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Posts Tagged ‘Raffaella Paita’

Non sempre concordo con Marco Revelli, ma mi sento di sottoscrivere quasi del tutto questa sua nota di commento ai risultati delle regionali (dal sito dell’Altra Europa con Tsipras). Aggiungo di mio, per rafforzare il concetto, che l’unificazione della sinistra sta diventando l’imperativo morale del nostro tempo. Troppe sono le questioni in ballo: la difesa del lavoro, dei diritti e della sicurezza dei lavoratori; la tutela ambientale; il reddito delle famiglie e conseguentemente quello di tutti coloro che forniscono prodotti e servizi alle persone; la salute pubblica; la scuola per tutti. E mi fermo, ma l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

L’unico aspetto sul quale il mio dissenso con Revelli è profondo è sul ruolo dei partiti. Forse non sono più i catalizzatori di voti del passato, forse non riescono a esprimere come un tempo la classe dirigente politica del paese, ma hanno ancora un ruolo – prezioso – per quanto riguarda la capacità organizzativa. Se i partiti sapranno ritornare in mezzo alla gente, sui territori e nel mondo del lavoro, ne sentiremo ancora parlare.

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L’11 gennaio scorso, data delle primarie del Pd per la elezione del candidato alla presidenza della Regione Liguria, io avevo l’incarico di portavoce regionale per il mio partito, il PCdI, che da pochi giorni aveva sostituito in PdCI. Sarei quindi stato la persona da contattare qualora si fosse voluto trovare un accordo in vista della formazione di una eventuale coalizione. Questa richiesta non mi arrivò mai. Da interviste varie vengo oggi a sapere che furono compiuti vari tentativi di costituire una coalizione ampia, sul modello della precedente giunta Burlando, con il coinvolgimento di vari partiti della sinistra. Il mio numero di telefono o l’indirizzo email sarebbe stato facilissimo da rintracciare: bastava chiederlo al mio ex segretario regionale, che aveva seguito Raffaella Paita in questa avventura.

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Norma Rangeri, Il Manifesto, 2 giugno 2015

L’arroganza ren­ziana è stata punita e anche quella del suo Pd. E adesso si ria­prono i gio­chi sia all’interno della Sini­stra che nel Paese. Per­ché dopo il voto di dome­nica non è affatto scon­tato che la legi­sla­tura duri fino al 2018. E l’immagine di Renzi in tuta mime­tica men­tre visita i mili­tari in Afgha­ni­stan è per­fet­ta­mente in linea con quel che l’aspetta in Italia.

Eppure tra tutte le istan­ta­nee della lunga notte elet­to­rale, quella del ber­lu­sco­niano Toti che brinda e fuma per la vit­to­ria in Ligu­ria, inter­preta al meglio lo schiaffo preso dal pre­mier e le novità poli­ti­che pro­dotte dal voto. Fuori ogni pre­vi­sione, una vit­tima sacri­fi­cale but­tata nella mischia per la soprav­vi­venza di Forza Ita­lia vince, e diventa pre­si­dente di Regione in una delle roc­ca­forti della sini­stra tra­di­zio­nale, gra­zie ai voti deci­sivi della Lega. La Ligu­ria è una sin­tesi: da una parte la vit­to­ria del cen­tro­de­stra unito e a tra­zione sal­vi­niana, dall’altra la scon­fitta del Pd a ex voca­zione mag­gio­ri­ta­ria, per­ché non ha più la forza trai­nante del con­senso, e per­ché a sini­stra si apre un’altra, ina­spet­tata, possibilità.

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Franco Astengo su Il pane e le rose (2 giugno 2015) analizza l’andamento del voto alle regionali del 31 maggio in Liguria.

Numeri alla mano fa un quadro impietoso degli errori del Pd e del distacco dei cittadini dalla politica regionale e nazionale.

