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Posts Tagged ‘SEL’

Alessandro Portelli, Il Manifesto, 19 luglio 2015

L’altro giorno la nostra strega pre­fe­rita, Angela Mer­kel, ha fatto pian­gere una bam­bina pale­sti­nese dicen­dole senza peli sulla lin­gua: «non pos­siamo acco­gliere tutti». Insen­si­bi­lità teu­to­nica. Noi latini siamo più umani e bonari: non è che non pos­siamo acco­gliere tutti; più sem­pli­ce­mente, non vogliamo acco­gliere nessuno.

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Franco Astengo su Il pane e le rose (2 giugno 2015) analizza l’andamento del voto alle regionali del 31 maggio in Liguria.

Numeri alla mano fa un quadro impietoso degli errori del Pd e del distacco dei cittadini dalla politica regionale e nazionale.

Da domani, dovremo tutti metterci al lavoro per recuperare il rapporto di fiducia fra cittadini e istituzioni – perché di questo si tratta, non della simpatia per un partito piuttosto che un altro -, base fondativa della democrazia. Ovviamente, non possiamo non considerare che ci troviamo di fronte a una situazione complessa, ma mi pare fondamentale rilevare ancora una volta come uno dei mali, se non il principale, sia la forzatura in senso maggioritario di tutti i sistemi elettorali. La storia italiana non è la storia americana e basterebbe leggere I Quaderni di Gramsci per averne una dettagliatissima spiegazione. La legge elettorale regionale, oltre ad essere particolarmente farraginosa, è anche obsoleta: è una legge proporzionale in senso maggioritario che ha dato i suoi frutti quando si presentavano al voto due coalizioni. Poi è arrivato il Movimento 5 Stelle e ha sparigliato tutto. E il cittadino è disorientato.

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Roberto Ciccarelli, Il Manifesto, 26 marzo 2015

Robocoop. Sabato scorso il ministro del lavoro ha marciato con Libera contro le mafie e per il reddito minimo. Ieri lo ha bocciato: «Non ci sono risorse». Poi annuncia: «Nel 2015 boom dei contratti fissi (+79 mila)», anche se non conta quelli precari. E Renzi aziona la grancassa: «L’aumento dei contratti significa più diritti»

Giuliano Poletti, ministro del Lavoro

Dopo avere pas­seg­giato a Bolo­gna nel cor­teo di Libera sabato scorso che chie­deva, tra l’altro, l’introduzione del «red­dito minimo» in Ita­lia, in un’intervista rila­sciata a «Fami­glia Cri­stiana» cin­que giorni dopo il mini­stro del Lavoro Poletti ha detto «No al red­dito minimo» per­ché ha un costo di molti miliardi, inso­ste­ni­bile per l’attuale bilan­cio pubblico».

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Luca Pastorino

Daniela Preziosi, Il Manifesto, 17 marzo 2015

Democrack a Genova, è un civatiano il candidato della sinistra, dem nel caos. Dopo le primarie inquinate, associazioni, civici e partiti tutti d’accordo (o quasi). Lui: «Serve una strada unitaria». E stavolta Civati deve scegliere

Colpo di scena nelle regio­nali ligure, e per una volta, non è una cat­tiva noti­zia per la sini­stra in cerca di un can­di­dato. Pro­prio quando la situa­zione sem­brava dispe­ra­ta­mente incar­tata, e la burlandian-renziana — eletta con pri­ma­rie inqui­nate che ave­vano pro­vo­cato l’addio pole­mico al Pd di Ser­gio Cof­fe­rati — comin­ciava a dor­mire sonni tran­quilli, ieri Luca Pasto­rino, depu­tato Pd di area civa­tiana, ha annun­ciato di essere «pronto a lasciare il Pd» per «met­tersi a dispo­si­zione per un’alternativa alla pro­po­sta di governo regio­nale di Raf­faella Paita».

