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Posts Tagged ‘Spagna’

Marco Bascetta, Il Manifesto, 19 gennaio 2016

L’indipendentismo ha assunto i tratti dell’autodeterminazione dei popoli o, all’opposto, quelli xenofobi e populisti. Ma viene altresì declinato, nella prospettiva dell’autogoverno delle risorse, come mezzo per rilanciare il welfare state e per definire in senso democratico i rapporti tra stati a livello europeo

Nel più prossimo futuro dell’Unione europea, la questione delle autonomie, o delle indipendenze, sembra destinata a occupare una posizione centrale e decisamente complicata. Nel senso che non riguarderà più solamente il rapporto tra le regioni che rivendicano l’autonomia e lo stato nazionale da cui aspirano a separarsi, ma porrà problemi politici di carattere generale tali da investire l’assetto stesso dell’Unione. La quale, nei suoi trattati e nelle sue politiche, ha completamente eluso la questione, adottando implicitamente quella posizione che nel diritto internazionale è raccomandata come principio di «non ingerenza». Insomma, soprattutto dopo l’esito delle elezioni catalane e spagnole, le indipendenze non potranno più restare affare esclusivo dei catalani, dei baschi, degli scozzesi o dei corsi, ma lo diventano di tutti gli europei e dell’idea di democrazia che vorranno affermare.

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Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 31 dicembre 2015

«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società»

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza». L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna.

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I miei doveri di candidato alla presidenza del mio Paese non mi consentono di mantenere il livello di lavoro e di coinvolgimento nelle attività del Parlamento.

Pablo Iglesias Turrión

Con queste parole, Pablo Iglesias ha presentato le dimissioni da parlamentare europeo. Podemos non gode di buona salute, avendo subito un graduale calo nei sondaggi. Negli ultimi mesi è stato superato da Ciudadanos che incanala parte della protesta ma appare meno di rottura rispetto alla coalizione che recentemente ha trionfato a Barcellona e Madrid (qualcuno per esemplificare, o semplificare?, parla di “Podemos moderato”).

Ovviamente, i problemi del movimento guidato da Iglesias sono più gravi di quanto asetticamente rilevato nei sondaggi. Vi coesistono, infatti, due anime, una più radicata a sinistra, l’altra che si può definire post-ideologica che non possono e forse non vogliono andare d’accordo. Probabilmente, seppure a livello non razionale, questa contraddizione interna viene percepita dall’elettorato. Il compito di Iglesias, a questo punto, sembra dover essere quello di ricompattare il partito e fare sintesi fra le due posizioni. Inoltre, l’erosione dei consensi da parte di Ciudadanos va attribuita, almeno in parte, anche all’abilità del suo presidente Rivera, anche se un recente confronto televisivo (seguito da oltre cinque milioni di telespettatori) che li ha visti contrapposti alla fine ha premiato il candidato di Podemos alla presidenza. (altro…)

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Pierluigi Ciocca, Il Manifesto, 28 ottobre 2015

I problemi economici del nostro paese sono antichi e strutturali. Aggravati da un ciclo europeo segnato dalla politica tedesca avallata dalla Bce. Produttività, occupazione, investimenti, competitività: tutta l’attività economica nell’ultimo decennio è precipitata in un abisso. Purtroppo, le scelte del governo Renzi non invertono la rotta ma anzi seguono le stesse ricette di Monti e Letta

L’economia ita­liana pati­sce da diversi lustri due mali con­giunti: domanda glo­bale ane­mica, stallo della produttività.

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Stefano De Agostini, Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2015

Il governo Renzi ha avvertito che, dopo la rottura tra sindacati e Confindustria sul rinnovo dei contratti, è pronto a intervenire fissando una soglia per la paga oraria. Una misura che esiste già in molti Paesi europei, dove però non è stabilita d’imperio dall’esecutivo. Ecco come funziona e cosa temono i rappresentanti dei lavoratori

I rischi non mancano: minore occupazione, aumento dei prezzi, scivolamento verso il lavoro nero. Sull’altro piatto della bilancia, un freno al Far west dei contratti decentrati e alla disuguaglianza. Stiamo parlando del salario minimo legale, un tema tornato alla ribalta negli ultimi giorni: dopo la rottura delle trattative tra sindacati e Confindustria sulla riforma della contrattazione, infatti, il governo è pronto a un intervento in questo campo. Da non confondere con il reddito minimo garantito, sostegno pubblico per i disoccupati, il salario minimo è la soglia sotto la quale un’impresa non può scendere quando paga il dipendente. Per capire a cosa stiamo andando incontro è utile uno sguardo all’Europa, dove in molti Paesi questa misura è già una realtà.

