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Posts Tagged ‘Paul Krugman’

Paolo Ciofi, 3 marzo 2016

Altiero Spinelli, confinato a Ponza nel giorno del suo trentunesimo compleanno

Le scoperte di Scalfari – è cosa nota – hanno sempre una caratteristica tipicamente scalfariana: devono comunque fare colpo. In altre parole, o sono epocali o non sono. Anche di recente il padre fondatore della libera stampa, cioè di Repubblica, l’ha fatta grossa. Ha scoperto, niente po’ po’ di meno, che Renzi avrebbe impugnato «la bandiera europea di Spinelli». Roba da fare invidia a Cristoforo Colombo, ma di cui il combattente per l’«Europa libera e unita» certamente non sarebbe orgoglioso.

Fino a domenica 28 febbraio 2016 il fondatore credeva «che Renzi fosse andato inutilmente a Ventotene», e adesso «invece – sono parole sue – il messaggio contenuto nel Manifesto firmato da Spinelli, Rossi e Colorni è stato, almeno così sembra, fatto proprio da Renzi». Ma è davvero così? Sembra, o è il contrario di quel che sembra? Analizziamo i fatti.

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Pietro Reichlin, eutopiamagazine.eu, 21 settembre 2015

La crisi greca ha prodotto una notevole divaricazione d’idee tra esperti e commentatori. Una scuola di pensiero influente esprime un punto di vista molto critico nei confronti della Germania, delle istituzioni europee e, qualche volta, della stessa idea di unione monetaria.

La gestione della politica monetaria e fiscale a livello europeo sarebbe troppo concentrata sull’obiettivo di ridurre i disavanzi di bilancio, e dominata da scelte tecniche invece che politiche.

In concreto, occorreva dare alla Grecia maggiore spazio fiscale (un piano di rientro dai disavanzi più lento) e concedere un ulteriore taglio del debito. Queste concessioni avrebbero comportato un costo irrilevante per l’Eurozona e consentito alla Grecia di uscire dalla crisi.

Autorevoli economisti (tra cui Eichengreen, Stiglitz e Krugman) hanno apertamente criticato l’ultimo accordo perché esso non contiene misure di stimolo fiscale ed è troppo oneroso per il paese.

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Giorgio Lunghini, Il Manifesto, 17 ottobre 2015

Un investimento è davvero tale se aumenta lo stock di capitale di un paese, per esempio se si costruisce una nuova fabbrica, si impiegano nuove macchine e si assumono nuovi lavoratori

In molti paesi civili, di là e di qua dall’Atlantico, dagli stessi Stati uniti alla Ger­ma­nia, il Ttip è oggetto di cri­ti­che severe e ben fondate.

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Riccardo Frola, Il Manifesto, 10 ottobre 2015

«Exit» del filosofo tedesco Tomasz Konicz per Stampa Alternativa. Cancellato il lavoro come fonte della ricchezza, la produzione di merci è costellata di soluzioni alle sue crisi che rinviano solo la sua fine

Appena richiuso Exit di Tomasz Konicz (Stampa alter­na­tiva, pp. 158, euro 14) , il let­tore ha la sen­sa­zione per­tur­bante di essersi risve­gliato in un mondo estra­neo e ostile. Il crollo della società del lavoro, gli obi­tori di El Sal­va­dor e Gua­te­mala, «in cui si ammuc­chiano a doz­zine» i cada­veri dei ragaz­zini uccisi dalle maras, il «Levia­tano ritor­nato allo stato sel­vag­gio» descritti da Konicz, ren­dono di colpo espli­cito ciò che nella quo­ti­dia­nità occi­den­tale sem­brava ancora nasco­sto fra le righe.

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Steve Keen, Keynes Blog, 24 settembre 2015

Augusto Graziani

Cos’è la moneta e come viene creata? Queste dovrebbero essere due delle domande più semplici a cui rispondere in economia; dopo tutto, la moneta è l’unica cosa che tutti noi usiamo in un’economia; ma davvero sappiamo di cosa si tratta, e da dove viene?

Purtroppo conosciamo la moneta allo stesso modo in cui i leggendari ciechi di Hindustan sanno cos’è un elefante: colui che ha afferrato il tronco sa che è “come un albero”, mentre quello che ha afferrato la zanna sa che è “come una lancia“, e così via. La moneta è un elemento così sfaccettato e onnicomprensivo del nostro sistema – il proverbiale “elefante in salotto” [qualcosa così ovvia da non poter non essere vista, ndt] – che la nostra attitudine a fissarci su un suo singolo aspetto ci impedisce di sviluppare una comprensione corretta di cosa è realmente.

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Viviamo in un’epoca di dualismi economici, di profonde divisioni fra Nord e Sud su più livelli, Europa-Nord/Africa-Sud, Nord Europa/Sud Europa, Nord Italia/Sud Italia. E potremmo andare avanti così fino a estendere il ragionamento al rapporto fra i centri cittadini e le periferie. In altra epoca e con altra terminologia si sarebbe parlato di sfruttamento: delle risorse naturali, della forza lavoro, ecc.

Per Krugman si tratta di un tema ricorrente. Ricordo infatti un bell’articolo, tradotto in italiano sul sito della voce.info, intitolato La disuguaglianza che arriva dal commercio. Il tema della disuguaglianza e della distribuzione del reddito è già al centro del dibattito accademico, rilanciato in maniera clamorosa dal successo del libro di Thomas Piketty, Il Capitale nel XXI secolo. Si tratta ora di portarlo con forza al centro del dibattito politico.

Paul Krugman, premio Nobel per l’economia 2008

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Gabriele Pastrello, Il Manifesto, 24 giugno 2015

Qui nep­pure i fondi di caffè né la sfera di cri­stallo pos­sono aiu­tare. Nes­suno può dire come andrà a finire con la Gre­cia. Ma si può ragio­nare su quello che è successo.

Comin­ciando, ad esem­pio, dall’atteggiamento della Lagarde, pre­si­dente del Fmi.

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Paul Krugman, Nuovo Illuminismo

Paul Krugman

Paul Krugman sul New York Times, con ancora fresca la notizia della vittoria di Podemos nelle maggiori città spagnole, torna brevemente sul tema della Grecia e della sua possibile uscita dalla moneta unica. La grande paura dell’ormai screditato establishment europeo, ragiona il premio Nobel, non è che la Grecia fallisca, ma che possa riprendersi a seguito dell’uscita dall’euro, diventando così un esempio per tutti gli altri.

C’è appena stato un altro terremoto elettorale nell’eurozona: i candidati spagnoli di Podemos hanno vinto le elezioni locali a Madrid e a Barcellona. Io spero che l’IFKAT — cioè l’insieme delle istituzioni finora chiamate “Troika” — facciano bene attenzione.

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Paul KrugmanNulla di ciò che è successo giustifica la pervasiva retorica del fallimento – spiega il premio Nobel Paul Krugman – in realtà, la mia sensazione è che stiamo vedendo una diabolica alleanza qui tra gli scrittori di sinistra con aspettative irrealistiche e la stampa economica, che ama la storia della debacle greca perché è quello che dovrebbe accadere a debitori arroganti. Ma non c’è una debacle. Nel frattempo – conclude Krugman – la prima vera rivolta del debitore contro l’austerità ha avuto un risultato decente, anche se nessuno ci crede.

Paul Krugman, New York Times, 27 febbraio 2015

La scorsa settimana, dopo tanto dramma, il nuovo governo greco ha raggiunto un accordo con i suoi creditori. All’inizio di questa settimana, i greci hanno compilato alcuni dettagli su come intendono rispettare i termini. Allora, come è andata?

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Da anni Paul Krugman – premio Nobel per l’economia nel 2008 – va dicendo che il debito pubblico è cosa assai diversa rispetto al debito di un privato, famiglia, individuo o azienda che sia.

Il governo e la banca centrale americani hanno reagito in chiave anticiclica alla crisi economica, mentre in Europa continuano a essere predicate e praticate misure procicliche, fino ai veri e propri aborti concettuali del Fiscal Compact e del pareggio di bilancio in Costituzione. Il trentennio d’oro dell’economica europea (all’incirca dal 1945 al 1975) è stato determinato da una politica fiscale totalmente diversa da quella attuale. Quando l’economia mostrava segni di cedimento, lo Stato interveniva investendo in opere pubbliche o altro; quando l’economia era in crescita, lo Stato si faceva da parte per incamerare risorse da utilizzare in occasione della prossima fase congiunturale negativa.