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 Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 13 febbraio 2015

Opposizioni fuori dall’aula, Pd e alleati votano da soli la riforma. Per Renzi «non è un problema». Per il suo partito solo un po’. L’«Aventino» al posto dell’ostruzionismo è la scelta della disperazione. Tra i dissidenti nessuno trova il coraggio di far mancare il numero legale

Non votano? Pro­blema loro». Comin­cia a scen­dere la sera quando l’aula della camera dei depu­tati si svuota per metà. Solo allora si sbloc­cano le vota­zioni sugli emen­da­menti, i sube­men­da­menti e gli arti­coli della legge di revi­sione costi­tu­zio­nale. Accade quando tutte le oppo­si­zioni sfi­lano via e il Pd e i suoi alleati cen­tri­sti comin­ciano a fare da soli. Nell’aula resta il ricordo delle risse e delle scaz­zot­tate not­turne; niente più ostru­zio­ni­smo né spar­ring part­ners. Ma il vuoto lascia addosso cat­tive sen­sa­zioni, rari ono­re­voli Pd ten­ten­nano. Renzi si occupa di rin­cuo­rare gli scet­tici e ammo­nire i dub­biosi: Le oppo­si­zioni non votano? «Pro­blema loro».

L’aula di Mon­te­ci­to­rio è un semi­cer­chio diviso in dieci spic­chi, i quat­tro più a destra sono com­ple­ta­mente vuoti. Un altro spa­zio abban­do­nato è all’estrema sini­stra, lì c’era Sel. Gior­nali, appunti, fasci­coli e cari­ca­bat­te­rie testi­mo­niano che i tito­lari dei posti non si sono allon­ta­nati troppo. Girano in altre stanze del Palazzo per con­fe­renze stampa, ven­gono con­vo­cati in riu­nioni. Fuori pro­te­stano, den­tro si cam­bia la Costituzione.

Fin­ché sono rima­sti in aula, Lega, Sel e 5 Selle con Forza Ita­lia di com­ple­mento hanno imbri­gliato notte e giorno discus­sione: si viag­giava al ritmo di tre arti­coli al giorno (su 41). Poi la scelta dell’Aventino, la stessa che il cen­tro­si­ni­stra fece nel 2003 con­tro la Devo­lu­tion di Bossi e Ber­lu­sconi ma sol­tanto all’ultimo voto, dopo aver dato bat­ta­glia sugli arti­coli. La fretta di oggi si spiega un po’ con il fatto che sta­vano per esau­rirsi anche i tempi sup­ple­men­tari per gli inter­venti della mino­ranza, un po’ con la ricerca di un gesto all’altezza del deci­sio­ni­smo di Renzi. E con la spe­ranza che gli spet­ta­tori guar­dino meno alla vit­to­ria del pre­si­dente del Con­si­glio e più alle mace­rie che la cir­con­dano. Per Renzi, appunto, non è un problema.

Dovrebbe esserlo per la mino­ranza ber­sa­niana del Pd, che negli ultimi tre giorni non ha toc­cato palla assi­stendo alla messa in scena di una media­zione tra palazzo Chigi e i gril­lini. Non che Renzi avesse inten­zione di modi­fi­care qual­cosa nella «sua» riforma, non che i 5 stelle fos­sero pronti al com­pro­messo. Ma gli abboc­ca­menti sono un ottimo metodo per sca­ri­care le respon­sa­bi­lità. «Abbiamo i numeri per andare avanti da soli, ma è un errore», pro­clama il capo­gruppo del Pd Spe­ranza prima di dedi­carsi con cura all’errore. La regia non è par­la­men­tare: nel momento delle deci­sioni tutti gli sguardi del gruppo demo­cra­tico cor­rono alla mini­stra Boschi e ai sot­to­se­gre­tari Lotti e Del­rio, loro a turno inter­ro­gano il tele­fono. Renzi non lo nasconde: «Stanno cer­cando di bloc­care il governo, non le riforme». Dal primo giorno su que­sta modi­fica di quasi un terzo della Costi­tu­zione pende la que­stione di fidu­cia, non si vota tanto sul bica­me­ra­li­smo quanto su un testo scritto a palazzo Chigi e por­tato avanti con i tempi decisi dal governo. Si vota in pra­tica sulla durata della legislatura.

