Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Pci’

Paolo Ciofi, 3 marzo 2016

Altiero Spinelli, confinato a Ponza nel giorno del suo trentunesimo compleanno

Le scoperte di Scalfari – è cosa nota – hanno sempre una caratteristica tipicamente scalfariana: devono comunque fare colpo. In altre parole, o sono epocali o non sono. Anche di recente il padre fondatore della libera stampa, cioè di Repubblica, l’ha fatta grossa. Ha scoperto, niente po’ po’ di meno, che Renzi avrebbe impugnato «la bandiera europea di Spinelli». Roba da fare invidia a Cristoforo Colombo, ma di cui il combattente per l’«Europa libera e unita» certamente non sarebbe orgoglioso.

Fino a domenica 28 febbraio 2016 il fondatore credeva «che Renzi fosse andato inutilmente a Ventotene», e adesso «invece – sono parole sue – il messaggio contenuto nel Manifesto firmato da Spinelli, Rossi e Colorni è stato, almeno così sembra, fatto proprio da Renzi». Ma è davvero così? Sembra, o è il contrario di quel che sembra? Analizziamo i fatti.

(altro…)

Annunci

Read Full Post »

Cipollino e il Cavalier Pomodoro, due personaggi di Gianni Rodari, in un francobollo russo del 1992

Gianni Rodari (Omegna, 23 ottobre 1920 – Roma, 14 aprile 1980) è stato uno scrittore e poeta, notissimo per la sua attività di narratore per l’infanzia. Non tutti sanno però che Rodari, subito dopo la guerra, si iscrisse al Partito comunista ed ebbe una intensa attività come giornalista militante. Subito dopo la guerra venne incaricato della direzione dell’Ordine Nuovo e, a partire dal 1947 iniziò a collaborare all’Unità, dove entra come cronista e poi diviene capo cronista e inviato speciale. È in questo periodo che inizia a scrivere racconti per bambini, e il Partito lo chiama a Roma per dirigere Il Pioniere.

A partire dal 1952 ebbe modo di visitare spesso l’Unione Sovietica e, proprio al termine di uno di quei viaggi, nel 1979, inizierà ad accusare i primi problemi circolatori che lo porteranno l’anno dopo alla morte.

(altro…)

Read Full Post »

Luciana Castellina, Il Manifesto, 29 settembre 2015

Quando chi viene a man­care ha più di cent’anni all’evento si è pre­pa­rati, e dun­que il dolore dovrebbe essere minore. E invece non è così, per­ché pro­prio la loro lunga vita ci ha finito per abi­tuare all’idea irreale che si tratti di esseri umani dotati di eter­nità. Pie­tro Ingrao, per di più, è stato così larga parte della vita di tan­tis­simi di noi che è dif­fi­cile per­sino pen­sare alla sua morte senza pen­sare alla pro­pria. (E sono certa non solo per quelli di noi già quasi altret­tanto vecchi).

(altro…)

Read Full Post »

Michele Maniscalco, www.politicaprima.com, 30 aprile 2015

Michele Maniscalco

30 aprile 1947. Serata splendida di primavera. A San Giuseppe Jato i marciapiedi sono pieni di persone sedute davanti la porta a godersi il fresco serale. La televisione non esiste. I pochi fortunati che possiedono una radio alzano il volume al massimo e ascoltano le notizie dall’esterno. È anche un modo per ostentare l’oggetto posseduto.

I contadini con i pantaloni di velluto e la camicia di “sbarracanu” (una stoffa molto resistente che si usava per le camicie dei contadini) conversano con i vicini di casa. Nella maggior parte dei casi l’argomento principale della conversazione si concentra sulla festa del I° Maggio e il corteo che partendo da San Giuseppe Jato arriverà a Portella delle Ginestre. Le donne in casa a preparare il pasto serale e il companatico per la festa dell’indomani.

(altro…)

Read Full Post »

Il 30 marzo, Pietro Ingrao ha compiuto 100 anni. Un secolo. Quasi tutto il Novecento e questo primo scorcio del nuovo millennio.

