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Posts Tagged ‘sinistra’

Angelo d’Orsi, Il Manifesto, 1 novembre 2015

Gli avve­ni­menti romani delle ultime set­ti­mane hanno posto in luce, mi pare, alcuni ele­menti di fondo sulla tran­si­zione ita­liana verso la post-democrazia, ossia il supe­ra­mento della sostanza della demo­cra­zia, con­ser­van­done le appa­renze, secondo un pro­cesso in corso in tutti gli Stati libe­rali, ma con delle pecu­lia­rità pro­prie, che hanno a che fare con la sto­ria ita­liana e, forse, anche l’antropologia del nostro popolo.

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Riporto prologo (in questo post) e introduzione (in un post successivo che uscirà nei prossimi giorni) del libro di David Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Giangiacomo Felitrinelli Editore, Milano 2014. Una parte del libro, peraltro assai cospicua, è disponibile su Google Libri, che sarebbe poi dove l’ho trovata anch’io. La traduzione, perché credo sia opportuno ricominciare a citare anche i nomi dei traduttori delle opere, non fosse altro che per rendere un doveroso riconoscimento al loro lavoro, è di Virginio B. Sala.

Naturalmente, come succede sempre, concordo con alcuni passaggi dell’autore. Su altri, invece, dissento. Ma i diversi punti di vista vanno recepiti e considerati come utile contributo a un dibattito che, spero, si avvii il più in fretta possibile sui destini futuri della sinistra italiana. Un dibattito serio, non una parvenza di analisi come quella che quotidianamente ci viene proposta. Secondo me, occorre iniziare questo percorso da una rilettura in chiave contemporanea dei fondamentali, dei classici del pensiero e, su quelle basi, ricominciare a costruire una proposta nuova, ma appoggiata su solide fondamenta.

Prologo
La crisi del capitalismo, questa volta

Le crisi sono essenziali per la riproduzione del capitalismo. Nel corso delle crisi le sue instabilità vengono affrontate, riplasmate e reingegnerizzate per creare una nuova versione di quel che è il capitalismo. Molto si abbatte e si distrugge per fare posto al nuovo. Paesaggi un tempo produttivi sono trasformati in deserti industriali, vecchi impianti industriali vengono demoliti o convertiti a nuovi usi, quartieri operai diventano quartieri signorili. Altrove piccole fattorie e cascine contadine vengono spazzate via dall’agricoltura industrializzata su grande scala o da nuove e lucenti fabbriche. Centri direzionali, centri di Ricerca e Sviluppo, magazzini all’ingrosso e di distribuzione si moltiplicano sul territorio in mezzo a quartieri residenziali periferici, collegati tra loro da autostrade a quadrifoglio. Le città principali si fanno concorrenza per l’altezza e l’eleganza dei loro grattacieli d’uffici e i loro edifici culturali iconici, enormi centri commerciali proliferano nelle città come nelle periferie, alcuni addirittura svolgendo anche la funzione di aeroporti attraverso i quali passano senza tregua orde di turisti e di uomini d’affari, in un mondo diventato cosmopolita per default. I golf club e le comunità chiuse, nati negli Stati Uniti, ora si possono vedere anche in Cina, in Cile e in India, a far da contrasto agli insediamenti abusivi e autocostruiti ufficialmente indicati con i nomi di slumfavelasbarrios pobres.

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Thomas Fazi, sbilanciamoci.info

In Europa la crisi è stata utilizzata dalle élite politico-finanziarie per sferrare il più violento attacco mai visto, dal dopoguerra ad oggi, nei confronti della democrazia, del mondo del lavoro e del welfare

All’indomani della crisi finanziaria del 2008, quando il sistema fu salvato per il rotto della cuffia solo grazie a massicci interventi di spesa in deficit da parte dei governi di tutti i paesi avanzati (dimostrando la validità dell’assioma keynesiano secondo cui l’unico strumento in grado di risollevare un’economia in recessione è la politica fiscale) furono in molti a sinistra – tra cui il sottoscritto – a credere che il neoliberismo avesse i giorni contati. Cos’era la crisi, in fondo, se non la conclamazione del suo fallimento? Come ha scritto Paul Heideman, «l’impressione al tempo era che l’era della mercatizzazione assoluta stesse volgendo alla fine, e che la crisi dei mercati avrebbe condotto inevitabilmente al ritorno di una qualche forma di nuovo keynesismo».

