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Posts Tagged ‘Sergio Mattarella’

Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 31 dicembre 2015

«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società»

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza». L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna.

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Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 1 maggio 2015

Siccome, come diceva Karl Marx, le tragedie della storia tendono a ripetersi, ma in forma di farsa, la miglior descrizione del miserando squagliarsi della cosiddetta “opposizione interna” al Pd è “La rivolta dei santi maledetti” di Curzio Malaparte sulla rotta di Caporetto:

“Fuggivano gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli adoratori dell’eroismo altrui, i fabbricanti di belle parole, i decorati della zona temperata, i cantinieri, i giornalisti, fuggivano i napoleoni degli Stati Maggiori, gli organizzatori delle difese arretrate, i monopolizzatori dell’eroismo degli angoli morti e delle retrovie, decisi a tutto fuorché al sacrificio, fuggivano gli ammiratori del fante, i dispensatori di oleografie e di cartoline illustrate, gli snob della guerra, gli ‘imbottitori di crani’, gli avvocati e i letterati dei comandi, i preti del Quartier Generale e gli ufficiali d’ordinanza, fuggivano i ‘roditori’ della guerra, i fornitori di carne andata a male e di paglia putrefatta, i buoni borghesi quarantotteschi che non volevano dare asilo al fante perché portava in casa pidocchi e cenci da lavare e parlavano del Re come del ‘primo soldato d’Italia’, fuggivano tutti in una miserabile confusione, in un intrico di paura, di carri, di meschinerie, di fagotti, di egoismi, e di suppellettili, fuggivano tutti imprecando ai vigliacchi e ai traditori che non volevano più combattere farsi ammazzare per loro”.

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Poche settimane fa, su invito dell’ARCI regionale ligure, ho avuto il piacere e l’onore di partecipare a un lungo incontro con Luciana Castellina. Oltre due ore di gradevole e profonda riflessione sul futuro della sinistra in Italia, sul ruolo dei partiti, su quello che tutti dovremmo fare per migliorare la situazione politica del nostro paese. Insomma, un vero e proprio “appuntamento con la storia” della sinistra nel nostro paese.

Poche ore dopo, in una mail definivo Castellina una giovane donna di ottantacinque anni. Ecco, giovane. Sicuramente molto più giovane ed entusiasta lei di molti rampanti trenta-quarantenni (se pensate che mi riferisca a lui… avete indovinato) che applicano pedissequamente ricette di economisti morti dimenticando che ogni paese rappresenta una situazione a sé, perché ha un vissuto dietro le spalle che ne condiziona presente e futuro.

Per me, una grande lezione e una grande ventata di energia.

Luciana Castellina

«Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell’omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall’eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall’unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68. Il testo sull’esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un’élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d’interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l’ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell’analisi. Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: « (…) È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.

Qual è il suo ritratto del premier?

«È un quarantenne, che non avverte la paura che ha frenato le precedenti generazioni della sinistra greca. I drammi della guerra civile, lo spettro del ritorno di una forma di dittatura fascista hanno sempre provocato una qualche timidezza. Appartiene a una generazione più sicura e dunque capace di osare di più. Tsipras ha un senso fortissimo della propria storia e della propria identità comunista. Ha ampliato il raggio dell’iniziativa politica, producendo la rottura di un assetto bipolare. Il linguaggio nuovo e responsabile di Syriza ha intercettato e aperto spazi politici. La drammaticità della situazione ha favorito la convergenza e coesione interna al partito, che riunisce varie forze, al contrario della nota frammentazione».

Fra le analisi giornalistiche post elettorali c’è chi ha prefigurato nel rapporto con l’Europa un parallelo con l’evoluzione del primo Mitterand. La rivoluzione a costo zero non si fa.

«I percorsi dei due personaggi sono profondamente diversi. La rottura di Mitterand non fu così drastica come quella proposta da Tsipras e la storia della Francia non è quella della Grecia. Mitterand, anche in giovinezza, è stato un uomo molto accomodante, tutt’altro che un eroe delle rotture».

La parola solidarietà è rientrata nel vocabolario politico? Syriza di governo, che ha limiti endogeni ed esogeni, riuscirà a mantenere una dinamica complessa con i movimenti?

«Lì i movimenti sono poco strutturati. Per capirsi non c’è qualcosa di simile a Indignados-Podemos. Syriza ha sostenuto le proteste alimentate dalla sofferenza sociale. Si è messa a disposizione per la costruzione di una società alternativa, a fronte di uno Stato che ha tagliato tutto. Nei quartieri, dove la gente affronta la miseria nera, sono nate forme di volontariato organizzato molto importanti. Il partito ha mostrato la capacità di contribuire a consolidare questa solidarietà mediante la propria organizzazione partitica. Tutte le forme di supplenza alle carenze statuali mi hanno ricordato il mutuo soccorso del movimento operaio alle origini».

