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Posts Tagged ‘recessione’

Giulietto Chiesa, Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2016

Sono appena trascorsi otto anni dall’inizio della crisi mondiale, se si prende come data di riferimento quella della bancarotta della Lehman Brothers. Da allora la gran parte dei commenti degli “esperti” è rimasta nell’ambito di una spiegazione tradizionale, cioè ha esaminato la situazione – che si prolunga ormai da tempo – come effetto di un “normale” avvicendamento di cicli di caduta e di crescita. Cioè siamo effettivamente in caduta, dopo – state tranquilli – ci sarà la crescita.

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Pierluigi Ciocca, Il Manifesto, 28 ottobre 2015

I problemi economici del nostro paese sono antichi e strutturali. Aggravati da un ciclo europeo segnato dalla politica tedesca avallata dalla Bce. Produttività, occupazione, investimenti, competitività: tutta l’attività economica nell’ultimo decennio è precipitata in un abisso. Purtroppo, le scelte del governo Renzi non invertono la rotta ma anzi seguono le stesse ricette di Monti e Letta

L’economia ita­liana pati­sce da diversi lustri due mali con­giunti: domanda glo­bale ane­mica, stallo della produttività.

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Mariana Mazzuccato, La Repubblica, 13 luglio 2015

Gli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti. I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa. La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

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keynesblog, 10 marzo 2015

Gli accordi sul debito di Londra (1953) dimostrano che i governi europei sanno come risolvere una crisi da debito coniugando giustizia e ripresa economica. Ecco quattro lezioni esemplari, utili nell’attuale crisi del debito greco.

Il 27 febbraio 1953 fu siglato a Londra un accordo che cancellava la metà del debito della Germania (all’epoca la Germania Ovest). 15 miliardi su un totale di 30 miliardi di Deutschmarks*.

Fra i paesi che accordarono la cancellazione c’erano gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia, assieme a Grecia, Spagna e Pakistan (paesi che sono oggi fra i più importanti debitori). L’accordo copriva anche il debito di privati e società. Dopo il 1953, altri paesi firmarono l’accordo per cancellare il debito tedesco: l’Egitto, l’Argentina, il Congo Belga (oggi Repubblica Democratica del Congo), la Cambogia, il Cameroun, la Nuova Guinea, la Federazione di Rodesia e il Nyasaland (oggi Malawi, Zambia e Zimbabwe). (1)

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Michel Husson

Michel Husson è un economista marxista francese, che in questo breve saggio si interroga sulla possibilità o meno di una riproposizione delle politiche keynesiane che hanno caratterizzato il cosiddetto “trentennio d’oro” dell’economia europea, quel periodo che va dal 1945 al 1975 circa, corrispondente, più o meno, alla nascita e allo sviluppo del welfare State.

Se lo scopo dell’economia deve essere quello di garantire un decoroso livello di vita a tutti, il modello attuale praticato in Europa è fallito e occorre percorrere strade alternative. Lo dicono gli stessi economisti conservatori, o almeno una buona parte di essi. L’obiettivo è quindi quello di trovare la migliore fa le possibili soluzioni alternative. Starà alla politica scegliere e assumersi la responsabilità della scelta.

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La crisi greca è la più eclatante manifestazione del fatto che l’Unione monetaria europea non può che generare impoverimento crescente delle aree deboli. La spirale perversa nella quale è precipitata l’economia ellenica è molto simile a quella che caratterizza la nostra economia. In questo scenario, e contrariamente alla posizione assunta dal governo Renzi, dovrebbe essere interesse anche nostro sostenere il programma di revisione dell’architettura istituzionale europea che Syriza propone.

Guglielmo Forges Davanzati, MicroMega, 11 febbraio 2015

“Il libero scambio porta inevitabilmente alla concentrazione spaziale della produzione industriale – un processo di polarizzazione che inibisce la crescita di queste attività in alcune aree e le concentra in altre” (N. Kaldor, The foundation of free trade theory, 1980).

I numerosissimi commenti sulla situazione greca si sono, nella gran parte dei casi, concentrati sul problema della ristrutturazione del debito e sulla tenuta dell’Unione Monetaria Europea. Non vi è dubbio che si tratta di problemi di massima rilevanza, così come non vi è dubbio che la soluzione della crisi greca ha natura innanzitutto politica. Non dovrebbe però passare in secondo piano un altro dato che attiene al fatto che ciò che è accaduto all’economia greca – per quanto attiene alla sua struttura produttiva – è molto simile a ciò che è accaduto (e sta accadendo) agli altri Paesi periferici del continente, Italia inclusa.

