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Posts Tagged ‘Pippo Civati’

Non posso non condividere questo appello del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Raccogliere 500.000 firme non è uno scherzo ed è ancora più difficile farlo durante il periodo delle vacanze estive, quando le città si svuotano. In caso di fallimento dell’operazione, si rischia di ottenere il risultato opposto a quello voluto, ovvero rafforzare la posizione di chi ha voluto determinate “riforme”.

Il fatto di esprimere perplessità sul metodo, non significa che io sia in disaccordo sulla sostanza. Quelle di Renzi sono vere e proprie controriforme in senso regressivo, perché non affrontano quelli che sono i veri problemi strutturali dell’Italia, a partire dalla redistribuzione dei redditi. Il punto reale è quello di trovare il modo più efficace per opporsi alla loro realizzazione.

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Huffington Post, 27 giugno 2015

Da Matteo Renzi alla sinistra Pd, Alfredo Reichlin ne ha per tutti. Parlando alla riunione della minoranza Dem, Reichlin ha definito il premier “un ignorante” e ha quindi criticato la sinistra Pd, spiegando che “non bastano “le proteste e i voti contrari a leggi sbagliate”.

Alfredo Reichlin

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Norma Rangeri, Il Manifesto, 2 giugno 2015

L’arroganza ren­ziana è stata punita e anche quella del suo Pd. E adesso si ria­prono i gio­chi sia all’interno della Sini­stra che nel Paese. Per­ché dopo il voto di dome­nica non è affatto scon­tato che la legi­sla­tura duri fino al 2018. E l’immagine di Renzi in tuta mime­tica men­tre visita i mili­tari in Afgha­ni­stan è per­fet­ta­mente in linea con quel che l’aspetta in Italia.

Eppure tra tutte le istan­ta­nee della lunga notte elet­to­rale, quella del ber­lu­sco­niano Toti che brinda e fuma per la vit­to­ria in Ligu­ria, inter­preta al meglio lo schiaffo preso dal pre­mier e le novità poli­ti­che pro­dotte dal voto. Fuori ogni pre­vi­sione, una vit­tima sacri­fi­cale but­tata nella mischia per la soprav­vi­venza di Forza Ita­lia vince, e diventa pre­si­dente di Regione in una delle roc­ca­forti della sini­stra tra­di­zio­nale, gra­zie ai voti deci­sivi della Lega. La Ligu­ria è una sin­tesi: da una parte la vit­to­ria del cen­tro­de­stra unito e a tra­zione sal­vi­niana, dall’altra la scon­fitta del Pd a ex voca­zione mag­gio­ri­ta­ria, per­ché non ha più la forza trai­nante del con­senso, e per­ché a sini­stra si apre un’altra, ina­spet­tata, possibilità.

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CivatiStiamo entrando nelle fasi decisive della campagna elettorale e i “big” iniziano a venire a Genova e in Liguria per incontrare i cittadini. Come si può facilmente desumere dall’articolo sopra riportato (a proposito, cliccando sull’articolo si ingrandisce, non molto, ma è quello che sono riuscito a fare) la Liguria è al centro della scena nazionale, più ancora della Campania, dove, come è noto, esiste il problema De Luca.

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Luca Pastorino

Daniela Preziosi, Il Manifesto, 17 marzo 2015

Democrack a Genova, è un civatiano il candidato della sinistra, dem nel caos. Dopo le primarie inquinate, associazioni, civici e partiti tutti d’accordo (o quasi). Lui: «Serve una strada unitaria». E stavolta Civati deve scegliere

Colpo di scena nelle regio­nali ligure, e per una volta, non è una cat­tiva noti­zia per la sini­stra in cerca di un can­di­dato. Pro­prio quando la situa­zione sem­brava dispe­ra­ta­mente incar­tata, e la burlandian-renziana — eletta con pri­ma­rie inqui­nate che ave­vano pro­vo­cato l’addio pole­mico al Pd di Ser­gio Cof­fe­rati — comin­ciava a dor­mire sonni tran­quilli, ieri Luca Pasto­rino, depu­tato Pd di area civa­tiana, ha annun­ciato di essere «pronto a lasciare il Pd» per «met­tersi a dispo­si­zione per un’alternativa alla pro­po­sta di governo regio­nale di Raf­faella Paita».