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Mentre i renziani sono scatenati sui social network a celebrare la vittoria della loro fazione nella cosiddetta riforma del Senato, ho cercato di documentarmi per capire se, veramente, quello che dicono nelle loro affermazioni, peraltro categoriche ed elusive di ogni tentativo di dialogo – d’altra parte, si sa, quando uno non ha argomenti cerca di impedire alla controparte di usare i suoi -, abbia un minimo di fondamento. In sostanza, costoro sostengono che finalmente l’Italia si allinea ai principali paesi europei e modernizza la sua struttura istituzionale.

Andiamo quindi a verificare se è vero.

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Luciana Castellina, Il Manifesto, 29 settembre 2015

Quando chi viene a man­care ha più di cent’anni all’evento si è pre­pa­rati, e dun­que il dolore dovrebbe essere minore. E invece non è così, per­ché pro­prio la loro lunga vita ci ha finito per abi­tuare all’idea irreale che si tratti di esseri umani dotati di eter­nità. Pie­tro Ingrao, per di più, è stato così larga parte della vita di tan­tis­simi di noi che è dif­fi­cile per­sino pen­sare alla sua morte senza pen­sare alla pro­pria. (E sono certa non solo per quelli di noi già quasi altret­tanto vecchi).

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Dario Fabbri, Limesonline, 18 settembre 2015

Nelle ore immediatamente successive alla sorprendente elezione di Jeremy Corbyn a leader del Partito laburista, le principali cancellerie del globo hanno cominciato ad interrogarsi sulle conseguenze che la sua peculiare estrazione culturale potrebbe avere sulla politica estera britannica.

Jeremy Corbyn

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di Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, Oskar Lafontaine, Jean-Luc Mélenchon

Stefano Fassina

Il 13 luglio scorso, il governo democraticamente eletto di Alexis Tsipras è stato messo in ginocchio dall’Unione europea. “L”accordo” del 13 luglio è stato in realtà un coup d’état, messo in atto attraverso la chiusura delle banche greche indotta dalla Banca centrale europea, con la minaccia che non sarebbero state riaperte finché il governo non avesse accettato una nuova versione di quel fallimentare programma. Il motivo? L’Europa ufficiale non poteva tollerare che un popolo prostrato dalle sue politiche di austerità auto-distruttiva osasse eleggere un governo determinato a dire “No!”.

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Gabriele Pastrello, Il Manifesto, 1 settembre 2015

Fefs e Mef, meccanismo infernale. I mercati mettono i soldi, i Paesi solo la faccia. E i fondi salvastati fanno da agenti di riscossione

Siamo stati som­mersi, nei mesi pas­sati, dalla reto­rica dei media: trat­ta­tiva tra paesi cre­di­tori e la Gre­cia; i paesi cre­di­tori di qua, i paesi cre­di­tori di là… E i debiti si pagano…ecc. ecc.. E con­teggi di qua, e con­teggi di là…40 miliardi ver­sati dalla Stato ita­liano che non torneranno…ecc., ecc…

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Enzo Pennetta, Critica scientifica, 6 agosto 2015

Generale di Corpo d’Armata, capo di Stato MAggiore della NATO, capo del Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani e comandante della missione in Kosovo. Fabio Mini è uno dei più grandi conoscitori delle questioni geopolitiche e militari, su CS parla delle crisi attuali ma non solo. E dice cose molto importanti

