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Posts Tagged ‘Pil’

Giulietto Chiesa, Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2016

Sono appena trascorsi otto anni dall’inizio della crisi mondiale, se si prende come data di riferimento quella della bancarotta della Lehman Brothers. Da allora la gran parte dei commenti degli “esperti” è rimasta nell’ambito di una spiegazione tradizionale, cioè ha esaminato la situazione – che si prolunga ormai da tempo – come effetto di un “normale” avvicendamento di cicli di caduta e di crescita. Cioè siamo effettivamente in caduta, dopo – state tranquilli – ci sarà la crescita.

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Thomas Fazi, sbilanciamoci.info, 9 novembre 2015

Siamo sostanzialmente di fronte ad un modesto rallentamento nel percorso di riduzione del deficit, ma secondo il governo si tratta di una manovra inequivocabilmente “espansiva”

Molto si è detto sulla legge di stabilità finanziaria 2015. Secondo il governo – e gran parte dei media – si tratta di una manovra «inequivocabilmente espansiva»; secondo i critici, non si può parlare di una manovra espansiva – la legge di stabilità prevede per il 2016 una riduzione del deficit dello 0,4 per cento, dal 2,6 per cento di quest’anno al 2,2 per cento – ma solo di una manovra meno restrittiva del previsto, che è una cosa ben diversa. La Nota di Aggiornamento al DEF del 19 settembre, infatti, prevede una riduzione del deficit inferiore a quella che si determinerebbe in assenza di interventi discrezionali (e alla manovra prevista nella bozza della legge di stabilità, pubblicata ad aprile).

Siamo sostanzialmente di fronte ad un modesto rallentamento nel percorso di riduzione del deficit, nulla di più; la Nota di Aggiornamento, infatti, parla di una «maggiore gradualità del consolidamento di bilancio». Il pareggio di bilancio, inoltre, viene spostato al 2018, un anno in più rispetto a quanto concordato in precedenza. Tanto basta al governo per definire la manovra «espansiva». «Ma è uno strano modo di ragionare», scrive Ruggero Paladini, giacché da che mondo è mondo il “segno” di una manovra si ottiene confrontando il deficit previsto per l’anno prossimo con quello dell’anno corrente. E visto che il deficit scende – e il saldo primario aumenta – la manovra non può che essere definita «restrittiva». Chi ha ragione, Paladini – e le altre voci critiche – o il governo?

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Pierluigi Ciocca, Il Manifesto, 28 ottobre 2015

I problemi economici del nostro paese sono antichi e strutturali. Aggravati da un ciclo europeo segnato dalla politica tedesca avallata dalla Bce. Produttività, occupazione, investimenti, competitività: tutta l’attività economica nell’ultimo decennio è precipitata in un abisso. Purtroppo, le scelte del governo Renzi non invertono la rotta ma anzi seguono le stesse ricette di Monti e Letta

L’economia ita­liana pati­sce da diversi lustri due mali con­giunti: domanda glo­bale ane­mica, stallo della produttività.

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Felice Roberto Pizzuti, sbilanciamoci.info, 25 ottobre 2015

Pensare che i salari pagati in ciascuna azienda debbano dipendere dalla produttività dei rispettivi lavoratori, come vuole il progetto di finanziaria del governo, non solo non corrisponde alla realtà del modo di funzionamento dei sistemi economici, ma comunque non costituirebbe un legame tra retribuzioni e “meriti” produttivi dei lavoratori

Dopo il Jobs act, nella legge di Stabilità il governo intende intervenire ancora sul mercato del lavoro; questa volta, contestualmente all’introduzione del salario minimo legale e sostituendosi alle parti sociali (ma trovando consenso in Confindustria), vuole modificare il modello delle relazioni industriali, spostando il baricentro della contrattazione dalla sfera nazionale a quella aziendale (dove dovrebbe svilupparsi anche il welfare integrativo privato).

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Pietro Reichlin, eutopiamagazine.eu, 21 settembre 2015

La crisi greca ha prodotto una notevole divaricazione d’idee tra esperti e commentatori. Una scuola di pensiero influente esprime un punto di vista molto critico nei confronti della Germania, delle istituzioni europee e, qualche volta, della stessa idea di unione monetaria.

La gestione della politica monetaria e fiscale a livello europeo sarebbe troppo concentrata sull’obiettivo di ridurre i disavanzi di bilancio, e dominata da scelte tecniche invece che politiche.

In concreto, occorreva dare alla Grecia maggiore spazio fiscale (un piano di rientro dai disavanzi più lento) e concedere un ulteriore taglio del debito. Queste concessioni avrebbero comportato un costo irrilevante per l’Eurozona e consentito alla Grecia di uscire dalla crisi.

Autorevoli economisti (tra cui Eichengreen, Stiglitz e Krugman) hanno apertamente criticato l’ultimo accordo perché esso non contiene misure di stimolo fiscale ed è troppo oneroso per il paese.