Da domani, dovremo tutti metterci al lavoro per recuperare il rapporto di fiducia fra cittadini e istituzioni – perché di questo si tratta, non della simpatia per un partito piuttosto che un altro -, base fondativa della democrazia. Ovviamente, non possiamo non considerare che ci troviamo di fronte a una situazione complessa, ma mi pare fondamentale rilevare ancora una volta come uno dei mali, se non il principale, sia la forzatura in senso maggioritario di tutti i sistemi elettorali. La storia italiana non è la storia americana e basterebbe leggere I Quaderni di Gramsci per averne una dettagliatissima spiegazione. La legge elettorale regionale, oltre ad essere particolarmente farraginosa, è anche obsoleta: è una legge proporzionale in senso maggioritario che ha dato i suoi frutti quando si presentavano al voto due coalizioni. Poi è arrivato il Movimento 5 Stelle e ha sparigliato tutto. E il cittadino è disorientato.

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La sconfitta del Partito Democratico alle elezioni regionali della Liguria ha, com’era prevedibile, avviato uno strascico di polemiche. L’accusato principale della debacle è Luca Pastorino, candidato alla presidenza con Rete a Sinistra, parlamentare dell’area Civati che due mesi fa è uscito dallo stesso Partito Democratico.

Si possono fare moltissime considerazioni di carattere politico, ma forse il dato più inequivocabile, la fotografia migliore, ci viene mostrato dal Secolo XIX (L’analisi: Pd tradito più dagli astenuti che da Pastorino. Il boom della Lega). Una ricerca dell’Istituto demoscopico SWG ha analizzato i flussi dei dati delle regionali, confrontandoli con quelli delle europee dello scorso anno. Per quanto attiene al Pd, i risultati sono sintetizzati in questo diagramma:

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Ieri pomeriggio, mentre noi di Rete a Sinistra e Lista Pastorino eravamo intenti a festeggiare la conclusione della campagna elettorale, in un clima di serena allegria, in altre parti del centro cittadino si celebravano riti analoghi, ma molto più lugubri.

Berlusconi, tornato a Genova per sostenere il suo delfino Toti, parlava di fronte a una schiera nutrita di esponenti delle forze dell’ordine. Pier Luigi Bersani, invece, interveniva per sostenere Raffaella Paita, ovvero l’espressione di quel Pd che, a parole, dichiara di voler cambiare. Ovvio che il web poi si sbizzarisca e ci regali questa chicca.

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CivatiStiamo entrando nelle fasi decisive della campagna elettorale e i “big” iniziano a venire a Genova e in Liguria per incontrare i cittadini. Come si può facilmente desumere dall’articolo sopra riportato (a proposito, cliccando sull’articolo si ingrandisce, non molto, ma è quello che sono riuscito a fare) la Liguria è al centro della scena nazionale, più ancora della Campania, dove, come è noto, esiste il problema De Luca.

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Luca Pastorino, candidato alla presidenza della Regione Liguria

1. Perché candidato?
Per rappresentare gli elettori di centrosinistra, indecisi e delusi che non votano più. In Liguria possiamo cambiare modo di fare politica. Chiedo un voto utile per sbloccare una situazione di confuse larghe intese che paralizzano tutto. Qui Renzi vuole sperimentare sulla nostra testa un laboratorio del partito nazionale senza alcuna analisi seria sui problemi della regione. Io sono un sindaco di paese e ho l’abitudine di stare sul territorio e parlare con le persone.

2. La tua è una candidatura alternativa alla Paita?
La mia candidatura è per rappresentare un progetto innovativo e concreto rivolto alla maggioranza degli elettori liguri, di centrosinistra, indecisi e delusi che non votano più. Tutto il resto mi sembra un ragionamento politicista che non interessa alle persone.

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Il Manifesto del PCdI per il settantesimo della Liberazione

Riporto questa dichiarazione di Manuela Palermi, presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia, il mio partito, quello della cui federazione di Genova sono segretario. Lo riporto perché testimonia, se ancora ve ne fosse bisogno, quanto importante è il lavoro che è stato fatto per la costruzione della Rete a Sinistra e quanto sia importante questo processo in prospettiva futura. L’attesa è grande, la responsabilità ancora di più. La lotta sarà durissima, ma ce la stiamo mettendo tutta.