Ecco il pro­blema della mino­ranza Pd: mal­grado non debba più trat­tare con Ber­lu­sconi, Renzi con­cede poco o nulla a chi chiede di cam­biare qual­cosa, qual­che pic­cola cosa della riforma. Anzi, il pre­mier rove­scia sulla mino­ranza il peso dell’accordo con l’ex Cava­liere: «Mai visti tanti nostal­gici del Naza­reno». L’aula vuota a metà è una cla­mo­rosa smen­tita del suo «le regole del gioco si fanno con tutti», lo slo­gan che ser­viva a giu­sti­fi­care i patti con Ver­dini. Adesso è cam­biato. «Non mi fac­cio ricat­tare», dice. È la Costi­tu­zione, ma anche un fatto per­so­nale. Intanto la mino­ranza si con­cen­tra sul metodo: cer­chiamo ancora un accordo con le oppo­si­zioni, dice Ber­sani nel secondo tempo della riu­nione del gruppo, fer­miamo la seduta fiume.

Volendo, potreb­bero. Svuo­tata dagli «aven­ti­niani», l’aula è con­ti­nua­mente a rischio numero legale. Sono fisi­ca­mente pre­senti tra i 300 e i 310 depu­tati. Diverse decine sono in mis­sione e dun­que for­mal­mente pre­senti solo per la rego­la­rità della seduta. Per bloc­care tutto baste­reb­bero un po’ di ber­sa­niani al bar. Non sal­te­reb­bero le riforme, sal­te­rebbe però la seduta fiume. Ma al dun­que solo Ste­fano Fas­sina e Pippo Civati pren­dono parola per dire «non così» e lasciare l’aula. Un altro po’ di depu­tati della mino­ranza, come Bindi, Zog­gia, Stumpo, lo stesso Ber­sani, a tratti evi­tano di votare. Sono poche gocce di una dis­si­denza che non si amal­gama. Dai ban­chi alti inter­viene Cuperlo per chie­dere alla pre­si­dente Bol­drini di con­ce­dere una sospen­sione, quella tre­gua che il Pd non intende con­ce­dere. E allora pro­te­stano i cen­tri­sti, Scelta civica e popo­lari. «È stato il Pd a por­tarci a que­sto punto, che que­sto sarebbe stato l’esito della seduta fiume era chiaro dal prin­ci­pio. Non si pos­sono avere dubbi adesso, non si pos­sono fare due parti in com­me­dia», infie­ri­sce Tabacci. Ed ecco che Renzi trova cin­que minuti per gli affi­da­bili alleati cen­tri­sti, una pas­se­rella che quelli del Nuovo cen­tro­de­stra si rispar­miano.

Per la mino­ranza interna le bri­ciole. Di primo mat­tino il depu­tato Lau­ri­cella quasi implora l’appoggio del par­tito sulla pro­po­sta di inse­rire in Costi­tu­zione il divieto di future revi­sioni con­tra­rie ai prin­cipi fon­da­men­tali: «Vi sto chie­dendo di votare l’acqua calda, se ci dite no anche adesso non abbiamo alcuna spe­ranza». Dicono no. E a sera è Spe­ranza ad annun­ciare il risul­tato dell’assemblea: «La mino­ranza ha opi­nioni non coin­ci­denti, ma in aula voterà rispet­tando la deci­sione della mag­gio­ranza». Rico­min­cia la seduta.

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Riporto questa nota di qualche giorno fa di Mauro Gemma. direttore della rivista Marx 21.

Gli interessi in gioco in Ucraina, che non sono solo quelli dello scontro fra due nazionalità, rendono la situazione estremamente delicata. La posta in gioco è altissima, ma in Italia predomina la sottovalutazione, oltre a una lettura estremamente parziale dei fatti. Non si tratta di una lotta fra buoni e cattivi, dove buoni e cattivi cambiano a seconda della parte politica di chi scrive o illustra la situazione. Qui sono in ballo gli equilibri geopolitici intorno a una grande potenza, economica, politica e militare, come è tornata a essere la Russia di Putin. Vi sono interessi cinesi, perché non è un mistero che la Cina abbia comperato vaste porzioni di territorio agricolo (non dimentichiamo, infatti, che il più grande problema della RPC è quello di sfamare oltre un miliardo e seicento milioni di persone) e altre ha manifestato l’intenzione di acquisire.

Mauro Gemma, Marx 21, 8 febbraio 2015

Quando uno dei “potenti della terra”, il presidente francese Hollande, arriva a fare affermazioni che non escludono la possibilità dello scatenamento, nello scenario ucraino, di una guerra dalle proporzioni inimmaginabili tra l’Occidente imperialista e la Russia, non occorre essere particolarmente ferrati in politica internazionale per capire che ormai si corre il rischio di essere arrivati a un punto di non ritorno.

