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Posts Tagged ‘referendum’

Da giorni mi domando come voterei se mi trovassi a essere un cittadino greco. E, francamente, non ho ancora trovato una risposta. Da un lato mi auguro che Tsipras vinca le elezioni perché credo sia fondamentale che ci sia almeno un governo di sinistra fra i membri dell’Unione Europea; dall’altro talvolta mi unisco al coro di coloro che sono rimasti profondamente delusi dopo le grandi speranze che il referendum del 5 luglio aveva acceso.

Ma procediamo con – relativo – ordine.

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Non posso non condividere questo appello del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Raccogliere 500.000 firme non è uno scherzo ed è ancora più difficile farlo durante il periodo delle vacanze estive, quando le città si svuotano. In caso di fallimento dell’operazione, si rischia di ottenere il risultato opposto a quello voluto, ovvero rafforzare la posizione di chi ha voluto determinate “riforme”.

Il fatto di esprimere perplessità sul metodo, non significa che io sia in disaccordo sulla sostanza. Quelle di Renzi sono vere e proprie controriforme in senso regressivo, perché non affrontano quelli che sono i veri problemi strutturali dell’Italia, a partire dalla redistribuzione dei redditi. Il punto reale è quello di trovare il modo più efficace per opporsi alla loro realizzazione.

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Etienne Balibar, Sandro Mezzadra e Frieder Otto Wolf, Il Manifesto, 21 luglio 2015

Tsipras ha detto la verità dicendo che l’accordo con l’Unione Europea è pessimo. Per questo bisogna continuare a battersi

Gli «accordi» del 13 luglio a Bru­xel­les tra l’unione euro­pea e la Gre­cia segnano la fine di un’epoca? Sì, ma cer­ta­mente non nel senso indi­cato dal comu­ni­cato con­clu­sivo del «ver­tice». In effetti gli «accordi» sono fon­da­men­tal­mente inap­pli­ca­bili e tut­ta­via costi­tui­scono una for­za­tura altret­tanto vio­lenta, e ancor più con­flit­tuale, di quanto è già avve­nuto negli ultimi cin­que anni. Si è par­lato di dik­tat e que­sta dram­ma­tiz­za­zione è basata su fatti concreti.

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Stefano Rodotà, Articoli interessanti, 16 luglio 2015

Non mi riconosco nell’Europa nata tra il 12 e il 13 luglio. Sembra che l’Unione abbia abbandonato l’ambizione di costruire il suo popolo.

Di questo dovrebbero essere consapevoli soprattutto quelli che hanno molto investito nell’Europa unita come grande progetto politico, e che oggi solo partendo da queste amare considerazioni realistiche possono ancora coltivare un’estrema speranza di riacchiappare un filo che appare ormai spezzato.

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Alessandro Gilioli, L’Espresso – Blog autore, 10 luglio 2015

Ci sono almeno cinque o sei corni diversi nella vicenda greca, oggi.

Alcuni di questi sono frattaglie, per non dire meschinità. Altri sono invece molto rilevanti per il nostro futuro. Iniziamo tuttavia dalle minuzie.

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Martin Schulz

Su Change.org è in corso una petizione per chiedere le dimissioni di Martin Schulz da presidente del Parlamento Europeo. Ho firmato per le seguenti ragioni:

  1. Schulz, prendendo pubblicamente posizione a favore del voto per il SI al referendum in Grecia, ha sostanzialmente rinunciato al suo ruolo di garante super partes dell’unica istituzione europea democraticamente eletta;
  2. Come tutti i socialdemocratici tedeschi, Schulz sta portando avanti una politica di salvaguardia degli interessi della Germania. Ciò sarebbe legittimo se non fosse il presidente del Parlamento europeo. Vedi articolo sottostante di Marco Bascetta;
  3. Schulz ha firmato il cosiddetto documento dei cinque presidenti, nel quale, fra l’altro, si propone una riduzione dei poteri del Parlamento europeo. Trovo alquanto improprio che a firmare un simile testo sia proprio il presidente dell’istituzione alla quale si vogliono ridurre i poteri, peraltro già insufficienti.

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La vittoria del NO al referendum greco non rappresenta certo la soluzione di tutti i problemi, ma apre alcuni possibili e interessanti scenari. Non ho certo la pretesa di saperli illustrare tutti e neppure quella di essere assolutamente imparziale (vivo, sono partigiano…). Voglio però cercare di cimentarmi con quelle che potrebbero essere le future scelte e le loro implicazioni.