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Roberto Ceccarelli, Il Manifesto, 6 settembre 2015

Show su Jobs Act, Imu, Pil, occupazione e minoranza Pd. Il think-tank prodiano Nomisma: “Lo sgravio dell’Imu sarà di 17 euro e premieràle famiglie abbienti”

Al work­shop Ambro­setti di Cer­nob­bio ieri Renzi è arri­vato in eli­cot­tero con lo scalpo dell’articolo 18 e ha riscosso il plauso di Gian Maria Gros Pie­tro (Intesa San Paolo) e Fede­rico Ghiz­zoni (Uni­cre­dit) per l’«intervento ener­gico» «che ha «con­qui­stato la pla­tea». Dopo una gran­di­nata durata mezz’ora, la ren­trée set­tem­brina è girata al bello. Davanti ad una pla­tea con­ge­niale alla sua epica cicli­stica («l’Italia è come il cicli­sta caduto, rien­trato nel gruppo di testa, alla ricerca della maglia rosa»), Renzi ha fatto l’occhiolino alla classe che ha sot­to­scritto il 22 ago­sto una pub­bli­cità a paga­mento sul Cor­riere della Sera. Leg­gerlo oggi, con­fron­tan­dolo con il rosa­rio di cose fatte e riven­di­ca­zioni snoc­cio­lato ieri a Cer­nob­bio con­ferma la coe­renza dello «story-telling» di Palazzo Chigi. Le veline sono le stesse.

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Valentino Parlato, Il Manifesto, 23 luglio 2015

L’Europa mone­ta­ria, unita solo dall’euro e domi­nata dalla teo­lo­gia dell’austerità, non fun­ziona pro­prio. Sono in molti ad affer­marlo e non è un caso che la Gran Bre­ta­gna abbia voluto con­ser­vare la ster­lina pur ade­rendo all’Unione euro­pea nei con­fronti della quale mani­fe­sta dis­sensi cre­scenti. E, in gene­rale, non dob­biamo dimen­ti­care che siamo in una fase di con­ti­nui cam­bia­menti, tali da indurre Guido Rossi a scri­vere (Il Sole 24 Ore, 19 luglio) un edi­to­riale dal titolo «Quei Trat­tati supe­rati che creano disordine».

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Mariana Mazzuccato, La Repubblica, 13 luglio 2015

Gli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti. I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa. La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

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Leonardo Becchetti e Mauro Gallegati, sbilanciamoci.info, 25 marzo 2015

Il sistema economico non produce tutta la felicità e il benessere che vorremmo. L’Italia ha fatto importanti passi avanti in questa direzione costruendo con un processo partecipato dal basso il sistema di indicatori del Bes. Ma il problema non è solo quello di costruire statistiche quanto quello di utilizzarle nelle scelte politico-economiche

Il sistema economico non produce tutta la felicità e il benessere che vorremmo e appare particolarmente “inefficiente” da questo punto di vista (basta pensare agli enormi problemi distributivi, ambientali, finanziari e di senso di vita esistenti nelle nostre società). Il problema di fondo per cui questo avviene è che la scala gerarchica dei portatori d’interesse implicita nelle logiche economiche (prima gli azionisti, poi i clienti, per ultimi i lavoratori) è l’opposto di quella ottimale per la nostra felicità (dove la nostra sorte come lavoratori viene prima di quella come consumatori e come azionisti). La radice di questi problemi sta in una concezione “misera” di individuo, impresa e valore che espelle i valori dalla vita economica. Sul valore e sugli indicatori il riduzionismo sta nel considerare il PIl e la sua crescita come sintesi della nostra felicità. Ma la ricchezza delle nazioni non è il PIL ma lo stock dei beni spirituali, culturali, ambientali, relazionali ed economici di cui una comunità inserita su un territorio può godere.

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Un nuovo studio dimostra che l’impatto economico delle misure di austerità è stato enorme. Ma l’eurozona non cambia rotta

Simon Wren-Lewis[*], EUNews, 13 marzo 2015

L’impatto delle misure di austerità fiscale sull’eurozona è stato immenso. In un mio recente articolo, stimavo – in maniera un po’ approssimativa – che il Pil della zona euro nel 2013 era calato del 4 per cento a causa dei tagli ai consumi e agli investimenti pubblici. Secondo altri l’impatto è stato ancora maggiore.

