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Posts Tagged ‘Partito Democratico’

Leonardo Paggi, Il Manifesto, 23 ottobre 2015

L’eredità del teorico e dirigente politico comunista in un recente convegno. Populismo, crisi della democrazia, la comunicazione su Facebook. I temi dell’incontro. La polemica sull’uso di Gramsci a sostegno della necessaria disciplina imposta dai mercati alla politica

È un luogo comune sot­to­li­neare con stu­pore il con­tra­sto tra la caduta degli inte­ressi per l’opera di Anto­nio Gram­sci in Italia (anche se fa ecce­zione un vero boom di pub­bli­ca­zioni sulle vicende car­ce­ra­rie) e il fio­rire degli studi nel mondo. Si finge così di dimen­ti­care, con un po’ di fili­stei­smo, che c’è di mezzo la scon­fitta subita dallo schie­ra­mento poli­tico che nella sua opera si era rico­no­sciuto. Gram­sci potrà tor­nare ad essere parte della cul­tura ita­liana solo se riu­scirà ad essere nuo­va­mente intrec­ciato con una let­tura del presente.

Gramsci astratto

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Riporto spesso articoli del Manifesto perché è l’unico quotidiano italiano, almeno secondo me, che, oltre a dare delle notizie, fa un’analisi di sinistra. Non sempre l’ho condivisa, ma l’ho sempre guardata con rispetto e ho cercato di confrontarmici criticamente. In questo caso, concordo pienamente con Bascetta: le dichiarazioni di questo governo sostanzialmente sono una cortina fumogena che nasconde qualcosa. Il problema è sapere cosa…

Giornali di regime e televisioni ci raccontano una verità edulcorata, nascondendo scientificamente alcune informazione e ingigantendone altre. Voglio lanciarmi in una previsione: fra qualche tempo il governo darà il via al riconoscimento delle coppie di fatto (ovviamente in forma estremamente limitata per non irritare l’irritabilissimo Vaticano) e lo farà quando prenderà provvedimenti assai drastici nei confronti di lavoratori, pensionati, tagli del welfare. Il classico specchietto per le allodole al quale buona parte della sinistra tributerà il suo plauso. (altro…)

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Alberto Burgio, Il Manifesto, 10 ottobre 2015

Ci siamo final­mente. Mar­tedì il Senato in grande spol­vero voterà senza colpo ferire la pro­pria tra­sfor­ma­zione in una nuova Camera delle Cor­po­ra­zioni. Napo­li­tano, Ver­dini e Barani, padri costi­tuenti, rac­co­glie­ranno meri­tati onori. La legi­sla­tura vivrà una gior­nata pal­pi­tante. Ma se ci si potrà com­muo­vere, dirsi sor­presi invece no, non sarebbe sen­sato. Che si sarebbe arri­vati a que­sto punto si era capito già l’anno scorso, quando il ddl Boschi comin­ciò la navi­ga­zione tra i due rami del par­la­mento meno legit­timo della sto­ria repubblicana.

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Non vivendo a Roma, non sono sicuramente in grado di dare un giudizio sull’operato di Ignazio Marino come sindaco. Non posso, infatti, fare alcun confronto con la situazione precedente alla sua amministrazione e stabilire se i trasporti pubblici sono migliorati o peggiorati rispetto a dieci anni fa, i traffico più scorrevole, ecc. A essere sincero mi bastano i problemi della mia, di città.

Ma, da osservatore esterno seppure non disinteressato, mi pare di poter dire che Marino abbia pagato il suo essere anomalo in una città ad alta densità di politici carrieristi. Posso giudicarlo come uomo: un chirurgo prestato alla politica è uno che ha un mestiere suo e, alla mala parata, tornerà a fare quello per cui ha studiato, guadagnando probabilmente molto di più dello stipendio di sindaco. Già questo basta a differenziarlo dai suoi predecessori, tutta gente che ha iniziato a costruire la propria carriera elettorale sui banchi di scuola. E la differenza non è solo di aspirazioni o indole, fosse così sarebbe normale. Invece no, Marino, non avendo ambizioni di riprodursi in cariche elettive, ha la possibilità e la fortuna di poter dire esattamente quello che pensa e cercare di realizzare quello in cui crede, giusto o sbagliato che sia. I professionisti della politica, invece, cercano di dire quello che ritengono la gente stia pensando in quel momento, in modo da aumentare la propria attrattività in termini di consenso elettorale.