Il voto greco è stato un voto per l’Europa, non contro l’Europa, nonostante il tentativo di farlo passare come un plebiscito fra euro e dracma. I greci hanno sostanzialmente ribadito a gran voce di voler rimanere nell’Unione Europea e nell’area dell’euro, ma hanno contestato modi e forme di questa loro permanenza. Chi la pensasse in maniera diversa, evidentemente non ha capito nulla dello spirito referendario. Ma i greci hanno anche dichiarato, implicitamente, a quale modello di Europa vogliono appartenere: all’Europa dei popoli, non a quella delle banche e delle finanziarie.

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Ecco il testo in italiano del comunicato in cui Yanis Varoufakis annuncia le sue dimissioni (già precedentemente da me segnalato in inglese). Mi è piaciuta, tanto da farne il titolo di questo post la frase “indosserò il disprezzo dei creditori con orgoglio”, perché la trovo piena di dignità e degna di un combattente delle idee, ruolo che secondo me Varoufakis ha sempre inteso e saputo interpretare.

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Nei giorni scorsi ho cercato di dare il massimo rilievo possibile, nel mio piccolo blog, al dibattito in corso sul referendum greco. Un dibattito che ha avuto una distorsione mediatica senza precedenti, in tutti i paesi europei, volta a sponsorizzare le ragioni del “SI” a discapito di quelle del “NO” e rendere, in questo modo invisa la posizione del governo Tsipras (che, occorre ricordarlo sempre, è stato eletto meno di sei mesi fa con una maggioranza schiacciante). Ci sono state notevoli ingerenze, diciamo così irrituali, da parte di importanti esponenti politici di altri paesi, che vanno ben oltre a semplici dichiarazioni d’auspicio per la vittoria del “SI”. Una distorsione della comunicazione, a onor del vero, in entrambi i sensi (Il Sole 24 Ore, Ma qual è il vero tallone d’Achille dell’euro?), tipica di questi tempi di spettacolarizzazione della politica, che porta spettatori e attori a doversi schierare. E quale soluzione migliore di un referendum per incentrare l’attenzione sul problema? Tsipras sta forzando il suo popolo alla sintesi plebiscitaria e può uscirne da trionfatore assoluto o con una sconfitta limitata (non dimentichiamo che Varoufakis è un grande esperto di teoria dei giochi e sicuramente avrà espresso il suo parere). In questo mi permetto di dissentire dall’articolo apparso sulla rivista Il Mulino (versione online), La retorica della sovranità popolare, che a mio avviso sottovaluta questo aspetto.

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L’appello televisivo del premier greco Alexis TsiprasIl Manifesto, 2 luglio 2015

Il refe­ren­dum di dome­nica non riguarda la per­ma­nenza o no della Gre­cia nell’eurozona. Que­sta è scon­tata e nes­suno può con­te­starla. Dome­nica dob­biamo sce­gliere se accet­tare l’accordo spe­ci­fico oppure riven­di­care subito, una volta espresso il responso del popolo, una solu­zione sostenibile.

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Intervista a Barbara Spinelli di Giampiero Calapà, Il Fatto Quotidiano, 1° luglio 2015

«Inammissibile e quanto meno irrituale l’ennesimo tentativo tedesco di interferire nella politica greca». Una volta c’erano i colonnelli, oggi l’austerità della Germania, la Grecia è sempre la vittima e Barbara Spinelli, eurodeputata della Sinistra europea, figlia di Altiero, padre dell’Europa, accusa: «È in atto un tentativo di colpo di Stato post-moderno». Le ultime ore sono concitate. Juncker riapre, Tsipras avanza nuove richieste. Si riavviano le trattative, ma interviene la Merkel: «No al terzo salvataggio prima del referendum».

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Bandiera grecaNavigando in rete, e cercando informazioni sempre più approfondite sulla crisi greca, mi sono imbattuto in una serie di recenti articoli di Andrea Baranes, economista che da un po’ di tempo seguo e del quale ho letto un paio di libri (ad es. Finanza per indignados).

Una frase, scritta in fondo a uno di questi post, mi sembra particolarmente significativa. Eccola:

I tempi e le richieste della finanza non sono quelle della democrazia, ed è la democrazia a doversi piegare. 