La sua storia è quella di un antifascista, di un dirigente comunista per certi versi scomodo, spesso critico nei confronti del Partito, ma sempre costruttivo. In ogni caso una lezione da imparare per noi uomini e donne delle generazioni successive.

Per questa occasione Il Manifesto ha pubblicato un corposo inserto, intitolato “La Storia di PIETRO” e qui ripropongo il lungo articolo introduttivo di Luciana Castellina

(altro…)

Read Full Post »

Nella vita o nello sport, chiunque faccia parte di una categoria fortemente identitaria prima o poi sente parlare di diversità. E allora ecco che gli Alpini sono orgogliosi della loro “alpinità”, i rugbisti  non dimenticano mai di ricordare che “loro” sono rugbisti. Naturalmente, si tratta di qualcosa assai difficile da definire e spiegare. In fin dei conti certe situazioni bisogna viverle o averle vissute, e non è detto che poi si sia capaci di raccontarle.

Una cosa del genere accade anche per i comunisti, i quali, spesso e volentieri, parlano della “diversità comunista”, sottintendendo con questa locuzione un qualcosa che li distingue da tutti gli altri, sia dal punto di vista etico sia da quello comportamentale. Ma come si spiega? Probabilmente solo con degli esempi. E uno mi viene fornito dalla lettura del libro In auto con Berlinguer. Quindici anni con il segretario del Pci di Alberto Menichelli che di Berlinguer fu per lungo tempo autista e accompagnatore.

L’episodio non riguarda Berlinguer, ma Umberto Terracini (Genova 1895 – Roma 1983), uno dei fondatori e massimi dirigenti storici del Partito Comunista Italiano, imprigionato insieme a Gramsci e successivamente, dopo undici anni, confinato a Ponza e Santo Stefano, presidente dell’Assemblea Costituente. Insomma, non proprio uno qualunque.

Umberto Terracini

[…] Molto presto assunsi un altro ruolo. Subentrai, infatti, all’autista di Umberto Terracini, Mario Gramaccini, che era stato vittima di un incidente d’auto al ritorno da Genzano. Durante gli accertamenti riguardo la dinamica dello scontro nel quale aveva perso la vita una persona, gli ritirarono la patente, mettendolo in difficoltà al lavoro. Noi della vigilanza non eravamo dei veri autisti ma fummo comunque tenuti in considerazione nella valutazione del possibile sostituto. Alla fine venni scelto io, che accettai con un pizzico di incoscienza. A pensarci bene, al tempo, ma anche ora, a sentir nominare Terracini mi venivano i brividi, provavo un senso di soggezione di fronte a un uomo di quel calibro, che era stato relatore e firmatario della Costituzione, eroe della Resistenza e dell’antifascismo oltre che dirigente del Pci. Mi spettava, dunque, un compito molto importante che mi rendeva responsabile di fronte a Terracini e all’intero partito. Il primo impatto con lui fu positivo. Non era solo un gran politico ma anche un grande signore, distinto ed elegante, che sapeva mettere a proprio agio chi gli stava davanti. La nostra prima uscita fu a Firenze nel 1966. La città era stata colpita da un’alluvione e l’Italia intera si era mobilitata per salvare le opere d’arte. Partimmo da Roma e arrivammo in tarda mattinata, dove ad attenderci al casello autostradale c’era il segretario regionale della Toscana che lo mise al corrente della drammaticità della situazione. A causa delle pessime condizioni in cui verteva la città pernottammo a Fiesole, dove i compagni toscani ci avevano riservato una stanza. Il problema fu il letto: era matrimoniale. Io mi sentivo imbarazzatissimo e allo stesso tempo terrorizzato dall’idea di condividerlo con Terracini: temevo di disturbarlo durante la notte, e di non farlo riposare perché, devo ammetterlo, russo. Quella sera arrivammo tardi in albergo per via dei numerosi incontri in Prefettura e in altri luoghi, fu una giornata davvero pesante, eravamo stanchi e affaticati. Nonostante ciò non credevo di potermi addormentare, o almeno di poterlo fare così velocemente. Nel giro di qualche minuto invece, dopo aver indossato il pigiama ed essermi raggomitolato sull’orlo del letto, caddi in un sonno profondo. La mattina seguente, prima ancora di aprire gli occhi, sentii un profumo di caffè. Mi svegliai con un colpettino sulla spalla che mi fece sobbalzare, mi alzai di scatto e mi trovai davanti Terracini che mi disse: “Buongiorno Alberto ti ho portato il caffè”. Rimasi senza parole, avevo davanti un eroe dell’antifascismo che mi portava il caffè a letto. Quando raccontai questo episodio a mio padre per poco piangeva dall’emozione perché lo ammirava e stimava moltissimo […].