C’è un risultato elettorale che guarderò con attenzione e, se me lo consentite, con qualche emozione. Quello della Liguria. Ho grande stima delle compagne e dei compagni liguri. Hanno attraversato momenti complicati, c’è stato un cambio di direzione, il vecchio segretario regionale ha ritenuto di sostenere Burlando e Paita e se n’è andato e con lui altri. Allontanamenti politici legittimi, ma non condivisi dal nostro partito, tanto che se un’autocritica dobbiamo farci è che forse avremmo dovuto sollecitarli prima. Ma i processi politici, si sa, devono fare il loro tempo. Le compagne ed i compagni del PCdI si sono rimboccati le maniche e si sono messi a lavorare dovendo affrontare, quasi immediatamente, la sfida delle regionali. Non senza difficoltà e soprattutto con grande impegno, sono stati protagonisti del processo di unità a sinistra, stavolta non tradizionale, ma con novità rilevanti. Alla sinistra ligure si è infatti unita anche quella parte, fortemente antirenziana, che ha abbandonato il Pd. Lì quindi si gioca una partita politica grossa. Un buon risultato potrebbe dare un colpo forte, forse decisivo, al Pd che si sente padrone del mondo, potrebbe incrinare alle fondamenta politiche scellerate che hanno massacrato i lavoratori e ora vorrebbero massacrare la scuola. Politiche neoliberiste di stretta osservanza Ue che hanno indebolito il tessuto economico e sociale del Paese. Rete a Sinistra, si chiama la lista. Ci siamo noi del PCdi, c’è Sel, la comunità di Don Gallo, Rifondazione (non tutta, per la verità; un pezzo, L’Altra Liguria, fa storia a sé) e molti fuoriusciti dal Pd. Mi aspetto un buon risultato della Rete a Sinistra e dei nostri candidati. Sono forti, hanno consenso, hanno alle spalle una limpida militanza comunista e unitaria. Da lì, dalla Liguria, dall’affermazione delle Rete a Sinistra, può iniziare un’altra storia. Per i comunisti e per la sinistra.

Manuela Palermi, presidente C.C. del Pcdi

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Luca Pastorino

Daniela Preziosi, Il Manifesto, 17 marzo 2015

Democrack a Genova, è un civatiano il candidato della sinistra, dem nel caos. Dopo le primarie inquinate, associazioni, civici e partiti tutti d’accordo (o quasi). Lui: «Serve una strada unitaria». E stavolta Civati deve scegliere

Colpo di scena nelle regio­nali ligure, e per una volta, non è una cat­tiva noti­zia per la sini­stra in cerca di un can­di­dato. Pro­prio quando la situa­zione sem­brava dispe­ra­ta­mente incar­tata, e la burlandian-renziana — eletta con pri­ma­rie inqui­nate che ave­vano pro­vo­cato l’addio pole­mico al Pd di Ser­gio Cof­fe­rati — comin­ciava a dor­mire sonni tran­quilli, ieri Luca Pasto­rino, depu­tato Pd di area civa­tiana, ha annun­ciato di essere «pronto a lasciare il Pd» per «met­tersi a dispo­si­zione per un’alternativa alla pro­po­sta di governo regio­nale di Raf­faella Paita».

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Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2015