E sì, piegarsi alle logiche del mercato significa rinunciare a fare scelte democratiche, Peccato però che entrambe abbiano pesanti ricadute sulla vita dei cittadini di un Paese. Letto in questi termini, il referendum greco di domenica prossima assume un ulteriore significato, quello di una possibile rivincita della democrazia, del potere del popolo, contro il potere della finanza e spiega perché tutti i banchieri, gli ex-banchieri e i loro sodali sono schierati a spada tratta per il SÌ.

Noi dobbiamo, quindi, con forza, sostenere a gran voce le ragioni del NO, consapevoli che non si tratta che di un inizio, di una battaglia che deve essere portata al livello superiore, quello internazionale. La vittoria dell’Οχι può essere la chiave di volta per dare all’Europa uno scossone in senso democratico, un cambio di registro del quale tutti potremo beneficiare.

Ecco infine i link agli articoli di Andrea Baranes che ho appena letto e che consiglio:

Grecia: la vergogna europea in tre immagini (e un numero)
Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – prima parte: Cosa succede in Europa (e in Italia)?
Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – seconda parte: Capital Market Unions
Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – terza parte: Sistema bancario ombra, cartolarizzazioni e C. Questa volta è diverso
Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – quarta parte: Dall’Europa all’Italia
Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – quinta parte: Problemi e soluzioni
Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – sesta parte: Possibili alternative: finanza privata e finanza pubblica e Quale modello finanziario

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Amici greci,

da sei mesi il governo greco combatte una battaglia in condizioni in condizioni di soffocamento economico senza precedenti, per implementare il mandato che ci avete dato il 25 gennaio.

Il mandato che stavamo negoziando coi nostri partner chiedeva di mettere fine all’austerità e permettere alla prosperità ed alla giustizia sociale di tornare nel nostro paese.

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Dimitri Deliolanes, Il Manifesto, 21 giugno 2015

Divergenza sui 450 milioni dell’avanzo primario 2016. Difficile far saltare tutto per quella cifra

Indif­fe­rente alla nuova offen­siva con­tro il suo governo, venerdì sera Ale­xis Tsi­pras ha lan­ciato il suo mes­sag­gio durante la con­fe­renza eco­no­mica orga­niz­zata da Putin a San Pie­tro­grado: «Siamo in mezzo alla tem­pe­sta. Ma ci siamo abi­tuati, siamo un popolo di navi­ga­tori. Il popolo greco sa navi­gare in mari sco­no­sciuti e tro­vare nuovi porti sicuri».

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Silvia Truzzi, Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2015

Stefano Rodotà

E dunque, nonostante i Nazareni tramontati e i mal di pancia dei dissidenti Pd, si va verso la riforma del Senato. “Questa riforma è un cambiamento radicale del sistema politico-istituzionale: cambia la forma di governo e viene toccata la forma di Stato”, spiega Stefano Rodotà, emerito di diritto civile alla Sapienza. “E dire che si sarebbe dovuto procedere con la massima cautela: questo Parlamento è politicamente delegittimato dalla sentenza della Consulta. Invece si è scelto di andare avanti imponendo un punto di vista non rivolto al Parlamento, ma a un patto privato, il Nazareno”.

Lei – come altri “professoroni” – è stato da subito molto critico.
La riforma è un’occasione perduta: la discussione che all’inizio era stata generata dalle proposte del governo, aveva determinato una serie di indicazioni che non erano tese all’immobilismo, ma partivano da due premesse . Il Titolo V è stato un disastro e il bicameralismo perfetto non può essere mantenuto: si poteva inventare – era possibile – una forma di organizzazione che concentrasse il voto di fiducia nella Camera superando il sistema attuale, creando nuovi equilibri e controlli e non scardinando la Repubblica parlamentare voluta dalla Costituzione. Ora si comincia ad avere la consapevolezza di ciò che sta accadendo: molti tra quelli che avevano detto “non esageriamo, non si dica svolta autoritaria ” stanno cambiando idea. Si parla di un’Italia a rischio “democratura”, di tendenze plebiscitarie, di deperimento del sistema dei controlli. Se ne sono accorti un po’ tardi.

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Daniela Preziosi, Il Manifesto, 2 febbraio 2015

Mattarella l’avrei votato, Renzi specula su Terni. Jobs act? Possibile il referendum». «Lavoro, beni comuni e lotta alle mafie per esprimere un punto di vista alternativo». «Guardo con rispetto le riaggregazioni dei partiti, ma penso a una cosa diversa».