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Roberto Musacchio, L’Altra Europa con Tispras, 2 ottobre 2015

Alfiero Grandi nell’articolo “Crisi dell’Unione Europea e sinistra” pone giustamente l’esigenza che la sinistra avanzi una propria proposta di ripensamento complessivo della UE. Ne offre l’occasione, scrive, l’autorevolezza con cui Mario Draghi pone la questione che ci si doti di un vero ministro dell’economia dell’area euro. Ciò consentirebbe di profittare dello spazio di riflessione che si è aperto anche in settori conservatori e di provarsi a modificare il quadro, compreso quello dei trattati, facendo perno sostanzialmente sull’area euro per un cambiamento politico di fondo. Chiedo scusa a Grandi per la sommarietà e forse l’imprecisione con cui ho riassunto la sua proposta.

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Riporto questo gustosissimo contributo di Massimo Allulli (Esseblog, 29 agosto 2014), che ho scoperto solo oggi.

Che dire?

In anni di militanza ho conosciuto diversi esponenti di tutte e sette le categorie e probabilmente per loro anch’io sono classificabile in qualcuna di queste (a mia insaputa…). In particolare, ho vissuto con terrore interminabili dibattiti, generalmente a notte fonda e dopo una giornata passata a friggere patatine alla festa del partito, sul tema – di strettissima attualità – della convenienza o meno di riabilitare figure come Zinov’ev e Bukharin, o dotte dissertazioni sui discorsi di Stalin alle varie riunioni dell’Internazionale (ed è noto che Stalin i discorsi li faceva lunghi, molto lunghi…).

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Luciana Castellina, Il Manifesto, 29 settembre 2015

Quando chi viene a man­care ha più di cent’anni all’evento si è pre­pa­rati, e dun­que il dolore dovrebbe essere minore. E invece non è così, per­ché pro­prio la loro lunga vita ci ha finito per abi­tuare all’idea irreale che si tratti di esseri umani dotati di eter­nità. Pie­tro Ingrao, per di più, è stato così larga parte della vita di tan­tis­simi di noi che è dif­fi­cile per­sino pen­sare alla sua morte senza pen­sare alla pro­pria. (E sono certa non solo per quelli di noi già quasi altret­tanto vecchi).

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La tessera Antonio Gramsci per accedere al Cremlino

Alberto Scanzi, Il Manifesto, 12 settembre 2015

Gram­sci, come risorsa per la defi­ni­zione di un nuovo sog­getto poli­tico di sini­stra. Sem­bra che si sia final­mente giunti alla deci­sione di costi­tuire in Ita­lia un nuovo sog­getto poli­tico di Sini­stra. Provo allora ad elen­care qual­che snodo deci­sivo come con­tri­buto alla discus­sione. È impor­tante par­tire con idee chiare, supe­rando ogni sorta di per­ples­sità e atten­di­smo. In que­sto con­te­sto ci può aiu­tare la ric­chezza dell’attività gior­na­li­stica e poli­tica di Gram­sci degli anni tori­nesi. Le que­stioni affron­tate, poi, da Gram­sci nei Qua­derni, sono tante e com­plesse che riman­dano ai temi di stretta attua­lità dei giorni nostri, là dove Gram­sci descrive una classe bor­ghese che diventa casta, e per man­te­nersi tale, non esclude l’opzione della guerra. Né vanno sot­to­va­lu­tati i temi sto­rici della «teo­ria della prassi» e i nodi con­cet­tuali di «società civile», «ege­mo­nia», «rivo­lu­zione passiva».

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Alessandro Portelli, Il Manifesto, 30 luglio 2015

Le ferite d’Europa. Un po’ per volta l’Europa sta ritrovando le sue radici: confini inviolabili, egoismi e pregiudizi nazionali e razziali, l’eredità di un secolo e mezzo di colonialismo, le conseguenze di guerre dissennate a cavallo del terzo millennio, gli effetti del pensiero unico occidentale in forma di liberismo sfrenato

Da Lam­pe­dusa non si entra. Da Calais non si esce. Da Ven­ti­mi­glia non si passa. Dalla Ser­bia a Buda­pest si viag­gia in vagoni piom­bati. A Ceuta e Melilla, enclave spa­gnole in terra d’Africa, come al con­fine fra Bul­ga­ria e Tur­chia o al con­fine fra Unghe­ria e Ser­bia, si alzano reti­co­lati e muri.

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Gianni Ferrara, Il Manifesto, 26 luglio 2015

Non appare per nulla frut­tuoso un dibat­tito sulla Gre­xit di Schau­ble o di quella di Varou­fa­kis. Sarebbe comun­que deviante o ridut­tivo del pro­blema reale dell’Europa reale. Nel mondo eco­no­mi­ca­mente glo­ba­liz­zato le entità sog­get­tive sta­tali o inter­sta­tali, se non hanno dimen­sione con­ti­nen­tale o almeno sub-continentale (Bra­sile, India, Rus­sia) risul­te­ranno sem­pre subal­terne o soffocate.