Le primarie del Pd in Liguria sono valide perché i brogli scoperti riguardano “soltanto” 13 seggi e mille voti, e la Paita ha superato Cofferati di 4 mila. Dunque chissenefrega se la Commissione di garanzia sta ancora facendo accertamenti e se due Procure (tra cui una antimafia) hanno appena iniziato a indagare. L’ha detto Renzi: siccome il voto è truccato ma solo un po’, è tutto regolare, ha vinto la Burlanda, “il caso è chiuso” prim’ancora di aprirsi. E pazienza se a Napoli nel 2011 lo stesso Pd annullò le primarie per appena 3 seggi contestati: sarà l’inflazione. Ovvio che cinesi, nordafricani, ecuadoregni, alfanidi, fascisti e scajoliani sono corsi a votare spontaneamente e disinteressatamente, spinti da una irrefrenabile sintonia programmatica, mica perché li ha arruolati qualcuno. La frode e l’evasione fiscale sono brutte bestie, ma sotto il 3 % dell’imponibile diventano minuscoli errori, sviste innocenti. Ora magari escludiamo la frode per non salvare B. e lasciamo la soglia solo per l’evasione, così salviamo tutti quelli come B.. Del resto mica si può pretendere che l’Eni si accorga di evadere fino a 419 milioni l’anno, Allianz 290, Siemens 226, Enel 216, Axa 187, Unicredit 130, Intesa 105, Generali 72, Snam 48, Poste 46, Unipol 42, Luxottica 28, Mediolanum 16, Telecom 16. Con tutto quello che hanno da fare i nostri imprenditori-eroi. E, già che ci siamo, depenalizziamo pure la “dichiarazione infedele” fino a 150 mila euro (triplicando la soglia Tremonti, noto giustizialista), l’“omessa dichiarazione fraudolenta mediante artifici” fino a 30 mila euro di imposta evasa e 1, 5 milioni di imponibile sottratto al fisco o 5 % di elementi attivi indicati, e le fatture false fino a 1000 euro. Ok la lotta all’evasione, ma senza esagerare: evadere un po’ alla volta si può, anzi si deve, sennò dove li chiudiamo 11 milioni di evasori? Su con la vita, pensiamo alla salute. E il falso in bilancio? Brutto, per carità: suona proprio male. Ma un trucchetto ogni tanto fa bene alla pelle. Soglie di impunità anche lì. Quali? Inutile sforzare la fantasia, ché poi a Orlando viene l’ernia al cervello: copiamole da B., che ci aveva lavorato tanto. Buon peso: chi trucca la contabilità sotto il 5 % del risultato di esercizio o l’ 1 % del patrimonio netto non si processa più, anzi magari lo premiamo, almeno finché il falso in bilancio non diventa obbligatorio. Più sei ricco, più puoi rubare. L’importante è farlo un po’ per volta, senza dare troppo nell’occhio. Però poi – dirà qualche ingenuo – se ti beccano e ti condannano, non puoi più entrare in Parlamento. C’è la terribile Severino. Sì, ma l’accesso è vietato solo oltre i 2 anni di pena: sotto, ingresso libero. Pregiudicati, ma solo un po’: averne! Ora, fra l’altro, non saranno più neanche condannati: Orlando depenalizza 157 reati se commessi “in forma tenue”. Oltre alle specialità della casa, ci son pure gli “atti di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi”, la “fabbricazione o detenzione di materie esplodenti”, l’“istigazione alla pedofilia” e l’“occultamento di cadavere”: se un terroristello fa esplodere una bombetta tenue tenue, o un eversorino fabbrica o detiene un esplosivetto, o un pedofiluccio molesta un bimbo lievemente, non è più reato. Idem se uno paga o incassa una mazzettina, architetta una truffetta, occulta appena appena il cadavericchio di un nano. Il riscatto ai terroristi? Poco, 6 milioni nondipiù. Il favorito al Quirinale? Amato, già vice del pregiudicato latitante, ora candidato del pregiudicato ai servizi sociali. Lui però niente. È la regola di Giolitti – “un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo deve fare la gobba anche all’abito” – elevata all’ennesima potenza. Siccome l’illegalità dilaga, combatterla è inutile: meglio legalizzarla in modica quantità, come per le droghe leggere, riabilitando le tanto vituperate demi-vièrges per le quali l’illibatezza è questione di centimetri. Nella Prima Repubblica un ministro alzò il livello lecito di atrazina nell’acqua e un altro voleva arruolare i contrabbandieri nella Guardia di Finanza. Però che strano: ci avevano detto che questa era la Terza, di Repubblica.

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Riporto questo articolo di Luigi Leone dal sito dell’emittente televisiva Primo Canale. Per i non genovesi un paio di precisazioni. Innanzitutto, Primo Canale è da sempre su posizioni assai critiche nei confronti di tutto quello che è targato sinistra in Liguria. Però per quanto concerne le emergenze è sempre “sul pezzo”, con servizi in diretta ventiquattr’ore su ventiquattro.