«Parti­ranno attivi regio­nali dei dele­gati in tutte le regioni. Ini­zia l’Emilia venerdì, lunedì la Toscana, mar­tedì Cam­pa­nia, poi Pie­monte e Lom­bar­dia. Con­fer­miamo il giu­di­zio nega­tivo sui prov­ve­di­menti del governo, sia sugli ammor­tiz­za­tori sociali sia sul jobs act. Per noi resta cen­trale una vera riforma del fisco, con la lotta all’evasione e alla cor­ru­zione e un inter­vento sulle pen­sione». Mau­ri­zio Lan­dini, lea­der Fiom, alla fine della dire­zione del suo sin­da­cato annun­cia che le mobi­li­ta­zioni vanno avanti. «Renzi affronta male il tema del lavoro».

Però Renzi si è com­mosso quando ha par­lato del rien­tro degli ope­rai nell’Ast di Terni.

All’Ast di Terni i lavo­ra­tori hanno scio­pe­rato ad oltranza per­ché ave­vano rifiu­tato e boc­ciato una pro­po­sta di media­zione avan­zata dal governo. A Terni l’accordo è stato fatto gra­zie alla lotta dei lavo­ra­tori. Eviti di met­tere il mar­chio del governo su cose che non sono state il frutto suo lavoro.

Ma il jobs act è stato appro­vato e i sui decreti il par­la­mento ha un ruolo mar­gi­nale. Che farete?

Il 27 e il 28 feb­braio faremo l’assemblea nazio­nale dei dele­gati Fiom. Ci muo­ve­remo sia sul piano giu­ri­dico che sui con­tratti. Con il jobs act si con­ferma un apar­theid dei gio­vani assunti: ci bat­te­remo per­ché dopo un certo tempo siano garan­titi gli stessi tutele delli altri. Nei con­tratti azien­dali e in quelli nazio­nali. Sul piano legale valu­te­remo tutto quello che c’è da fare. Non esclu­diamo nulla. Apri­remo una con­sul­ta­zione straor­di­na­ria delle lavo­ra­trici e dei lavo­ra­tori metal­mec­ca­nici. Non esclu­diamo nem­meno un refe­ren­dum. E visto che sono temi che non riguar­dano solo i metal­mec­ca­nici ma anche i pre­cari, chi il lavoro non ce l’ha e chi si batte per la giu­sti­zia sociale, cer­che­remo di coin­vol­gere tutte le per­sone e le asso­cia­zioni che non con­di­vi­dono le scelte del governo.

È la nascita di un luogo per aggre­gare la sini­stra sociale?

La sini­stra o è sociale o non è, ed infatti è sotto gli occhi di tutti la crisi della sini­stra. Ma quando penso a una con­sul­ta­zione aperta vado oltre la sini­stra clas­si­ca­mente intesa. C’è un governo che decide senza tener conto del parere delle per­sone, dei sin­da­cati, delle asso­cia­zioni. Oggi il pri­mato della poli­tica che ammazza qual­siasi rap­pre­sen­tanza sociale. È utile che si costrui­sca una rete di rap­pre­sen­tanza sociale che a par­tire dal lavoro, dai beni comuni, da un nuovo modello di svi­luppo, dalla lotta con­tro le mafie, che esprima un altro punto di vista. Lo dico da un punto di vista sin­da­cale, ma anche di chi pensa che la demo­cra­zia che non rico­no­sce la par­te­ci­pa­zione non è demo­cra­zia ma comando.

Farete nascere una rete sociale, non solo sindacale?

Io fac­cio il sin­da­ca­li­sta. Ma un paese ormai la mag­gio­ranza non va a votare dovrebbe essere un segnale pre­oc­cu­pante per tutti.

La ’sinistra-sinistra’ la set­ti­mana scorsa, a Milano, ha lan­ciato un coor­di­na­mento. La sua pro­po­sta ha a che vedere con questo?