Certo, anche l’approccio keynesiano presentava dei difetti, specialmente dal punto di vista dell’applicazione pratica. Ma invece di lavorare per correggere i difetti, si è preferito voltar pagina, applicando in maniera acritica i dettati dell’economia neoliberista i quali, lo dico da profano supportato da innumerevoli letture, più che tendere al bene comune e alla crescita economica, furono studiati appositamente per incrementare le disuguaglianze in termini di distribuzione dei redditi e con l’obiettivo dichiarato di ridurre, se non cancellare, il ruolo dello Stato dall’economia.

Non solo gli economisti keynesiani o post-keynesiani sostengono che le politiche di austerità siano deleterie. Anche molti neoliberisti si sono accorti dei disastri che sono in atto e suggeriscono di porvi rimedio, allentando il rigore economico che pervade l’Europa. Ma niente viene fatto, ad esempio, per modificare lo statuto della Banca centrale europeo, o per modificare le regole del Fondo monetario internazionale.

Resta solo l’antica domanda: cui prodest? Di sicuro non a chi vuole che l’Europa finalmente si unifichi e si dia una politica comune, in ambito economico e sociale, in politica estera, per la tutela dei diritti dei cittadini, i quali – è inevitabile – prima o poi si ribelleranno a questo stato di cose. Nel frattempo i costi sostenuti sono elevatissimi sul piano sociale.

PS: se volete capire il significato del titolo del post, vi conviene leggere l’articolo di Krugman fino in fondo.

Il grande equivoco del debito pubblico

Paul Krugman, Internazionale, n. 1089, 13 febbraio 2015
(trascrizione per il web: Fondazione Luigi Pintor)

Una famiglia indebitata deve dei soldi a qualcun altro, mentre l’economia deve dei soldi a se stessa. Il debito non rende l’economia più povera, e rimborsarlo non ci rende più ricchi

Paul Krugman

Paul Krugman, premio Nobel per l’economia 2008

Secondo molti economisti, compresa la presidente della Federal Reserve statunitense Janet Yellen, i guai dell’economia globale dal 2008 in poi sono dovuti soprattutto al deleveraging o riduzione della leva finanziaria (ovvero il tentativo simultaneo di ridurre il livello d’indebitamento in tutto il mondo). Perché la riduzione della leva finanziaria è un problema? Perché la spesa di Tizio è il reddito di Caio e la spesa di Caio è il reddito di Tizio: perciò, se tutti tagliano la spesa nello stesso momento, il reddito cala in tutto il mondo. Come ha detto Yellen nel 2009, “quelle che per i privati e le imprese sono giuste precauzioni – e anzi, sono essenziali per riportare l’economia alla normalità – purtroppo aggravano le difficoltà dell’economia in generale”. Quanti progressi abbiamo fatto nel riportare l’economia alla “normalità”? Nessuno.

Le autorità politiche e finanziarie hanno agito partendo da una lettura sbagliata del debito, e i loro tentativi di ridimensionare il problema in realtà lo hanno aggravato. Innanzitutto, i fatti: da un recente rapporto del McKinsey global institute intitolato “Debito e (non molto) deleveraging” emerge che il rapporto tra debito complessivo e pil non si è ridotto in nessun paese del mondo. Il debito privato è calato in alcuni paesi, specialmente negli Stati Uniti, ma è cresciuto in altri, e dove c’è stata una significativa riduzione dell’indebitamento delle aziende e dei cittadini il debito pubblico è cresciuto più di quanto è diminuito quello privato.

Qualcuno penserà che se non siamo riusciti a ridurre il rapporto tra debito e pil è perché non ci abbiamo provato: famiglie e governi non si sono impegnati abbastanza a stringere la cinghia, perciò ci vuole più austerità. La realtà, però, è che non abbiamo mai avuto tanta austerità. Come ha osservato il Fondo monetario internazionale, la spesa pubblica reale al netto degli interessi è scesa in tutti i paesi ricchi: ci sono stati pesanti tagli nei paesi indebitati dell’Europa meridionale, ma ci sono stati tagli anche in paesi come la Germania e gli Stati Uniti, che pure sono in grado di finanziarsi a tassi d’interesse vicini ai minimi storici.

Tutta questa austerità ha peggiorato le cose. Era prevedibile, perché l’invito a risparmiare si è fondato su un fraintendimento del ruolo del debito nell’economia. L’equivoco è evidente ogni volta che qualcuno si scaglia contro il deficit con slogan come “Smettiamo di rubare ai nostri figli”. Apparentemente suona bene: le famiglie che s’indebitano s’impoveriscono, perciò vale lo stesso per il debito pubblico, giusto? Niente affatto. Una famiglia indebitata deve dei soldi a qualcun altro, mentre l’economia deve dei soldi a se stessa. È vero che i paesi possono indebitarsi con altri paesi, ma dal 2008 l’indebitamento degli Stati Uniti con l’estero è diminuito, mentre l’Europa è in credito netto con il resto del mondo. Siccome sono soldi che dobbiamo a noi stessi, il debito non rende direttamente l’economia più povera, e rimborsarlo non ci rende più ricchi.

Il debito può rappresentare una minaccia alla stabilità finanziaria, ma la situazione non migliora se per ridurlo si spinge l’economia verso la deflazione e la depressione. Il che ci riporta agli eventi delle ultime settimane, perché c’è un collegamento diretto tra l’incapacità di ridurre l’indebitamento e la crisi politica che sta emergendo in Europa. I leader europei sono convinti che la crisi economica sia stata provocata da un eccesso di spesa da parte di paesi che hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità. La strada giusta, secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel, è il ritorno alla sobrietà. L’Europa, ha detto, dev’essere parsimoniosa come la proverbiale casalinga sveva.

Questo ha provocato una catastrofe al rallentatore. I debitori europei dovevano sì stringere la cinghia, ma l’austerità che sono stati costretti ad adottare è stata incredibilmente brutale. Nel frattempo, la Germania e altre grandi economie – che dovevano spendere di più per compensare la contrazione nella periferia – hanno cercato a loro volta di spendere meno. Così si è creata una situazione in cui ridurre il rapporto tra debito e pil è diventato impossibile: la crescita reale ha rallentato bruscamente, l’inflazione è scesa quasi a zero e nei paesi più colpiti è arrivata addirittura la delazione. I poveri elettori hanno sopportato questo disastro per un tempo sorprendentemente lungo, credendo alla promessa che presto i loro sacrifici sarebbero stati ripagati. Ma dato che le difficoltà continuavano ad aumentare senza produrre risultati, la radicalizzazione è stata inevitabile.

Chiunque si sorprenda della vittoria della sinistra in Grecia o dell’avanzata delle forze anti-establishment in Spagna non è stato abbastanza attento. Nessuno sa cosa succederà ora, anche se i bookmaker considerano sempre più probabile l’uscita della Grecia dall’euro. Forse i danni si fermeranno qui, ma io non credo: l’uscita della Grecia minaccerebbe l’intero progetto della moneta unica. E se l’euro fallirà, sulla sua lapide bisognerà scrivere: “Morto per un’analogia sbagliata”.

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Paul Krugman, New York Times Magazine

I. SCAMBIARE LA BELLEZZA PER LA VERITA’

E’ difficile ora crederlo, ma non molto tempo fa gli economisti si congratulavano tra loro per il successo ottenuto dal loro settore. Quei successi – almeno così credevano – erano sia teorici che pratici e hanno portato ad un’epoca dorata per il mestiere. Sull’aspetto teorico, essi pensavano di aver risolto le proprie dispute interne e perciò, in un saggio del 2008 dal titolo “The State of Macro” (vale a dire la macroeconomia, lo studio delle grandi tematiche come le recessioni), Olivier Blanchard del M.I.T, ora responsabile economico presso il Fondo Monetario Internazionale, affermava che “la condizione della macroeconomia è buona”. Le battaglie di ieri, scriveva, sono finite, e vi è stata “un’ampia convergenza di visioni”. Nel mondo reale, gli economisti hanno creduto di avere le cose sotto controllo: “il problema centrale della depressione-prevenzione è stato risolto” dichiarava Robert Lucas dell’Università di Chicago nel suo discorso di insediamento nel 2003 come presidente dell’American Economic Association.