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Alberto Burgio, Il Manifesto, 9 marzo 2015

L’austerity non è solo un modello viziato, un errore o una follia. È una distruzione creatrice finalizzata al passaggio da una democrazia post-bellica a un’oligarchia post-democratica

Il recente arti­colo di Joseph Sti­glitz (il manifesto,3 marzo) ha il merito di dise­gnare un qua­dro lim­pido della situa­zione sociale ed eco­no­mica dell’Unione euro­pea dopo otto anni di crisi, e dei peri­co­losi con­trac­colpi poli­tici (crisi demo­cra­tica e impe­tuosa cre­scita della destra radi­cale) che ne con­se­guono. Sti­glitz insi­ste sulle respon­sa­bi­lità delle lea­der­ship euro­pee (scrive di un «males­sere autoin­flitto») e punta il dito sulle «pes­sime deci­sioni di poli­tica eco­no­mica» (l’austerity) ispi­rate a teo­rie fal­li­men­tari. È una base di par­tenza per una seria discus­sione, e anche un utile con­tri­buto per la rico­stru­zione di una pra­tica cri­tica che ria­pra un qua­dro poli­tico sta­gnante, impri­gio­nato (non solo in Ita­lia, ma soprat­tutto qui da noi) in una cami­cia di forza che sta rapi­da­mente sof­fo­cando la demo­cra­zia. Con gravi respon­sa­bi­lità delle sini­stre socia­li­ste, che hanno coo­pe­rato alla costru­zione dell’architettura isti­tu­zio­nale e mone­ta­ria di que­sta Europa.

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L’economia non è una scienza esatta, e lo sapevamo. Si basa su proiezioni e modelli matematici che sono fortemente influenzati dalla tipologia dei dati presi in esame. Un importante correttivo è quello di osservare la realtà e, in questo caso, la realtà ci dice che la situazione è ben differente da quanto scritto nei rapporti. E la realtà è quella fotografata dal “Terzo rapporto sull’impatto della crisi economica in Europa“, presentato ieri a Roma dalla Caritas, e dall’Istat in “Noi Italia. Cento statistiche per capire il Paese in cui viviamo“, edizione 2015.

Inoltre, i numeri non indicano quelli che sono i problemi strutturali veri, in particolar modo il fatto che in Italia abbiamo un comparto produttivo piuttosto obsoleto, nel quale l’innovazione è rimasta assente da anni. Un dato interessante è quello del rapporto fra crescita economica (in termini di Pil) e grado di sviluppo informatico della popolazione (misurato in base al numero di famiglie con accesso alla rete), che ci vede fra i fanalini di coda insieme a Portogallo e Spagna, fra i paesi dell’area euro (purtroppo nel vasto mondo di Internet non riesco a trovare il grafico e mi mancano i dati per ricostruirlo).

Un ultima considerazione su Pier Carlo Padoan che, come si nota dalle brevi note biografiche disponibili su Wikipedia, ha avuto un percorso intellettuale e professionale interessante, dai primi lavori pubblicati su Critica Marxista fino all’Ocse del quale è stato vice segretario generale e capo economista.

Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia del governo Renzi

Riccardo Chiari, Il Manifesto, 19 febbraio 2015

Europa paranoicaMentre l’Ocse promuove le riforme strutturali del governo Renzi e assicura la crescita, l’Istat e la Caritas fotografano lo stato delle cose nella penisola e in tutto il vecchio continente. Numeri desolanti, fra disoccupazione, impoverimento generale e milioni di giovani neet. Ma Padoan insiste: “La direzione è quella giusta”.

L’Ocse stende un tap­peto rosso al governo Renzi ipo­tiz­zando un pil ita­liano in cre­scita, gra­zie natu­ral­mente alle “riforme strut­tu­rali”, dalle pen­sioni al jobs act. C’è da toc­care ferro, rileva subito la Cgil, dato che negli ultimi sette anni l’organizzazione che rag­gruppa i 34 paesi più abbienti del pia­neta ha sba­gliato siste­ma­ti­ca­mente le pre­vi­sioni. Men­tre lo stato delle cose è foto­gra­fato dall’Istat e dalla Cari­tas Europa. E non è un bel leg­gere, visto che i numeri del rap­porto “Noi Ita­lia. 100 sta­ti­sti­che per capire il Paese in cui viviamo” par­lano soprat­tutto di disoc­cu­pa­zione, ridu­zione della capa­cità di acqui­sto delle fami­glie, e di un gene­rale impo­ve­ri­mento. Con­cetto riba­dito su scala con­ti­nen­tale dalla Cari­tas, pronta a segna­lare che nella Ue a 28 c’è un rischio di povertà o di esclu­sione sociale del 24,5%. Un euro­peo su quat­tro, 122,6 milioni di per­sone. Men­tre nei sette paesi più “deboli” (Ita­lia, Por­to­gallo, Spa­gna, Gre­cia, Irlanda, Roma­nia e Cipro) si sale addi­rit­tura al 31%.