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Angela Mauro, Huffington Post, 12 marzo 2015

Tra Matteo Renzi e la minoranza Pd scoppia un altro incendio. Come se non bastassero le polemiche seguite all’approvazione della riforma costituzionale alla Camera, le minacce di scissione, gli annunci di votare no sull’Italicum qualora non venisse modificato.

Pier Luigi Bersani

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Moni Ovadia

Se non si stesse parlando di una vicenda tragica – quella del popolo palestinese – ci sarebbe da ridere. La nostra Camera dei Deputati, composta come è noto di nominati per mezzo di una legge incostituzionale, è riuscita nell’impossibile: votare, nel giro di pochissimo tempo, due mozioni sostanzialmente contraddittorie. Complimenti!

Sulla vicenda Giusy Baioni (Nuova Atlantide) ha intervistato Moni Ovadia il 27 febbraio 2015.

Vediamo cosa dice.

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Maurizio Landini scenderà in politica? Con chi? In che forma? Sono tutti interrogativi che circolano in questi giorni. Personalmente, mi auguro che Landini continui a fare il sindacalista perché, se è vero che il sindacato ha una forte necessità di una sponda politica, è altrettanto vero che una sinistra politica senza la spinta costante del sindacato sarebbe una costruzione monca. Staremo a vedere.

È necessario anche segnalare che esistono altri modelli, altri tentativi di unificazione della sinistra e vedremo quale sarà quello che riuscirà a ottenere il miglior risultato. Si sta giocando una partita molto importante ma fondamentale per il futuro di questo paese.

Infine, non mi piacciono i continui riferimenti a Syriza e Podemos. Non perché non mi piacciano Syriza e Podemos, ma perché penso che siano due costruzioni politiche che si sono costituite grazie alla compresenza di svariate circostanze, probabilmente irripetibili. La Sinistra unita italiana avrà caratteristiche del tutto differenti e particolari. Ma non chiedetemi adesso quali, perché non le so.

Maurizio Landini e Stefano Rodotà

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 Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 13 febbraio 2015

Opposizioni fuori dall’aula, Pd e alleati votano da soli la riforma. Per Renzi «non è un problema». Per il suo partito solo un po’. L’«Aventino» al posto dell’ostruzionismo è la scelta della disperazione. Tra i dissidenti nessuno trova il coraggio di far mancare il numero legale

Non votano? Pro­blema loro». Comin­cia a scen­dere la sera quando l’aula della camera dei depu­tati si svuota per metà. Solo allora si sbloc­cano le vota­zioni sugli emen­da­menti, i sube­men­da­menti e gli arti­coli della legge di revi­sione costi­tu­zio­nale. Accade quando tutte le oppo­si­zioni sfi­lano via e il Pd e i suoi alleati cen­tri­sti comin­ciano a fare da soli. Nell’aula resta il ricordo delle risse e delle scaz­zot­tate not­turne; niente più ostru­zio­ni­smo né spar­ring part­ners. Ma il vuoto lascia addosso cat­tive sen­sa­zioni, rari ono­re­voli Pd ten­ten­nano. Renzi si occupa di rin­cuo­rare gli scet­tici e ammo­nire i dub­biosi: Le oppo­si­zioni non votano? «Pro­blema loro».

L’aula di Mon­te­ci­to­rio è un semi­cer­chio diviso in dieci spic­chi, i quat­tro più a destra sono com­ple­ta­mente vuoti. Un altro spa­zio abban­do­nato è all’estrema sini­stra, lì c’era Sel. Gior­nali, appunti, fasci­coli e cari­ca­bat­te­rie testi­mo­niano che i tito­lari dei posti non si sono allon­ta­nati troppo. Girano in altre stanze del Palazzo per con­fe­renze stampa, ven­gono con­vo­cati in riu­nioni. Fuori pro­te­stano, den­tro si cam­bia la Costituzione.