L’anno scorso, tutto si è spezzato.

Nel 2004, Ben Bernanke, ex docente a Princeton e ora presidente del consiglio di amministrazione della Federal Reserve, festeggiò la Grande Moderazione nelle prestazioni economiche nel corso dei due decenni precedenti, che egli attribuì in parte ad una serie di politiche economiche migliorate.

Pochi economisti hanno visto arrivare la crisi attuale, ma questo insuccesso nelle previsioni è stato il problema minore del settore. Ben più importante è stata la cecità del mestiere di fronte alla possibilità stessa di disastri catastrofici in un’economia di mercato. Nel corso degli anni d’oro, gli economisti finanziari giunsero a credere che i mercati fossero intrinsecamente stabili – che le azioni e gli altri beni avessero sempre il prezzo giusto. Non c’era nulla nel modello prevalente che indicasse l’eventualità del genere di crollo che è avvenuto lo scorso anno. Nel frattempo, i macroeconomisti si sono divisi sulle proprie opinioni. Ma la divisione principale è stata tra coloro che insistevano sul fatto che le economie di libero mercato non sarebbero mai andate fuori rotta e coloro che credevano che le economie potessero smarrirsi ogni tanto ma che ogni grossa deviazione dal cammino della prosperità potesse e sarebbe stata corretta dall’onnipotente Fed. Nessuna delle due fazioni era preparata a far fronte ad un’economia che è deragliata dai binari nonostanti tutti i migliori sforzi della Fed.

Negli strascichi della crisi, le linee difettose del mestiere di economista hanno sbadigliato più rumorosamente che mai. Lucas afferma che i piani di incentivi dell’amministrazione Obama rappresentano un’“economia da due soldi” e il suo collega di Chicago John Cochrane dice che sono basati su “favolette” screditate. In risposta, Brad DeLong dell’Università della California a Berkeley parla di “tracollo intellettuale” della Scuola di Chicago e io stesso ho scritto che i commenti degli economisti di Chicago sono il prodotto di “un periodo buio” della macroeconomia nel quale il sapere ottenuto così duramente è stata dimenticato.

Che cos’è successo al mestiere di economista? E qual è il suo futuro?

Per come la vedo io, la professione economica è andata fuori rotta perché gli economisti, intesi come gruppo, hanno scambiato la bellezza, rivestita di matematica di grande effetto, per la verità. Fino alla Grande Depressione, la maggior parte degli economisti era aggrappata ad una visione del capitalismo come un sistema perfetto o quasi. Quella visione non era sostenibile di fronte ad una disoccupazione di massa, ma i ricordi della Depressione si sono sbiaditi e gli economisti si sono innamorati di nuovo della vecchia e idealizzata visione di un’economia nella quale gli individui razionali interagiscono in mercati perfetti, questa volta addobbati di stravaganti equazioni. La rinnovata storia d’amore con i mercati idealizzati era sicuramente in parte una risposta ai venti politici che stavano mutando e in parte una risposta agli incentivi finanziari. Ma mentre gli anni sabbatici alla Hoover Institution e le opportunità di lavoro a Wall Street non sono affatto da disprezzare, la causa principale del fallimento del mestiere è stato il desiderio di un approccio onnicomprensivo ed intellettualmente elegante che ha dato, inoltre, agli economisti una possibilità di sfoggiare le loro abilità matematiche.

Purtroppo, questa visione romantica e ripulita dell’economia ha portato la maggior parte degli economisti ad ignorare tutte le cose che possono andare male. Hanno chiuso un occhio sui limiti della razionalità umana che conduce spesso a cicli di  espansioni e recessioni; sui problemi delle istituzioni che perdono il controllo; sulle imperfezioni dei mercati – soprattutto i mercati finanziari – che possono portare il sistema operativo dell’economia a subire dei crolli improvvisi e imprevedibili; e sui pericoli creati quando i regolatori non credono nella regolamentazione.

E’ molto più difficile dire quale sarà il futuro della professione economica. Ma quello che è quasi certo è che gli economisti dovranno imparare a convivere con il disordine. Cioè, dovranno riconoscere l’importanza del comportamento irrazionale e spesso imprevedibile, far fronte alle imperfezioni spesso idiosincratiche dei mercati e accettare il fatto che un’elegante “teoria economica per ogni cosa” sia molto lontana. In termini pratici, questo si tradurrà in consigli operativi più cauti – e con una minor propensione a smantellare le salvaguardie economiche nella fiducia che i mercati risolvano tutti i problemi.

II. DA SMITH A KEYNES E RITORNO

La nascita dell’economia come disciplina viene di solito accreditata a Adam Smith, che pubblicò “La ricchezza delle nazioni” nel 1776. Nel corso dei successivi 160 anni si è sviluppata una grande quantità di teorie economiche, il cui messaggio centrale era: fidatevi del mercato. Sì, gli economisti ammettevano che c’erano dei casi in cui mercati potevano sbagliare, dei quali il più importante era il caso degli “effetti esterni” – costi che le persone impongono ad altri senza pagarne il prezzo, come gli ingorghi del traffico o l’inquinamento. Ma la supposizione di base dell’economia “neoclassica” (dal nome dei teorici di fine diciannovesimo secolo che la elaborarono sulle idee dei loro predecessori “classici”) era quella che dovremmo avere fiducia nel sistema del mercato.

Questa fiducia, tuttavia, è  stata mandata in frantumi dalla Grande Depressione. In realtà, persino di fronte al crollo totale alcuni economisti insistevano sul fatto che qualunque cosa accadesse in un’economia di mercato doveva essere giusto: “Le depressioni semplicemente non sono il male” dichiarava Joseph Schumpeter nel 1934 – nel 1934! Esse sono, aggiungeva, “le forme di un qualcosa che deve essere fatto.” Ma molti, e alla fine la maggior parte, degli economisti passarono alle idee di John Maynard Keynes sia per una spiegazione di ciò che era avvenuto che per trovare una soluzione alle depressioni future.

Keynes però, a dispetto di tutto quello che potreste aver sentito, non voleva che il governo gestisse l’economia. Egli descrisse la sua analisi nel suo capolavoro del 1936 “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, come “moderatamente conservativa nelle sue implicazioni.” Egli voleva mettere ordine al capitalismo, non sostituirlo. Ma sfidò il concetto che le economie di libero mercato potessero funzionare senza un sorvegliante, esprimendo un particolare disprezzo per i mercati finanziari, che egli vedeva come dominati da speculazioni a breve termine con poca attenzione per i fondamentali. E chiedeva un intervento attivo del governo – stampando altra moneta e, se necessario, spendendo fortemente in opere pubbliche – per combattere la disoccupazione durante le crisi.

E’ importante capire che Keynes fece molto di più che uscirsene con delle audaci affermazioni. La “Teoria generale” è un’opera di profonda e intensa analisi – analisi che convinse i migliori e giovani economisti del periodo. Tuttavia, la storia dell’economia dell’ultimo mezzo secolo è, in buona parte, la storia della ritirata dal keynesianesimo e un ritorno al neoclassicismo. Il risorgimento neoclassico fu inizialmente capeggiato da Milton Friedman dell’Università di Chicago, che nel 1953 sosteneva che l’economia neoclassica funzionava così bene come descrizione del modo in cui funzionava realmente l’economia da essere “sia estremamente utile che meritevole di maggiore fiducia.” E per quanto riguarda le depressioni?