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Alfonso Gianni, Il Manifesto, 18 luglio 2015

La vicenda greca sta determinando un riposizionamento delle forze politiche in Europa e una ridisegno del loro punto di vista strategico – per chi ce l’ha naturalmente – che è degno di una qualche riflessione. Anche se purtroppo tutt’altro che ottimistica.

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Alessandro Portelli, Il Manifesto, 19 luglio 2015

L’altro giorno la nostra strega pre­fe­rita, Angela Mer­kel, ha fatto pian­gere una bam­bina pale­sti­nese dicen­dole senza peli sulla lin­gua: «non pos­siamo acco­gliere tutti». Insen­si­bi­lità teu­to­nica. Noi latini siamo più umani e bonari: non è che non pos­siamo acco­gliere tutti; più sem­pli­ce­mente, non vogliamo acco­gliere nessuno.

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Adriano Prosperi, Left, 18 luglio 2015

L’Europa è morta: quella della libertà e dei diritti, della solidarietà e del rispetto per le persone. Nel calendario di un anno che resterà nella storia la sua agonia è durata dal 4 al 14 luglio. Sono i giorni che ricordano nel mondo le date storiche di due grandi vittorie dei diritti e della libertà: la dichiarazione d’indipendenza degli Stati americani dal dominio inglese (1776) e la presa della Bastiglia (1789). Tra queste due date del calendario 2015, è stata uccisa a Bruxelles la libertà dei popoli europei. Di “crocefissione” ha parlato un funzionario Ue citato dal Financial Times, altri hanno parlato di “waterboarding morale”. In Tsipras è stato offeso il diritto di ogni essere umano al rispetto della sua dignità. E l’offesa continua: basta leggere le sette pagine del comunicato finale per capire che siamo solo all’inizio di un percorso di umiliazioni di un’intera nazione sottoposta a prove durissime. L’obiettivo politico è evidente: spezzare la fiducia fin qui fortissima del popolo greco nel governo di una sinistra che si è dimostrata rispettosa delle regole democratiche. La fiducia, appunto: l’ipocrisia del documento finale ne parla per dire che solo alla fine, quando tutte le sostanze e i beni della Grecia saranno nelle mani di un sovrano straniero, la fiducia resterà sospesa.

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MicroMega, 16 luglio 2015

Per l’economista la debacle greca insegna che bisogna mettere da parte la retorica europeista e globalista e predisporre una visione alternativa, un “nuovo internazionalismo del lavoro”. E sulla Grexit replica al premier ellenico che ha denunciato il mancato aiuto di Stati Uniti, Russia e Cina: “Se vero, significa che i grandi attori del mondo hanno scelto di non interferire più di tanto negli affari europei, lasceranno che l’Unione monetaria imploda per le sue contraddizioni interne”.

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena
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Thomas Fazi, Il Manifesto, 23 giugno 2015

Intervista a James K. Galbraith, consigliere del ministro Varoufakis

James K. Gal­braith, figlio del grande eco­no­mi­sta John Ken­neth Gal­braith, inse­gna eco­no­mia e altre disci­pline all’università Lyn­don John­son del Texas, la stessa in cui inse­gnava Varou­fa­kis prima di essere «chia­mato alle armi» da Ale­xis Tsi­pras. Da allora ha seguito il suo col­lega ed amico molto da vicino, accom­pa­gnan­dolo anche a varie riu­nioni dell’Eurogruppo. Gli abbiamo chie­sto di farci il punto sullo stato della trat­ta­tiva Grecia-Ue, nel momento in cui que­sta entra nella sua fase più dram­ma­tica da cin­que anni a que­sta parte.

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Non sempre concordo con Marco Revelli, ma mi sento di sottoscrivere quasi del tutto questa sua nota di commento ai risultati delle regionali (dal sito dell’Altra Europa con Tsipras). Aggiungo di mio, per rafforzare il concetto, che l’unificazione della sinistra sta diventando l’imperativo morale del nostro tempo. Troppe sono le questioni in ballo: la difesa del lavoro, dei diritti e della sicurezza dei lavoratori; la tutela ambientale; il reddito delle famiglie e conseguentemente quello di tutti coloro che forniscono prodotti e servizi alle persone; la salute pubblica; la scuola per tutti. E mi fermo, ma l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

L’unico aspetto sul quale il mio dissenso con Revelli è profondo è sul ruolo dei partiti. Forse non sono più i catalizzatori di voti del passato, forse non riescono a esprimere come un tempo la classe dirigente politica del paese, ma hanno ancora un ruolo – prezioso – per quanto riguarda la capacità organizzativa. Se i partiti sapranno ritornare in mezzo alla gente, sui territori e nel mondo del lavoro, ne sentiremo ancora parlare.