Torniamo in Italia. Nei nove anni al Quirinale ha trovato riscontri del Giorgio Napolitano che conosceva? Curzio Malaparte, frequentato in giovane età dal presidente emerito, regalandogli una copia di Kaputt annotò nella dedica: «Non perde la calma neppure dinanzi all’Apocalisse».

«Ha esercitato il ruolo istituzionale andando sopra le righe, perché è una personalità molto forte fra tutti i nani dell’attuale scenario politico italiano. È un signore dalla lunga storia politica e relativa grande esperienza. Dunque inevitabilmente, oggettivamente, ha esercitato un’egemonia. Napolitano è stato sempre un uomo che ha apprezzato e dato priorità agli elementi di stabilità. Privilegia l’equilibrio, cristallizzato dalla strategia delle larghe intese, al cambiamento. D’altra parte la destra Pci era filo-sovietica, non tanto perché gli piacesse l’URSS, quanto per l’idea di sicurezza e stabilità che avrebbe dovuto assicurare al mondo il sistema dei blocchi contrapposti».

Che cos’è oggi il diritto al dissenso?

«Non sono mai andata d’accordo con Napolitano, tuttavia il dibattito, che rimpiango, è stato politicamente significativo e civile. Lui ha contribuito intensamente alla mia radiazione dal Pci. Ma ho nostalgia di quella radiazione, perché almeno si è discusso con un sincero turbamento. Oggi ripeto ai dissidenti di qualunque partito, che possono solo sognare una radiazione come la nostra. Il leader parla in televisione e gli altri sono costretti nella scelta binaria sì o no, con una sostanziale indifferenza per le posizioni e per le idee».

Il dissenso espresso dalla minoranza Pd sulla legge elettorale è stato davvero funzionale all’elezione di Sergio Mattarella?

«Non amo Renzi, ma è stato molto abile in questa operazione. Ha capito che aveva tirato troppo la corda con la minoranza interna al suo partito. Non poteva calpestarli ulteriormente, essendo arrivato al rischio di rottura. Ha dovuto cedere qualcosa. Penso avrebbe preferito una candidatura in accordo con Berlusconi».

In attesa del giuramento e del discorso d’insediamento in programma domani, qual è il segno distintivo del neo presidente?

«Innanzitutto la Prima Repubblica non è stata una cosa omogenea. Mattarella è un uomo di quella stagione, dimessosi dalla carica di ministro, poiché contrario all’approvazione della legge che ha determinato la vita della Seconda Repubblica. Mattarella, da questo punto di vista, è stato il primo con altri, seppure in una posizione interna al partito democristiano, a capire che cosa stesse accadendo. Nell’osservanza della legge ha tentato di tutelare l’interesse generale, per non assecondare l’ascesa di Berlusconi. Il termine rottamazione più che una rottura generazionale, ispirata da un rinnovamento necessario, evoca una rimozione forzata e stupida della storia. Come asserisce Giorgio Agamben per capire il presente bisogna occuparsi dell’archeologia».

La cosiddetta Seconda Repubblica si è caratterizzata dalla nascita di un sistema bipolare impuro, con coalizioni estremamente eterogenee e politicamente frammentate. Con i partiti piccoli a determinare equilibri meramente elettorali. Lei sostiene che il Pdup abbia rifuggito il minoritarismo. In che modo?

«Non abbiamo mai pensato di costruire sopra la nostra testa il partito della rivoluzione, bensì d’incarnare l’essenza di una forza critica, destinata alla transitorietà. Volevamo innescare un rinnovamento sostanziale del Pci, che era ancora una forza molto vitale. Non coltivavamo un interesse particolare, se non quello della rifondazione dell’organizzazione storica del movimento operaio. Il nostro successo sarebbe derivato dall’aggregazione delle forze sane della nuova e vecchia sinistra. Purtroppo non è andata così. Per riprendere una frase di Santa Teresa di Lisieux: anche chi non conta niente deve sempre pensare come se tutto dipendesse da sé, muovendosi con il senso di responsabilità di chi decide. La nostra piccola impresa ha lasciato una rete di quadri, che non opera più a livello politico, ma è vitale nella società, perché era il prodotto di una cultura credo molto forte e rigorosa».

Calzolaio e Latini evidenziano il tratto leaderistico, nella persona di Lucio Magri, assunto dal Pdup.

«Leadership e personalizzazione, deriva pericolosa, non sono la stessa cosa. Non si costruisce un soggetto politico senza avere selezionato una leadership. Una selezione da maturare in un corpo sociale e politico vasto. Correttamente gli autori sottolineano il ruolo di Magri, decisivo fin dall’inizio nell’elaborazione della linea, nelle tesi del Manifesto con una costante apertura all’autocritica. La sua visione ha anticipato i tempi. Su Praga il Pci, pur in posizione critica, parlava ancora solo di errore. È interessante rileggere i suoi discorsi parlamentari, dai quali è possibile elaborare una ricostruzione della storia degli anni Settanta. La sua esistenza è finita in quella maniera, perché non ha accettato l’idea di una fase di piccoli accordi, di piccole storie. “La sinistra rinascerà, certo, ma ci vorrà molto tempo e a quel punto sarò morto”».