Le affinità fra i due Paesi non sono marginali, sebbene lo siano, ovviamente, con ordini di grandezza assai diversi. Fra queste, l’elevato debito pubblico, l’elevata evasione fiscale[1], l’elevata disoccupazione (prevalentemente giovanile) e soprattutto una specializzazione produttiva in settori a bassa intensità tecnologica accomunano le due economie[2]. In particolare, l’Italia, a differenza della Grecia, non ha mai sperimentato tassi di crescita negativi nell’ordine dell’8% (come accaduto in Grecia nel 2011), né ha mai fatto registrare un rapporto debito pubblico/Pil del 175% (come nella Grecia del 2014), attestandosi questo rapporto, ad oggi, al 135%. Ma soprattutto, mentre la Grecia ha sempre avuto una specializzazione produttiva in settori a bassa intensità tecnologica (agricoltura e turismo, in primis), l’economia italiana è stata un’economia industriale, per poi sperimentare, almeno a partire dall’inizio degli anni novanta, un intenso processo di deindustrializzazione che la rende ora sempre più simile a quella greca.

Il programma economico di Syriza ha come punto essenziale la rinegoziazione del debito e il rifiuto di mettere in campo ulteriori misure di austerità. Dovrebbe essere ormai del tutto chiaro che le politiche di austerità, oltre a essere socialmente insostenibili (non solo per la Grecia), sono anche controproducenti per l’obiettivo di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, come peraltro certificato dallo stesso Fondo Monetario Internazionale. Su questo aspetto, la posizione di Syriza è assolutamente convincente ed è auspicabile che, su questo punto, vi sia un “effetto contagio” in altri Paesi europei. Ma qui – oltre alle questioni di ordine finanziario – si pone un problema essenziale che attiene all’eventuale attuazione di politiche fiscali espansive in un’economia sostanzialmente priva di un settore industriale.

Si consideri, a riguardo, che, in Grecia, il settore agricolo ha un’incidenza per numero di addetti pari al 13%, con un contributo al Pil di circa il 3%, e che le tecniche utilizzate sono ampiamente obsolete; che il settore turistico incide sul Pil nell’ordine dell’11% e che il settore industriale è pressoché inesistente. Se non si incide radicalmente su questa configurazione della struttura produttiva, anche nel caso in cui si conceda alla Grecia un allentamento delle politiche di rigore, l’effetto di un aumento della spesa pubblica corrente rischierebbe di risolversi unicamente in un aumento delle esportazioni. Su fonte Banca di Grecia, si stima che il bilancio delle partite correnti è stato sistematicamente in disavanzo almeno a partire dal 2010, nonostante le accentuate politiche di “moderazione salariale” messe in atto, che avrebbero dovuto accrescere la competitività delle imprese di quel Paese.

Il punto in discussione va oltre la questione greca e attiene al fatto che un’economia di mercato deregolamentata tende spontaneamente a produrre crescenti divergenze regionali. Ciò a ragione del fatto che – una volta determinatasi un’agglomerazione di imprese in una data area – per l’operare di economie di scala e di effetti di network, per l’esistenza di centri di ricerca e di facile accesso al credito bancario e ai mercati finanziari, quell’area attrae investimenti e forza-lavoro altamente qualificata, generando crescenti diseguaglianze regionali, che non possono che essere frenate se non da interventi esterni[3].

Letta in questa chiave, la crisi greca è la più eclatante manifestazione del fatto che, per come è costruita (ovvero in assenza di meccanismi di correzione degli squilibri regionali)[4], l’Unione Monetaria Europea non può che generare impoverimento crescente delle aree deboli, attraverso processi di deindustrializzazione che, pur accentuati dalle politiche di austerità, si attivano anche in loro assenza.