Ho rispetto per quello che avviene nel mondo poli­tico, e se ci sono pro­cessi di riag­gre­ga­zione li guardo con rispetto. La mia idea non è alter­na­tiva, ma è un’altra cosa. Siamo arri­vati al terzo governo che non risponde a pro­grammi che i cit­ta­dini hanno cono­sciuto e votato. C’è un par­la­mento che, nella sua mag­gio­ranza, ha can­cel­lato lo sta­tuto dei lavo­ra­tori, che poi era l’applicazione della Costi­tu­zione, e del diritto di cit­ta­di­nanza. Per que­sto dico che i valori del lavoro e della Costi­tu­zione non sono rap­pre­sen­tati: è più rap­pre­sen­tata la Con­fin­du­stria e l’idea libe­ri­sta e dell’austerità che imper­versa in Europa e che ha creato 25 milioni di disoc­cu­pati e messo a rischio la tenuta demo­cra­tica. Il governo Renzi ha appli­cato alla let­tera della Bce, come già prima Monti e Letta. Rispetto i par­titi, ma noi — Fiom e Cgil e il mondo che si è mosso con noi in que­sti mesi — dob­biamo dare una rap­pre­sen­tanza a un mondo che oggi non è rappresentato.

Ha apprez­zato la scelta del nuovo pre­si­dente Mattarella?

Se fossi stato in par­la­mento l’avrei votato. È un rife­ri­mento impor­tante sul piano etico, in un paese così sfi­du­ciato. È utile che al suo posto ì sieda chi ha a cuore la piena appli­ca­zione dei prin­cipi costituzionali.

La sini­stra Pd spera che ora cambi qual­cosa in parlamento.

Sono cose diverse. Non mi pare che il governo voglia ripri­sti­nare l’art.18 o can­cel­lare il jobs act, o modi­fi­care la legge elet­to­rale.

La sini­stra Pd con­ti­nuerà a con­tare poco?

Fin qui in par­la­mento non sono pas­sate cose di sini­stra. E que­sti prov­ve­di­menti, alla fine, in buona parte li hanno votati.

Sie­dono in par­la­mento molti ex sin­da­ca­li­sti Cgil, e molti hanno votato il jobs act.

Di fronte a que­ste cose non ho parole. Ognuno rispon­derà alla sua coscienza.

Non le chiedo se lei è lo Tsi­pras ita­liano. Ma Renzi incon­tra Tsi­pras. Che dovrebbe dirgli?

Quella di Tsi­pras è una novità: per la prima volta in libere ele­zioni un popolo elegge chi chiede di cam­biare i vin­coli euro­pei. La Fiom ha fatto pro­po­ste su come rimuo­vere il debito. Dob­biamo andare verso una forma di mutua­liz­za­zione, come hanno fatto gli Usa. La Bce dovrebbe fare un’operazione più impe­gna­tiva per libe­rare risorse da desti­nare agli inve­sti­menti. Nes­suno chiede che qual­cun altro paghi il suo debito. Ma, fac­cio un esem­pio, se uno paga un mutuo in più anni e gli inte­ressi li inve­ste per rilan­ciare la domanda, e se la Bce si rifor­masse per garan­tire que­sto, sarebbe un’altra sto­ria. L’Italia deve bat­tersi per­ché in Europa si apra que­sta discus­sione. Ini­ziando con il togliere il pareg­gio di bilan­cio in Costituzione.

Tsi­pras non rico­no­sce la Troika come inter­lo­cu­tore. Bene?

Tsi­pras è stato eletto dai greci. La Troika no.

Lei è stato soli­dale con Ser­gio Cof­fe­rati che ha lasciato il Pd. Non da Tsi­pras ita­liano, ma da osser­va­tore spe­ciale delle cose ita­liane, crede dav­vero che la sini­stra possa riaggregarsi?

Ho un grande rispetto per Ser­gio, per quello che ha fatto dalla Cgil in avanti. E quando uno come lui decide di lasciare il suo par­tito per ragioni eti­che è un fatto grave. Non è un suo poblema per­so­nale. Quando ho detto che l’etica è un pro­blema in que­sto paese dal Pd mi è stato rispo­sto male, ma chi mi ha rispo­sto così, il pre­si­dente del Pd (Mat­teo Orfini, ndr) oggi è com­mis­sa­rio della fede­ra­zione di Roma del Pd: evi­dente qual­che pro­blema di one­stà c’è. Non so cosa avverrà a sini­stra. Ma sic­come la mag­gio­ranza del paese deve lavo­rare per vivere, parlo di lavo­ra­tori ma anche degli impren­di­tori seri, que­ste per­sone hanno diritto di sen­tirsi rap­pre­sen­tate e di partecipare.