Nel febbraio 1968 Napolitano firmò una relazione sul movimento studentesco: riconoscimento della novità, volontà di raccoglierne le sollecitazioni e denuncia delle avvisaglie estremiste. Permane tutt’oggi quella carenza dialogica partito-movimenti?

«Il Pci non comprese appieno la portata del Sessantotto. Era finita la fase dell’Italia arretrata che doveva entrare nella modernità. Dentro a quella modernità erano esplose contraddizioni nuove nel lavoro, nell’alienazione, nell’ecologia, nelle questioni di genere. Il pregio dei movimenti è di avere antenne più alte dei partiti, spesso elefantiaci e immobili, per percepire le contraddizioni del proprio tempo. Il Pci considerava i movimenti tutt’al più portatori d’interessi e problemi settoriali, poi toccava al partito fare la sintesi. A noi non sfuggì l’importanza della dialettica con il movimento. Fu un’altra delle ragioni di differenziazione dal partito. I movimenti devono riuscire a mettere in discussione il quartier generale fino al limite di rifondarlo».

La sinistra è arrivata in ritardo sul tema Europa?

«Il Pci passò da un’opposizione d’assoluta chiusura, che aveva alcune buone ragioni, sulle modalità del processo di unificazione europea, all’europeismo acritico. Condivise la contrarietà a un’unione fondata sul liberismo e sulla dittatura del mercato con buona parte della sinistra continentale. Ricordo anche l’imbarazzo democristiano, pensando al pesante interventismo pubblico nella nostra economia. Leopoldo Elia, sorridendo, mi disse: «Non glielo diciamo all’Europa. Forse non se ne accorgono». Affermare che questa sia l’Europa sognata da Altiero Spinelli è una bugia. Basta rileggerlo o non scordarsi che nel 1957, a Roma, andò a volantinare per protesta nel luogo in cui venne firmato il Trattato CEE sotto l’egida di Ludwig Erhard, ministro dell’economia tedesco. Forse successivamente il suo errore fu quello di insistere un po’ troppo sugli aspetti istituzionali rispetto a quelli economico sociali».

In molte biografie e autobiografie di protagonisti del comunismo italiano, spesso intellettuali di estrazione borghese, ciò che viene rievocato con maggiore emozione, nel processo di formazione politica, è la scoperta del mondo andando a scuola dalla classe operaia.

«Questo forse è stato il tratto migliore del ’68, che in Italia è durato dieci anni. La considero un’esperienza formativa determinante. Fu la conoscenza di che cosa è la vita, della grande fabbrica operaia e la costruzione di un’idea di libertà basata nei rapporti sociali di produzione e non nel libertarismo. La conoscenza delle condizioni dei rapporti sociali di produzione, e dunque anche dell’umanità che da questi rapporti emerge, è stata un elemento fondante. Il Sessantotto viene dipinto come sesso droga e rock and roll, una rivolta antiautoritaria, una liberalizzazione dei costumi per l’affermazione della priorità dell’individuo sulle catene del noi imposte dalla chiesa e dai partiti. In realtà si provò a mettere radici che coniugassero la libertà con l’uguaglianza».

Pio La Torre, che borghese non era, fece quell’apprendistato sulla propria pelle dall’infanzia. Una vita ben spesa dalla parte degli sfruttati. Un leader naturale, forte e indipendente. Aggredì, con un’intensità inedita anche nel partito, al prezzo della vita l’intreccio promiscuo delle mafie. Che cosa le rimane della campagna pacifista che condivideste a Comiso?

«All’inizio ci fu una notevole timidezza da parte del Pci nell’assumere una posizione di contrasto netto. Nutrivano molta prudenza nei confronti del movimento, per poi compiere uno scatto con una larga partecipazione della Fgci. La Torre fu molto bravo, perché intuì la valenza di questa lotta e ne interpretò la causa. Dalla Sicilia arrivarono segnali forti e cominciammo a lavorare insieme. La Torre capì subito che dietro a quella vicenda si muoveva anche la mafia e un’ampia area grigia. La denuncia lo portò poi alla morte. Aveva una grande capacità nel mobilitare le persone. In Sicilia si raccolsero un milione di firme per la chiusura di Comiso. Il suo è stato un impegno trentennale senza mai rassegnarsi alla sconfitta».

Il vocabolo disarmo è ormai estraneo alla prassi politica.