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Approfitto del fatto che oggi è la giornata mondiale della fibromialgia per fare qualche considerazione sul diritto alla salute e, più in particolare, sulle malattie rare.

Non sono un medico, quindi non aspettatevi da me indicazioni terapeutiche, descrizione di sintomi, ecc. Ho addirittura smesso di farmi chiamare “dottore” il giorno stesso della laurea perché, mentre festeggiavo insieme ad amici l’agognato titolo di studio in economia e commercio, venni avvicinato da un’anziana signora che mi disse: “Dottore, dottore, ho un dolorino a questo gomito, non è che per caso mi potrebbe visitare?”. Le risposi: “Guardi che mi sono laureato in economia. Di conseguenza l’unica visita che potrei farle è quella del portafoglio titoli. Sa… Bot, Cct, azioni, obbligazioni…”. “Non importa dottore, mi visiti lo stesso, tanto ne sa sicuramente più di me”. Da allora, a scanso di equivoci…

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Stefano Fassina, Il Manifesto, 10 aprile 2015

Stefano Fassina

Inutile alimentare l’illusione in una salvifica scissione del Pd. Serve un programma per una radicale ridefinizione del rapporto con l’Ue

È con­so­li­data l’analisi sul ripo­si­zio­na­mento cen­tri­sta del Pd e le rela­tive con­se­guenze sul nostro sce­na­rio poli­tico (tra gli altri, Franco Monaco su que­sto gior­nale, Michele Sal­vati sul Cor­riere della Sera): il pro­gramma attuato (dagli inter­venti sul lavoro al pac­chetto di revi­sioni costi­tu­zio­nali alla legge elet­to­rale) e il metodo di governo pra­ti­cato (dalla mar­gi­na­liz­za­zione del par­la­mento alla mor­ti­fi­ca­zione del dia­logo sociale) indi­cano la deriva centrista-plebiscitaria del par­tito nato come alter­na­tivo al cen­tro­de­stra. In sin­tesi, un «par­tito piglia­tutti», fat­tore di ini­bi­zione della demo­cra­zia dell’alternanza e, al con­tempo, poten­ziale gene­ra­tore di una sog­get­ti­vità poli­tica di sini­stra, pos­si­bile evo­lu­zione della «coa­li­zione sociale», con­dan­nata però, come sull’altro ver­sante la destra anti-euro, a rima­nere fuori dalle fun­zioni di governo e attratta dalla pro­te­sta e dal populismo.

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Guido Liguori, Il Manifesto, 4 marzo 2015

Venerdì a Roma un convegno su «Enrico Berlinguer e l’Europa»

Enrico Ber­lin­guer è morto nel 1984, ma molte delle sue idee-forza pos­sono essere utili ancora oggi. Anche per quel che con­cerne la poli­tica inter­na­zio­nale – vera e pro­pria pas­sione del comu­ni­sta sardo e pal­co­sce­nico cen­trale della sua atti­vità poli­tica – e in par­ti­co­lare lo sce­na­rio euro­peo, le pro­spet­tive della sini­stra oggi in Europa, dopo la vit­to­ria di Tsi­pras in Gre­cia. È a par­tire da que­ste con­vin­zioni che Futura Uma­nità, l’associazione nata per stu­diare e dif­fon­dere «la sto­ria e la memo­ria del Pci», insieme alle fon­da­zioni e agli isti­tuti cul­tu­rali della Linke e di Syriza e al gruppo par­la­men­tare euro­peo Gue/Ngl, hanno pro­mosso un incon­tro inter­na­zio­nale in pro­gramma per venerdì pros­simo a Roma (Audi­to­rium di via Rieti 11, dalle ore 9.30). Sia per ricor­dare l’eurocomunismo di Ber­lin­guer, il suo dia­logo con le cor­renti di sini­stra delle social­de­mo­cra­zie euro­pee, il suo pro­fi­cuo incon­tro con Altiero Spi­nelli; sia per valu­tare il cam­mino fatto e da fare per «la costru­zione di una sini­stra nuova in Europa», come recita una ses­sione del convegno.

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Dmitrij Palagi, Il Becco, 4 novembre 2014

Domenico Losurdo è un filosofo italiano, con un passato da docente presso l’Università di Urbino (oggi è in pensione) e un corposo numero di pubblicazioni facilmente reperibili e rintracciabili attraverso Wikipedia. La precisione e chiarezza delle sue argomentazioni accompagna una militanza mai celata nel campo del comunismo italiano. Non è un caso che la presentazione del suo ultimo libro, La sinistra assente, si colleghi, a Firenze, alla presentazione di un appello per la ricostruzione di un soggetto marxista e di classeAnziché recensire il volume abbiamo tentato di riassumerne alcuni concetti chiave con un’intervista all’autore che qui vi proponiamo.