Il contrattacco di Friedman contro Keynes iniziò con la dottrina conosciuta come monetarismo. I monetaristi, di principio, non erano in disaccordo con l’idea che un’economia di mercato avesse bisogno di una stabilizzazione ben ponderata. “Siamo tutti keynesiani ora”, disse una volta Friedman, anche se in seguito sostenne che si trattava di una citazione fuori contesto. I monetaristi, tuttavia, sostenevano che una forma di intervento del governo molto limitata e circoscritta – vale a dire, incaricare le banche centrali di mantenere costante la crescita dell’offerta monetaria nazionale, dell’ammontare del denaro contante in circolazione e dei depositi bancari – è tutto quello che serve per impedire le depressioni. In modo splendido, Friedman e la sua collaboratrice, Anna Schwartz, sostenevano che se la Federal Reserve avesse fatto il proprio dovere, la Grande Depressione non sarebbe avvenuta. In seguito, Friedman fornì degli elementi contro qualunque sforzo del governo che portasse la disoccupazione sotto al suo livello “naturale” (che si crede sia intorno al 4,8 per cento negli Stati Uniti). Le politiche eccessivamente espansionistiche, egli prevedeva, condurrebbero ad una combinazione di inflazione e di elevata disoccupazione – una previsione che era nata dalla stagflazione degli anni Settanta, che fece aumentare molto la credibilità del movimento anti-keynesiano.

Alla fine, tuttavia, la controrivoluzione anti-keynesiana andò ben oltre la posizione di Friedman, che appariva relativamente moderata in confronto a quello dicevano i suoi successori. Tra gli economisti finanziari, la visione denigratoria di Keynes dei mercati finanziari come dei “casinò” fu rimpiazzata dalla teoria del “mercato efficiente”, la quale affermava che, con le informazioni a disposizione, i mercati finanziari ottenevano sempre il prezzo corretto dei beni. Nel frattempo, molti macroeconomisti rigettarono completamente lo schema di Keynes per comprendere le crisi economiche. Per la Grande Depressione, alcuni ritornarono all’idea di Schumpeter e di altri apologeti, vedendo le recessioni come una cosa positiva, come una parte delle regolazioni dell’economia verso il cambiamento. E anche coloro che non erano disposti a spingersi così in là sostenevano che qualunque tentativo di combattere una crisi economica avrebbe portato più danni che benefici.

Non tutti gli economisti erano disposti a percorrere questa strada: molti divennero dei presunti neo-keynesiani, che continuavano a credere in un ruolo attivo per il governo. Tuttavia, essi accettavano in larga parte l’idea che gli investitori e i consumatori siano razionali e che i mercati, in generale, si comportino sempre bene.

Naturalmente, ci furono delle eccezioni a queste tendenze: alcuni economisti sfidarono la supposizione del comportamento razionale, misero in dubbio la convinzione che ci si possa fidare dei mercati finanziari e sottolinearono la lunga lista di crisi finanziarie che avevano avuto devastanti conseguenze economiche. Ma stavano andando contro corrente, incapaci di progredire contro un autocompiacimento dilagante e, ripensando al passato, ridicolo.

III. FINANZA PANGLOSSIANA

Negli anni Trenta i mercati finanziari, per ovvie ragioni, non godevano di molto rispetto. Keynes li paragonava a “quei concorsi sui giornali in cui i concorrenti dovevano scegliere le sei facce più graziose tra un centinaio di fotografie e il premio in palio sarebbe andato al concorrente che più si era avvicinato alla media delle preferenze di tutti i partecipanti; cosicché ogni concorrente non deve scegliere quei visi che trova più graziosi, ma quelli che pensa che presumibilmente attrarranno la fantasia degli altri partecipanti.”

E Keynes la considerava una pessima idea quella di permettere a simili mercati, nei quali gli speculatori trascorrevano il loro tempo a rincorrersi a vicenda, a dettare importanti decisioni economiche: “Quando lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che vi sia qualche cosa che non va bene.”

Tuttavia, intorno al 1970, lo studio dei mercati finanziari sembrò essere stato assorbito dal dottor Pangloss di Voltaire, il quale insisteva sul fatto che stiamo vivendo nel migliore dei mondi possibili. La discussione sull’irrazionalità degli investitori, delle bolle, della speculazione distruttiva era praticamente sparita dai discorsi accademici. Il settore era dominato dall’”ipotesi del mercato efficiente” divulgata da Eugene Fama dell’Università di Chicago, la quale sostiene che i mercati finanziari fissano il prezzo dei beni in modo preciso considerate tutte le informazioni disponibili pubblicamente (il prezzo dell’azione di una società, ad esempio, riflette sempre in modo accurato il valore della società considerate le informazioni disponibili sui suoi ricavi, le sue prospettive commerciali e così via). E negli anni Ottanta, gli economisti finanziari, in particolare Michael Jensen della Harvard Business School, sostenevano che poiché i mercati finanziari fissavano sempre il prezzo corretto, la cosa migliore che i capitani d’azienda potessero fare, non solo per loro ma il bene dell’economia, era massimizzare il prezzo delle loro azioni. In altre parole, gli economisti finanziari credevano che dovremmo mettere lo sviluppo del capitale della nazione nella mani di quello che Keynes aveva definito un “casinò”.

E’ difficile sostenere che questa trasformazione del mestiere sia stata guidata dagli eventi. E’ vero, i ricordi del 1929 stanno piano piano svanendo ma hanno continuato ad esserci dei mercati al rialzo, con storie diffuse di eccessi speculativi, poi seguiti da mercati al ribasso. Ad esempio, nel 1973-4, le azioni persero il 48 per cento del loro valore. E il crollo borsistico del 1987 in cui il Dow crollò di quasi il 23 per cento in un giorno senza alcun chiaro motivo, avrebbe dovuto sollevare almeno un po’ di dubbi sulla razionalità dei mercati.

Quegli avvenimenti, tuttavia, che Keynes avrebbe considerato come prova dell’inaffidabilità dei mercati, fecero poco per attutire la forza di una bellissima idea. Il modello teorico che gli economisti finanziari svilupparono supponendo che ogni investitore soppesasse in modo razionale il rischio con il premio – il cosiddetto Capital Asset Pricing Model (CAPM) – è meravigliosamente elegante. E se si accettano le sue premesse è anche estremamente utile. Il CAPM non solo vi dice come scegliere il vostro portafoglio ma, cosa addirittura più importante dal punto di vista dell’industria finanziaria, vi dice come stabilire un prezzo per i derivati finanziari, titoli su titoli. L’eleganza e l’apparente utilità della nuova teoria ha portato una sfilza di premi Nobel per i suoi creatori e molti dei suoi adepti hanno ricevuto anche riconoscimenti meno prestigiosi. Armati di questi nuovi modelli e di formidabili abilità matematiche – gli utilizzi più esoterici del CAPM richiedono computazioni al livello di uno studioso di fisica – tranquilli docenti delle business school potevano e sono diventati cervelloni di Wall Street, portando a casa stipendi di Wall Street.

Per essere onesti, i teorici della finanza non accettavano l’ipotesi del mercato efficiente solamente perché era elegante, comoda e redditizia. Essi produssero anche una grande quantità di prove statistiche, che a prima vista sembravano fortemente a sostegno. Ma queste prove erano di una forma stranamente limitata. Gli economisti finanziari rararamente hanno posto la domanda apparentemente ovvia (anche se la risposta non è così semplice) se i prezzi dei beni avevano un senso considerati i fondamentali del mondo reale, come i ricavi. Invece, hanno chiesto solamente se i prezzi dei beni avevano senso considerati gli altri prezzi dei beni. Larry Summers, ora principale consigliere economico dell’amministrazione Obama, una volta prese in giro i docenti di finanza con una metafora sugli “economisti del ketchup” che “hanno dimostrato che che le bottiglie da mezzo chilo di ketchup da sempre vengono vendute esattamente al doppio delle bottiglie da un quarto” e concludono da questo che il mercato del ketchup è perfettamente efficiente.

Ma nessuna di queste prese in giro né altre critiche garbate provenienti da economisti come Robert Shiller di Yale sortirono molti effetti. I teorici della finanza continuarono a credere che i loro modelli fossero sostanzialmente corretti, così come molti altri che prendevano decisioni nel mondo reale. Tra questi non fu da meno Alan Greenspan, che all’epoca era presidente della Fed e sostenitore da lungo tempo della deregolamentazione finanziaria, la cui opposizione agli appelli per gestire i prestiti subprime o far fronte alla crescente bolla immobiliare facevano affidamento in buona parte sulla convinzione che l’economia finanzaria moderna avesse tutto sotto controllo. Ci fu un momento significativo nel 2005, durante una conferenza tenuta in onore dell’incarico di Greenspan alla Fed, nella quale un coraggioso partecipante, Raghuram Rajan (stranamente dell’Università di Chicago) presentò un documento nel quale avvisava che il sistema finanziario si stava accollando dei livelli di rischio potenzialmente pericolosi. Venne deriso da quasi tutti i presenti – tra cui, a proposito, Larry Summers, che rigettò i suoi avvertimenti definendoli “fuorviati”.