Di fronte al dato ita­liano del 28,4%, il vice­di­ret­tore di Cari­tas Ita­liana, Paolo Bec­ce­gato, osserva: “Anche l’Italia è diven­tata più povera e meno giu­sta, per le poli­ti­che di auste­rità che in tutta Europa non solo non hanno risolto i pro­blemi, ma hanno lasciato sul ter­reno morti e feriti, con i poveri che hanno pagato il prezzo più alto. Ed è cre­sciuto mol­tis­simo il tasso di insta­bi­lità sociale”. Per forza: l’Istat rileva dalle nostre parti oltre 10 milioni di per­sone in con­di­zioni di povertà rela­tiva (il 16,6% della popo­la­zione), con una spesa per con­sumi infe­riore alla soglia di rife­ri­mento. Men­tre la povertà asso­luta, che non con­sente stan­dard di vita accet­ta­bili, coin­volge il 7,9% delle fami­glie. Quasi 6 milioni di italiani.

Poveri, pove­ris­simi, e senza lavoro: nel 2013 hanno lavo­rato meno di sei per­sone su dieci in età com­presa tra i 20 e i 64 anni, con un tasso di occu­pa­zione sceso sotto quota 60% (59,8%). Sola­mente Gre­cia, Croa­zia e Spa­gna hanno pre­sen­tato per­cen­tuali infe­riori, in un indi­ca­tore che l’Ue con­si­dera stra­te­gico. Con il chi­me­rico l’obiettivo del 75% per il 2020. Otti­mi­stico al pari delle stime dell’Ocse, che nel suo “Eco­no­mic sur­vey” sull’Italia assi­cura: “Se il governo ita­liano riu­scirà ad attuare il suo pro­gramma di riforme ambi­zioso e di ampio respiro, potrebbe deter­mi­narsi un incre­mento del pil pari al 6% entro i pros­simi dieci anni”.

Il segre­ta­rio gene­rale dell’Ocse, Angel Gur­ria, arriva a dire: “L”Italia è tor­nata”. Spel­lan­dosi le mani di fronte alle “riforme” di Monti, Letta e Renzi: “Ini­zia­tive neces­sa­rie per rilan­ciare la pro­dut­ti­vità — le defi­ni­sce — e rimet­tere l’economia sulla strada di una cre­scita dura­tura”. A seguire le stime: il pil dell’Italia dovrebbe cre­scere quest’anno dello 0,4%, e nel 2016 dell’1,3%. Con un tasso di disoc­cu­pa­zione — in calo minimo — al 12,3% quest’anno e all’11,8% il pros­simo. E un rap­porto debito/pil fon­da­men­tal­mente sta­bile, al 132,8% in que­sto 2015 e 133,5% nel 2016.

Anche se il com­pito è arduo, Pier Carlo Padoan sprizza ancor più otti­mi­smo. Tanto da dimen­ti­carsi dei numeri: “L’Ocse ci dice che la dire­zione è giu­sta e i risul­tati si vedranno – dichiara il super­mi­ni­stro eco­no­mico — saranno posi­tivi in ter­mini di cre­scita, occu­pa­zione, sta­bi­liz­za­zione della finanza pub­blica e abbat­ti­mento del debito”. Intanto però l’Istat cer­ti­fica: “Il 23,4% delle fami­glie ita­liane vive in disa­gio eco­no­mico, sono 14,6 milioni di indi­vi­dui. E circa la metà, il 12,4%, si trova in grave dif­fi­coltà”. Così come lo sono i due milioni e mezzo di ita­liani tra 15 e 29 anni che non stu­diano e non lavo­rano, i cosid­detti Neet. Dati 2013 alla mano, si tratta del 26% degli under 30, più di uno su quat­tro. Nell’Ue fa peg­gio solo la Gre­cia (28,9%). Ma tutto que­sto Padoan non lo sa. O meglio finge di non saperlo, al pari dei numeri sulla sanità pub­blica, con l’Italia agli ultimi posti Ue per spesa e posti letto. “Usiamo sem­pre due para­me­tri per capire cosa con­cre­ta­mente sta suc­ce­dendo – tira le somme Susanna Camusso — il livello della disoc­cu­pa­zione, e nes­suno ne pre­vede una signi­fi­ca­tiva ridu­zione, e la capa­cità di acqui­sto delle fami­glie, ed è evi­dente a tutti che c’è un impoverimento”.

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Martin Wolf

Martin Wolf è un giornalista economico inglese, fra i più autorevoli sulla scena internazionale. Scrive per il Financial Times e i suoi articoli sono tradotti e pubblicati in italiano dal Sole 24 Ore.

Penna brillante e autore dotato di umorismo (britannico, ovviamene) è da sempre un fustigatore delle scelte sbagliate dell’Europa e feroce oppositore dell’euro. Com’è prevedibile, abitualmente non risparmia i suoi strali ai politici specie quando si esprimono impropriamente in campo economico.