In più, letta in questa chiave, la crisi greca (e la lunga recessione italiana) non è affatto una crisi derivante da eccessivo indebitamento pubblico, essendo quest’ultimo piuttostol’effetto della riduzione del tasso di crescita, a sua volta imputabile ai processi di concentrazione del capitale nelle aree centrali del continente e, dunque, alla deindustrializzazione delle aree periferiche. Alle quali viene assegnato un modello di sviluppo basato su produzioni a bassa intensità tecnologica e su piccole dimensioni aziendali, che asseconda le c.d. vocazioni naturali dei territori (agricoltura e turismo, in primis), e nel quale, pressoché inevitabilmente, la competizione su scala internazionale si basa sulla gara al ribasso dei salari piuttosto che su aumenti di produttività e intensificazione dei processi di innovazione, dunque su cali della domanda interna e del tasso di crescita.

In più, una specializzazione produttiva basata su produzioni di beni di base (tipicamente prodotti agricoli) tende ad associarsi a bassi redditi in termini reali nel Paese che li esporta, dal momento che i prodotti esportati hanno costi di produzione (e dunque prezzi) di norma inferiori a quelli importati: i primi sono infatti prodotti occupando lavoratori poco specializzati, con bassi salari e in mercati prossimi a una configurazione concorrenziale, a fronte del fatto che i beni importati sono prodotti da lavoratori con maggiore specializzazione, più alti salari e in mercati oligopolistici[5].

Il problema è ulteriormente accentuato dal fatto che, per tenere insieme Paesi che viaggiano con diversa velocità, ma volendo rinunciare a una politica fiscale comune (e volendo rinunciare all’attuazione di politiche industriali), i Paesi ricchi tendono a diventare creditori dei Paesi periferici – anche mediante l’acquisto di titoli del debito pubblico[6] – e i Paesi periferici, dato il loro sistematico più basso tasso di crescita (accentuato dalle misure di austerità), diventano progressivamente sempre più insolventi[7].

In questo scenario, dovrebbe essere interesse anche nostro sostenere il programma di revisione dell’architettura istituzionale europea che Syriza propone, a partire dall’attuazione di politiche industriali che rafforzino la nostra base produttiva. Dovrebbe esserlo perché la spirale perversa nella quale è precipitata l’economia greca è molto simile, seppure con ordini di grandezza molto diversi, a quella che caratterizza il declino economico italiano.

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NOTE

[1] Occorre a riguardo chiarire che la maggiore diffusione dell’evasione fiscale e dell’economia sommersa nelle aree periferiche riflette precisamente il fatto che si tratta di economie con bassi tassi di crescita: in altri termini, e contrariamente all’opinione dominante, il deterioramento del ‘capitale sociale’ (ovvero della propensione al rispetto delle norme) è semmai l’effetto, non la causa, del crescente impoverimento di quelle aree.
[2] Su fonte ISTAT, si stima che, in Italia, nel 2014 la produzione industriale si è ridotta 0,8% rispetto all’anno precedente, e che l’incidenza della produzione industriale sul Pil è in riduzione da almeno un triennio (-3.2% nel 2013; -6.4% nel 2012).
[3] Si tratta dei processi di causazione circolare cumulativa, teorizzati, in particolare, da Gunnar Myrdal e Nicholas Kaldor. Sul tema si rinvia a G. Myrdal (1957). Economic Theory and Underdeveloped Regions. London: General Duckworth & Co.; N. Kaldor (1981). The role of increasing returns, technical progress and cumulative causation in the theory of international trade and economic growth, “Economie Appliqueé”, n.4.
[4] Meccanismi teoricamente affidati alla Banca Europea per gli investimenti (BEI), che, per proprio Statuto (art.198E), ha come obiettivo anche quello di finanziare “progetti contemplanti la valorizzazione delle regioni meno sviluppate” .
[5] Sul tema la letteratura è molto ampia. E’ qui sufficiente rinviare a P.Sylos Labini (1975 [1958]). Oligopolio e progresso tecnico. Torino: Einaudi.
[6] Si consideri, a riguardo, che il debito pubblico greco ammonta a ben 322 miliardi di euro e che, stando a quanto comunicato dal Ministero delle Finanze ellenico alla fine del terzo trimestre 2014, i titoli di Stato sono solo per il 17% in possesso di soggetti privati. Il 62% è detenuto dai governi dell’Eurozona, il 10% dal Fondo Monetario Internazionale e l’8% alla BCE, mentre il restante 3% è custodito nella Banca centrale greca. I governi dell’Eurozona, tra prestiti bilaterali concessi in occasione del primo salvataggio nel 2010 e fondi elargiti attraverso il “Fondo Salva Stati” sono esposti complessivamente per 195 miliardi di euro. Il primo creditore della Grecia è la Germania con 60 miliardi, cui segue la Francia con 46. L’esposizione dell’Italia ammonta a circa 40 miliardi, cui seguono la Spagna con circa 26 miliardi e l’Olanda con circa 12 miliardi.
[7] In tal senso, è pienamente convincente la diagnosi del Ministro Varoufakis, che attribuisce l’intensificarsi della crisi greca agli aiuti chiesti e ottenuti dalla c.d. Troika (aiuti che, peraltro, hanno generato l’aspettativa di ulteriori aiuti) dal momento che, da un lato, questi sono stati condizionati all’intensificazione delle misure di austerità e, dall’altro, costituiscono oggi un onere del debito assolutamente insostenibile. Ed è pienamente convincente la sua proposta di attuare un piano di investimenti pubblici finalizzato a far crescere la domanda interna e ad accrescere la produttività dei fattori, per il tramite dell’aumento della dotazione di capitale e di maggiori risorse destinate alla ricerca scientifica.