1) Nel suo libro si affronta il tema della sinistra in chiave globale. Accenna alla situazione specifica italiana solo nel ricordare le infelici posizioni di Camusso e Rossanda a ridosso dell’intervento militare in Libia che ha abbattuto Gheddafi. La pubblicistica contemporanea ci aveva abituati a concentrarci sulle diseguaglianze economiche e sugli errori, o le debolezze, dei gruppi dirigenti della sinistra italiana, o al massimo europea. Può riassumerci le motivazioni di questa scelta argomentativa?

Noi oggi, per quanto riguarda l’occidente capitalistico, assistiamo ad un gigantesco processo di redistribuzione del reddito a favore delle classi più ricche e privilegiate. Ma questo viene ammesso in qualche modo da molti autori, non è un elemento nuovo. Il punto centrale nell’analisi del libro è invece questo: noi siamo in presenza, se diamo uno sguardo a livello mondiale, non di uno, ma di due processi di redistribuzione del reddito, tra loro contrapposti.

Nell’ambito dell’occidente capitalistico vediamo appunto la redistribuzione del reddito a favore delle classi ricche e privilegiate. A livello planetario noi vediamo una redistribuzione del reddito a favore dei paesi che hanno alle spalle una rivoluzione anticoloniale e che adesso, dopo essersi scossi di dosso l’assoggettamento politico, tentano di scuotersi di dosso anche l’assoggettamento economico e tecnologico. È il fenomeno, soprattutto, dei paesi emergenti ed in primo luogo della Cina.

La tesi centrale di questo libro è che essere di sinistra significa:

1) per un verso contestare nell’occidente capitalistico questa redistribuzione del reddito a favore dei ceti ricchi e privilegiati

2) per un altro verso, a livello globale e planetario, appoggiare e favorire questo processo di redistribuzione del reddito a favore dei paesi emergenti e a favore dei paesi che sono stati protagonisti della rivoluzione anticoloniale.

Ed ecco perché si parla di sinistra assente. In ogni caso, per quanto riguarda il secondo aspetto, la sinistra, sia quella radicale sia quella parlamentare, è sorda alle ragioni dei paesi emergenti. L’occidente, di fronte a questo processo di redistribuzione del reddito a livello planetario a favore dei paesi emergenti, reagisce con una serie diguerre neocoloniali.

Non c’è stata solo la Libia di Gheddafi, ma tutto il Medio Oriente è stato investito da guerre neocoloniali promosse dall’occidente. Gli unici paesi non investiti sono stati quelli come l’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo, cioè paesi che non hanno mai conosciuto né la rivoluzione anticoloniale né la rivoluzione antifeudale. Ecco, dinnanzi a questo io vedo tutta la debolezza, o persino tutta l’assenza della sinistra.

2) Nel libro emerge la strumentalità di alcuni archetipi, come quelli del dissidente, del martire o del terrorista. L’indignazione che nasce attraverso queste figure è sempre legata al sistema comunicativo con cui il potere veicola i propri valori. Come si può evitare di cadere nelle narrazioni fittizie e al tempo stesso non restare indifferenti alle ingiustizie del mondo?

Chiaramente non c’è una risposta di tipo meccanico da dare, si tratta di volta in volta di fare un’analisi concreta. Prendiamo spunto dalla figura che oggi è più sfruttata, quella del dissidente.

Intanto si tratta di fare un’analisi storica. Perché i comunisti che erano perseguitati, ad esempio, nella Germania occidentale erano messi fuori legge e non sono mai stati definiti dissidenti, mentre è stato considerato ovvio che fossero espulsi dal luogo di lavoro e inviati in carcere?

Se vogliamo parlare della figura del dissidente oggi, dobbiamo vedere i diversi aspetti. Faccio l’esempio della dissidente cubana che protesta rispetto al potere esistente a Cuba, che è a sua volta potere dissidente rispetto al potere esistente a livello planetario. E non è che la dissidente a Cuba, rispetto al regime comunista, corra più rischi di quello che la dirigenza cubana abbia corso e corra rispetto al potere planetario. Sono gli stessi giornali occidentali a dire che i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro sono innumerevoli. Invece è chiaro che in questo caso la dissidente filo-occidentale non ha rischiato e non rischia la vita.

Come si vede la figura del dissidente viene astratta dal contesto storico e viene celebrata solo nella misura in cui appoggia l’orientamento filo-occidentale e filo-imperialista.