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Alessandro Portelli, Il Manifesto, 19 luglio 2015

L’altro giorno la nostra strega pre­fe­rita, Angela Mer­kel, ha fatto pian­gere una bam­bina pale­sti­nese dicen­dole senza peli sulla lin­gua: «non pos­siamo acco­gliere tutti». Insen­si­bi­lità teu­to­nica. Noi latini siamo più umani e bonari: non è che non pos­siamo acco­gliere tutti; più sem­pli­ce­mente, non vogliamo acco­gliere nessuno.

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Martin Schulz

Su Change.org è in corso una petizione per chiedere le dimissioni di Martin Schulz da presidente del Parlamento Europeo. Ho firmato per le seguenti ragioni:

  1. Schulz, prendendo pubblicamente posizione a favore del voto per il SI al referendum in Grecia, ha sostanzialmente rinunciato al suo ruolo di garante super partes dell’unica istituzione europea democraticamente eletta;
  2. Come tutti i socialdemocratici tedeschi, Schulz sta portando avanti una politica di salvaguardia degli interessi della Germania. Ciò sarebbe legittimo se non fosse il presidente del Parlamento europeo. Vedi articolo sottostante di Marco Bascetta;
  3. Schulz ha firmato il cosiddetto documento dei cinque presidenti, nel quale, fra l’altro, si propone una riduzione dei poteri del Parlamento europeo. Trovo alquanto improprio che a firmare un simile testo sia proprio il presidente dell’istituzione alla quale si vogliono ridurre i poteri, peraltro già insufficienti.

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Huffington Post, 27 giugno 2015

Da Matteo Renzi alla sinistra Pd, Alfredo Reichlin ne ha per tutti. Parlando alla riunione della minoranza Dem, Reichlin ha definito il premier “un ignorante” e ha quindi criticato la sinistra Pd, spiegando che “non bastano “le proteste e i voti contrari a leggi sbagliate”.

Alfredo Reichlin

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Guido Liguori, Il Manifesto, 25 giugno 2015

Soggetto plurale, saldamente collegato all’Europa di Syriza, Linke e Podemos. Con una «tavola dei valori» sui temi fondamentali, ma soprattutto una «fusione a caldo» delle diverse anime. Con un orizzonte che non sia elettorale

Sem­bra si sia final­mente giunti alla sia pur fati­cosa gesta­zione di un nuovo sog­getto uni­ta­rio della sini­stra. È un tema ine­lu­di­bile, non più rin­via­bile. Le recenti ele­zioni regio­nali hanno infatti visto due vin­ci­tori: nell’area di cen­tro­de­stra la Lega, nell’area di cen­tro­si­ni­stra il non voto.

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Rossana Rossanda, sbilanciamoci.info, 21 giugno 2015

Rossana Rossanda

Perdere in un anno due milioni di voti, come è successo al Pd, non è un incidente da poco. Si poteva pensare che il suo segretario, nonché premier, ne prendesse atto per correggere il tiro, mentre Renzi ha cercato soltanto di scrollarselo di dosso: “Non è una sconfitta mia, ma dell’opposizione”.

Non è neppure sfiorato dal sospetto che le minoranze non sono una disgrazia ma una condizione della democrazia; forse non ha mai saputo che della loro possibilità di muoversi in parlamento il garante è lui in quanto leader della maggioranza, convinto com’è che governare sia decidere da solo e per tutti. Due giorni dopo ha messo in atto le sue vendette rinviando una riforma della scuola e le attesissime centomila assunzioni di insegnanti che essa comportava dopo anni e anni di immobilità.

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Non sempre concordo con Marco Revelli, ma mi sento di sottoscrivere quasi del tutto questa sua nota di commento ai risultati delle regionali (dal sito dell’Altra Europa con Tsipras). Aggiungo di mio, per rafforzare il concetto, che l’unificazione della sinistra sta diventando l’imperativo morale del nostro tempo. Troppe sono le questioni in ballo: la difesa del lavoro, dei diritti e della sicurezza dei lavoratori; la tutela ambientale; il reddito delle famiglie e conseguentemente quello di tutti coloro che forniscono prodotti e servizi alle persone; la salute pubblica; la scuola per tutti. E mi fermo, ma l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

L’unico aspetto sul quale il mio dissenso con Revelli è profondo è sul ruolo dei partiti. Forse non sono più i catalizzatori di voti del passato, forse non riescono a esprimere come un tempo la classe dirigente politica del paese, ma hanno ancora un ruolo – prezioso – per quanto riguarda la capacità organizzativa. Se i partiti sapranno ritornare in mezzo alla gente, sui territori e nel mondo del lavoro, ne sentiremo ancora parlare.