«Uno dei più attivi nella protesta a Comiso fu l’attuale ministro degli esteri Paolo Gentiloni. Lavorò al mio fianco nel giornale, che diressi insieme a Rodotà e Napoleoni, Pace e guerra. Era responsabile proprio della sezione degli esteri. Ha scritto anche un libro su quell’esperienza. Ma, insomma, i tempi cambiano».

Una peculiarità del Pdup fu una certa sensibilità per la questione ecologica allora fuori dall’agenda. Rimpiangevate il mondo rurale?

«È stato uno dei contributi al dibattito nazionale. Lotta continua ci prese in giro con un titolo d’apertura: «Come era verde la vostra vallata» con la firma di Guido Viale, che oggi riscopro alfiere ecologista. Non era una romantica nostalgia della società pastorale. Sul nucleare la battaglia è stata furibonda anche all’interno del Pci. I nodi di allora nella critica alla cultura industrialistica non sono stati risolti».

Il dossier Ilva è di attualità stringente. Il Pci, nella figura di Napolitano, ebbe un ruolo preminente nella nascita a Taranto di un modernissimo, per l’epoca, stabilimento siderurgico.

«La questione è complessa, ben raccontata dal recente film La zuppa del diavolo di Davide Ferrario. C’era il problema della modernizzazione dell’Italia, di cui come mostrano i materiali visuali d’archivio la classe operaia era fiera. Contemporaneamente il regista pone la critica, il deflagrare delle contraddizioni, con i testi di Volponi, Ottieri e Pasolini. Sono uscita dal cinema commossa. Quegli operai che escono in tuta, apparentemente felici, da una fabbrica che poi è l’Ilva con tutti i disastri che conosciamo».

Al riconoscimento della lungimiranza della questione morale, posta da Berlinguer, viene sovente accompagnata la tesi esplicitata in primis da Napolitano. In sintesi, quelle parole, affidate a Scalfari, in realtà celavano la tendenza del Pci a chiudersi nella sua «purezza», una sorta di rinuncia a fare politica, non riconoscendo più alcun interlocutore valido, e a rivolgersi al paese intero. Concorda?

«È curioso associare il concetto di rifiuto a un partito che registrava due milioni di iscritti. Piuttosto bisognerebbe rammentare chi rifiutava cosa. All’inizio c’è stata una voluta mistificazione di quel discorso. Diversità voleva dire che per pretendere di essere soggetto politico era necessario un di più di onestà, d’impegno, di dedizione e disinteresse: tutte qualità fondanti della politica. Il senso del discorso è stato stravolto, perché la sintonia che il Pci ha avuto con larga parte della società, anche in quella fase, non si è mai più ricreata per nessuno partito politico. La questione morale costituiva una critica per nulla moralista, come invece è stata immediatamente bollata, al sistema dei partiti. Il discorso sull’austerità fu scambiato per una cosa bigotta, contro la gioia del consumare, mentre invece anche lì era l’inizio di una riflessione critica sul modello di sviluppo. Su questi temi noi del Pdup ci ritrovammo nel Pci. Abbiamo avuto un rapporto difficile con Berlinguer. Sempre molto civile ma era lui il segretario quando fummo radiati. Alla fine c’è stato un grande rincontro».

Eric Hobsbawn, dopo aver seguito un intervento di Berlinguer durante una Festa dell’Unità, definì stupefacente il rapporto pedagogico di massa che il segretario riusciva a stabilire.

«Nei discorsi di Togliatti e Berlinguer è difficile rinvenire tracce di demagogia. Togliatti parlava come un professore di liceo. Non c’era mai un tono di troppo. Ricordo, in riferimento a Berlinguer, la frase pronunciata da una signora qualunque seduta vicino a me: «Parla così “male” che deve essere sicuramente sincero». La trovai e la trovo una frase bellissima, che esprimeva una grande verità. È una storia singolare il fascino che emanavano in un partito così grande e socialmente composito. I due si rivolgevano al popolo come se stessero in un’aula di liceo anziché in piazza. Pensiamo ai funerali di Berlinguer, c’era il mondo intero».

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Pancho Pardi, MicroMega, 31 gennaio 2015

Il Parlamento eletto con una legge che la Corte Costituzionale ha giudicato gravata da profili di incostituzionalità ha scelto come nuovo Presidente della Repubblica proprio un giudice di quella stessa Corte. C’è un sapore di ironia. Niente di irregolare: la stessa sentenza della Corte stabiliva che nello Stato non può esservi vacanza dei poteri, per cui anche un Parlamento eletto in quel modo deve comunque sussistere e operare. Dunque è necessario che elegga il Capo dello Stato. Ma restano i profili di incostituzionalità sulla sua formazione.