Nell’ottobre dello scorso anno, tuttavia, Greenspan stava ammettendo che era in uno stato di “scioccante incredulità” perché “l’intero edificio intellettuale” era “crollato”. Poiché questo crollo dell’edificio intellettuale era anche un crollo dei mercato del mondo reale, il risultato è stato una grave recessione – la peggiore, sotto molti aspetti, dalla Grande Depressione. Che cosa dovrebbero fare le istituzioni? Purtroppo la macroeconomia, che avrebbe dovuto fornire una chiara linea di condotta su come affrontare un’economia in crisi, stava vivendo il suo stato di subbuglio.

IV. IL PROBLEMA DELLA MACROECONOMIA

“Ci siamo trascinati un pasticcio colossale, abbiamo commesso gravi errori nel controllo di una macchina delicata, della quale non ne comprendiamo il funzionamento. Il risultato è che le nostre possibilità di ricchezza potrebbero andare sprecate per diverso tempo – forse per lungo tempo.” Così scriveva John Maynard Keynes in un saggio intitolato “The Great Slump of 1930”, nel quale egli tentava di spiegare la catastrofe che allora stava sorprendendo il mondo. E le possibilità di ricchezza del mondo andarono veramente sprecate per molto tempo. Ci sarebbe voluta la Seconda Guerra Mondiale per porre una conclusione definitiva alla Grande Depressione.

Perché la diagnosi della Grande Depressione di Keynes come un “pasticcio colossale” all’inizio era così affascinante? E perché l’economia, intorno al 1975, si è divisa in fazioni contrapposte sul valore delle idee di Keynes?

Mi piace spiegare l’essenza dell’economia keynesiana con una storia vera che è utile anche come metafora, una versione in scala ridotta dei disastri che possono colpire economie intere. Considerate il duro lavoro della cooperativa di babysitter Capitol Hill.

Questa cooperativa,  i cui problemi furono narrati nel 1977 in un articolo sul “The Journal of Money, Credit and Banking”, era un’associazione di circa 150 giovani coppie che si misero d’accordo nell’aiutarsi a vicenda accudendo i bambini di un’altra coppia quando i genitori volevano trascorrere una serata fuori. Per garantire che ogni coppia avesse la sua giusta quota di babysitting, la cooperativa introdusse una forma di buono: tagliandi fatti di grossi pezzi di carta, ciascuno dei quali conferiva il diritto al portatore di una mezz’ora di tempo di accudimento. All’inizio, quando si entrava nella cooperativa i membri riceveveno 20 tagliandi che si dovevano restituire quando si abbandonava il gruppo.

Purtroppo, si scoprì  che i membri della cooperativa, in media, volevano tenere di scorta più di 20 tagliandi, forse nel caso volessero uscire più volte consecutive. Come risultato, poche persone voleva spendere il loro buono e uscire, mentre in molti volevano accudire i bambini così potevano aggiungere altri tagliandi alla loro scorta. Ma dato che le opportunità di babysitting si presentavano solamente quando qualcuno voleva uscire la sera, questo significava che i lavori da babysitter erano difficile da trovare, il che rendeva i membri della cooperativa ancor più riluttanti ad uscire, rendendo ancor più scarsi i lavori da babysitter…

In breve, la cooperativa cadde in una recessione.

Bene, che ne pensate di questa storia? Non ritenetela sciocca e banale: gli economisti hanno utilizzato esempi su piccola scala per far luce sulle grandi questioni fin da quando Adam Smith vide le origini del progresso economico in una fabbrica di spilli, e hanno ragione a fare così. La domanda è se questo esempio particolare, nel quale la recessione è un problema di domanda inadeguata – non c’è abbastanza domanda di babysitter per dare lavoro a chiunque ne voglia uno – va alla sostanza di quello che accade in una recessione.

Quarant’anni fa la maggior parte degli economisti avrebbe concordato con questa interpretazione. Ma da allora la macroeconomia si è divisa in due grandi fazioni: gli economisti “d’acqua di mare” (principalmente nelle università americane sulla costa), che hanno una visione più o meno keynesiana di quelle che sono le recessioni; e gli econonomisti “d’acqua dolce” (principalmente nelle scuole dell’entroterra), che considerano assurda quella visione.

Gli economisti d’acqua dolce sono, fondamentalmente, dei puristi neoclassici. Essi credono che tutta l’analisi economica degna di nota inizi dalla premessa che le persone siano razionali e i mercati funzionino, una premessa dissacrata dalla storia della cooperativa di babysitter. Per come la vedevano, una mancanza di sufficiente domanda non è possibile, perché i prezzi si spostano sempre per far corrispondere l’offerta con la domanda. Se la gente vuole più buoni per il babysitting, il valore di quei buoni aumenterà, perché valgono diciamo 40 minuti di babysitter invece che mezz’ora – oppure, in modo equivalente, il costo di un’ora di babysitter scenderebbe da 2 tagliandi a 1,5. E questo risolverebbe il problema: il potere d’acquisto dei tagliandi in circolazione aumenterebbe, così che le persone non sentirebbero la necessità di farne scorta e non ci sarebbe alcuna recessione.

Ma le recessioni non assomigliano a quei periodi in cui non c’è abbastanza domanda per dare lavoro a chiunque voglia lavorare? Le apparenza possono ingannare, dicono i teorici d’acqua dolce. L’economia sana, nella loro visione, dice che i fallimenti complessivi della domanda non possono avvenire – e questo significa che non avvengono. L’economia keynesiana si è “dimostrata falsa”, dice Cochrane dell’Università di Chicago.

Tuttavia, le recessioni avvengono. Perché? Negli anni Settanta il macroeconomista d’acqua dolce di punta, il premio Nobel Robert Lucas, sosteneva che le recessioni erano causate da una confusione temporanea: i lavoratori e le aziende avevano problemi a distinguere tra i cambiamenti complessivi nel livello dei prezzi a causa dell’inflazione o della deflazione dai cambiamenti della loro particolare situazione di attività. E Lucas ammoniva che ogni tentativo di combattere il ciclo economico sarebbe stato controproducente: le politiche attiviste, egli sosteneva, si aggiungerebbero solamente alla confusione.

Negli anni Ottanta, questa accettazione fortemente limitata dell’idea che le recessioni siano una cosa negativa era stata addirittura rigettata da molti economisti d’acqua dolce. Invece, i nuovi leader del movimento, in special modo Edward Prescott, che era allora all’Università del Minnesota (potete capire da dove proviene l’appellativo “di acqua dolce”) sosteneva che le fluttuazioni dei prezzi e le mutazioni della domanda non avevano in realtà nulla a che fare con il ciclo economico. Piuttosto, il ciclo economico riflette le fluttuazioni  nel livello del progresso tecnologico, che sono amplificate dalla risposta razionale dei lavoratori, che volontariamente lavorano di più quando l’ambiente è favorevole e di meno quando è sfavorevole. La disoccupazione è una decisione volontaria dei lavoratori per prendersi un po’ di tempo libero.

Detta in modo così audace, questa teoria sembra folle – la Grande Depressione in realtà era la Granda Vacanza? E, ad essere onesti, penso che sia davvero sciocca. La premessa di base della teoria del “vero ciclo economico” di Prescott è stata integrata in modelli matematici costruiti in modo ingegnoso e che sono stati mappati su dati reali utilizzando sofisticate tecniche statistiche, e la teoria arrivò a dominare l’insegnamento della macroeconomia in molti dipartimenti universitari. Nel 2004, rispecchiando l’influenza della teoria, Prescott condivise un Nobel con il finlandese Kydland della Carnegie Mellon Univerisity.