Poi, sempre per i non genovesi, passo a illustrare personaggi e interpreti: Claudio Burlando è dal 2005 presidente della Regione Liguria, Politico di lungo corso (PCI, PDS, DS, PD) è stato sindaco di Genova, ministro dei Trasporti, oltre ad aver assunto diversi incarichi di responsabilità a livello nazionale nel partito di appartenenza; Raffaella Paita, spezzina, attuale assessore regionale con delega, fra l’altro alla Protezione Civile, è candidata alle primarie del PD per la successione a Burando. Di area renziana, è da tempo impegnata nella propria campagna elettorale; Marco Doria, professore universitario di storia economica, è attualmente sindaco di Genova. È uno dei sindaci che vengono definiti “arancioni”, con Pisapia, De Magistris e altri. Claudio Montaldo (sempre trafila PCI-PD) è vice presidente della Regione.

Burlando, Paita & Co. Fuga dalle responsabilità

Scena prima: alle 18,50 di giovedì 9 ottobre un tweet informa che dalle 19 – cioè dieci minuti dopo – il servizio di numero verde della Protezione civile sarà disattivato. Per tutta la mattina la pioggia ha martellato, con ondate violentissime, la città di Genova. Ma secondo l’Arpal, depositaria delle previsioni meteo ufficiali e che dipende dalla Regione Liguria, non succederà nulla. La Protezione civile regionale se ne sta, di conseguenza se ne sta anche quella del Comune di Genova. E se ne stanno, ovviamente, il governatore Claudio Burlando, l’assessore regionale Raffaella Paita, il sindaco Marco Doria e l’assessore comunale Gianni Crivello (peraltro ricoverato in ospedale). Non uno che si prenda la responsabilità di andare oltre l’Arpal e imporre che la macchina dell’emergenza si metta comunque in moto. Il che avverrà in ritardo, quando ormai Fereggiano, Bisagno, Sturla e Carpi stanno esondando. Con ciò che ne deriva, compresa la perdita di una vita umana.

Scena seconda: venerdì 10 ottobre, con la città di Genova devastata dall’ennesima alluvione, uno dei subitanei pensieri dell’amministrazione regionale ligure guidata da Claudio Burlando è quello di postare sul sito ufficiale dell’ente due comunicazioni. Uno: “Elenco dei principali interventi di messa in sicurezza idraulica e di difesa del suolo”. Due: “Cronistoria rifacimento copertura Bisagno”. Per la serie: “Ma che colpa abbiamo noi?”.

Raffaella Paita e Claudio Burlando

Scena terza: lo stesso venerdì 10 ottobre, Burlando si presenta in conferenza stampa, con al fianco da una parte il vicepresidente Claudio Montaldo e dall’altra l’assessore con delega a protezione civile e ambiente Raffaella Paita. I due fanno le belle statuine silenti, il governatore parla, in piena pure lui. E che cosa dice? La colpa è della burocrazia, dei ricorsi al Tar e di tutti i lacci e lacciuoli che gli hanno bloccato le mani, lui che è commissario alla copertura del Bisagno. Quanto all’Arpal, il tono è assolutorio, perché gli serve per l’autoassoluzione. Il modello matematico delle previsioni ha toppato, ma Burlando ci spiega che in passato ha consentito di centrare tutti gli eventi catastrofici e semmai ha provocato qualche allerta anche quando non era il caso. Ecco un punto chiave: a nessuno, all’Arpal e in Regione Liguria, cominciando da Burlando e proseguendo per l’assessore Paita (quando ha preso la delega si è fatta dire come stessero le cose?), è venuto in mente che sarebbe anche potuto accadere il contrario, e cioè una mancata allerta quando invece sarebbe stata necessaria? Naturalmente no, ma è esattamente quanto avvenuto. Ad oggi, però, nessuno dell’Arpal sembra destinato a pagare il gravissimo errore commesso, né pagherà chi in Protezione civile regionale si è fidato ciecamente di un modello che già aveva mostrato dei limiti, né pagheranno – e ci mancherebbe! – Burlando o Paita per la colpa in vigilando che inevitabilmente dovrebbe investire chi sta in cima alla piramide. E’ un’operazione di disinformazione che tecnicamente meriterebbe 10 e lode in una virtuale pagella. Ma è da sprofondare se la si osserva con la lente di ingrandimento della morale politica. Il disastro è avvenuto per il corto circuito in Regione Liguria (leggi Arpal-Protezione civile) o per colpa di opere che comunque non sarebbero state ancora ultimate?