Prendiamo ancora una volta la figura della dissidente cubana. Ho già detto che il potere politico contro cui lei protesta è dissidente rispetto al potere politico mondiale. È una dissidente o una aspirante proconsole dell’impero? Nel libro dimostro che molti di questi dissidenti fanno esplicito appello, agli Stati Uniti e altri paesi loro alleati, perché intervengano nel loro paese in una certa direzione. In questo caso più che di dissidenti dovremmo parlare per l’appunto di aspiranti proconsoli dell’impero.

Se poi prendiamo il caso particolarmente clamoroso del Dalai Lama, noi vediamo che l’uso di questa categoria è effettivamente ideologico in modo scandaloso. Il Dalai Lama è certamente dissidente rispetto al potere politico rappresentato dalla Repubblica Popolare Cinese, che certamente è in dissidenza rispetto al potere planetario, incarnato in questo caso dagli USA. Rispetto al Dalai Lama ci sono altri orientamenti nello stesso mondo buddhista e lamaista che condannano il Dalai Lama in quanto protagonista di una repressione a favore di ulteriori dissidenti. Ma naturalmente, dal punto di vista dell’ideologia dominante, l’unico dissidente degno di nota e di ammirazione è il dissidente che è in piena consonanza con l’ideologia e il potere dominante, che quindi è in consonanza con l’impero, cioè esattamente il contrario del dissidente.

3) Della sinistra denuncia i limiti culturali, prima che organizzativi. Al tempo stesso riporta una bella citazione di Marx, in cui rivolgendosi ai giovani scrive: “Non affronteremo il mondo in modo dottrinario, con un nuovo principio: qui è la verità, qui inginocchiati”. Complicato è quindi l’equilibrio tra la necessità di ricostruire una teoria per la sinistra radicale e mantenerla collegata alla realtà quotidiana. Il suo suggerimento è quello di fare riferimento alla pratica della filosofia, magari partendo da Hegel?

Ancora una volta non credo di essere messia o profeta, cioè non è che abbia una verità salvifica e delle ricette che siano facili da seguire. La tesi del libro è questa: oggi ci troviamo in una situazione più difficile che ai tempi diMarx. Sostengo infatti che ci sia una novità. Marx ha saputo dire con grande forza dire: le idee dominanti sono le idee della classe dominante, la classe che detiene il monopolio della produzione materiale, ha anche il monopolio della produzione intellettuale. È stata certamente una visione che ha consentito di cogliere in che modo avvengono i processi di produzione delle idee. Ai giorni nostri la situazione è più difficile perché la borghesia non è la classe che detiene solo il monopolio delle idee ma soprattutto detiene il monopolio delle emozioni. Nel libro dimostro come effettivamente è grazie a questo monopolio della produzione delle emozioni che si scatenano le guerre e i colpi di stato che l’imperialismo scatena.

Faccio un esempio particolarmente clamoroso, che oggi viene ammesso da tutti, intendo dire anche dagli intellettuali borghesi. Quello che è avvenuto in Romania alla fine del 1989. Certamente c’era una dittatura largamente screditata diCeausescu. Quando si manifesta una protesta a Timisoara, una città romena, c’è, a quanto pare, una repressione ed ecco che tutto il sistema multimediale all’unisono ha denunciato la ferocia della repressione, parlando di genocidio. Oggi sappiamo quello che è avvenuto. Cito un filosofo lontano dal comunismo come Agamben, che ha scritto che in realtà i cadaveri sono stati presi nell’obitorio e mutilati: è stato un terribile scempio e in questo modo sono stati esibiti per tutto il sistema multimediale come prova del genocidio. In questo caso la manipolazione è stata clamorosa e particolarmente ripugnante. Questo ha significato che a partire dall’esibizione di questi cadaveri mutilati come prova di un presunto genocidio si è scatenata un’ondata di indignazione (quello che nel libro definisco il terrorismo dell’indignazione). Sulla base di questo terrorismo è stato più facile scatenare il colpo di stato.

La stessa tecnica, dimostro nel mio libro, è stata messa in atto per quanto riguarda la guerra contro la Jugoslavia.

Una conclusione di carattere filosofico la si può tirare. Hegel dice che la semplice proposizione non è il luogo della verità, perché la verità è un ragionamento complesso, che deve tener conto di tutta una serie di circostanze. Hegel è decisamente contrario a ogni forma di relativismo però al tempo stesso mette in guardia: la verità è l’intero, la verità è concreta. Hegel, ripeto, giustamente afferma che la proposizione semplice, elementare, non è il luogo della verità. Ma oggi è addirittura le percezione immediata che dovrebbe essere il luogo della verità: ad esempio la trasmissione televisiva, l’indignazione che procura. Quello su cui vorrei richiamare l’attenzione è che dobbiamo saper resistere alla manipolazione, non lasciarci trascinare immediatamente, ragionare, saper fare un ragionamento complesso, saper fare l’analisi concreta della situazione concreta, per usare la parola d’ordine cara aLenin. Non è una operazione semplice, ma senza questa capacità non si riesce a resistere alla manipolazione.