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Stefania Gabriele, Eticaeconomia, 16 luglio 2014

Stefania Gabriele discute il ruolo delle riforme strutturali come strumento per favorire la ripresa della crescita. In particolare si sofferma su una serie di misure presentate come indispensabili per raggiungere alcuni obiettivi largamente condivisi, fra cui il rafforzamento del capitale umano e della ricerca, il miglioramento dell’efficienza della Pubblica Amministrazione e del sistema giudiziario, e sottolinea i limiti degli strumenti di analisi utilizzati dalla Commissione europea.

Mentre alle politiche di austerità adottate in Europa viene mossa l’accusa di essere responsabili della durata della recessione nel continente, nei documenti e nelle raccomandazioni della Commissione Europea sempre maggiore rilievo viene assegnato alle cosiddette “riforme di struttura”, concepite come strumento per ripristinare la crescita.

Queste riforme, come è già accaduto per l’austerità, vengono presentate come opzioni di natura tecnica piuttosto che come scelte politiche, le quali scaturirebbero da quanto di meglio la teoria economica ha sinora partorito. Le impostazioni economiche non completamente ortodosse vengono ignorate e le resistenze politiche sono considerate una mera difesa di interessi particolari contro quello generale; tutto ciò permette di concludere che non vi sono motivi per sottoporre a discussione democratica la direzione di marcia prescelta. E infatti nel cosiddetto Blue Print (in cui la Commissione delinea il percorso del processo di integrazione economica e politica), l’approdo ad “un grado adeguato di legittimità e di responsabilità democratiche del processo decisionale” viene collocato soltanto nella terza delle tre fasi previste per l’evoluzione dell’Unione.

Nella prima fase si intende realizzare il collegamento dell’erogazione dei finanziamenti attraverso i fondi europei alle condizioni macroeconomiche e all’attuazione delle riforme, con possibilità di riprogrammazione o sospensione da parte della Commissione, secondo un approccio già avviato con il QFP 2014-2020. In questa fase dovrebbe attuarsi anche il coordinamento ex ante delle riforme attraverso uno “strumento di convergenza e di competitività”, che includerebbe appositi accordi contrattuali con un sostegno finanziario, obbligatori per gli Stati soggetti a procedura per gli squilibri eccessivi. Nella seconda fase, coordinamento e sorveglianza sarebbero estesi al mercato del lavoro e alle politiche sociali, sostanzialmente espellendo la questione centrale del lavoro e del conflitto distributivo dal dibattito politico. Occorre chiedersi come questo possa accadere.

L’uso retorico delle riforme è sicuramente molto importante. Il nucleo essenziale degli interventi sul mercato del lavoro e dei prodotti viene associato ad altre misure presentate come indispensabili per raggiungere alcuni obiettivi largamente condivisi: dal rafforzamento del capitale umano e della ricerca al miglioramento dell’efficienza della Pubblica Amministrazione e del sistema giudiziario, che dovrebbero ridurre corruzione, evasione e sprechi 1. In questo modo si ottiene di far apparire tutti gli interventi come necessari e non controversi. In realtà, le politiche di riforma suggerite, al di là gli obiettivi che vengono sbandierati, spesso si caratterizzano per la scarsa chiarezza del disegno complessivo in cui sono inserite, per la confusione nella indicazione degli strumenti da utilizzare e per la rilevante incertezza, oltre che per l’enorme lentezza, dei loro effetti. Consideriamo qualche esempio.