Fin­ché sono rima­sti in aula, Lega, Sel e 5 Selle con Forza Ita­lia di com­ple­mento hanno imbri­gliato notte e giorno discus­sione: si viag­giava al ritmo di tre arti­coli al giorno (su 41). Poi la scelta dell’Aventino, la stessa che il cen­tro­si­ni­stra fece nel 2003 con­tro la Devo­lu­tion di Bossi e Ber­lu­sconi ma sol­tanto all’ultimo voto, dopo aver dato bat­ta­glia sugli arti­coli. La fretta di oggi si spiega un po’ con il fatto che sta­vano per esau­rirsi anche i tempi sup­ple­men­tari per gli inter­venti della mino­ranza, un po’ con la ricerca di un gesto all’altezza del deci­sio­ni­smo di Renzi. E con la spe­ranza che gli spet­ta­tori guar­dino meno alla vit­to­ria del pre­si­dente del Con­si­glio e più alle mace­rie che la cir­con­dano. Per Renzi, appunto, non è un problema.

Dovrebbe esserlo per la mino­ranza ber­sa­niana del Pd, che negli ultimi tre giorni non ha toc­cato palla assi­stendo alla messa in scena di una media­zione tra palazzo Chigi e i gril­lini. Non che Renzi avesse inten­zione di modi­fi­care qual­cosa nella «sua» riforma, non che i 5 stelle fos­sero pronti al com­pro­messo. Ma gli abboc­ca­menti sono un ottimo metodo per sca­ri­care le respon­sa­bi­lità. «Abbiamo i numeri per andare avanti da soli, ma è un errore», pro­clama il capo­gruppo del Pd Spe­ranza prima di dedi­carsi con cura all’errore. La regia non è par­la­men­tare: nel momento delle deci­sioni tutti gli sguardi del gruppo demo­cra­tico cor­rono alla mini­stra Boschi e ai sot­to­se­gre­tari Lotti e Del­rio, loro a turno inter­ro­gano il tele­fono. Renzi non lo nasconde: «Stanno cer­cando di bloc­care il governo, non le riforme». Dal primo giorno su que­sta modi­fica di quasi un terzo della Costi­tu­zione pende la que­stione di fidu­cia, non si vota tanto sul bica­me­ra­li­smo quanto su un testo scritto a palazzo Chigi e por­tato avanti con i tempi decisi dal governo. Si vota in pra­tica sulla durata della legislatura.

Ecco il pro­blema della mino­ranza Pd: mal­grado non debba più trat­tare con Ber­lu­sconi, Renzi con­cede poco o nulla a chi chiede di cam­biare qual­cosa, qual­che pic­cola cosa della riforma. Anzi, il pre­mier rove­scia sulla mino­ranza il peso dell’accordo con l’ex Cava­liere: «Mai visti tanti nostal­gici del Naza­reno». L’aula vuota a metà è una cla­mo­rosa smen­tita del suo «le regole del gioco si fanno con tutti», lo slo­gan che ser­viva a giu­sti­fi­care i patti con Ver­dini. Adesso è cam­biato. «Non mi fac­cio ricat­tare», dice. È la Costi­tu­zione, ma anche un fatto per­so­nale. Intanto la mino­ranza si con­cen­tra sul metodo: cer­chiamo ancora un accordo con le oppo­si­zioni, dice Ber­sani nel secondo tempo della riu­nione del gruppo, fer­miamo la seduta fiume.

Volendo, potreb­bero. Svuo­tata dagli «aven­ti­niani», l’aula è con­ti­nua­mente a rischio numero legale. Sono fisi­ca­mente pre­senti tra i 300 e i 310 depu­tati. Diverse decine sono in mis­sione e dun­que for­mal­mente pre­senti solo per la rego­la­rità della seduta. Per bloc­care tutto baste­reb­bero un po’ di ber­sa­niani al bar. Non sal­te­reb­bero le riforme, sal­te­rebbe però la seduta fiume. Ma al dun­que solo Ste­fano Fas­sina e Pippo Civati pren­dono parola per dire «non così» e lasciare l’aula. Un altro po’ di depu­tati della mino­ranza, come Bindi, Zog­gia, Stumpo, lo stesso Ber­sani, a tratti evi­tano di votare. Sono poche gocce di una dis­si­denza che non si amal­gama. Dai ban­chi alti inter­viene Cuperlo per chie­dere alla pre­si­dente Bol­drini di con­ce­dere una sospen­sione, quella tre­gua che il Pd non intende con­ce­dere. E allora pro­te­stano i cen­tri­sti, Scelta civica e popo­lari. «È stato il Pd a por­tarci a que­sto punto, che que­sto sarebbe stato l’esito della seduta fiume era chiaro dal prin­ci­pio. Non si pos­sono avere dubbi adesso, non si pos­sono fare due parti in com­me­dia», infie­ri­sce Tabacci. Ed ecco che Renzi trova cin­que minuti per gli affi­da­bili alleati cen­tri­sti, una pas­se­rella che quelli del Nuovo cen­tro­de­stra si rispar­miano.

