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Posts Tagged ‘Partito’

Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 31 dicembre 2015

«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società»

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza». L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna.

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Luciana Castellina, Il Manifesto, 29 settembre 2015

Quando chi viene a man­care ha più di cent’anni all’evento si è pre­pa­rati, e dun­que il dolore dovrebbe essere minore. E invece non è così, per­ché pro­prio la loro lunga vita ci ha finito per abi­tuare all’idea irreale che si tratti di esseri umani dotati di eter­nità. Pie­tro Ingrao, per di più, è stato così larga parte della vita di tan­tis­simi di noi che è dif­fi­cile per­sino pen­sare alla sua morte senza pen­sare alla pro­pria. (E sono certa non solo per quelli di noi già quasi altret­tanto vecchi).

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Il 30 marzo, Pietro Ingrao ha compiuto 100 anni. Un secolo. Quasi tutto il Novecento e questo primo scorcio del nuovo millennio.

La sua storia è quella di un antifascista, di un dirigente comunista per certi versi scomodo, spesso critico nei confronti del Partito, ma sempre costruttivo. In ogni caso una lezione da imparare per noi uomini e donne delle generazioni successive.

Per questa occasione Il Manifesto ha pubblicato un corposo inserto, intitolato “La Storia di PIETRO” e qui ripropongo il lungo articolo introduttivo di Luciana Castellina

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Di Pietro Folena dal suo blog personale, 12 giugno 2014

Fermatevi!

Prima che sia tardi Matteo Renzi e i suoi consiglieri, con l’appoggio di larga parte dell’ex-minoranza, dovrebbero evitare un cortocircuito traumatico nella coscienza del Paese. Non basta evocare i “voti”, come si è fatto in queste ore: non c’è voto, né “plebiscito” che giustifichi atti di prepotenza e di intolleranza come quello che ha visto il PD cacciare Vannino Chiti e Corradino Mineo dalla Commissione Affari Costituzionali perché non “allineati”. Non ho memoria, in epoche recenti, di un atto di questa brutalità. Il tema va al di là del merito della riforma: viene messo in discussione un principio costituzionale sacro, e cioè la non esistenza di un vincolo di mandato del parlamentare, il quale non deve rispondere al Partito, ma alla Sua coscienza, interpretando lì il senso del mandato ricevuto.

Ricordo le sacrosante polemiche bersanian-renziane contro Beppe Grillo quando a più riprese è intervenuto per imporre un vincolo agli eletti del M5S. Oggi Anna Finocchiaro, che presiede la Commissione, giustifica questa sostituzione affermando che il problema della libertà di coscienza esiste solo per l’Aula!

Non si sta discutendo della fiducia al Governo, né della legge di stabilità; né di temi come quelli del lavoro, su cui le sensibilità nel PD sono molto differenti, e acute; e neppure della pace – chi scrive, nei DS, in Commissione e in Aula, votò a più riprese in dissenso all’epoca di controverse decisioni sulle missioni militari, senza mai subire atti di imperio paragonabili a questo.

Qui si discute di Costituzione, di una materia di per sé al riparo, più di ogni altra, da diktat delle nomenklature di Partito. Il PCI, nell’era del Cominform, affrontò la formulazione della Costituzione con un’apertura e una disponibilità ben superiori rispetto a quelle dimostrate ora.

I tredici senatori del PD hanno fatto bene a autosospendersi. Bisogna chiamare i vertici del Partito a riflettere, e a tornare indietro, sperando che sia solo l’inesperienza ad aver provocato questo autogol. Bisogna invitare i circoli e gli iscritti a esprimersi sulla questione.

Matteo Renzi ha vinto largamente. Ma farebbe un errore a voler stravincere. Non c’è 41%, e neppure 50,1% che giustifichi sulla questione delle regole un’intolleranza per chi la pensa diversamente.

Ora questo giovane leader deve dimostrare di non essere un altro capo populista, come altri che abbiamo conosciuto in questi anni, ma uno statista, e un leader che vuole promuovere una nuova stagione “democratica”. Avere la forza di fermarsi non è un atto di debolezza, ma una dimostrazione di forza: la forza della ragione, contro la ragione della forza.

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