Non pochi costituzionalisti hanno sostenuto che perciò il Parlamento, libero di legiferare su tutto, dovrebbe astenersi dal toccare la Costituzione. E invece è proprio quello che vuole fare. Non solo: lo fa con la ferma intenzione di stravolgerla su una questione fondamentale: la sottomissione definitiva della rappresentanza politica al primato intoccabile della governabilità. Questo è il significato effettivo del declassamento del Senato accoppiato alla riforma elettorale.

Fino a ieri solo i critici del riformismo governativo sostenevano con ricchezza di argomentazioni che le due riforme in corso avrebbero determinato la trasformazione di una minoranza parlamentare in una maggioranza abnorme, plasmato questa falsa maggioranza come strumento docile nelle mani di chi ha avuto il potere di farla eleggere, consegnato alla fine al leader di turno un potere senza limiti e senza controllo. Critiche respinte seccamente da tutti i responsabili delle modifiche in corso.

Ma nell’affollarsi dei commenti politici e giornalistici di oggi ormai non c’è più nessuno che neghi la realtà non smentibile. È ormai un coro unanime: con la riduzione a una sola Camera titolare del rapporto fiduciario col Governo, con la formazione di quella sola Camera sulla base di una legge elettorale che rende nominati in anticipo i futuri parlamentari nella proporzione di circa due terzi, con il dominio sulla candidabilità dei futuri eletti in mano a pochi capi di partito, tutti ormai scoprono, con una certa soddisfazione, che il prossimo presidente del consiglio sarà di fatto eletto direttamente. Nel senso che chi andrà al seggio elettorale di fatto voterà per un capo. Sotto il profilo istituzionale l’asserzione è inesatta, ma è profetica sotto il profilo politico. Di fatto la supremazia del premier riduce la forma parlamentare della Repubblica a una parvenza.

È indubbio che negli ultimi decenni il Parlamento non ha dato buona prova di sé. Basta pensare che non è riuscito a impedire a un monopolista privato di impadronirsi del potere per un ventennio e ha di conseguenza sprecato venti anni di politica ed economia. Ma è una buona ragione per mettere l’unica assemblea elettiva nella mani di una persona sola? Da parte loro i parlamentari di centrosinistra sostenitori della nuova legge elettorale si renderanno conto di cosa hanno fatto se e quando perderanno le elezioni.

Ora si prospetta una situazione originale. Un cultore raffinato della scienza giuridica, un esperto di sistemi elettorali, un giudice costituzionale si trova ad essere il più alto custode della Costituzione nel preciso momento in cui la maggioranza delle forze politiche vuole assestare alla Carta un colpo decisivo. Che cosa farà il nuovo Presidente?

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Ho visto parecchi post su Facebook (su Twitter non vado più, troppo mal frequentato) che faceva notare come uno dei possibili anagrammi del nome del neo-presidente della Repubblica fosse appunto:

MATTEO SI RALLEGRA

Mah, vorrà dire qualcosa?

Fra l’altro, l’anagramma ha già scatenato polemiche (lo avreste mai detto?) sulla paternità, che viene rivendicata dal senatore Mario Mauro (Gal) e dal deputato Pd Alberto Losacco. I nostri politici in Parlamento non sono forse granché, ma come enigmisti sono proprio discreti…

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Antonio Padellaro, Il Fatto Quotidiano, 1 febbraio 2015

Sarà visibile (forse) tra qualche tempo la reale toponomastica del voto di scambio che ha consentito l’elezione al Quirinale di Sergio Mattarella con 160 voti in più dei necessari 505. Perché nella notte tra venerdì e sabato di cambiali politiche (e non) devono esserne state firmate parecchie in qualche dependance di Palazzo Chigi. Il tutto in cambio del soccorso di Area popolare, che ad Alfano è costata una mezza scissione nel partitino azzurrino, senza contare il plotone di ascari reclutati tra le macerie di Forza Italia, qualche “spontaneo” contributo degli ex grillini, oltre naturalmente alle residue fronde pd ed ex montiane che, adeguatamente placate, hanno battuto un colpo firmando anch’esse le schede (“S. Mattarella”, “Mattarella Sergio” ecc.) come da accordi.

Sia come sia, con il silente palermitano assiso sul Colle ha inizio il settennato di Matteo Renzi che, giunto alla prova più insidiosa, è apparso un gigante della politica in rapporto agli gnomi che hanno cercato di intralciarlo e sono stati rapidamente liquidati. Non ha dovuto faticare molto, se non nell’identikit del candidato ideale che servisse a tacitare la chiassosa e confusionaria opposizione interna al Pd. Bisogna dirlo: il premier è stato bravo a tenersi, come dicono a Roma, il cecio in bocca mentre i suoi spargevano il panico dentro e fuori il partito, diffondendo possibili candidature che rinfocolavano mai sopite ostilità politiche o ruggini personali. Cancellata così, giorno dopo giorno l’intera generazione dei Prodi, Fassino, Veltroni, Finocchiaro, Casini, Rutelli, Chiamparino, occorreva riesumare un nome dal pleistocene della Repubblica, qualcuno di cui si fosse persa memoria, ma non troppo in disarmo, meglio se parcheggiato in qualche prestigioso sinedrio. Non a caso la scelta era caduta su due giudici costituzionali, il primo dei quali Giuliano Amato era gravato tuttavia da un handicap decisivo: essere Giuliano Amato con tutto ciò che ne consegue.

