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Barbara Spinelli, Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015

Barbara Spinelli

Nel 1998 il presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer descrisse i due «plebisciti» su cui poggiano le democrazie: quello delle urne, e il «plebiscito permanente dei mercati». La coincidenza con l’adozione di lì a poco dell’euro è significativa.

La moneta unica nasce alla fine degli anni ’90 senza Stato: per i mercati il suo conclamato vizio d’origine si trasforma in virtù. Le parole di Tietmeyer e i modi di funzionamento dell’euro segnano l’avvio ufficiale del processo che viene chiamato decostituzionalizzazione – o deparlamentarizzazione – delle democrazie.

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Vi prego di prendere questa proposta per quello che è, un divertimento fantapolitico, un esercizio intellettuale. Nulla di più, nulla di meno.

Sono ormai alcuni decenni che mi interesso attivamente di politica, la studio, cerco di informarmi, ho partecipato a convegni, riunioni, incontri, mi sbatto per cercare di incidere in eventuali alleanze, passo le serate leggendo e trascrivendo I Quaderni del Carcere di Gramsci. Sono persino disposto ad ammettere che ci capisco poco, ma mi arrabbio, soffro quando, purtroppo sovente, mi tocca sentire discorsi del tipo:

  • “Anche se fosse la migliore persona di questo mondo, non lo voterei per il cognome che porta”… Doria, candidato sindaco di Genova, detta da alcuni tifosi genoani (i quali, detto per inciso, non avrebbero alcun problema a votare Alessandra Mussolini… per il cognome che porta);
  • “Lo voto perché è una gran brava persona. Le cene eleganti e il bunga-bunga sono tutta una montatura”… Detto da signore un po’ anzianotte all’uscita da una chiesa. In questo caso non è perdono cristiano, è rimozione;
  • “È simpatico”;
  • “È un bell’uomo”;
  • “È ricco, quindi di sicuro non ruberà”… No signora, lo ha già fatto prima…

O quando sono costretto ad ascoltare, ad esempio su un autobus stracolmo, persone che declinano a memoria e ad alta voce tutte le formazioni della squadra del cuore dall’anno della fondazione a oggi, tutte le conquiste sentimentali della diva o del divo di turno, ma non conoscono nemmeno il nome del presidente del Consiglio dei Ministri. Se poi mi tocca sentir chiedere al sindaco della mia città di dirottare i fondi per l’acquisto degli F35 ai servizi pubblici del Comune, la misura è colma.

Intendiamoci, non è nemmeno del tutto colpa loro. La televisione trasmette quello che trasmette e i pochi programmi seri sono anche parecchio noiosi, a scuola non si è praticamente mai studiata l'”educazione civica”, staccare dal lavoro è un sacrosanto diritto. Ma a tutto c’è un limite, dovrebbe esserci un limite.

La faccio finita con questa premessa-sfogo, perché sono certo che chiunque di noi avrebbe una casistica altrettanto ricca da fornire, e passo alla parte “seria”.

Uno dei problemi più gravi delle democrazie occidentali è l’astensionismo che anche in Italia sta assumendo livelli preoccupanti. Le ragioni sono molte, a partire da un sistema elettorale ridicolo, e non sto a enumerarle. Resto però convinto che un certo livello di distacco dal voto – tutt’altro che statisticamente irrilevante – sia determinato dalla convinzione dell’inutilità dello stesso. Mi spiego meglio: un potenziale elettore di un piccolo partito del quale condivide gran parte delle proposte potrebbe essere tentato di non recarsi al seggio perché convinto che non si potrà in alcun modo raggiungere il quorum e quindi lo sforzo di uscire di casa, fare la fila, si trasformerebbe in una perdita di tempo. È altrettanto ovvio che, poiché questo ragionamento è fatto contemporaneamente da molti, il piccolo partito il quorum non lo raggiungerà mai.