In alcune analisi della Commissione, condotte con modelli formali 2, sono ipotizzate sia riforme del sistema di istruzione volte ad accrescere la quota di lavoratori a media-alta qualifica, sia agevolazioni fiscali, sotto forma di credito di imposta, sulla spesa per Ricerca e Sviluppo (R&S); in entrambi i casi si sconta un aumento del deficit di bilancio. La riduzione della quota di lavoratori a bassa qualifica, nel modello adoperato dalla Commissione, assicurerebbe un incremento della produttività e spingerebbe in alto i relativi salari; d’altro canto, la maggiore quota di lavoratori qualificati impegnati nella R&S avrebbe l’effetto di comprimerne i salari, di far crescere l’occupazione nella ricerca, di ridurre il costo dei brevetti e di favorire l’ingresso di nuove imprese in questo settore, con un conseguente aumento dei livelli di attività. I risultati si manifesterebbero, però, nel lunghissimo periodo (ben 50 anni!), con l’ingresso delle nuove coorti nel mercato del lavoro; l’esito finale per l’Italia sarebbe un aumento del prodotto potenziale dell’8%.

Dal canto loro, i crediti d’imposta alla R&S farebbero aumentare le attività di ricerca grazie alla riduzione dei costi, con la conseguenza di far crescere sia la produzione di brevetti sia la domanda di lavoro qualificato. Gli effetti sull’output sarebbero limitati inizialmente, quando si verificherebbe una riallocazione dei lavoratori high skilled da altri settori produttivi alla R&S, ma diventerebbero evidenti con il trascorrere del tempo, in funzione dell’elasticità dell’offerta di lavoro qualificato e del concretizzarsi dell’attività di ricerca in nuove linee di prodotto (l’effetto è comunque stimato in appena mezzo punto di PIL). Si concede che i sussidi alla ricerca nel settore pubblico potrebbero provocare minori effetti di spiazzamento, perché in genere si tratta di ricerca di base non sviluppata dalle imprese private, ma questo tipo di intervento non viene simulato.

Un po’ diversa è l’impostazione adottata per l’analisi della situazione italiana: in questo caso sono posti sotto accusa i bassi rendimenti dell’istruzione e le carenze del sistema di istruzione, individuate in particolare negli elevati tassi di abbandono scolastico e nella scarsa partecipazione ai programmi di apprendimento permanente. La Commissione Europea consiglia una maggiore differenziazione salariale, volta a stimolare la prosecuzione degli studi.

Una prima considerazione riguarda la difficoltà a trarre indicazioni non ambigue di policy da queste analisi. In particolare, non è chiaro se sia auspicabile che il costo relativo del lavoro qualificato aumenti o si riduca. Il contenimento del salario degli high skilled, contribuendo alla riduzione dei costi, potrebbe favorire il loro assorbimento da parte delle imprese; d’altro canto, l’aumento di quel salario potrebbe stimolare la debole offerta di personale qualificato. Si rischia, poi, di non tenere conto di alcune nostre peculiarità che vengono riconosciute anche nell’analisi della Commissione. Si concede, infatti, che le riforme del mercato del lavoro realizzate dagli anni ’90 hanno deteriorato i salari dei più giovani e istruiti, mentre le riforme delle pensioni hanno reso sempre più difficile il loro ingresso nel mercato del lavoro. Tuttavia, non si pensa a tornare indietro, anzi la Commissione sembra sempre preoccupata di favorire la partecipazione degli anziani 3.

Peraltro, non è solo il rendimento dell’istruzione (comunque positivo in Italia) a stimolare l’investimento in capitale umano, ma conta anche il rischio connesso alla probabilità di trovare un’occupazione. Questo è legato in primo luogo alle caratteristiche della domanda di lavoro, e dunque della struttura produttiva (come nicchiando ammette la stessa Commissione) e in secondo luogo alle diverse opportunità che si offrono agli individui in funzione anche della loro origine sociale. La domanda di lavoro qualificato è debole in Italia, ed è opinione piuttosto diffusa che sia calata a seguito delle riforme del mercato del lavoro, che hanno stimolato la concorrenza sul lato dei costi piuttosto che della tecnologia. Oggi un processo di ristrutturazione produttiva non potrebbe che essere il frutto di un rilancio dell’economia, meglio se accompagnato da opportune politiche industriali e da misure volte a dare uguali opportunità indipendentemente dal background familiare.