No, il “nome” giusto doveva evocare antiche e dimenticate virtù (i galantuomini di una volta), ma anche rappresentare un simbolo condiviso (il fratello Piersanti ucciso dalla mafia). Bene perfino le radici democristiane che hanno smesso da tempo di costituire una colpa per suscitare, di fronte agli scempi dell’attuale politica, i rimpianti di una perduta età dell’oro. Un tale prodigio, insomma, che quando il Fatto ha scritto che Mattarella non era il cognome di una divinità, ma di una famiglia con un capostipite Bernardo, ministro ed esponente di quella Dc sicula che non disdegnava di chiedere voti ai mafiosi, e con un altro fratello del nuovo capo dello Stato, Antonino, in rapporti d’affari con il boss Nicoletti, è stato come bestemmiare in chiesa, ma pazienza.

Conclusione: la presidenza Mattarella, per la storia del prescelto, suscita speranze in chi vorrebbe un ritorno alla Costituzione, quella del 1948, e un ruolo di arbitro e non di giocatore del capo dello Stato. Ma essa è servita anche a tacitare la sinistra Pd, che d’ora in poi difficilmente potrà demonizzare il Nazareno come luogo di patti occulti e di comitati d’affari, cosa che temiamo continuerà a essere. Dopodiché per Renzi è stato facile andare a dama contando sugli autogol di ciò che rimane della destra e sull’inconsistenza dimostrata in questa partita dal M5S. Giulio Cesare sottomise le Gallie con una campagna militare. Il piccolo Cesare, con la campagna acquisti. Ma è destinato a durare di più.

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Al di là di qualsiasi valutazione politica (quelle si faranno dopo con più calma, sulla base degli atti concreti), il primo gesto del neopresidente è assai apprezzabile. È purtroppo ancora attuale la necessità di rimarcare la distanza delle nostre istituzioni dal fascismo e bene a fatto a rendere omaggio alle vittime del massacro delle Fosse Ardeatine.

“L’Europa e il mondo siano uniti per battere chi vuole trascinarci in una nuova stagione di terrore”, ha detto il neopresidente nel suo omaggio alle vittime della barbarie nazista. Il racconto di una giornata iniziata presto per il neopresidente

Carmine Saviano, La Repubblica,31 gennaio 2015

Sergio Mattarella in visita alle Fosse Ardeatine, nel suo primo atto dopo l’elezione a Presidente della Repubblica

Dovrà abituarsi agli applausi, ai sorrisi, alle strette di mano. Come quelli dei cittadini che lo hanno atteso all’esterno del palazzo della Consulta e che lo hanno salutato festanti. La grande emozione che centinaia di persone gli hanno manifestato resterà probabilmente uno dei ricordi di questo 31 gennaio. Sin da subito, non appena lo hanno intravisto in mattinata quando il nuovo presidente della Repubblica ha lasciato la foresteria della Corte Costituzionale per andare a salutare la figlia. E poi ancora nel tardo pomeriggio, quando a sorpresa il neo Presidente lascia di nuovo la sua abitazione alla Consulta per un primo atto non annunciato e che suona come un esplicito messaggio: l’omaggio alle vittime della barbarie nazista alle Fosse Ardeatine prima ancora del suo giuramento, in programma martedì. “L’alleanza tra Nazioni e popolo – ha detto – seppe battere l’odio nazista, razzista, antisemita e totalitario di cui questo luogo è simbolo doloroso. La stessa unità in Europa e nel mondo saprà battere chi vuole trascinarci in una nuova stagione di terrore”. Mentre si allontana dalla foresteria viene intercettato dall’inviato di Ballarò. “E’ felice”, è la domanda. “Non si tratta di questo”, risponde il neopresidente.

La sua giornata era iniziata al mattino nella sua casa. Le ore dell’attesa. Anche nella piazza sul Colle. “Non lo conoscevo prima, non ne avevo mai visto il viso. Lo ricordavo solo come l’ideatore del mattarellum”, è un commento colto in piazza del Quirinale, all’esterno della foresteria della Consulta dove il  presidente vive da due anni. Proprio di fronte al palazzo che da martedì lo ospiterà. Tra telefonate, e inviti a “mantenere la calma” a chi si professava  –  a ragione con il senno di poi  –  troppo ottimista sulle possibilità dell’ex ministro. E poco dopo l’inizio delle votazioni Mattarella esce in auto, un Fiat Panda, diretto verso Via Nazionale.