Sono inoltre convinto che i piccoli partiti siano il sale della democrazia, perché il pluralismo di idee è per me un valore e uno stimolo al buon governo e non un ostacolo. Fra l’altro, mediamente, gli elettori dei piccoli partiti sono quelli più informati, perché si informano, vanno a cercare le opportunità politiche, non si limitano a valutare l'”offerta” presentata dai media tradizionali.

E quindi ci vuole un incentivo, premiare i meritevoli, dando loro la possibilità di far valere il loro voto e il sistema che mi è venuto in mente è ispirato a quello applicato nel concorso per la scuola del 2012.

Una commissione (che potrebbe essere composta da esperti, ma anche da docenti della scuola media inferiore o elementare) redige un certo numero di domande a risposta multipla, tendenzialmente piuttosto facili, in modo da non sfavorire nessuno. Diciamo tremila domande.

Il giorno dell’elezione, l’elettore, anziché fare la trafila consueta con gli scrutatori che riempiono quintali di fogli di carta con un sistema che definire obsoleto è usare un eufemismo, si trovano davanti a un tablet o un computer (nelle aule informatiche delle scuole generalmente ce ne sono venti o trenta). Introdotti i dati dell’elettore, compaiono quindici, venti, trenta domande estratte a caso dal gruppone delle tremila, cui, in un tempo determinato, si deve dare risposta cliccando sull’apposita casella. Per garantire l’anonimato, la registrazione dei dati dell’elettore può essere effettuata su una macchina dedicata allo scopo, in un database separato.

Assegnando 1 punto per ogni risposta esatta, 0 punti per ogni risposta lasciata in bianco e – (meno) 0,5 punti per ogni risposta sbagliata si ottiene un determinato punteggio. A termine del questionario comparirà a video la scheda elettorale e l’elettore potrà indicare le proprie preferenze.

Il punteggio ottenuto dall’elettore in fase di test iniziale costituirà il moltiplicatore del suo voto. Faccio un esempio: rispondo a tutte le domande del test e ottengo un punteggio di “18” (le domande erano trenta). Decido di votare “Partito della Speranza” con preferenza “Mario Rossi”. Il mio voto per “Mario Rossi” varrà come 18 preferenze tradizionali.

Questo sistema sembra complicato, ma in realtà è semplicissimo e facile da realizzare per chiunque conosca appena un poco il sistema di funzionamento dei database informatici.

Avrebbe anche altri vantaggi non trascurabili, fra cui:

  • il risultato elettorale sarebbe conosciuto in tempo pressoché reale;
  • non ci sarebbero contestazioni di nessun tipo. L’elettore indeciso o insicuro può semplicemente annullare la procedura e ricominciare;
  • non si perderebbe un sacco di tempo per l’assegnazione o meno delle schede nulle;
  • a lungo andare si risparmierebbero un sacco di risorse economiche, poiché il numero di persone utilizzate per la gestione della procedura di voto potrebbe scendere da sei (presidente, segretario e quattro scrutatori) a due (per supportare gli elettori meno abili con lo strumento informatico;
  • renderebbe inutili tutti i sondaggi preelettorali che sono diventati uno strumento di formazione del consenso, non un supporto informativo e basta.

Fra l’altro, il budget che viene destinato alla copertura dei costi elettorali (si parla di milioni di euro) potrebbe essere destinato all’ammodernamento delle attrezzature informatiche delle scuole (e ce n’è un gran bisogno).

E forse, ma proprio forse, una parte dei cittadini, se vorrà fare in modo che il proprio voto conti qualcosa, si metterà a studiare e ciò non potrà che essere un bene per tutta la collettività, visto che da un voto consapevole non può non scaturire una classe politica qualitativamente migliore e un maggior controllo sugli eletti da parte degli elettori.

Ma un sistema come questo, o una sua variante non passerà mai e volete sapere perché, secondo me? Perché quelli che dovrebbero studiarlo, approvarlo e renderlo possibile sono proprio coloro che da questo sistema hanno maggiormente da rischiare, visto il livello medio dell’attuale classe politica italiana e, soprattutto, i grandi partiti temerebbero di essere penalizzati.

Sognare però non costa nulla, solo la fatica di schiacciare qualche tasto del personal computer…

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