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Trovo che questo manifesto, di provenienza sezione PD “Ponte Milvio” di Roma, sia bellissimo e rappresentativo del forte disagio che molti militanti del Partito democratico provano in questo periodo.

Particolarmente significativa l’ultima riga, che riporto perché scritta piccola:

Manifesto affisso da M. Polli nel rispetto della pluralità di opinioni

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Norma Rangeri, Il Manifesto, 2 giugno 2015

L’arroganza ren­ziana è stata punita e anche quella del suo Pd. E adesso si ria­prono i gio­chi sia all’interno della Sini­stra che nel Paese. Per­ché dopo il voto di dome­nica non è affatto scon­tato che la legi­sla­tura duri fino al 2018. E l’immagine di Renzi in tuta mime­tica men­tre visita i mili­tari in Afgha­ni­stan è per­fet­ta­mente in linea con quel che l’aspetta in Italia.

Eppure tra tutte le istan­ta­nee della lunga notte elet­to­rale, quella del ber­lu­sco­niano Toti che brinda e fuma per la vit­to­ria in Ligu­ria, inter­preta al meglio lo schiaffo preso dal pre­mier e le novità poli­ti­che pro­dotte dal voto. Fuori ogni pre­vi­sione, una vit­tima sacri­fi­cale but­tata nella mischia per la soprav­vi­venza di Forza Ita­lia vince, e diventa pre­si­dente di Regione in una delle roc­ca­forti della sini­stra tra­di­zio­nale, gra­zie ai voti deci­sivi della Lega. La Ligu­ria è una sin­tesi: da una parte la vit­to­ria del cen­tro­de­stra unito e a tra­zione sal­vi­niana, dall’altra la scon­fitta del Pd a ex voca­zione mag­gio­ri­ta­ria, per­ché non ha più la forza trai­nante del con­senso, e per­ché a sini­stra si apre un’altra, ina­spet­tata, possibilità.

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Alfredo Morganti, Nuova Atlantide, 28 maggio 2015

Avrete notato tutti come il renzismo sia una vera e propria macchina da guerra, altro che un uomo solo al comando. Certo, ci sono gerarchie, ci sono piramidi e cerchi magici. Tuttavia non si può parlare di fenomeno improvvisato o meramente spontaneo. Il renzismo è organizzazione, e lo è ben più del partito democratico di cui si è impossessato come accade nei film di fantascienza, quando virus alieni entrano nei corpi umani e li sconquassano. Una macchina da guerra, dicevo, che punta diritta alla ‘cosa’, alla sostanza politica, al punto dirimente, e lo fa con tattiche da commandos, senza dimenticare, ovvio, che questo assalto al cielo deve pur essere ‘rappresentato’ decentemente ed efficacemente. Narrato, si dice oggi. Propagandato, si diceva una volta. Qui, a questo livello, scattano i narratori di storie, i gruppi d’assalto del web, i troller, Proforma, Nomfup, le frangette, i selfie, i tweet mattutini, e compagnia cantando. E in mezzo a questa compagnia di canterini ci sono anche i cari, vecchi intellettuali, gli scrittori, i macinatori di ideologia.

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Franco Astengo su Il pane e le rose (2 giugno 2015) analizza l’andamento del voto alle regionali del 31 maggio in Liguria.

Numeri alla mano fa un quadro impietoso degli errori del Pd e del distacco dei cittadini dalla politica regionale e nazionale.

Da domani, dovremo tutti metterci al lavoro per recuperare il rapporto di fiducia fra cittadini e istituzioni – perché di questo si tratta, non della simpatia per un partito piuttosto che un altro -, base fondativa della democrazia. Ovviamente, non possiamo non considerare che ci troviamo di fronte a una situazione complessa, ma mi pare fondamentale rilevare ancora una volta come uno dei mali, se non il principale, sia la forzatura in senso maggioritario di tutti i sistemi elettorali. La storia italiana non è la storia americana e basterebbe leggere I Quaderni di Gramsci per averne una dettagliatissima spiegazione. La legge elettorale regionale, oltre ad essere particolarmente farraginosa, è anche obsoleta: è una legge proporzionale in senso maggioritario che ha dato i suoi frutti quando si presentavano al voto due coalizioni. Poi è arrivato il Movimento 5 Stelle e ha sparigliato tutto. E il cittadino è disorientato.