L’ipotesi di una spaventosa guerra globale non viene avanzata più solamente dalle voci isolate di qualche esperto preveggente, come quelle di coloro che già tempo fa la ipotizzavano nelle prime fasi del conflitto del Donbass, attribuendo all’imperialismo statunitense persino la volontà di utilizzare le armi più devastanti per affermare definitivamente il proprio progetto egemonico nell’intero spazio post-sovietico.

Ora, di fronte a quanto sta accadendo, con l’intenzione ormai dichiarata dell’amministrazione USA di scendere in campo prepotentemente a fianco dell’esercito dei golpisti di Kiev, rendendo esplicito il sostegno di armi e istruttori che già, sottobanco, era stato garantito fin dall’inizio alle operazioni “antiterroriste” nell’Ucraina sud orientale avviate dai dirigenti nazional-fascisti della giunta ucraina e sfociate in un autentico genocidio delle popolazioni dell’Ucraina sud orientale, si precisa un quadro che dovrebbe terrorizzare l’opinione pubblica dell’intero nostro continente.

Nella prospettiva dell’eventuale fallimento degli ultimi tentativi di composizione negoziata del conflitto, in grado di garantire almeno una parziale distensione della situazione, e della evidente determinazione degli Stati Uniti (e dei vertici della NATO) di procedere con le soluzioni estreme, le conseguenze più catastrofiche rischiano di investire anche l’Italia che sarebbe inghiottita nel vortice di un’avventura pianificata nell’altra parte dell’Oceano. E non bastano certo le dichiarazioni dei nostri ministri, di allineamento alle posizioni più possibiliste di Francia e Germania. Nel momento in cui le operazioni più aggressive verso la Russia fossero avviate, i vincoli che legano noi (e tutti gli altri alleati) alla NATO non lascerebbero alcuno spazio di manovra anche ai più riluttanti. Come afferma, senza timore di essere smentito, il presidente francese Hollande, “noi sappiamo che l’unico scenario può essere la guerra”. Del resto, a cosa, se non a una guerra micidiale, servirebbe ora la forza di intervento rapido di 30.000 soldati della NATO, che si sta dislocando nella regione baltica e nell’Europa orientale?

Ce ne sarebbe a sufficienza per rabbrividire e apprestarsi a una mobilitazione capillare delle coscienze in difesa della pace e per scongiurare un conflitto che già nelle dimensioni attuali comporta costi umani e materiali terribili, nel cuore stesso del nostro continente. Eppure i segnali che arrivano in merito alla reazione dell’opinione pubblica, nel nostro paese e in Europa, non sono certo confortanti.

A questa desolante inerzia non si sottrae neppure la sinistra. E nel nostro paese la sua sottovalutazione della pericolosità della situazione assume contorni persino deprimenti.

Stendiamo un pietoso velo sul comportamento della sinistra oggi presente in parlamento. Mentre quella interna al PD sembra allineata, senza particolari distinguo, alle posizioni ufficiali del partito di sostegno esplicito al golpe di Kiev e ai suoi dirigenti nazional-fascisti e di demonizzazione della Russia (è di pochi giorni fa la sconcertante esibizione televisiva della stessa segretaria generale della CGIL a giustificazione delle sanzioni alla Russia, con l’utilizzo degli argomenti propagandistici dei settori più oltranzisti dell’imperialismo), “Sinistra ecologia e libertà”, dopo avere inizialmente simpatizzato per i protagonisti del golpe di Kiev, continua a mantenere il più rigoroso (e complice) silenzio sulle vicende che sconvolgono le terre violentate dall’aggressione nazista ai confini della Russia, come se la cosa non la riguardi o le crei imbarazzo.