Read Full Post »

Di Pietro Folena dal suo blog personale, 12 giugno 2014

Fermatevi!

Prima che sia tardi Matteo Renzi e i suoi consiglieri, con l’appoggio di larga parte dell’ex-minoranza, dovrebbero evitare un cortocircuito traumatico nella coscienza del Paese. Non basta evocare i “voti”, come si è fatto in queste ore: non c’è voto, né “plebiscito” che giustifichi atti di prepotenza e di intolleranza come quello che ha visto il PD cacciare Vannino Chiti e Corradino Mineo dalla Commissione Affari Costituzionali perché non “allineati”. Non ho memoria, in epoche recenti, di un atto di questa brutalità. Il tema va al di là del merito della riforma: viene messo in discussione un principio costituzionale sacro, e cioè la non esistenza di un vincolo di mandato del parlamentare, il quale non deve rispondere al Partito, ma alla Sua coscienza, interpretando lì il senso del mandato ricevuto.

Ricordo le sacrosante polemiche bersanian-renziane contro Beppe Grillo quando a più riprese è intervenuto per imporre un vincolo agli eletti del M5S. Oggi Anna Finocchiaro, che presiede la Commissione, giustifica questa sostituzione affermando che il problema della libertà di coscienza esiste solo per l’Aula!

Non si sta discutendo della fiducia al Governo, né della legge di stabilità; né di temi come quelli del lavoro, su cui le sensibilità nel PD sono molto differenti, e acute; e neppure della pace – chi scrive, nei DS, in Commissione e in Aula, votò a più riprese in dissenso all’epoca di controverse decisioni sulle missioni militari, senza mai subire atti di imperio paragonabili a questo.

Qui si discute di Costituzione, di una materia di per sé al riparo, più di ogni altra, da diktat delle nomenklature di Partito. Il PCI, nell’era del Cominform, affrontò la formulazione della Costituzione con un’apertura e una disponibilità ben superiori rispetto a quelle dimostrate ora.

I tredici senatori del PD hanno fatto bene a autosospendersi. Bisogna chiamare i vertici del Partito a riflettere, e a tornare indietro, sperando che sia solo l’inesperienza ad aver provocato questo autogol. Bisogna invitare i circoli e gli iscritti a esprimersi sulla questione.

Matteo Renzi ha vinto largamente. Ma farebbe un errore a voler stravincere. Non c’è 41%, e neppure 50,1% che giustifichi sulla questione delle regole un’intolleranza per chi la pensa diversamente.

Ora questo giovane leader deve dimostrare di non essere un altro capo populista, come altri che abbiamo conosciuto in questi anni, ma uno statista, e un leader che vuole promuovere una nuova stagione “democratica”. Avere la forza di fermarsi non è un atto di debolezza, ma una dimostrazione di forza: la forza della ragione, contro la ragione della forza.

Read Full Post »

La Repubblica, 8 agosto 2013

La mancanza di eredi e di alternative, le nuove oligarchie, l'”apocalisse culturale”: intervista allo storico del potere che racconta “Già alle elementari avvertivo il disagio rispetto all’esistenza di ceti diversi”.

“Cosa vuol dire essere di sinistra? È un impulso prepolitico, una radice antropologica che viene prima di una scelta di campo consapevole. Davanti alle disparità di classe o di censo o di condizione sociale, c’è chi si compiace, traendone la certificazione del proprio essere superiore. E c’è chi si scandalizza, come capitò a Norberto Bobbio quando scoprì da bambino la miseria dei contadini che morivano di fame.