Pensa a un par­tito del lavoro?

No, io penso fare il sin­da­ca­li­sta. Ma certo le forme tra­di­zio­nali della poli­tica sono in crisi. C’è biso­gno di pen­sare a forme nuove di par­te­ci­pa­zione. Ma que­sto riguarda anche noi: c’è biso­gno di una riforma radi­cale anche del movi­mento sin­da­cale, Fiom e Cgil.

Camusso, la segre­ta­ria Cgil, è stata ’grande elet­trice’ di Ber­sani. Guar­dando al pas­sato, può non aver gio­vato al sindacato?

I sin­da­ca­li­sti sono per­sone e hanno diritto a essere iscritti a un par­tito e a fare poli­tica se vogliono. In gene­rale uno dei pro­blemi di que­sti anni è stata la scarsa auto­no­mia del sin­da­cato, a volte l’abbiamo pagata. Ma in que­sta ultima fase abbiamo recu­pe­rato la nostra auto­no­mia, e si vede dal suc­cesso delle mani­fe­sta­zioni. Ripeto, c’è biso­gno di una riforma demo­cra­tica anche del sindacato.

Que­sto vuol dire che non la si vedrà più alle ini­zia­tive dei partiti?

Vado dove mi invi­tano, destra cen­tro e sini­stra. Da sem­pre. Non ho tes­sere di par­tito e non dichiaro chi voto, ma è una mia scelta, rispetto chi ne fa altre. Fin­ché sono segre­ta­rio della Fiom rispondo gli iscritti, e nes­suno di loro deve sospet­tare che uso il ruolo che ho per fini diversi dal fare il segre­ta­rio gene­rale della Fiom.

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Non credo che la seconda lettura della legge costituzionale 813 alla Camera possa dare un risultato diverso rispetto a quella del Senato di pochi giorni fa. Non lo credo perché il pensiero unico che si è affermato in questi ultimi anni a livello politico è troppo radicato nelle forze che costituiscono l’attuale maggioranza.

Eppure sarebbe bastato poco, pochi voti (ne bastavano 5!) per non garantire alla proposta la maggioranza qualificata e chiamare il popolo a pronunciarsi con un referendum confermativo. Il 24 maggio 2014, insieme alle elezioni europee, i cittadini avrebbero potuto pronunciarsi e a questo punto tutti – i favorevoli e i contrari alla riforma della Costituzione – avremmo dovuto accettare la volontà del popolo sovrano. In questo modo, unificando europee e referendum, non si sarebbe neanche dovuto supportare un eccessivo extra costo. Lo dico perché attualmente sembra che ogni spesa aggiuntiva, anche quelle per salvaguardare la democrazia nel nostro Paese, sia un grave delitto perpetrato nei confronti dei cittadini.

L’ho già scritto, ma non mi stancherò mai di ripeterlo, la Costituzione italiana andrebbe applicata. Non lo è mai stata del tutto, quando si sono apportate delle modifiche è stato fatto un pasticcio perché il corpo della Costituzione è un corpo unico, è tutto collegato, è un organismo perfetto (nel senso latino del termine).

Piccole migliorie si potrebbero fare, è vero. Nel 1947-48 non esistevano né si potevano prevedere gli strumenti tecnologici di comunicazione che sono disponibili oggi, per cui si potrebbero semplificare – e di molto – gli strumenti per favorire la partecipazione dei cittadini al processo legislativo (leggi di iniziativa popolare e referendum), favorendo la raccolta di firme via Web, anziché su moduli cartacei, con tutto quello che ne consegue dell’enorme lavoro di vidimazione, certificazione, controllo da parte degli uffici pubblici preposti (ho tralasciato il lavoro di raccolta delle firme perché quello è lavoro di militanti politici, è volontario e quindi, per definizione, deve essere fatto volentieri!). Altre modifiche, rese possibili dalle tecnologie disponibili, potrebbero essere pensate per rendere più trasparente la politica e le procedure decisionali.

Ma si tratta di piccoli interventi integrativi, non di modifiche sostanziali.

In fin dei conti, se la Costituzione italiana è stata disegnata in un determinato modo, ci sarà stata una ragione. E questa, secondo me, è data dalla storia e dal carattere del popolo italiano, Carattere che i Costituenti conoscevano bene e sul quale molti di loro avevano potuto lungamente meditare nelle patrie galere o in esilio.

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