Martin Wolf, Il Sole 24 Ore, 28 gennaio 2015

A volte, la cosa giusta da fare è la cosa saggia da fare. È così oggi per la Grecia. Se fatta nel modo giusto, una riduzione del debito andrebbe a beneficio della Grecia e del resto dell’Eurozona. Creerebbe delle difficoltà, ma non tante quante ne creerebbe gettare la Grecia in pasto ai lupi. Tuttavia, raggiungere un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi malauguratamente impossibile: per questo chi pensa che la crisi dell’Eurozona sia finita si sbaglia.

Nessuno può essere sorpreso della vittoria di Syriza in Grecia. La «ripresa» del Paese ellenico è fatta di una disoccupazione al 26 per cento e di una disoccupazione giovanile oltre il 50. Inoltre, il prodotto interno lordo ha perso il 26 per cento rispetto al suo massimo antecrisi. Ma il Pil è un parametro particolarmente inappropriato per dare conto della riduzione del benessere economico, in questo caso. Il saldo delle partite correnti nel terzo trimestre del 2008 era attestato su un -15 per cento del Pil, ma dalla seconda metà del 2013 è in attivo: questo significa che la spesa dei greci per beni e servizi in realtà è calata di almeno il 40 per cento.

Di fronte a una catastrofe del genere, non c’è davvero da stupirsi che gli elettori abbiano rigettato il precedente Governo e le politiche che ha portato avanti (un po’ controvoglia) per conto dei creditori. Come ha detto Alexis Tsipras, il nuovo primo ministro, l’Europa è fondata sul principio della democrazia. Il popolo greco ha parlato. Le autorità costituite devono come minimo ascoltare. Eppure tutto quello che si sente in giro lascia intendere che le richieste per un nuovo accordo su debito e austerità saranno respinte senza neanche pensarci su. Dietro a questa reazione c’è una discreta quantità di stupidaggini moralisteggianti. Due in particolare ostacolano le speranze di una risposta ragionevole alle richieste greche.

La prima stupidaggine è che i greci hanno preso in prestito i soldi e perciò sono tenuti a ridarli indietro, a qualunque costo. Era più o meno lo stesso ragionamento alla base del carcere per debiti. La verità però è un’altra: i creditori hanno la responsabilità morale di prestare soldi con accortezza. Se non vagliano in modo accurato la solvibilità dei loro debitori, si meritano quello che gli succederà. Nel caso della Grecia, le dimensioni dei disavanzi con l’estero, in particolare, erano evidenti. Ed era evidente anche il modo in cui era gestito lo Stato greco.

La seconda stupidaggine è sostenere che dal momento in cui è esplosa la crisi il resto dell’Eurozona sarebbe stato straordinariamente generoso con la Grecia. Anche questo è falso. È vero che i prestiti erogati dall’Eurozona e dal Fondo monetario internazionale ammontano alla smisurata somma di 226,7 miliardi di euro (circa il 125 per cento del Pil), più o meno i due terzi del debito pubblico complessivo, pari al 175 per cento del Pil. Ma la quasi totalità di questi soldi non è andata a beneficio dei greci: è stata utilizzata per evitare la svalutazione contabile di prestiti inesigibili a favore del Governo e delle banche del Paese ellenico. Solo l’11 per cento dei prestiti è andato a finanziare direttamente attività del Governo. Un altro 16 per cento è andato a pagare gli interessi sul debito. La parte restante è stata usata per operazioni di capitale di vario genere: i soldi sono entrati e sono usciti fuori di nuovo. Sarebbe stato più onesto soccorrere direttamente i creditori, ma era troppo imbarazzante.

Come i greci fanno notare, l’abbuono del debito è una pratica normale. La Germania, che nel XX secolo è andata più volte in default sia per quanto riguarda il debito interno sia per quanto riguarda quello con l’estero, ne ha beneficiato più volte. Quello che non può essere pagato non sarà pagato. L’idea che i greci debbano accumulare grosse eccedenze di bilancio per una generazione per restituire il denaro che i Governi creditori hanno usato per salvare i creditori privati dalla loro sconsideratezza è un’assurdità.

Che cosa bisogna fare allora? Si può scegliere tra la cosa giusta, la cosa comoda e la cosa pericolosa.

Come sostiene Reza Moghadam, ex direttore del dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale, «l’Europa dovrebbe offrire un sostanzioso alleggerimento del debito, dimezzando il debito della Grecia e dimezzando il saldo di bilancio richiesto, in cambio di riforme». Una cosa del genere, aggiunge, sarebbe coerente con l’obbiettivo di un debito notevolmente al di sotto del 110 per cento del Pil, concordato dai ministri dell’Eurozona nel 2012. Ma queste riduzioni non dovrebbero essere effettuate in modo incondizionato. L’approccio migliore è quello delineato dall’iniziativa sui «Paesi poveri pesantemente indebitati» avviata nel 1996 dal Fmi e dalla Banca mondiale. Secondo i criteri fissati da questo programma, l’alleggerimento del debito viene accordato solo dopo che il Paese debitore ha soddisfatto criteri di riforma ben precisi. Un programma del genere sarebbe di grande beneficio per la Grecia, che ha bisogno di una modernizzazione politica ed economica.