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La sconfitta del Partito Democratico alle elezioni regionali della Liguria ha, com’era prevedibile, avviato uno strascico di polemiche. L’accusato principale della debacle è Luca Pastorino, candidato alla presidenza con Rete a Sinistra, parlamentare dell’area Civati che due mesi fa è uscito dallo stesso Partito Democratico.

Si possono fare moltissime considerazioni di carattere politico, ma forse il dato più inequivocabile, la fotografia migliore, ci viene mostrato dal Secolo XIX (L’analisi: Pd tradito più dagli astenuti che da Pastorino. Il boom della Lega). Una ricerca dell’Istituto demoscopico SWG ha analizzato i flussi dei dati delle regionali, confrontandoli con quelli delle europee dello scorso anno. Per quanto attiene al Pd, i risultati sono sintetizzati in questo diagramma:

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CivatiStiamo entrando nelle fasi decisive della campagna elettorale e i “big” iniziano a venire a Genova e in Liguria per incontrare i cittadini. Come si può facilmente desumere dall’articolo sopra riportato (a proposito, cliccando sull’articolo si ingrandisce, non molto, ma è quello che sono riuscito a fare) la Liguria è al centro della scena nazionale, più ancora della Campania, dove, come è noto, esiste il problema De Luca.

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Luca Pastorino, candidato alla presidenza della Regione Liguria

1. Perché candidato?
Per rappresentare gli elettori di centrosinistra, indecisi e delusi che non votano più. In Liguria possiamo cambiare modo di fare politica. Chiedo un voto utile per sbloccare una situazione di confuse larghe intese che paralizzano tutto. Qui Renzi vuole sperimentare sulla nostra testa un laboratorio del partito nazionale senza alcuna analisi seria sui problemi della regione. Io sono un sindaco di paese e ho l’abitudine di stare sul territorio e parlare con le persone.

2. La tua è una candidatura alternativa alla Paita?
La mia candidatura è per rappresentare un progetto innovativo e concreto rivolto alla maggioranza degli elettori liguri, di centrosinistra, indecisi e delusi che non votano più. Tutto il resto mi sembra un ragionamento politicista che non interessa alle persone.

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Nei giorni scorsi, ha destato scalpore una presa di posizione da parte del presidente del collegio regionale di garanzia del Partito Democratico della Liguria. In sintesi, si trattava di un richiamo, inviato agli iscritti e ai partecipanti alle primarie, ai dettami dello statuto. Vi si rammenta che un iscritto o iscritta al Pd non può fare campagna elettorale pubblica per uno o più candidati di un’altra lista. In caso contrario sarebbero state applicate le sanzioni previste, fino all’allontanamento (che una volta si chiamava espulsione) dal partito dei contravventori.

Apparentemente è tutto molto normale e logico. Invece non così non pare, perché moltissimi iscritti al Pd ligure si sono lamentati del fatto che altre volte le stesse regole non fossero state applicate e che – in una situazione di disagio come quella che attraversano molti circoli fin dall’indomani delle primarie dell’11 gennaio – non fosse stata data voce al dissenso interno, in particolare a coloro che lamentavano la partecipazione di componenti organizzate del centrodestra alle primarie e i numerosi casi di scarsa trasparenza nelle procedure di voto.

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Roberto Ciccarelli, Il Manifesto, 26 marzo 2015

Robocoop. Sabato scorso il ministro del lavoro ha marciato con Libera contro le mafie e per il reddito minimo. Ieri lo ha bocciato: «Non ci sono risorse». Poi annuncia: «Nel 2015 boom dei contratti fissi (+79 mila)», anche se non conta quelli precari. E Renzi aziona la grancassa: «L’aumento dei contratti significa più diritti»

Giuliano Poletti, ministro del Lavoro

Dopo avere pas­seg­giato a Bolo­gna nel cor­teo di Libera sabato scorso che chie­deva, tra l’altro, l’introduzione del «red­dito minimo» in Ita­lia, in un’intervista rila­sciata a «Fami­glia Cri­stiana» cin­que giorni dopo il mini­stro del Lavoro Poletti ha detto «No al red­dito minimo» per­ché ha un costo di molti miliardi, inso­ste­ni­bile per l’attuale bilan­cio pubblico».

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Angela Mauro, Huffington Post, 12 marzo 2015

Tra Matteo Renzi e la minoranza Pd scoppia un altro incendio. Come se non bastassero le polemiche seguite all’approvazione della riforma costituzionale alla Camera, le minacce di scissione, gli annunci di votare no sull’Italicum qualora non venisse modificato.

Pier Luigi Bersani

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