Lo “scandalo della diseguaglianza”, lo chiamò proprio così. Un’indignazione naturale, che non è comune a tutti”. Nella casa dove visse Gobetti, tra i libri di Antonicelli e i grandi faldoni dell’azionismo, Marco Revelli ci fa strada lungo i segreti cunicoli di un palazzo ottocentesco, da cui forse ha inizio parte della storia. Una storia di sinistra che nel caso di Revelli  –  classe 1947 e una nutrita bibliografia tra storia, economia e sociologia  –  s’incarna anche nella figura del padre Nuto, cantore del “mondo dei vinti” e mitico comandante di Giustizia e Libertà. “Una montagna troppo alta da scalare”, dice il figlio con la mitezza di chi se lo può permettere.

Lo “scandalo della diseguaglianza”. Lei quando cominciò ad avvertirlo?
“Da bambino, quando facevo le scuole elementari a Cuneo. Negli anni Cinquanta la frattura sociale era molto visibile, e nella mia classe convivevano ceti molto diversi. Una mattina venne chiamata la madre di due miei compagni, a quel tempo alloggiati in una caserma abbandonata. Davanti a tutta la scolaresca fu severamente rimproverata perché i suoi bambini non si lavavano. Io provai un grande disagio. Non dissi nulla a casa”.

E anche oggi, in una realtà nazionale radicalmente mutata, lo scandalo si ripete.
“Quello nato dopo la morte del Novecento è un mondo infinitamente più diseguale. Ed è un mondo che non offre alternative a se stesso. Sono queste le grandi sconfitte storiche della sinistra, ossia di una forza politica e culturale che possiede nel Dna il valore dell’eguaglianza e la capacità di immaginare un’alternativa allo stato di cose presente”.

Però ogni volta che ha promesso un mondo più felice ha prodotto grande infelicità.
“La catastrofe del socialismo reale è parte della scomparsa della sinistra, che ne è stata paralizzata. Ma una sinistra che rinuncia a proporre un altrove cessa di essere sinistra. È nata proprio per quello. Accadde nel 1789 a Versailles, quando alla sinistra della presidenza dell’assemblea si schierarono coloro i quali erano contro il potere di veto del Re. Così cadde l’ultimo pilastro dell’Ancien Régime. Non c’è bisogno di alzare la ghigliottina. Basta un voto per sancire la fine di un ordine. E l’inizio di un altro”.

La sinistra come il Candide di Voltaire, che gioisce del mondo in cui vive ritenendolo il migliore possibile.
“Sì, un Candide un po’ tardivo, con un risvolto beffardo. La sinistra ha rinunciato a immaginare un’alternativa proprio nel momento in cui il mondo in cui aveva deciso di identificarsi stava entrando in crisi. Mi riferisco all’ultima reincarnazione del capitalismo  –  il “finanzcapitalismo” secondo la felice definizione di Luciano Gallino  –  cioè un’economia già provata, che per tenersi in piedi ha bisogno del doping della finanza. Bene, quando la casa cominciava a manifestare le prime crepe, la sinistra s’è seduta alla tavola apparecchiata, contenta di esserci: finalmente siamo comegli altri”.

Finalmente siamo uomini di mondo: le scarpe di buona fattura, le belle case, gli agi borghesi un tempo contestati…
“Una sorta di apocalisse culturale, sia sul piano delle filosofie  –  la fine della ricerca di senso  –  sia su quello sociale. Più che combattere il privilegio, l’impressione è che si sia cercato di entrare nella sua cerchia. Ma le radici cattive affondano nel Pci, di cui forse andrebbe riscritta la storia”.

Dalla sua ricostruzione, però, i padri sembrano migliori dei figli.
“Gli eredi delle sinistre novecentesche non sono stati all’altezza del compito. È un universo popolato di figure fragili. O perché continuano a proporre categorie che sono morte con il Novecento, con effetti patetici. O perché dalla Bolognina in poi  – più che interpretare e governare i processi storici  –  hanno scelto di galleggiare su un senso comune condiviso”.