L’approccio politicamente comodo è continuare a «estendere e pretendere». Sicuramente ci sono modi per rimandare ulteriormente il giorno della resa dei conti. Ci sono anche modi per ridurre il valore attualizzato degli interessi e dei rimborsi senza ridurre il valore nominale. Tutto questo consentirebbe all’Eurozona di evitare di confrontarsi con le tesi di chi sosterrebbe l’opportunità morale di un alleggerimento del debito per altri Paesi colpiti dalla crisi, in particolare l’Irlanda. Ma un approccio del genere non è in grado di produrre quel risultato onesto e trasparente di cui c’è drammaticamente bisogno.

L’approccio pericoloso è spingere le Grecia verso il default, perché una cosa del genere probabilmente creerebbe una situazione in cui la Banca centrale europea non si sentirebbe più nelle condizioni di operare come Banca centrale della Grecia, e questo obbligherebbe il Paese ellenico a uscire dall’euro. Il risultato per la Grecia sarebbe senza dubbio catastrofico nel breve termine; secondo me potrebbe addirittura bloccare qualsiasi progresso verso la modernità per una generazione. Ma il danno non lo subirebbe solo la Grecia: l’uscita di Atene dimostrerebbe che l’unione monetaria europea non è irreversibile, ma soltanto una parità monetaria particolarmente rigida. Sarebbe il peggio dei due mondi: la rigidità dei cambi fissi senza la credibilità di un’unione monetaria. In ogni crisi futura, ci si chiederebbe se è arrivato il «momento dell’uscita». Il risultato sarebbe un’instabilità cronica.

Creare l’Eurozona è la seconda peggiore idea che i suoi membri abbiano mai avuto, ma la peggiore in assoluto sarebbe smantellare l’Eurozona. Eppure è questo lo scenario che potrebbe realizzarsi se spingessimo la Grecia verso l’abbandono della moneta unica. La via giusta è riconoscere la validità di un alleggerimento del debito condizionato alla realizzazione di riforme verificabili. Un politico rigetterebbe questa idea, uno statista la farebbe propria. Sapremo presto se abbiamo a che fare con politici o con statisti.

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Il premio Nobel per l’economia Stiglitz ribadisce come la crisi dell’eurozona sia provocata da una serie incredibile di politiche sbagliate e che non potrà esserci una ripresa se non si rovescerà completamente la direzione. Ma il problema più grave è che gli elettori fanno cadere i governi solo per trovarsi altri governi che portano avanti le stesse politiche imposte da Bruxelles. E così non può continuare

ÈJoseph Stiglitz, Socialeurope.eu, 9 gennaio 2015

Finalmente, gli Stati Uniti stanno mostrando segni di ripresa dalla crisi scoppiata al termine dell’amministrazione del Presidente George W. Bush, quando la quasi-implosione del suo sistema finanziario ha destabilizzato il mondo. Ma non è una ripresa robusta; nella migliore delle ipotesi, il divario tra la crescita potenziale e quella effettiva non si sta allargando. Se si sta restringendo, lo sta facendo molto lentamente; il danno causato dalla crisi sembra essere di lungo termine.

Certo, potrebbe andare peggio. Al di là dell’Atlantico, non ci sono segnali nemmeno di una ripresa modesta come quella USA: il divario tra lo stato effettivo dell’economia europea e la sua crescita potenziale in assenza della crisi continua a crescere. Nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea, il PIL pro capite è inferiore a quello di prima della crisi. Un quinquennio perduto si sta rapidamente trasformando in un intero decennio. Dietro le fredde statistiche, ci sono vite rovinate, sogni delusi, e famiglie distrutte (o mai formate),  mentre la stagnazione –  in alcune zone vera e propria depressione – prosegue anno dopo anno.

Il popolo europeo è fatto di persone di grande talento, con una buona istruzione. I suoi paesi membri hanno ordinamenti giuridici solidi e società ben funzionanti. Prima della crisi, la maggior parte dei paesi avevano anche delle economie efficienti. In alcune zone, la produttività oraria – o il suo tasso di crescita – era tra le più elevate del mondo.

Ma l’Europa non è una vittima. Sì, l’America ha gestito male la sua economia; ma, no, gli Stati Uniti non hanno fatto in modo di scaricare il peso della crisi globale sulle spalle dell’Europa. Il malessere dell’UE è auto-inflitto, provocato da una serie senza precedenti di decisioni economiche sbagliate, a cominciare dalla creazione dell’euro. Anche se progettato per unire l’Europa,  l’euro alla fine l’ha divisa e, in mancanza della volontà politica di creare quelle istituzioni che avrebbero consentito alla moneta unica di funzionare, il danno non è stato riparato.