Ma, a essere obiettivi, non è che la sinistra extra-parlamentare se la passi meglio. Neppure da queste parti, con qualche lodevole eccezione, il tema della pace messa a repentaglio nel cuore dell’Europa sembra riscuotere un particolare successo. In tutte le ultime iniziative allestite all’insegna dell’unità della sinistra, pur caratterizzate da temi importanti e pregnanti come quelli del lavoro e della difesa della Costituzione, minacciata dalle manovre del governo Renzi, non sembra essercene traccia. Se si prova a leggere gli interventi di autorevoli dirigenti delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare, di sue personalità storiche, a esaminare i contenuti di molti siti web di riferimento di partiti e componenti della cosiddetta “sinistra radicale”, si rimane colpiti dalla quasi completa assenza di contenuti che vadano oltre la semplice e sporadica registrazione delle notizie su quanto accade sul fronte di guerra del Donbass.

Fanno eccezione e meritano la massima considerazione e rilievo le iniziative messe in campo da tenaci personalità del giornalismo e della cultura (come Giulietto Chiesa, Manlio Dinucci, Domenico Losurdo e Vauro Senesi), da gruppi informali e da alcuni siti web (oltre al nostro Marx21.it che ha dato ampio spazio a materiali e campagne promossi dai comunisti ucraini e russi, ricordiamo quelli di Contropiano e del CIVG), le campagne di sensibilizzazione come quella che ha visto come protagonisti i musicisti della Banda Bassotti con i loro concerti nelle zone interessate dalla guerra, i presidi e le manifestazioni di comitati locali spesso purtroppo scollegati dalle forze più organizzate della sinistra, numerose pagine facebook (come “con L’Ucraina antifascista” e “Fronte Sud”) e, tra le forze politiche, il Partito Comunista d’Italia e la Rete dei comunisti che, fin dall’inizio, hanno messo a disposizione le loro strutture e i loro militanti per manifestazioni e dibattiti su quanto accade in Ucraina, che hanno coinvolto alcune migliaia di cittadini. Spicca poi il lavoro straordinario di Pandora TV che ha garantito una quotidiana controinformazione che ha cercato di contrastare il torrente di menzogne rovesciatoci addosso dall’apparato mediatico dominante. E mi scuso se ho dimenticato qualcuno.

Ma è la questione della nostra appartenenza alla NATO quella che ormai non può più essere derubricata dall’agenda dell’iniziativa politica di quella che si suole chiamare “sinistra” nel nostro paese. È la parola d’ordine dell’uscita dell’Italia dall’alleanza militare imperialista che oggi dovrebbe essere posta all’ordine del giorno della più grande mobilitazione di massa. E non è più giustificabile che iniziative come quelle che, negli ultimi mesi, sono state avviate con la proposta della creazione di un Comitato No Nato siano delegate a un gruppo di attivisti volonterosi e determinati. Attorno a questa iniziativa non è più rinviabile la partecipazione e l’adesione di un vasto schieramento di forze che hanno a cuore la pace.

E invece la questione che più dovrebbe essere all’ordine del giorno, non solo per il popolo italiano ma per tutti i popoli del nostro pianeta, la questione della pace compromessa dalle guerre, dalle aggressioni e dall’ingerenza sfacciata dell’imperialismo e dei suoi disegni egemonici, che rischiano di trasformarsi in catastrofe globale, è quasi completamente assente nel confronto di chi si propone di chiamare a raccolta le forze della sinistra. Come se le sorti dell’umanità su cui incombe questa minaccia non riguardassero gli uomini e le donne del nostro paese, più di ogni altro problema.

È invece venuto veramente il momento di prendere piena consapevolezza della gravità della situazione che stiamo vivendo in queste ore. La guerra globale è alle porte. Non ci sono più giustificazioni. I comunisti, la sinistra, tutti i democratici si mobilitino finalmente, con tutte le loro forze, in modo corrispondente alle gloriose tradizioni del movimento per la pace del nostro paese, contro la scalata aggressiva di USA e NATO nel Donbass, contro la guerra imperialista. Prima che sia troppo tardi.

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Laura Eduati, Huffington Post, 2 giugno 2014

I maligni scrivono che è stata folgorata sulla via di Strasburgo. Ma il sentimento prevalente è l’amara sorpresa: Barbara Spinelli, promotrice della lista Tsipras e candidata capolista nell’Italia centrale e meridionale, starebbe cambiando idea e non lascerà il seggio come aveva promesso , Dunque molto probabilmente diventerà europarlamentare nell’edificio che porta il nome del padre Altiero. La possibilità che questo avvenga è ormai data per molto concreta.