Vuole dire che la sinistra è rimasta senza eredi?
“C’è una sinistra radicale che muore volontariamente intestata, ossia senza testamento, ed è quella espressa da Rossana Rossanda. E la sinistra più istituzionale ha seguito altre rotte. La mia generazione  –  in questo senso  –  ha completamente fallito. Rappresentiamo nella politica un enorme buco nero. E il fallimento s’acuisce nei confronti delle nuove generazioni, che hanno tutte le ragioni per metterci sotto processo. Abbiamo monopolizzato l’idea della trasgressione senza riuscire a costruire un mondo vivibile e alternativo”.

Sta parlando della generazione sessantottina.
“Sì, le nostre idee non sono state utilizzate dai poveri del mondo, ma dai supermercati. Vogliamo tutto, lo vogliamo subito. Però ci sono state anchecose buone”.

Come reagì suo padre Nuto alla scelta del figlio di militare in Lotta Continua?
“Lo spaventava il nostro estremismo, ma era affascinato dalla diversità rispetto al mondo politico ufficiale. Però vedendomi troppo impegnato al ciclostile una volta mi disse: scegli la professione che vuoi, ma fai in modo di non dover dipendere dalla politica. Non saresti un uomo libero”.

Cosa significò per lei crescere in una famiglia di sinistra?
“Mio padre rappresentava il peso della storia. Una volta il maestro disse in classe che i partigiani rubavano le mucche. Tornai a casa un po’ turbato e gli raccontai tutto. La sera mi diede un pacchetto con Le lettere dei condannati a morte della Resistenza, e una dedica per il mio insegnante: “Perché sappia come sanno morire i partigiani”. Passai una notte insonne, stretto tra due autorità. L’indomani consegnai il libro al maestro, che restò in silenzio”.

Una guida preziosa.
“Anche faticosa. Una montagna troppo alta da scalare, come dice Venditti. Era impegnativo nell’adesione ai suoi valori perché ne avvertivo una responsabilità famigliare. Ma era impegnativo anche nel necessario conflitto. Con i padri è un passaggio obbligatorio, se no ti porti dietro il complesso di Telemaco”.

Entrambi dalla parte dei vinti. Però ai contadini di Nuto Revelli lei ha sostituito gli operai.
“Un’altra cosa che gli devo: mi ha insegnato ad ascoltare. Da giovane arrogante, che distribuiva i volantini davanti ai cancelli della Michelin, io allora lo contestavo: ma cosa vai ad occuparti di un mondo che è già morto? È una fortuna che, da egoisti coltivatori anche reazionari, siano diventati classe operaia, dunque rivoluzionaria, eredi della filosofia classica tedesca… “.

E lui?
“Sorrideva, ma non cambiava idea. E aveva ragione lui. Quelli che sono andati in fabbrica non sono diventati gli eredi della filosofia classica tedesca. E dall’altra parte è finita una civiltà che aveva certo elementi di ferocia, ma era provvista di un esemplare equilibrio nel rapporto tra uomo e natura, quello stesso che oggi dovremmo avere l’umiltà di ripristinare. Lui diceva sempre: abbiamo trasformato decine di migliaia di specialisti della montagna in operai di fabbrica dequalificati, e poi le montagne ci cadono in testa. Sì, aveva ragione lui. Per fortuna sono riuscito a dirglielo”.

E ora, a sinistra, da cosa si riparte?
“Intanto bisogna uscire dall’involucro. Rompere la bolla in cui si è cacciata la politica. Una costellazione di oligarchie, in cui si diventa oligarchi alla velocità della luce. Nel momento in cui vieni eletto in Parlamento diventi altro da te. Ho visto persone cambiare, nello sguardo, nel linguaggio, nel modo di vestire. L’ho visto in tutti, quasi senza eccezioni. Se vuole ripartire, la sinistra deve spezzare quell’involucro”.

Read Full Post »