatori.

Incunabolo della Magna Charta

In Gran Bretagna l’evoluzione è stata lentissima, ma non dimentichiamo che la Magna Charta è del tredicesimo secolo e a grandi linee, se vogliamo, esistono ancora dei retaggi del sistema sociale feudale. Lo sviluppo del conflitto di classe portò dapprima alla contrapposizione fra nobiltà e clero, poi alla contrapposizione fra nobiltà e borghesia artigiana, infine all’alleanza fra nobiltà e borghesia industriale e finanziaria contro il partito dei lavoratori. Anche qui è stata la storia a determinare il bipolarismo, visto che le divergenze si sono appianate nel corso dei decenni.

Altrove, ad esempio da noi, la situazione storica è lievemente diversa. Soltanto centocinquant’anni fa la nostra penisola era divisa in staterelli più o meno grandi e più o meno importanti, e l’Italia era soltanto un concetto geografico o il sogno di pochi. Alcune parti del paese avevano subito la dominazione – e quindi la contaminazione culturale, contemporanea o in ondate successive – spagnola, altre quella francese, quella araba, quella austriaca (se uno dei più famosi detti della saggezza popolare è “Francia o Spagna purché se magna” una qualche ragione ci sarà…), ma contemporaneamente eravamo la patria del diritto, retaggio dell’antica Roma, la sede della religione dominante in occidente, un territorio prevalentemente montuoso che certo non favoriva gli interscambi fra le diverse popolazioni, il paese – almeno per un certo periodo di tempo, della sperimentazione artistica e scientifica -, ecc. Tutto ciò non può non aver lasciato un segno, un’impronta culturale profonda, una diversificazione nel modo di pensare fino al livello individuale. Ne è testimonianza anche lo stesso modo di produrre: da noi è prevalente la piccola e media impresa, il design, la personalizzazione; la grande impresa è una eccezione (e dobbiamo anche considerare che sia la media che la grande impresa sono nate piccole, sono cresciute per circostanze particolarmente favorevoli. Negli Stati Uniti, la grande impresa nasceva già nell’ottica di essere una grande impresa, saltando i passaggi intermedi). Aggiungiamoci che siamo arrivati a una vera e propria lingua nazionale popolare solo dopo l’avvento della televisione negli anni Cinquanta del secolo scorso, che lo sviluppo industriale non è omogeneo territorialmente, che alcune parti del paese guardano al mare e hanno vocazione commerciale, altre invece sono a economica montanara chiusa, ed ecco che ci sono gli elementi per dire che è legittimo aspettarsi una certa varietà di opinioni, aspirazioni ed interessi.

Palmiro Togliatti

Inoltre, la dittatura mussoliniana e la guerra di liberazione nazionale dal nazi-fascismo hanno creato ulteriori aggregazioni, nuovi sentimenti di appartenenza ideologica (in un discorso tenuto a Firenze nel 1944, Togliatti informava che il numero di iscritti al Partito nella federazione di Roma in quell’anno era pressoché pari a quello complessivo di tutta Italia di prima della guerra; ed eravamo solo all’inizio dell’ascesa del PCI).

A mio modesto parere, i padri Costituenti (la maggior parte dei quali la storia italiana recente aveva contribuito a farla in prima persona, non l’aveva solo sfogliata sui libri come ho fatto io), presero attentamente in considerazione la questione elettorale. Se scelsero un sistema proporzionale assegnando grande importanza al Parlamento come luogo di confronto e di scontro ci sarà stata una qualche ragione, magari anche qualcuna di quelle che ho esposto io. Confronto e scontro fra le forze della conservazione e del progresso, fra gli interessi dei lavoratori e quelli dei detentori di capitali. Confronto e scontro all’interno dei partiti rappresentati in quelle aule e nel paese. Confronto e scontro che non poteva non portare a delle sintesi, a dei compromessi di alta politica. E non a caso, sempre a mio modesto parere, la scelta del confronto e scontro nelle aule parlamentari avrebbe impedito, e ha impedito, per molti anni la personalizzazione della politica. I governi cambiavano spesso composizione e leader, ma la linea politica – giusta o sbagliata che fosse –  era stabile e duratura; guarda caso il paese è cresciuto, si è sviluppato economicamente e socialmente, sono stati riconosciuti diritti individuali e sociali fino ad allora inimmaginabili, gli italiani hanno goduto di un livello di benessere che rischia di diventare un lontano ricordo.