Per la mino­ranza interna le bri­ciole. Di primo mat­tino il depu­tato Lau­ri­cella quasi implora l’appoggio del par­tito sulla pro­po­sta di inse­rire in Costi­tu­zione il divieto di future revi­sioni con­tra­rie ai prin­cipi fon­da­men­tali: «Vi sto chie­dendo di votare l’acqua calda, se ci dite no anche adesso non abbiamo alcuna spe­ranza». Dicono no. E a sera è Spe­ranza ad annun­ciare il risul­tato dell’assemblea: «La mino­ranza ha opi­nioni non coin­ci­denti, ma in aula voterà rispet­tando la deci­sione della mag­gio­ranza». Rico­min­cia la seduta.

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Giulio Cavalli, Blogautore dell’Espresso, 30 maggio 2014

Gennaro Migliore aspetta la chiusura delle urne delle ultime elezioni europee (con SEL confluita nella lista Altra Europa con Tsipras che supera la soglia di sbarramento) e subito rilancia la sua (e non solo sua) vecchia ossessione di entrare nel PD. Certo, l’ha detto in modo più articolato e forbito ma il succo è questo: fare i “sinistri” nel PD meno sinistro degli ultimi anni. E non importa se alle ultime politiche l’alleanza con i democratici sia durata il tempo di mettere il piede in Parlamento e non importa (a Migliore e altri) che l’alleanza civica e politica per le europee sia una proposta profondamente diversa dall’idea di Europa e di Italia di Matteo Renzi: l’importante è collocarsi. Da fuori sembra proprio così.

Sono anni ormai che a sinistra del PD coesistono due posizioni sclerotizzate che stanno agendo per usura: chi aspetta che la sinistra del PD si spacchi (Pippo Civati, per fare un nome) e chi aspetta di avere la giusta merce di scambio per entrarci, nel PD. Intorno coloro che ogni volta si mettono pancia a terra a raccogliere firme, montare banchetti, scrivere manifesti e costruire una forza autonoma sono semplicemente la “passeggera utilità” per raggiungere obbiettivi ovviamente a brevissimo termine e così si incensa Tsipras dimenticando il suo lavoro di collazione e unificazione di una sinistra greca che è diventata adulta solo quando ha avuto il coraggio di unirsi. Unità significa rinuncia della sicurezza delle proprie posizioni, non è difficile capirlo e non è difficile riconoscere chi, miope, crede che l’autopreservazione passi per forza solo dal conservatorismo. La Sinistra è un’altra cosa. Il progetto è un’altra cosa e, se non sbaglio, Sel era un’altra cosa. Ricorda Gennaro Migliore che Sel e Nichi Vendola sono nati da una candidatura alla Regione Puglia contro gli stati generali del Partito Democratico? Ricorda Gennaro le parole di Vendola (e tutta SEL) su Matteo Renzi alle primarie vinte da Bersani? Ricorda Gennaro quando Sel parlava di “coraggio”, “cambiamento”, “andare in mare aperto”?

Ecco, sarebbe il caso di chiedere agli “storici” dirigenti della sinistra se hanno coscienza che lì in fondo, alla base, hanno cominciato a stancarsi di sentire parlare di coraggio senza praticarlo, hanno capito tutti che le scorie di beghe personali di un’era geologica fa stanno rallentando un processo che non si può e non si deve arrestare e hanno tutti sensazione che questa classe dirigente ha quasi esaurito il suo tempo.

La proposta di Migliore è una truffa: uno spostamento di posizioni che include un tradimento dell’idea di fondo. Siete nel posto sbagliato e, attenzione, viene il dubbio che siate in minoranza e non ve ne siete ancora accorti.

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