Nel frattempo, gli economisti d’acqua di mare titubavano. Se gli economisti d’acqua dolce erano dei puristi, gli economisti d’acqua di mare erano dei pragmatici. Mentre economisti come N. Gregory Mankiw ad Harvard, Olivier Blanchard al M.I.T. e David Romer all’Università della California a Berkeley, ammettevano che era difficile riconciliare una visione keynesiana delle recessioni dal lato della domanda con la teoria neoclassica, essi trovarono che il concetto che le recessioni siano, in effetti, guidate dalla domanda sia troppo affascinante da rigettare. Quindi furono disponibili a spostarsi dalla supposizione dei mercati perfetti o dalla razionalità perfetta, o da entrambi, aggiungendo sufficienti imperfezioni per adattare una visione delle recessioni più o meno keynesiana. E nella visione d’acqua di mare, una politica attiva per combattere le recessioni rimaneva auspicabile.

Ma i presunti economisti neo-keynesiani non erano immuni ai richiami degli individui razionali e dei mercati perfetti. Essi tentarono di mantenere il più limitate possibile le loro deviazioni dall’ortodossia neoclassica. Ciò significava che non c’era spazio nei modelli prevalenti per cose come bolle e crolli del sistema bancario. Il fatto che tali cose continuino ad avvenire nel mondo reale – ci fu una terribile crisi finanziaria e macroeconomica nella maggior parte dell’Asia nel 1997-8 e una crisi a livello di depressione in Argentina nel 2002 – non si era rispecchiato nel pensiero neo-keynesiano comunemente accettato.

In ogni caso, avreste potuto pensare che le visioni del mondo divergenti degli economisti d’acqua dolce e d’acqua di mare li avrebbe fatti litigare sulla politica economica. E’ piuttosto sorprendente come, tra circa il 1985 e il 2007, le dispute tra economisti d’acqua dolce e d’acqua di mare vertevano principalmente sulla teoria e non sull’azione. La ragione, credo, è che i neo-keynesiani, a differenza dei keynesiani originali, non pensavano che la politica fiscale – le modifiche nelle spesa del governo o le tasse – fosse necessaria per combattere le recessioni. Essi credevano che la politica monetaria, amministrata dai tecnocrati alla Fed, potesse fornire tutti i rimedi di cui l’economia potesse avere bisogno. Ai festeggiamenti per il novantesimo compleanno di Milton Friedman, Ben Bernanke, un ex docente più o meno neo-keynesiano a Princeton, e già all’epoca membro del consiglio di amministrazione della Fed, face questo commento sulla Grande Depressione: “Avete ragione. L’abbiamo fatto. Siamo molto dispiaciuti. Ma grazie a voi, non accadrà di nuovo.” Il chiaro messaggio è che tutto quello di cui si ha bisogno per evitare le depressioni è una Fed più intelligente.

Finché la politica macroeconomica fu lasciata nelle mani del maestro Greenspan, senza programmi di incentivi di tipo keynesiano, gli economisti d’acqua dolce trovarono ben poco da ridire (essi non credevano che la politica monetaria portasse benefici, ma non credevano neanche che portasse svantaggi).

Ci sarebbe voluta una crisi per rivelare quanto poco terreno comune ci fosse e addirittura quanto panglossiana sia diventata l’economia neo-keynesiana.

V. NESSUNO AVREBBE POTUTO PREVEDERLO

Nelle recenti e commoventi discussioni economiche, la frase più in voga è diventata “nessuno avrebbe potuto prevederlo…” E’ quello che si dice riguardo ai disastri che potevano essere previsti, che avrebbero dovuto essere previsti e che, per la verità, erano stati previsti da alcuni economisti che sono stati derisi per i loro tormenti.

Considerate, ad esempio, l’improvviso aumento e dimunizione dei prezzi dell’immobiliare. Alcuni economisti, in particolare, Robert Shiller, identificarono la bolla e avvisarono sulle conseguenza se questa fosse scoppiata. Tuttavia, le principali istituzioni non riuscirono a vedere l’ovvio. Nel 2004, Alan Greenspan ignorava i discorsi riguardo ad una bolla immobiliare: “una grave distorsione dei prezzi a livello nazionale,” dichiarava, era “altamente improbabile.” Gli aumenti dei prezzi delle abitazioni, diceva Ben Bernanke nel 2005, “in buona parte riflettono dei solidi fondamentali economici.”

Come hanno fatto a non vedere la bolla? Ad essere onesti, i tassi di interesse erano insolitamente bassi, e questo in parte spiega l’aumento dei prezzi. Potrebbe essere che Greenspan e Bernanke volessero anche festeggiare il successo della Fed per aver trascinato fuori l’economia dalla recessione del 2001; ammettere che buona parte di quel successo dipendeva dalla creazione di una mostruosa bolla avrebbe raggelato i festeggiamenti.

Ma stava avvenendo qualcos’altro: una convinzione generale che le bolle non si verifichino. Quello che colpisce, quando si rileggono le assicurazioni di Greenspan, è come queste non fossero basate sulle prove – erano basate sulla supposizione a priori che semplicemente non poteva esserci una bolla nel settore immobiliare. E i teorici della finanza erano ancor più decisi su questo punto. In un’intervista del 2007, Eugene Fama, il padre dell’ipotesi del mercato efficiente, affermava che “la parola ‘bolla’ mi fa impazzire” e continuava a spiegare perché possiamo fidarci del mercato immobiliare. “I mercati immobiliari sono meno liquidi ma la gente è molto prudente quando acquista una casa. In genere quello che vanno a fare è il loro più grande investimento e quindi si guardano in giro con molta attenzione e confrontano i prezzi. L’esame delle offerte è molto dettagliato.”

Sicuramente gli acquirenti immobiliari in genere confrontano con attenzione i prezzi – cioè, confrontano il prezzo del loro potenziale acquisto con i prezzi di altre abitazioni. Ma questo non dice nulla sul fatto se il prezzo complessivo delle case sia giustificato. E’ di nuovo un’economia ketchup: poiché una bottiglia da mezzo chilo di ketchup costa il doppio di una bottiglia da un quarto, i teorici della finanza dichiarano che il prezzo del ketchup deve essere giusto.

In breve, la convinzione nei mercati finanziari efficienti ha messo i paraocchi a molti, se non la maggior parte, economisti sull’emergenza della più grande bolla finanziaria della storia. E la teoria del mercato efficiente ha avuto inoltre un ruolo significativo nel far gonfiare all’inizio quella bolla.

Ora che la bolla non diagnosticata è scoppiata, la vera pericolosità dei beni all’apparenza sicuri è venuta alla luce e il sistema finanziario ha dimostrato la sua fragilità. I proprietari di casa americani hanno visto svanire 13.000 miliardi di dollari di ricchezza. Più di sei milioni di posti di lavoro sono andati persi e il tasso di disoccupazione sembra avviarsi verso il livello più alto dagli anni Quaranta. Dunque, quale linea di condotta ha da offrire l’economia moderna nella difficile situazione di oggi? E dovremmo fidarci?

VI. LA POLEMICA SUGLI INCENTIVI

Tra il 1985 e il 2007 si instaurò una finta pace nel settore della macroeconomia. Non c’era stata alcuna vera convergenza di vedute tra le fazioni dell’acqua di mare e dell’acqua dolce. Ma quelli erano gli anni della Grande Moderazione – un lungo periodo durante il quale l’inflazione veniva attenuata e le recessioni erano relativamente modeste. Gli economisti d’acqua di mare credevano che la Federal Reserve avesse tutto sotto controllo. Gli economisti d’acqua dolce non pensavano che tutte le azioni della Fed portassero dei benefici, ma erano disposti a lasciare le cose così come stavano.

Ma la crisi pose fine alla pace fittizia. Improvvisamente le politiche precise e tecnocratiche che entrambi gli schieramenti erano disposti ad accettare non erano più sufficienti – e la necessità di una risposta politica più ampia portò alla ribalta i vecchi conflitti, più intensi che mai.

Perché  quelle politiche precise e tecnocratiche non erano sufficienti? La risposta, in una parola, è zero.