L’attuale caos nasce in parte dall’aderire a quella fiducia  su mercati perfettamente funzionanti, privi di imperfezioni per quanto riguarda le informazioni e la concorrenza, che ormai è stata screditata da tempo. Ma anche la “hybris” ha giocato un ruolo. Altrimenti, come spiegare il fatto che, anno dopo anno, le previsioni dei funzionari europei sulle conseguenze delle loro politiche economiche si siano rivelate costantemente sbagliate?

Queste previsioni si son dimostrate sbagliate non perché i paesi dell’UE non siano riusciti a implementare le ricette prescritte, ma perché i modelli su cui si basavano quelle politiche erano completamente sbagliati. In Grecia, ad esempio, le misure volte a ridurre l’onere del debito hanno in realtà lasciato il paese più indebitato di quanto non fosse nel 2010: il rapporto debito-PIL è aumentato a causa dell’impatto brutale dell’austerità fiscale sul PIL. Alla fine, almeno il Fondo Monetario Internazionale ha ammesso questi fallimenti intellettuali e di politica economica.

I leader europei rimangono convinti che le riforme strutturali debbano essere l’assoluta priorità. Ma i problemi che loro indicano erano già presenti  negli anni precedenti alla crisi, e non hanno fermato la crescita. L’Europa ha bisogno, più che di riforme strutturali all’interno dei paesi membri, di una riforma della struttura della zona euro stessa e di un’inversione delle politiche di austerità, che hanno sempre fallito nel tentativo di riaccendere i motori della crescita economica.

Coloro che pensavano che l’euro non sarebbe sopravvissuto si sono ripetutamente sbagliati. Ma i critici hanno avuto ragione su una cosa: a meno che la struttura dell’eurozona non venga riformata e  rovesciata l’austerità, l’Europa non si riprenderà.

Il dramma in Europa è tutt’altro che finito. Uno dei punti di forza dell’UE è la vitalità delle sue democrazie. Ma l’euro ha tolto ai cittadini – soprattutto nei paesi in crisi – qualsiasi voce in capitolo sul destino delle loro economie. Ripetutamente gli elettori hanno fatto cadere i governi in carica, insoddisfatti della direzione dell’economia – solo per avere un nuovo governo a continuare lo stesso percorso imposto da Bruxelles, Francoforte e Berlino.

Ma per quanto tempo può andare avanti così? E come reagiranno gli elettori? In tutta Europa abbiamo visto l’allarmante crescita di partiti nazionalisti estremisti, in contrasto coi valori dell’Illuminismo che tanto successo hanno dato all’Europa. In alcune aree, stanno nascendo grandi movimenti separatisti.

Ora la Grecia rappresenta ancora un’altra prova per l’Europa. Il calo del PIL greco dal 2010 è di gran lunga peggiore di quello registrato in America durante la grande depressione degli anni ’30. La disoccupazione giovanile è oltre il 50%. Il governo del primo ministro Antonis Samaras ha fallito, e ora, a causa dell’incapacità del Parlamento di scegliere un nuovo Presidente, il 25 gennaio si terranno elezioni anticipate .

Il partito di opposizione di sinistra Syriza, che si è impegnato a rinegoziare i termini del piano di salvataggio della Grecia da parte dell’UE, è in testa nei sondaggi. Se Syriza vince ma non prende il potere, la ragione principale sarà la paura di come l’UE potrebbe reagire. La paura non è la più nobile delle emozioni, e non darà luogo a quel genere di consenso nazionale di cui la Grecia ha bisogno per andare avanti.

Il problema non è la Grecia. È l’Europa. Se l’Europa non cambia – se non riforma l’eurozona e non revoca l’austerità – una violenta reazione popolare diventerà inevitabile. La Grecia forse terrà duro stavolta. Ma questa follia economica non può continuare per sempre. La Democrazia non lo consentirà. Ma quanto dolore dovrà ancora sopportare l’Europa prima che la razionalità torni a prevalere?

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Eugenio Occorsio, La Repubblica, 14 aprile 2013

«Se attacchi frontalmente la crisi, finisci col peggiorarla. Le riforme strutturali sono necessarie ma la realtà dei fatti dimostra che deve essere rivisto il loro timing, altrimenti Paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia, dalla recessione non usciranno mai».

Nouriel Roubini, appena tornato nel suo ufficio della New York University dall’ennesimo tour europeo, lancia le sue proposte di alternativa all’austerity. Proposte concrete e fattibili, ma soprattutto necessarie.

«Le scadenze di finanza pubblica vanno prorogate di almeno due-tre anni. Si è visto che il rigore non solo non basta, ma aggrava di giorno in giorno la situazione. Bisogna rovesciare l’impostazione voluta dalla Germania e puntare sulla più ampia circolazione di moneta per rilanciare la domanda aggregata, i consumi, la capacità di guadagno. Fare come gli Stati Uniti e adesso anche il Giappone. Altrimenti il pericolo ogni giorno più serio è quello di rivolte di piazza, violenza, nazionalismi. E sempre più spesso nelle elezioni vinceranno partiti di destra, antieuropei, populisti».