Pare che dietro la decisione ci siano forti pressioni dello stesso Alexis Tsipras, il leader greco della vincente Syriza che vorrebbe portare in Europa un nome di peso come quello dell’editorialista di Repubblica e proporla come vicepresidente del Parlamento. Spinelli dovrebbe sciogliere le riserve entro poche ore, soprattutto per fermare l’enorme confusione che si è scatenata in queste ore all’interno della lista Tsipras, dove le posizioni non sono per niente univoche.

Guido Viale, tra i promotori della lista insieme con Flores D’Arcais e la stessa Spinelli, pensa che l’idea di mandarla a rappresentare la sinistra italiana a Bruxelles non sia affatto malvagia. Non la pensano così una folta schiera di persone coinvolte e meno coinvolte nel progetto. Maso Notarianni, giornalista e membro del comitato elettorale, ha scritto una lettera pubblica indirizzata a Spinelli, nella quale spiega che l’eventuale scelta di mantenere la poltrona europea danneggerebbe l’immagine della lista Tsipras:

Erano anni che non si vedevano così tante facce credibili, coerenti con la propria storia e con la propria vita, mettersi in gioco per un progetto di cambiamento. Questo è stato visto e apprezzato dai pochi che sono riusciti a vederci.
Ma vedo che, non appena ha cominciato a girare la tua idea di ripensarci, sono partiti centinaia di commenti spiacevoli, che ci accomunano al resto dei “politici”, che dicono (qualcuno con soddisfazione, altri con disperazione) che siamo uguali agli altri.
Ecco, io ti chiedo con il cuore in mano se te la senti di prenderti una responsabilità così grande: quella di farci perdere in credibilità e in coerenza.
Non so se tu te ne rendi conto, non vorrei – davvero – che questa scelta poi ti venga fatta pagare troppo duramente.

Marco Furfaro

I simpatizzanti della lista Tsipras sfogano sui social network la loro delusione, anche se non mancano coloro che hanno addirittura promosso una petizione per chiedere a Spinelli di rappresentarli in Europa. Tra questi alcuni candidati della lista Tsipras come l’attore Ivano Marescotti, l’urbanista Edoardo Salzano, la scrittrice animalista Daniela Padoan e il No Tav Pierluigi Richetto. Per loro la presenza di Spinelli al Parlamento europeo costituirebbe la garanzia che la lista Tsipras non venga eccessivamente orientata nelle scelte da Sinistra ecologia e libertà – il primo dei non eletti in Italia centrale è Marco Furfaro di Sel -, partito che ha espresso l’idea per ora minoritaria di avvicinarsi al Pd e dunque al Partito socialista europeo. I promotori della lista Tsipras invece preferiscono entrare nel gruppo della Sinistra unita.

Altri invece sono preoccupati dalla recente apertura a Beppe Grillo formulata dalla stessa promotrice.

Eleonora Forenza

In fondo Spinelli, insieme a Moni Ovadia, aveva ripetuto a ogni occasione che la loro era soltanto una forte sponsorizzazione e che all’indomani delle elezioni avrebbero lasciato spazio ai secondi in lista, in questo caso i giovani Marco Furfaro (Sel) e Eleonora Forenza (Prc), candidati rispettivamente nell’Italia centrale e meridionale. Se la figlia dell’europeista di Ventotene dovesse accontentare Alexis Tsipras e garantire la sua presenza all’europarlamento, dovrebbe anche decidere se sacrificare Furfaro o Forenza e non è un dettaglio secondario.

E domani Vendola sarà a Bruxelles per incontrare non soltanto Tsipras ma anche Martin Schulz, candidato alla Commissione europea per il Pse.

Sulla questione di Barbara Spinelli si sono espressi anche due giornalisti e simpatizzanti di peso come Alessandro Gilioli e Paolo Hutter, entrambi molto negativi sull’ipotesi che la giornalista e saggista possa cambiare idea e tenere il seggio. Scrive Hutter:

Dietro a chi sta spingendo la Spinelli in questa più che problematica direzione ci sono il sentimento e la volontà di sbaraccare sia Sel che Rifondazione per dare rapidamente vita al nuovo soggetto politico derivante dal relativo successo della lista Tsipras. In particolare c’è la irritazione perché in Sel si è riaperto il dibattito sul rapporto col Pd. (Ma era inevitabile, col Pd al 40% e una minoranza di Sel che era contraria alla lista Tsipras..) C’è già chi si spinge a dire che non solo la posizione della “destra”Sel ma anche la posizione di Vendola (“ll nostro orizzonte è l’alleanza con il Pd a condizione che si ricostruisca un profilo di cambiamento. Renzi ha vinto e la sua vittoria non cambia la qualità di questo governo…”) sarebbero incompatibili col progetto de l’Altra Europa. In realtà tra tutti gli elettori dell’Altra Europa c’è una convivenza intrecciata di sentimenti, non una divisione netta, tra chi vagheggia un ritorno dell’alleanza tra Pd e sinistra radicale, e chi sogna una Syriza italiana,o un 5 stelle “politicamente corretto”.

Interviene poi Paola Bacchiddu, la responsabile della comunicazione della lista Tsipras che racconta di essere stata allontanata dall’incarico per volere di Spinelli dopo aver pubblicato su Facebook l’ormai celeberrimo bikini:

Per ora tacciono gli altri due promotori della lista Tsipras, Marco Revelli e Luciano Gallino. Tra poche ore, complice anche la pressione che Spinelli dice di ricevere da molti elettori, il nodo dovrebbe sciogliersi e i malpancisti dovrebbero avere una risposta ai loro laceranti dubbi.

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Giulio Cavalli, Blogautore dell’Espresso, 30 maggio 2014

Gennaro Migliore aspetta la chiusura delle urne delle ultime elezioni europee (con SEL confluita nella lista Altra Europa con Tsipras che supera la soglia di sbarramento) e subito rilancia la sua (e non solo sua) vecchia ossessione di entrare nel PD. Certo, l’ha detto in modo più articolato e forbito ma il succo è questo: fare i “sinistri” nel PD meno sinistro degli ultimi anni. E non importa se alle ultime politiche l’alleanza con i democratici sia durata il tempo di mettere il piede in Parlamento e non importa (a Migliore e altri) che l’alleanza civica e politica per le europee sia una proposta profondamente diversa dall’idea di Europa e di Italia di Matteo Renzi: l’importante è collocarsi. Da fuori sembra proprio così.

Sono anni ormai che a sinistra del PD coesistono due posizioni sclerotizzate che stanno agendo per usura: chi aspetta che la sinistra del PD si spacchi (Pippo Civati, per fare un nome) e chi aspetta di avere la giusta merce di scambio per entrarci, nel PD. Intorno coloro che ogni volta si mettono pancia a terra a raccogliere firme, montare banchetti, scrivere manifesti e costruire una forza autonoma sono semplicemente la “passeggera utilità” per raggiungere obbiettivi ovviamente a brevissimo termine e così si incensa Tsipras dimenticando il suo lavoro di collazione e unificazione di una sinistra greca che è diventata adulta solo quando ha avuto il coraggio di unirsi. Unità significa rinuncia della sicurezza delle proprie posizioni, non è difficile capirlo e non è difficile riconoscere chi, miope, crede che l’autopreservazione passi per forza solo dal conservatorismo. La Sinistra è un’altra cosa. Il progetto è un’altra cosa e, se non sbaglio, Sel era un’altra cosa. Ricorda Gennaro Migliore che Sel e Nichi Vendola sono nati da una candidatura alla Regione Puglia contro gli stati generali del Partito Democratico? Ricorda Gennaro le parole di Vendola (e tutta SEL) su Matteo Renzi alle primarie vinte da Bersani? Ricorda Gennaro quando Sel parlava di “coraggio”, “cambiamento”, “andare in mare aperto”?

Ecco, sarebbe il caso di chiedere agli “storici” dirigenti della sinistra se hanno coscienza che lì in fondo, alla base, hanno cominciato a stancarsi di sentire parlare di coraggio senza praticarlo, hanno capito tutti che le scorie di beghe personali di un’era geologica fa stanno rallentando un processo che non si può e non si deve arrestare e hanno tutti sensazione che questa classe dirigente ha quasi esaurito il suo tempo.

La proposta di Migliore è una truffa: uno spostamento di posizioni che include un tradimento dell’idea di fondo. Siete nel posto sbagliato e, attenzione, viene il dubbio che siate in minoranza e non ve ne siete ancora accorti.

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