“Guarda, ha preso una panda!”. La scelta dell’utilitaria colpisce osservatori e cittadini. E a voler dar retta alla simboli applicati alla politica, si tratta di un segno di sobrietà che viene apprezzato. Il presidente si dirige verso via Flaminia, dove abita Laura, la figlia. E resta lì per un bel po’, attendendo l’esito dello scrutinio dei voti dei Grandi Elettori. Con il pensiero che di sicuro va verso la moglie Marisa, morta nel marzo del 2012. Un evento che  –  afferma chi conosce bene il presidente  –  ha reso la sua vita molto vicino alla clausura. E a casa di Laura, Mattarella ha seguito lo scrutinio. “Eravamo tutti insieme, tutta la famiglia con i cugini di Roma, mia zia e i cugini di Palermo ai quali mio padre e noi siamo particolarmente attaccati perché siamo cresciuti insieme”, racconta Bernardo, il figlio. “Siamo felici e ci siamo commossi quando il quorum è stato raggiunto”. Commozione che dura poco: “Papà è già indaffarato, già al lavoro consapevole della responsabilità dell’incarico”.

Poi di nuovo in macchina. Evitando le domande di cronisti e curiosi. Mattarella si dirige verso i suoi uffici alla Corte Costituzionale. Il protocollo dell’elezione, infatti, prevede che i presidenti di Camera e Senato si rechino dal neo eletto per comunicargli di persona l’esito della votazione e per consegnargli i verbali della seduta. E quando Laura Boldrini e Valeria Fedele entrano nella sala dove Sergio Mattarella le aspetta, l’emozione è palpabile. Il presidente dice solo poche parole “necessarie”. Il mio “pensiero va alle speranze e alle difficoltà dei nostri concittadini”.

Concittadini che nelle strade intorno alla Camera dei Deputati commentano l’elezione con toni che sembrano molto sereni. Quasi a riconoscere l’atto di responsabilità compiuto in Parlamento che in modo veloce ha indicato un ottimo successore a Giorgio Napolitano. “Sì, mi piace. Non l’ho mai sentito parlare ma in questi giorni ho letto molti articoli sulla sua vita pubblica e privata. E mi piace molto”, dice una giovane turista disturbata dal piccolo figlio che le chiede che cosa è un presidente della Repubblica.

Poi l’uscita di Mattarella dalla sede della Corte Costituzionale. E qui già sembra che il legame con gli italiani si sia tessuto. C’è molta speranza. “Quando c’è il giuramento?” chiedono in tanti. E tutti aspettano martedì. Quando Sergio Mattarella davanti ai grandi elettori indicherà il carattere del proprio settennato. “Vediamo, ma la sua storia parla da sola”, si commenta. Senza dimenticare l’altro presidente: “Perché Mattarella è la persona giusta. Ma a Napolitano gli volevo proprio bene”.

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Se il giudice costituzionale salirà al Quirinale, più difficile proseguire nella manomissione della Carta e nello sfregio della democrazia. Ma l’abile mossa di Renzi non cancella il segno reazionario di un governo Nazareno

Alberto Burgio, Il Manifesto, 31 gennaio 2015

Se oggi verrà eletto Ser­gio Mat­ta­rella, si trat­terà di una solu­zione migliore di tante altre paven­tate alla vigi­lia. Per la buona ragione che, non essendo mai stato tenero con Ber­lu­sconi, Mat­ta­rella non dovrebbe vedere di buon grado la mani­fe­sta­zione più oscena (sinora) del ren­zi­smo: il patto segreto con il boss di Arcore, prin­ci­pale fat­tore inqui­nante della vita pub­blica (e pri­vata) ita­liana di que­sti ultimi vent’anni. Con­vinti come siamo che la fun­zione del pre­si­dente della Repub­blica sia deci­siva per la sal­va­guar­dia della nostra mal­con­cia demo­cra­zia, se le cose andranno come pre­vi­sto tire­remo un sospiro di sol­lievo. Qua­lora al Colle fosse andato un per­so­nag­gio con­ni­vente col patto del Naza­reno (e ce n’erano molti, anche tra i – e le – papa­bili della vigi­lia), avremmo fatto un altro passo verso il disa­stro delle isti­tu­zioni e della Costi­tu­zione repub­bli­cana, ber­sa­glio, in que­sti mesi, di sfregi quotidiani.