Si andava a votare spesso, è vero. Ma non ci vedo nulla di scandaloso. contarsi è il sale della democrazia. Il voto popolare era un indicatore puntuale dell’apprezzamento o meno delle politiche attuate, un sostegno alle decisioni, un segnale delle paure, delle speranze degli elettori, di cui tutti dovevano tenere conto. E anche il voto di opinione era rappresentato e contribuiva alla formazione del pensiero collettivo, dell’identità del paese.

Da vent’anni tutto questo è stato messo in discussione. Abbiamo provato, abbiamo visto che non funziona, allora perché vogliamo continuare su quella strada? Non mi si venga a dire che la ragione è quella della volontà popolare espressa dal referendum, dato che il risultato dei referendum viene accettato solo quando fa comodo (vedi acqua pubblica e nucleare), ma datemi degli strumenti per capire, in linguaggio semplice e chiaro. Anzi dateci degli strumenti per capire, visto che il sondaggio di opinione presentato qualche giorno fa su RAI 3 dice che il 31% degli italiani non vedrebbe male un ritorno al proporzionale. Dateci una ragione per andare a votare.

Altrimenti continuerò a perseverare nel mio errore, capace solo di ragionamenti poco sofisticati e lineari, forse ingenui.

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Non riesco a gioire più di tanto per la decadenza di Berlusconi. Ci ho provato, ma non ci riesco.

Berlusconi è uno che di comunicazione, specie quella televisiva, se ne intende, e parecchio. Ed è riuscito a catalizzare su di sé – per l’ennesima volta – tutta l’attenzione dei mass media. Per almeno due mesi la notizia del giorno era sempre la stessa, espressa con parole e immagini diverse: il tormento dell’uomo che, vittima di una disumana ingiustizia, abbandonato da amici e sodali, trova la forza per reagire ed ergesi barriera, petto in fuori e in eroica solitudine, contro i flutti dell’avverso destino. La retorica letteraria è voluta, perché qui, più che di politica si tratta di romanzo d’appendice, nella sua versione moderna, quella che, transitando per i fotoromanzi, è approdata alla telenovela.

I suoi cosiddetti avversari politici, e i giornali che a loro fanno riferimento, sono caduti nella trappola e hanno accettato il confronto ad personam. Forse faceva loro comodo, forse no, fatto sta che è andata così. Per l’ennesima volta ci siamo trovati con il Parlamento bloccato a discutere di questioni inerenti un singolo, situazione ideale per nascondere alcune scelte che verranno fatte alle spalle e contro l’interesse del popolo italiano (mi riferisco in primo luogo ai tentativi di sabotaggio della Costituzione).

E lo vediamo ancora oggi, con la ricerca compulsiva di leader telegenici, che “buchino lo schermo”, che sappiano parlare al cuore della gente, come Berlusconi ha saputo parlare alla pancia della gente. Verrebbe da dire: guardate che esistono anche altri organi! Fra questi organi c’è anche la testa, il cervello. Con una piccola differenza. Berlusconi, avendo a disposizione tre televisioni sue, più altre in cui è riuscito a piazzare suoi alleati, quand’anche dovesse perdere, è in grado di risalire. Quelli che vogliono combatterlo sul suo terreno, no.

Eppure tempo per comprendere la sua strategia ce n’è stato più che a sufficienza. Infatti, Berlusconi entrò in politica nel 1994, quasi vent’anni fa. In realtà, i suoi consulenti strategici ne preparavano la “discesa in campo” con sofisticate tecniche di marketing da almeno un anno e mezzo, poiché con Tangentopoli erano venute a mancare le sponde “politiche” della galassia Fininvest, in primo luogo Bettino Craxi. Si mormorava, allora come oggi, che l’impero del magnate di Arcore, fosse in realtà un castello di carte, che si reggeva su equilibri delicatissimi e che il fallimento – o meglio, la bancarotta fraudolenta – fosse dietro l’angolo. Allora come oggi, si prospettava l’ipotesi di una permanenza dell’ormai ex cavaliere nelle patrie galere. Si allontanava il periodo della “Milano da bere” e molti nodi stavano iniziando a venire al pettine, primo fra tutti il sistema di corruzione e di connivenza fra potere politico e mondo imprenditoriale.