Nel corso di una normale recessione, la Fed risponde acquistando Buoni del Tesoro – debito governativo a breve termine – dalle banche. Questo fa diminuire i tassi di interesse sul debito del governo; gli investitori in cerca di maggiore tassi di rendimento si spostano su altri beni, portando anche alla diminuzione degli altri tassi di interesse, e normalmente questi tassi di interesse più bassi alla fine portano ad un rimbalzo economico. La Fed ha fatto fronte alla recessione che è iniziata nel 1990 portando i tassi di interesse a breve termine dal 9 per cento al 3 per cento. Ha fronteggiato la recessione iniziata nel 2001 portando i tassi dal 6,5 per cento all’1 per cento. E ha provato a far fronte all’attuale recessione abbassando i tassi dal 5,25 per cento a zero.

Ma zero, come si è dimostrato, non è un valore abbastanza basso per porre fine a questa recessione. E la Fed non può spingere i tassi sotto lo zero, poiché già a tassi vicini allo zero gli investitori fanno incetta di denaro contante piuttosto che darlo a prestito. Quindi, prima della fine del 2008, con i tassi di interesse sostanzialmente alla soglia che i macroeconomisti chiamano il “vincolo a zero” mentre la recessione addirittura continuava ad aggravarsi, la politica monetaria tradizionale aveva perso tutta la sua trazione.

E ora? Questa è la seconda volta che l’America deve fronteggiare il vincolo a zero, la precedente occasione fu durante la Grande Depressione. E fu esattamente l’osservazione sul fatto che esiste un vincolo inferiore ai tassi di interesse che ha portato Keynes a sostenere una maggiore spesa da parte del governo: quando la politica monetaria è inefficace e il settore privato non riesce ad essere convinto a spendere di più, il settore pubblico deve prendere il suo posto nel sostenere l’economia. Gli incentivi fiscali sono la risposta keynesiana alla situazione economica di tipo depressionario nella quale ci troviamo oggi.

Tale pensiero keynesiano è alla base delle politiche economiche dell’amministrazione Obama – e gli economisti d’acqua dolce sono furiosi. Per circa 25 anni essi hanno tollerato gli sforzi della Fed per gestire l’economia, ma una vera e propria rinascita keynesiana era qualcosa di completamente diverso. Nel 1980 Lucas, dell’Università di Chicago, scriveva che l’economia keynesiana era così assurda che “nei seminari di ricerca la gente non voleva più prendere sul serio le teorie keynesiane. L’uditorio inizava a bisbigliare e a ridacchiare.” Ammettere che, dopotutto, Keynes aveva ampiamente ragione sarebbe un passo indietro troppo umiliante.

E così Cochrane di Chicago si è indignato all’idea che la spesa del governo potrebbe attenuare l’ultima recessione, dichiarando: “Non fa parte di ciò che ognuno ha insegnato ai laureandi sin dagli anni Sessanta. Quelle [le idee keynesiane] sono favolette che si sono dimostrate false. In periodi di tensione è molto rassicurante ritornare alle fiabe che ascoltavamo da bambini, ma questo non le rende meno illusorie (è un segno di quanto profonda sia la divisione tra acqua dolce e salata il fatto che Cocharane non creda che “ognuno” insegni quelle idee che vengono, in effetti, insegnate in posti come Princeton, l’M.I.T. e Harvard).

Nel frattempo, gli economisti d’acqua di mare, che si erano consolati con la convinzione che la grande divisione nella macroeconomia si stesse riducendo, furono sconvolti nel rendersi conto che gli economisti d’acqua dolce non stavano affatto ascoltando. Gli economisti d’acqua dolce che inveivano contro gli incentivi non sembravano studenti che avevano soppesato le argomentazioni keynesiane e le avevano trovate inadeguate. Piuttosto, sembravano persone che non avevano idea di cosa trattasse l’economia keynesiana, persone che stavano risorgendo dalle fallacie pre-anni Trenta nella convinzione di dire qualcosa di nuovo e profondo.

E non erano soltanto le idee di Keynes che sembrava fossero fossero andate dimenticate. Come ha sottolineato Brad DeLong dell’Univeristà di California a Berkeley nelle sue lamentazioni sul “tracollo intellettuale” della scuola di Chicago, la posizione attuale della scuola è quella di un totale rifiuto delle idee di Milton Friedman. Friedman credeva che dovesse essere utilizzata la politica della Fed per stabilizzare l’economia piuttosto che i cambiamenti di spesa del governo ma non affermò mai che un aumento nella spesa del governo non può, in nessun caso, aumentare la disoccupazione. In effetti, rileggendo il compendio del 1970 delle sue idee, “Uno schema teorico per l’analisi monetaria” colpisce quanto questo sembri keynesiano.

E Friedman sicuramente non aveva mai accettato l’idea che la disoccupazione di massa rappresentasse una riduzione volontaria dell’impegno lavorativo o l’idea che le recessioni siano in realtà un bene per l’economia. Tuttavia, la generazione attuale di economisti d’acqua dolce sta sostenendo entrambe le tesi. Casey Mulligan di Chicago indica che la disoccupazione è così alta perché molti lavoratori scelgono di non cercare un lavoro: “I dipendenti si trovano di fronte a degli incentivi finanziari che li incoraggiano a non lavorare… l’aumento della disoccupazione è spiegato più dalle riduzioni nell’offerta di manodopera (la disponibilità della gente a lavorare) e meno dalla richiesta di manodopera (il numero di persone che i datori di lavoro hanno bisogno di assumere)”. Mulligan, in particolare, ha indicato che i lavoratori decidono di rimanere disoccupati perché questo aumenta le loro possibilità di ricevere un aiuto per il loro mutuo immobiliare. E Cochrane sostiene che l’alto tasso di disoccupazione in realtà è una cosa positiva: “Dovremmo avere una recessione. La gente che trascorre la propria vita a piantar chiodi nel Nevada ha bisogno di qualcos’altro da fare.”

Personalmente, penso che tutto questo sia assurdo. Perché dovrebbe esserci una disoccupazione di massa in tutto il paese per far spostare i falegnami dal Nevada? Qualcuno riesce a sostenere in modo serio che abbiamo perso 6,7 milioni di posti di lavoro perché sempre meno americani vogliono lavorare? Ma era inevitabile che gli economisti d’acqua dolce si trovassero loro stessi intrappolati in questo cul-de-sac: se partite dal presupposto che la gente sia perfettamente razionale e i mercati siano perfettamente efficienti, dovete concludere che la disoccupazione è volontaria e le recessioni sono auspicabili.

Tuttavia, se la crisi ha spinto gli economisti d’acqua dolce all’assurdo, ha anche portato numerosi economisti d’acqua di mare a fare un esame di coscienza. Il loro schema, a differenza della scuola di Chicago, consente la possibilità della disoccupazione involontaria e la considera una cosa negativa. Ma i modelli neo-keynesiani che sono arrivati a dominare l’insegnamento e la ricerca sostengono che la gente sia perfettamente razionale e i mercati finanziari siano perfettamente efficienti. Per far entrare nei loro modelli qualcosa che assomigli alla crisi attuale, i neo-keynesiani sono costretti ad introdure un qualche fattore di correzione che per ragioni non ben specificate deprime temporaneamente la spesa privata (per certi miei lavori ho fatto esattamento questo). E se l’analisi su dove ci troviamo oggi si affida a questo fattore di correzione, quanta fiducia possiamo avere nelle previsioni dei modelli sul nostro futuro?

La situazione della macroeconomia, in due parole, non è buona. Dunque, qual è il futuro della professione?

VII. DIFETTI E FRIZIONI

L’economia, come settore, si è cacciata nei guai perché gli economisti sono stati sedotti dalla visione di un sistema di mercato perfetto, senza frizioni. Se il mestiere deve redimersi, dovrà riconciliarsi ad una visione meno allettante – che un’economia di mercato ha tanti pregi ma è anche piena di difetti e di frizioni La buona notizia è che non dobbiamo ripartire da zero. Anche durante il culmine dell’economia del mercato perfetto, si è lavorato molto sui modi in cui la vera economia ha deviato dall’ideale teorico. Quello che probabilmente accadrà ora – e per la verità sta già avvenendo – è che l’economia dei difetti-e-delle-frizioni si sposterà dalla periferia dell’analisi economica al suo centro.