Scena quarta: il sindaco Marco Doria scende troppo tardi fra gli alluvionati e quando lo fa si prende ogni sorta di insulto. Sono gli oneri connessi agli onori della carica. Dal punto di vista della comunicazione, però, a lui va uno zero spaccato. Come i genovesi, anche lui e il Comune sono vittime della vergogna dell’allerta zero. Ma il marchese Doria, che come gran parte dei nobili sembra vivere su un altro pianeta, non ha nel dna il gene dell’incazzatura. Reagisce in modo surreale e si limita a dire con eleganza – noblesse oblige – che dall’Arpal non è scattato alcun allarme, anziché alzare la voce e guidare, lui che è primo cittadino, la rivolta dei cittadini contro i responsabili dell’alluvione arrivata senza alcuna rete protettiva. Poi, certo, le magagne stanno anche a Tursi: dal mancato varo dei “piani di dettaglio” per fronteggiare simili emergenze alla beffa dei premi riconosciuti ai dirigenti della prevenzione disastri. Da salvare non c’è nessuno, ma le diverse tonalità di responsabilità sull’evento non sono una sfumatura.

Scena quinta: la politica-politicante non usa le pale come gli “angeli del fango”, provvede semmai a evitare che gli schizzi le arrivino addosso. Il Burlando logorroico della conferenza stampa di venerdì ruba la scena a Paita e Montaldo? No, fa da paravento a tutto e a tutti, l’esperienza non gli manca. Montaldo è lì come vicepresidente, ma il governatore se lo sarebbe portato appresso se non avesse dovuto – e sottolineo dovuto – portarsi Paita per dovere d’ufficio, avendo lei la delega a protezione civile e ambiente? Ne dubito, anche Montaldo serve da copertura. Lo si capisce dal fatto che Paita, nei giorni precedenti tarantolata alla ricerca di consensi per le primarie del centrosinistra, letteralmente sparisce dalla scena. Non rendendosi ancora conto di quanto stava accadendo, aveva twittato la sua presenza al centro d’emergenza del Matitone, ma le reazioni non proprio simpatiche l’hanno rapidamente indotta a recedere da ogni ipotesi di “ghe pensi mi”. La rete, che osserva con attenzione, difatti ora si interroga: “Dove sei Paita?”. Lei ha fatto genericamente sapere di essere sul territorio a lavorare. Ma certo il suo presenzialismo sfrenato delle settimane e dei giorni scorsi stride con l’immersione di queste ore. Per la serie: meno mi faccio vedere, più sopravvivo alla bufera. E’ questa la capacità di assumersi le responsabilità, anche quelle che non competono se lo richiede il ruolo, di un aspirante futuro governatore della Liguria?

Scena sesta: che il “Dove sei Paita?” lanciato in rete non sia un interrogativo ozioso, lo dimostra un altro fatto. Il Pd genovese guidato da Alessandro Terrile, fra i pochissimi ad aver dimostrato di avere ancora i piedi piantati nella realtà, ha preso una iniziativa coraggiosa, chiedendo di porre fine alla politica dello scaricabarile e di riparlare delle primarie nel 2015. Quindi a gennaio. “Prima bisogna pensare a Genova” dicono Terrile e compagni, consapevoli che il partito può davvero andare a sbattere contro l’ira della gente. Del resto “guidiamo la Regione, la ex Provincia e il Comune di Genova, come possiamo chiamarci fuori?”. Un’ovvietà, non fosse che l’ovvio sembra non abitare più alle latitudini delle istituzioni locali, Regione in testa. Difatti, il capogruppo all’assemblea ligurie dello stesso Pd, Antonino Miceli, come se ne esce in una dichiarazione sul Secolo XIX? “D’accordo, ma con senso di responsabilità convergiamo sul candidato unico Raffaella Paita”.

A parte che i candidati alle primarie sono due, perché un po’ di rispetto imporrebbe di ricordare che c’è pure Alberto Villa, Miceli è lontano anni luce dalla preoccupazione che ha Terrile di veder travolto dall’alluvione anche il partito. Macché, Miceli si preoccupa di non vedere travolta la Paita e con essa la promessa di ottenere uno strapuntino in Regione anche se lui il limite dei due mandati lo ha già raggiunto. Da spalare non c’è solo il fango portato dai torrenti esondati.

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