Un ultimo punto potrei aggiungere. Proprio all’inizio del libro, come esergo, cito un’affermazione di Bismarck. Siamo nella seconda metà dell’800, in quel momento la Germania è in ritardo rispetto all’espansionismo coloniale di altri paesi e sta cercando di recuperare. Proprio nell’ambito di questo tentativo Bismarck, rivolgendosi ai suoi collaboratori, dice: ma non sarebbe possibile reperire dettagli raccapriccianti di un episodio di crudeltà? Reperire, ritrovarli, dilatarli, inventarli, manipolarli. La tecnica è questa: attraverso un dettaglio raccapricciante e capace di suscitare l’indignazione morale, un dettaglio vero ma dilatato, manipolato o inventato del tutto, è possibile suscitare l’indignazione morale che porta l’opinione pubblica a giustificare la guerra, o anche colpi di stato travestiti da rivoluzioni colorate.

Io direi che c’è una profonda continuità da Bismarck ai giorni nostri, potremmo persino dire da Bismarck a Obama o ai dirigenti del mondo occidentale.

4) Nel libro si legge di un Machiavelli simile a quello descritto nella quotidianità come rappresentante di un modello negativo di pratica politica.

Non è questo il mio punto di vista. Machiavellismo ovviamente viene citato in un’accezione negativa perché è chiaro che nel linguaggio corrente è sinonimo di realpolitik priva di qualsiasi scrupolo e priva anche di obbiettivi di grande respiro. Quando si parla negativamente di Machiavelli io cito in realtà Norberto Bobbio, che parla in termini assai negativi di Machiavelli. Il mio punto di vista invece è diverso, anche se nel libro non ho potuto dire tutto.

Machiavelli in realtà è una grande figura. Il torto e la catastrofe di Bobbio è di non averlo letto, o comunque di non averlo compreso, secondo il mio punto di vista.

Qual’è il grande merito di Machiavelli? Spesso ci sono filosofi che parlano di Marx, Nietzsche e Freud come i tre grandi maestri del sospetto: coloro che mettono in dubbio la trasparenza immediata delle proposizioni, per vedere fino a che punto corrispondono al convincimento reale e alla pratica reale di colui che le pronuncia. Secondo me il primo grande maestro del sospetto è stato Machiavelli, che ha messo in guardia dal prendere per oro colato le dichiarazioni che i diversi stati fanno nello spiegare o nel voler legittimare la politica internazionale.

Machiavelli fa vedere per l’appunto che queste dichiarazioni di appoggio ad altissimi valori spesso sono una tecnica di manipolazione che serve per contrastare l’avversario, il potenziale nemico.

Da questo punto di vista Machiavelli ci serve, se colto nella sua profondità, se colto nel suo autentico significato, per stendere perlomeno un dubbio circa la sincerità e circa il reale significato delle dichiarazioni con cui le guerre vengono scatenate in nome della difesa di valori universali. In realtà queste ideologie così esaltate nascondono il perseguimento di interessi geopolitici, materiali, che sono ben più concreti e molto spesso inconfessabili. Questo secondo me Bobbio non l’ha mai compreso.

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Luigi Pandolfi, Huffington Post, 16 ottobre 2014

Dal ‘patto degli apostoli’ in poi, anche a dispetto delle reali intenzioni dei promotori, si è aperta una nuova discussione pubblica a sinistra sul chi siamo e sul che fare. Si potrebbe dire: ancora? Ma la sinistra è anche questo: pensiero, riflessione, spirito critico, “analisi reale della situazione reale” avremmo detto un tempo. E menomale, aggiungerei. Sull’argomento è intervenuto, tra gli altri, anche Tonino Perna con un editoriale su Il Manifesto, che, dal mio punto di vista, ha posto una questione seria, dirimente, su cui vale la pena soffermarsi e riflettere: l’uso distorto che oggi si fa della parola ‘sinistra‘ (vale anche per le parole ‘riforma’, ‘cambiamento’) impone una grande opera di “tessitura culturale”, uno sforzo immane non soltanto per redimere il significato di parole fraudolentemente usurpate in questi anni, ma anche per darsene di altre che, inequivocabilmente, siano in grado di “costruire la visione del futuro desiderabile e credibile”, alternativo alla (falsa) ineluttabilità del modello sociale ed economico neoliberista oggi dominate.