Esiste già un esempio piuttosto ben sviluppato del genere di economia che ho in mente: la scuola di pensiero conosciuta come finanza comportamentale. Chi pratica questo approccio mette in evidenza due cose. Primo, molti investitori del mondo reale assomigliano poco ai freddi calcolatori della teoria del mercato efficiente: sono tutti soggetti al comportamento del gregge, ai periodi di esuberanza irrazionale e al panico ingiustificato. Secondo, anche coloro che cercano di basare le proprie decisioni sul freddo calcolo spesso si rendono conto che non ci riescono, che i problemi della fiducia, della credibilità e delle garanzie limitate li obbligano ad andare con il gregge.

Sul primo punto: anche durante il culmine dell’ipotesi del mercato efficiente, sembrava ovvio che molti investitori del mondo reale non fossero così razionali come presupponevano i modelli prevalenti. Larry Summers una volta iniziò un articolo sulla finanza affermando: “CI SONO DEGLI IDIOTI. Guardatevi attorno.” Ma di che genere di idioti (il termine preferito nella letteratura accademica in realtà è “trader rumorosi”) stiamo parlando? La finanza comportamentale, facendo ricorso al movimento più ampio conosciuto come economia comportamentale, cerca di rispondere alla domanda mettendo in relazione l’apparente irrazionalità degli investitori alle inclinazioni note nell’intelletto umano, come la tendenza a prestare più attenzione alle piccole perdite rispetto ai piccoli guadagni o la tendenza a trarre conclusioni troppo alla svelta da campioni esigui (ad esempio, dato che i prezzi delle abitazioni sono aumentati nel corso degli ultimi anni, presupporre che continueranno ad aumentare).

Fino alla crisi, i sostenitori del mercato efficiente come Eugene Fama rigettavano le prove prodotte a favore della finanza comportamentale come una collezione di “elementi curiosi” di nessuna reale importanza. Questa è ora una posizione molto più difficile da sostenere visto che lo scoppio di una grande bolla – una bolla correttamente diagnosticata da economisti comportamentali come Robert Shiller di Yale, che l’ha messa in relazione agli ultimi episodi di “esuberanza irrazionale” – ha messo in ginocchio l’economia mondiale.

Sul secondo punto: supponete che esistano, in realtà, gli idioti. Che importanza avrebbe? Non molta, sosteneva Milton Friedman in un importante articolo del 1953: gli investitori scaltri faranno quattrini comprando quando gli idioti venderanno e vendendo quando compreranno e stabilizzeranno i mercati in questo processo. Ma le seconde fila della finanza comportamentale dicono che Friedman si sbagliava, che i mercati finanziari a volte sono molto instabili, e in questo momento quell’idea sembra difficile da rigettare.

Probabilmente l’articolo più importante su questo filone è stata una pubblicazione del 1997 di Andrei Shleifer di Harvard e Robert Vishny di Chicago, una formalizzazione della vecchia linea che “il mercato può rimanere irrazionale più a lungo di quanto voi possiate rimanere solvibili.” Come essi sottolineavano, gli arbitraggisti – le persone che si pensa acquistino ad un prezzo basso e vendano ad un prezzo alto – hanno bisogno del capitale per fare il loro lavoro. E una drastica caduta del prezzo dei beni, anche se non ha alcun senso in termini di fondamentali, tende ad esaurire quel capitale. Come risultato, il denaro investito da mani esperte viene fatto uscire dal mercato, e i prezzi possono entrare in una spirale al ribasso.

La diffusione dell’attuale crisi finanziaria sembrava quasi una dimostrazione pratica dei pericoli dell’instabilità finanziaria. E le idee generali che stanno alla base dei modelli di instabilità finanziaria si sono dimostrate molto attinenti alla politica economica: un’attenzione all’esaurimento del capitale degli istituti finanziari ha aiutato a condurre delle azioni politiche dopo la caduta di Lehman, e sembra (incrociate le dita) che queste azioni abbiano evitato con successo un crollo finanziario ancora più grave.

Nel frattempo, che dire della macroeconomia? Gli ultimi avvenimenti hanno confutato in modo piuttosto netto l’idea che le recessioni siano una risposta ottimale alle fluttuazioni al livello del progresso tecnologico; una visione più o meno keynesiana è l’unica alternativa. Tuttavia, i normali modelli neo-keynesiani non hanno lasciato spazio per una crisi come quella che stiamo avendo, perché quei modelli in genere accettavano la visione del settore finanziario del mercato efficiente.

Ci sono state alcune eccezioni. Una linea di lavoro, iniziata nientemeno che da Ben Bernanke con Mark Gertler della New York University, evidenziava il modo in cui la mancanza di una garanzia sufficiente potesse ostacolare la possibilità delle imprese di raccogliere finanziamenti e di perseguire opportunità di investimenti. Una linea di lavoro correlata, costituita prevalentemente dal mio collega a Princeton Nobuhiro Kiyotaki e John Moore della London School of Economics, sosteneva che i prezzi di beni come il mercato immobiliare possono soffrire di cadute che si autoalimentano e che, a rotazione, deprimono l’intera economia. Ma finora l’impatto della finanza malfunzionante non è stato al centro nemmeno dell’economia keynesiana. Chiaramente, questo deve cambiare.

VIII. RIABBRACCIARE KEYNES

Dunque, ecco quello che penso che debbano fare gli economisti. Innanzitutto, devono affrontare la scomoda realtà che i mercati finanziari sono ben lontani dalla perfezione e che sono soggetti ad illusioni eccezionali e alla follia delle masse. In secondo luogo, devono ammettere – e questo sarà molto duro per la gente che ridacchiava e sparlava di Keynes – che l’economia keynesiana rimane la migliore struttura che abbiamo per comprendere il senso delle recessioni e delle depressioni. In terzo luogo, dovranno fare del loro meglio per integrare le realtà della finanza nella macroeconomia.

Molti economisti troveranno questi cambiamenti piuttosto sconvolgenti. Semmai, passerà molto tempo prima che i nuovi e più realistici approcci alla finanza e alla macroeconomia offrano lo stesso tipo di chiarezza, completezza e vera e propria bellezza che caratterizzano il pieno approccio neoclassico. Per alcuni economisti quella costituirà una ragione per aggrapparsi al neoclassicismo, nonostante il suo totale fallimento nel comprendere il senso della più grande crisi economica delle ultime tre generazioni. Tuttavia, questo sembra essere un buon momento per ricordare le parole di H.L. Mencken: “C’è  una soluzione facile per ogni problema umano: elegante, plausibile e sbagliata.”

Quando si parla del problema del tutto umano delle recessioni e delle depressioni, gli economisti hanno bisogno di abbandonare la soluzione elegante, ma sbagliata, di presumere che tutti siano razionali e che il mercato funzioni in modo perfetto. La visione che emerge mentre la professione ripensa le proprie basi potrebbe non essere così chiara. Certamente non sarà elegante ma possiamo sperare che avrà il pregio di essere almeno in parte corretta.

Paul Krugman
Fonte: http://www.nytimes.com/
Link: http://www.nytimes.com/2009/09/06/magazine/06Economic-t.html02.09.2009
Traduzione a cura di JJULES per www.comedonschisciotte.org

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Esisterebbero 7 Premi Nobel per l’economia che spingono per l’uscita dall’Euro. O almeno così sembrerebbe da quello che si legge in rete e dagli inviti di Matteo Salvini a cercare su Google “Nobel euro patacca”. Ed invece…

Guido Iodice, Lavoro & Politica, anno 4 n. 6 – 14 febbraio 2014

«Prima se ne esce e meglio è. Oramai sono diventati 5 i premi Nobel che lo sostengono insieme a noi». Così si è espresso recentemente, riferendosi all’euro, il segretario della Lega Matteo Salvini, aggiornando successivamente il numero di Nobel che, stando alle ultime ricerche, ammonterebbero ora a sette. Ma come stanno precisamente le cose? La fonte di Salvini è molto probabilmente il sito web scenarieconomici.it che, in questo articolo, riassume le posizioni critiche sull’euro di sette Nobel per l’economia. A parte un caso (molto particolare, come vedremo), nessuno di questi pronuncia le fatidiche parole «uscire dall’euro ora», come piacerebbe ai più decisi noeuro padani. Gli economisti in questione criticano apertamente la moneta unica, tuttavia ben si guardano dal suggerire esplicitamente l’uscita di un grande paese dall’eurozona. Ma procediamo con ordine.

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