C’ è qualche riferimento all’ Italia?
«L’ affermazione di forze antagoniste alle scelte europee e la frammentazione del sistema politico italiano, premessa alla formazione di un governo che comunque sarà debole, sono conseguenze dirette della crisi e dell’austerity che questa crisi sta aggravando, imposta dall’Europa».

Ma come si fa a convincere Berlino, Bruxelles , Francoforte, che è urgente cambiare registro?
«Non è semplice almeno fino alle elezioni tedesche d’ autunno, che sono abbastanza incerte anche se è probabile che Angela Merkel vincerà pur di misura. Dopodiché verosimilmente i socialdemocratici entreranno nella coalizione. E allora c’ è la ragionevole speranza, che mi hanno confermato personalmente nei giorni scorsi alcuni esponenti politici tedeschi di primo piano, che la Germania ammorbidirà alcune delle sue posizioni. E non è neanche escluso che si arrivi alla proroga di cui parlavo a favore dei Paesi più in difficoltà, compresa l’ Italia, per tutto il pacchetto di risanamento fiscale, dal pareggio di bilancio sia strutturale che nominale (cioè quello che comprende nelle uscite anche gli interessi, ndr) per inseguire il quale si sta imponendo un carico di tasse insopportabile, fino al taglio dei rapporti fra Pil e deficit e debito. Tutte misure necessarie ma che bisogna poter raggiungere in un tempo più ampio di quello previsto, che è praticamente subito. Problemi come la finanza pubblica non possono essere risolti solo con una terapia d’ urto, brutale, controproducente e profondamente recessiva».

Fra le sue proposte “alternative” quali sono quelle che riguardano la banca centrale?
«La Bce dev’essere più aggressiva. Intanto abbattendo i tassi a zero, permettendo una riduzione dell’ euro del 10-20% e ridando fiato all’export. L’hanno fatto l’America, il Giappone, la Gran Bretagna, non si vede perché solo l’Europa non debba farlo.E poi vanno intraprese operazioni di monetary e di credit easing. Le prime sono estensioni delle Omt (outright monetary transaction) lanciate da Draghi. Occorre cogliere qualsiasi opportunità per ampliare la massa di denaro circolante, senza paura dell’ inflazione che è un pericolo lontanissimo né preoccupazioni di vincoli di statuto che possono essere rispettati pur ampliando la capacità operativa. Il tutto per sostenere la domanda, i consumi, i redditi, proprio quelle voci che l’ austerity sta mortificando. Il credit easing invece è rivolto alle banche nazionali, che vanno incentivate a sbloccare la stretta creditizia che mortifica specialmente le piccole aziende. Serve creatività: per esempio, ricorrere allo strumento della cartolarizzazione impacchettando blocchi di crediti verso le piccole aziende, creare così nuovi titoli e presentarli alla Bce che li sconta».

Fra la Bundesbank terrorizzata dall’ inflazione e l’ azzardo morale che la Germania sicuramente vedrebbe in quest’ ultima operazione non le sembrano poche le speranze che tali misure vedano la luce?
«Bisogna congegnarle bene. Per il credit easing va prevista una garanzia diretta del Fondo salva stati che riduca al 10-20% le possibilità di fallimento di queste obbligazioni. Così l’ operazione sarebbe accettabile per Berlino. Sono misure d’ emergenza, ma serve realismo: l’ intera costruzione europea è in pericolo, e se crolla tutto anche per Berlino è un disastro. Ma la Germania, essendo uno dei pochi Paesi in surplus , e guarda caso la maggiore economia europea, deve pure favorire i consumi interni tagliando le tasse, e avviare programmi di investimenti infrastrutturali in grado di rilanciare la domanda. Anche l’Europa ha bisogno di un piano di infrastrutture coordinato dalla Banca europea degli investimenti e finanziato con emissioni apposite di obbligazioni. Il debutto degli eurobond, da utilizzare anche per altre operazioni».

Quali, per esempio?
«Per sovvenzionare un massiccio programma rivolto ai giovani. Sono inaccettabili i livelli di disoccupazione giovanile. Serve un progetto europeo di prestiti speciali a lungo termine e bassi tassi, alle aziende che assumono e formano i giovani. Penso a un progetto da 50 miliardi per prestiti da 10mila euro o da 100 miliardi per prestiti da 20mila: sarebbe possibile assumere 5 milioni di giovani. Vede, a queste iniziative l’ Europa deve pensare, e invece ci si è ristretti all’ aspetto fiscale. Altro che fiscal compact, qui serve un growth compact, un patto per la crescita».

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