Detto que­sto, occorre evi­tare che la sod­di­sfa­zione per la scelta del nuovo capo dello Stato induca a per­dere di vista le pesanti ombre che gra­vano sulla scena poli­tica ita­liana. Pre­scin­diamo qui da qual­siasi con­si­de­ra­zione sto­rica: sor­vo­liamo cioè sul fatto che, come nel gioco dell’oca, a vent’anni da Tan­gen­to­poli l’Italia si ritrova gover­nata e pre­sie­duta da poli­tici demo­cri­stiani. Mat­ta­rella è un galan­tuomo estra­neo al circo della poli­tica poli­ti­cante. Ma è stato pur sem­pre a lungo un espo­nente di spicco del par­tito che per decenni, nel secolo scorso, ha incar­nato e coperto un orga­nico intrec­cio di cor­ru­zione, con­ser­va­zione e col­lu­sione col malaf­fare e con quella stessa mafia che gli uccise il fra­tello, pre­si­dente della Sici­lia. Evi­den­te­mente siamo desti­nati a «morire demo­cri­stiani», e forse qual­che domanda dovremmo por­cela al riguardo.

Ma non è que­sto il tema oggi. Piut­to­sto vale la pena di riflet­tere bre­ve­mente su altre tre que­stioni. La prima è per­ché Renzi abbia voluto Mat­ta­rella. Tutti dicono che l’ha scelto per tenere unito il Pd e per­ché lo con­si­dera mal­lea­bile. Per­ché pre­vede in lui un pre­si­dente di basso pro­filo poli­tico, che non inter­fe­rirà nella sua tenace opera di sman­tel­la­mento della Costi­tu­zione e di nor­ma­liz­za­zione del paese a suon di «riforme» pidui­ste: un pre­si­dente «sopram­mo­bile», secondo la raf­fi­nata dot­trina espo­sta da Angelo Pane­bianco sul Cor­riere della sera qual­che giorno fa. Può darsi che que­sti siano i cal­coli del pre­si­dente del Con­si­glio e anche che il piano sia ben stu­diato. Noi ovvia­mente spe­riamo di no. Ci augu­riamo che Renzi si sia cla­mo­ro­sa­mente sba­gliato e che Mat­ta­rella risponda invece alle aspet­ta­tive di quanti oggi pen­sano di avere scam­pato un peri­colo per­ché vedono in lui un severo custode della Costituzione.

Ma l’auspicabile ele­zione di un buon pre­si­dente non can­cella le igno­mi­nie di que­sti giorni e di que­sti mesi, dall’eliminazione del Senato elet­tivo al Jobs act, a una legge elet­to­rale zeppa di vizi di inco­sti­tu­zio­na­lità e impo­sta al Par­la­mento con la con­sa­pe­vo­lezza che la Con­sulta la boc­cerà a babbo morto, dopo l’elezione della nuova Camera, come è già acca­duto col por­cel­lum. Se que­sto è vero, nulla sarebbe più irra­gio­ne­vole che ammor­bi­dire a que­sto punto l’opposizione alle «riforme» ren­ziane. Al con­tra­rio: la crisi del patto del Naza­reno – chiave di volta del «rifor­mi­smo» ren­ziano – va sfrut­tata sino in fondo allo scopo di bloc­carle. E di costrin­gere il governo a ces­sare dalla siste­ma­tica mor­ti­fi­ca­zione del Par­la­mento che sta di fatto por­tando alla morte del sistema par­la­men­tare, come accadde, pro­prio novant’anni fa, nella tran­si­zione al regime totalitario.

Infine, la con­si­de­ra­zione forse più rile­vante. Da gio­vedì è un coro sper­ti­cato di rico­no­sci­menti dell’abilità del pre­mier che, con una mossa impre­vi­sta, ha messo tutti nel sacco, a comin­ciare dal capo di Forza Ita­lia che certo un novel­lino non è, né un’anima can­dida. C’è un’allarmante con­fu­sione alla base di que­ste valu­ta­zioni, una con­fu­sione che è segno di un’antica tara ita­liana. L’abilità e il corag­gio nel gio­care una par­tita e la spre­giu­di­ca­tezza (in que­sto caso, va detto, ben oltre il limite della lealtà) non dicono di per sé nulla sui fini per­se­guiti. Pro­prio come il cari­sma, che può abbon­dare anche in un aspi­rante dit­ta­tore. Oggi sem­bra che molti abbiano improv­vi­sa­mente dimen­ti­cato chi è Mat­teo Renzi. Per­ché i rap­porti di forza l’hanno costretto a sce­gliere un nome decente per il Qui­ri­nale, e soprat­tutto per­ché sem­bra stra­vin­cere su tutti i fronti.

Ma anche se molti evi­den­te­mente ardono dal desi­de­rio di scor­darsi un pur recen­tis­simo pas­sato e di tor­nare a un paci­fico tran tran senza più minacce né con­flitti, Renzi rimane Renzi e igno­rarlo sarebbe, oggi più che mai, esi­ziale. Eletto il pre­si­dente, si torna alla dura realtà di ogni giorno, con un governo che siste­ma­ti­ca­mente mor­ti­fica il dis­senso per far pas­sare con ogni mezzo leggi rea­zio­na­rie. A nes­suno, pas­sata la festa, dovrebbe essere con­sen­tito di dimenticarsene.

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