C’è una parola, non nuova, abusata nella sua versione aggettivale e accantonata, perfino esecrata, nella sua variante sostantivale, quale orizzonte storico da perseguire ed ambizione collettiva, che immediatamente dà il senso dell’alterità rispetto allo stato di cose presenti. È la parola ‘socialismo‘, nel suo significato oserei dire ontologico, che rimanda ad una visione della società fondata sul principio di uguaglianza sostanziale, nettamente in antitesi alla concezione individualistica della vita umana addirittura sublimata in questa nuova stagione del capitalismo. Socialismo è sottrazione di beni comuni fondamentali alla logica del mercato, è redistribuzione della ricchezza, è socializzazione dei mezzi di produzione, è limitazione all’iniziativa economica privata in nome dell’utilità sociale, è piena occupazione e dignità del lavoro, è riportare la finanza al servizio dell’economia reale, è programmazione economica ed intervento pubblico in economia, è welfare universalistico, è primato dell’uomo sul profitto economico, sul cui altare sono sacrificati anche l’ambiente e la cultura, il diritto delle future generazioni a vivere in un mondo non compromesso dall’opera scellerata di sfruttamento indiscriminato della natura.

Niente di nuovo, insomma. Ma tutto più che mai attuale, stringente, necessario. Più di ieri, quando la parola socialismo era molto in voga, ma il capitalismo, nondimeno, aveva ancora qualcosa da dire e da ‘dare’, la grande produzione di massa faceva fabbriche di massa, occupazione e consumi di massa, speranze di massa in una società migliore. Parliamo di un mondo che non c’è più e di un tempo presente dove, per paradosso, ha senso più di ieri parlare di ‘socialismo’, atteso che il capitalismo è ormai incapace di una ‘funzione sociale’ come quella svolta in passato. Tutti quelli che oggi si dicono ‘socialisti’, dagli epigoni del craxismo fino aRenzi, si guardano bene dal dichiarare che il loro obiettivo è una società ‘socialista’. Il motivo sta nel fatto che storicamente per ‘società socialiste’ si intendono quelle plasmate sull’esempio sovietico, ormai archiviato come modello insostenibile di organizzazione socio-economica e statuale? No, la ragione è insita nell’inconciliabilità degli obiettivi delle attuali élite capitalistiche, e dei governi ad esse assoggettate, con le finalità del socialismo. D’altronde, come nel caso della parola ‘sinistra’, si potrebbero sempre obiettare cose del tipo “non è il socialismo cui alludete voi”, “stiamo parlando di un’altra cosa”, “in fondo anche il compromesso socialdemocratico era socialista”, e via distinguendo.

Meglio dire che “licenziare è di sinistra”, or dunque, che dichiarare di voler costruire una società socialista (Oddio!). È chiaro: si può etichettare come ‘di sinistra’ un provvedimento volto a destrutturare, ‘flessibilizzare’ (liberalizzare, dicono) il mercato del lavoro o quello dei capitali (la libertà non è di sinistra?), mentre è impensabile che lo stesso provvedimento possa essere presentato come un passo in avanti nella direzione della costruzione di una società ispirata ai valori del socialismo. Ci sarebbe da ridere, cosa che oggi non succede quando Renzi dice che togliere tutele a chi ce l’ha è ‘di sinistra’. Dunque sarebbe il caso di archiviare la parola ‘sinistra’, lasciarla definitivamente nelle mani di chi ne fa un uso distorto? Nemmeno. Il tema è che la ‘sinistra’ dovrebbe ricominciare a familiarizzare con parole che, storicamente, ne hanno sostanziato il carattere, il linguaggio, la sua vocazione programmatica, il profilo identitario, l’essenza stessa. È impossibile oggi per la sinistra dichiarare che il proprio obiettivo è una società ispirata ai valori storici del socialismo, indicando così un obiettivo da perseguire, un diverso modello di società, solidale ed inclusivo, anziché continuare declinare la propria soggettività in termini negativi (antiliberisti, antimilitaristi, contro il capitalismo finanziarizzato, contro la precarietà, contro l’austerità, ecc.)?

Socialismo vs neoliberismo. Questo è il punto. Qui sta la differenza tra una sinistra che si riappropria della sua funzione storica e chi ha usurpato la parola ‘sinistra’, piegandola all’esigenza del capitale di smantellare ciò che rimane del modello sociale europeo e delle conquiste del mondo del lavoro. Lo so, mutatis mutandis, a sinistra, dietro le nuove forme di rappresentazione di sé, c’è quella idea di società. È perfino ovvio. Solamente che non abbiamo più il coraggio di chiamarla col suo nome.

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