Già all’epoca, quando il nostro si presentò come un outsider, erano ben visibili alcuni le caratteristiche del suo modello di comunicazione, riassumibile inizialmente in tre paradigmi:

  • televisione,
  • televisione,
  • ancora televisione.

Guarda caso, quello che era il suo punto di forza, quello nel quale nessuno poteva reggere il confronto. Campagne elettorali curate come messaggi pubblicitari, pochissimi punti programmatici ripetuti ossessivamente da tutti i candidati. Addirittura, all’inizio, l’enfasi sui requisiti di bellezza dei candidati a futuri parlamentari (poi hanno inquadrato Previti… e ho capito di avere dei canoni estetici lievemente diversi). Poi i colpi di scena. Tutto basato sull’immagine e sulla promozione della persona in quanto tale e sull’iconografia studiata dell’uomo che si è fatto da solo, dell’imprenditore di successo, del benefattore, di colui che si assume una responsabilità enorme per il bene del Paese…

Ma mettersi a combattere Berlusconi sul suo terreno era pericoloso, e infatti è diventato mortale. Non a caso l’unico che è riuscito a sconfiggerlo elettoralmente è stato Romano Prodi che ha optato per un altro modello di formazione del consenso. Berlusconi sapeva e sa benissimo che cosa la gente vuole sentirsi dire, perché ha a disposizione uno staff di altissimo livello e tutti i dati sulla raccolta e le strategie pubblicitarie. Un esempio? Qualche anno fa, quasi all’improvviso, tutti i telegiornali e i giornali si misero a dare enorme enfasi a stupri, aggressioni, rapine ed omicidi. Fino al giorno prima, questa tipologia di notizie era relegata nelle pagine interne, fra le notizie di cronaca. Improvvisamente sembrò quasi che un’ondata di violenza attraversasse l’Italia. La realtà era un po’ diversa, perché i dati forniti dalle questure mostravano un calo sensibile nei reati contro la persona. Ma bisognava alimentare la sacra indignazione sull’unico argomento che poteva tenere in piedi una coalizione altrimenti improbabile (più improbabile di quella del centro-sinistra) che necessitava di un qualche collante. E allora, battere il chiodo sulla sicurezza. Com’è andata a finire lo sappiamo, almeno quelli che fanno lo sforzo di ricordare: i tagli lineari del governo Berlusconi-Tremonti lasciarono le forze dell’ordine alle prese con problemi di carburante. E della tanto decantata sicurezza nessuno ha più sentito parlare. Tecnicamente si era trattato di far leva su uno dei bisogni primari della “piramide” di Abraham Maslow e agire su questa leva per creare consenso. Cose che qualsiasi studente in qualsiasi corso di marketing conosce alla perfezione.

Oggi, che con la crisi economica la violenza è realmente in aumento, nessuno più ne parla e nessuno sembra più sentire l’esigenza della sicurezza. Omicidi, rapine, ecc. sono ritornati nelle pagine interne dei giornali e nelle notizie di coda dei telegiornali. Oggi, l’enfasi e l’esigenza per una parte della popolazione è quella di riformare la giustizia, perché non funziona (e finché ne parla Berlusconi che ne ha esperienza diretta è un conto, ma quando lo senti dire dalla casalinga pensionata…).

Purtroppo – e torno al perché non riesco a gioire della decadenza di Berlusconi – la politica è diventata, grazie a lui, ma anche grazie a chi è stato al suo gioco, un’imitazione della partita di calcio, in cui molti si schierano “a prescindere” per l’una o l’altra squadra. Molti sono diventati “tifosi” di una parte politica, non militanti, sostenitori, simpatizzanti o elettori. E non so se provo più rabbia, pena o disgusto per tutti coloro che sento fare affermazioni del tipo: “Poverino, ce l’hanno tutti con lui, è una persona tanto brava, che vuole tanto bene all’Italia…”. Malauguratamente, sono tanti e il vecchio leone ferito (perché, questo bisogna riconoscerlo, Berlusconi è un combattente) lo sa. Ne sentiremo ancora parlare…

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