La seconda considerazione riguarda il rapporto tra queste politiche e i tagli alla spesa pubblica. Anche nell’analisi della Commissione Europea viene riconosciuta la necessità di aumentare l’impegno di bilancio nell’istruzione e nella ricerca. Il taglio di queste voci di spesa, attuato nel nostro paese, è, dunque, una scelta interamente nostra, anche se motivata con i vincoli finanziari imposti dall’Europa. Spesso la bandiera delle riforme è stata fatta sventolare per coprire meri tagli di risorse. Si pensi alla “riforma Gelmini-Tremonti”, che ha tagliato i finanziamenti alla scuola pubblica per più di 2 miliardi a regime, puntando sulla riduzione del costo per alunno (peraltro in continuità con l’impostazione della legislatura precedente) e del tempo scuola. Non resta che sperare che oggi si vada in una diversa direzione. Il provvedimento del settembre scorso (decreto legge 104/2014, convertito in legge 128/2013) in effetti ha attribuito maggiori risorse al sistema di istruzione e alla scuola, anche se largamente inferiori ai tagli precedentemente effettuali, tanto che per aumentare le ore di apertura delle scuole e contrastare la dispersione si prevede il ricorso persino alle associazioni senza scopo di lucro.

Ambiguità simili si osservano anche nel capitolo Pubblica Amministrazione, dove i tagli di spesa sono elevati al rango di spending review e nobilitati come riforme. Sotto il cappello della riforma della PA vengono inserite a Bruxelles, a Francoforte o a Roma operazioni disparate, dall’abolizione del Senato e delle province ai tagli alla spesa di personale e funzionamento, alle controverse riforme della giustizia. Non vi è qui lo spazio per analizzare gli interventi che si sono susseguiti in questo campo dagli anni ’90 fino a quelli recenti del Governo in carica. Tuttavia, gli effetti di bilancio dei grandi cambiamenti costituzionali sono generalmente irrilevanti o difficilmente calcolabili: le relazioni tecniche ad esempio hanno evitato di quantificare l’impatto dell’abolizione delle province (DL 138/2011), e hanno indicato in appena 65 milioni di euro il risparmio per lo svuotamento e lo snaturamento di questo livello di governo (DL 201/2011). Andrebbero piuttosto meglio studiati gli effetti che potranno aversi sul funzionamento del sistema democratico.

I modelli economici su cui si basano le stime degli effetti delle riforme, dal canto loro, di solito del tipo DSGE (Dynamic Stochastic General Equilibrium models), simulano gli interventi attraverso l’introduzione di shock esogeni su determinate variabili. In questo contesto, le riforme della P.A. sono considerate uno shock positivo che implica la riduzione dei costi per le imprese. In sostanza si ipotizza che determinati parametri cambieranno per effetto di specifici interventi e si verificano le conseguenze che questo avrà sul sistema economico. Ma la valutazione della capacità della singola riforma di influire effettivamente sulle variabili economiche – per non parlare delle conseguenze sul funzionamento delle amministrazioni e sul compimento delle missioni loro affidate – è questione ben diversa dalla modifica di un parametro di un modello econometrico, e richiederebbe uno studio puntuale delle caratteristiche dell’intervento e della sua adeguatezza nel contesto in cui viene inserito.

  1. A tale proposito, si veda l’esame approfondito sull’Italia svolto nell’ambito della sorveglianza macroeconomica; cfr Macroeconomic Imbalances Italy 2014)
  2. Si veda European Commission (2013), Quarterly Report on the Euro Area, Vol. 12, n. 4, The growth Impact of Structural Reforms; per un approfondimento, si veda J. Varga, V.Roeger e J. In ‘t Veld (2013), Growth Effects of Structural Reforms in Southern Europe: The case of Greece, Italy, Spain and Portugal, European Economy, Economic Papers 511, dicembre.
  3. A tale proposito, si veda il “Position Paper” dei servizi della Commissione sulla preparazione dell’Accordo di partenariato e dei Programmi in Italia per il periodo 2014-2020. Rif. Ares (2012) 1326063 – 09/11/2012.

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