Gen. Mini, nel  suo libro “La guerra spiegata a…” afferma che non esistono guerre limitate,  o meglio  che una potenza che si impegna in una guerra limitata ne prepara in realtà una totale. Nell’attuale situazione di conflittualità diffusa, che sembra seguire una specie di linea di faglia che va dall’Ucraina allo Yemen passando per  Siria e Irak, dobbiamo quindi aspettarci lo scoppio di un conflitto totale?
La categoria delle guerre limitate, trattata  dallo stesso Clausewitz, intendeva comprendere i conflitti dagli scopi limitati e quindi dalla limitazione degli strumenti e delle risorse da impiegare. Doveva essere il minimo per conseguire con la guerra degli scopi politici. E la guerra era una prosecuzione della politica. Erano comunque evidenti i rischi che il conflitto potesse degenerare ed ampliarsi sia in relazione alle reazioni dell’avversario sia in relazione agli appetiti bellici, che vengono sempre mangiando. Con un’accorta gestione delle alleanze e delle neutralità, un conflitto poteva essere limitato nella parte operativa e comunque avere un significato politico più ampio. Oggi la guerra limitata non è più possibile neppure in linea teorica: gli interessi politici ed economici di ogni conflitto, anche il più remoto e insignificante, coinvolgono sia tutte le maggiori potenze sia le tasche e le coscienze di tutti.
La guerra è diventata un illecito del diritto internazionale e non è più la prosecuzione della politica, ma la sua negazione, il suo fallimento. Nonostante questo (o forse proprio per questo) lo scopo di una guerra non basta più a giustificarla e chi l’inizia, oltre a dimostrare insipienza politica, si assume la responsabilità di un conflitto del quale non conosce i fini e la fine. Con l’introduzione del controllo globale dei conflitti e della gestione della sicurezza (anche tramite le Nazioni Unite), tutti gli Stati e tutti i governanti sono responsabili dei conflitti. E tutti i conflitti sono globali se non proprio nell’intervento militare, comunque nelle conseguenze economiche, sociali e morali. Quindi, a cominciare dalla guerra fredda che i paesi baltici hanno iniziato contro la Russia, dalla guerra “coperta” degli americani contro la stessa Russia, dai pretesti russi contro l’Ucraina, alla Siria, allo Yemen e agli altri conflitti cosiddetti minori o “a bassa intensità” tutto indica che non dobbiamo aspettare un altro conflitto totale: ci siamo già dentro fino al collo. Quello che succede in Asia con il Pivot strategico sul Pacifico è forse il segno più evidente che la prospettiva di una esplosione simile alla seconda guerra mondiale è più probabile in quel teatro. Non tanto perché si stiano spostando portaerei e missili (cosa che avviene), ma perché la preparazione di una guerra mondiale di quel tipo, anche con l’inevitabile scontro nucleare, è ciò che si sta preparando. Non è detto che avvenga in un tempo immediato, ma più la preparazione sarà lunga più le risorse andranno alle armi e più le menti asiatiche e occidentali si orienteranno in quel senso. E’ una tragedia annunciata, ma, del resto, abbiamo chiamato tale guerra condotta per oltre cinquant’anni “guerra fredda” o “il periodo di pace più lungo della storia moderna”. Dobbiamo quindi essere felici di questa “pace annunciata”. O no?
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Centro Europa Ricerche, 24 luglio 2015 (dal sito formiche.net)

La Germania ha un forte incentivo a conservare condizioni di instabilità nell’area della moneta unica. È questo il vero azzardo morale che sta esacerbando la crisi nell’eurozona, rendendola l’area a minor crescita del pianeta e accentuando la divergenza economica tra i paesi che ne fanno parte, con effetti potenzialmente dirompenti sulla stessa tenuta dell’area valutaria. L’ultimo rapporto del Cer (Centro Europa Ricerche) intitolato “Favoletta morale o calcolo economico?

Si può dire che, pur tra molti distinguo e con alcune eccezioni, l’interpretazione prevalente sul caso greco sia quella basata sulla contrapposizione fra la formica e la cicala. Non poche volte è risuonato, inoltre, il richiamo all’etica del capitalismo di Max Weber, che molti di noi hanno imparato a conoscere negli anni del liceo. Come stupirsi, allora, che una popolazione educata da generazioni al rispetto assoluto delle regole abbia alla fine avuto il suo scatto di orgoglio? Che sia quindi giunta a riconoscersi unanimemente nell’opzione Grexit, alla fine prospettata da un esasperato ministro Schäuble? Nell’auspicio più generale che la lezione alla Grecia sia d’insegnamento per l’opinione pubblica europea.

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Valentino Parlato, Il Manifesto, 23 luglio 2015

L’Europa mone­ta­ria, unita solo dall’euro e domi­nata dalla teo­lo­gia dell’austerità, non fun­ziona pro­prio. Sono in molti ad affer­marlo e non è un caso che la Gran Bre­ta­gna abbia voluto con­ser­vare la ster­lina pur ade­rendo all’Unione euro­pea nei con­fronti della quale mani­fe­sta dis­sensi cre­scenti. E, in gene­rale, non dob­biamo dimen­ti­care che siamo in una fase di con­ti­nui cam­bia­menti, tali da indurre Guido Rossi a scri­vere (Il Sole 24 Ore, 19 luglio) un edi­to­riale dal titolo «Quei Trat­tati supe­rati che creano disordine».

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MicroMega, 16 luglio 2015

Per l’economista la debacle greca insegna che bisogna mettere da parte la retorica europeista e globalista e predisporre una visione alternativa, un “nuovo internazionalismo del lavoro”. E sulla Grexit replica al premier ellenico che ha denunciato il mancato aiuto di Stati Uniti, Russia e Cina: “Se vero, significa che i grandi attori del mondo hanno scelto di non interferire più di tanto negli affari europei, lasceranno che l’Unione monetaria imploda per le sue contraddizioni interne”.

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena
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Wolfgang Schäuble e Angela Merkel

Paolo Pini e Roberto Romano, Il Manifesto, 16 luglio 2015

La suo­cera avrà capito le impli­ca­zioni dell’accordo rag­giunto al ver­tice euro­peo di dome­nica tra Gre­cia e Ger­ma­nia? Le suo­cere in verità sono molte, l’Italia, la Fran­cia, la Spa­gna, il Por­to­gallo e tutti i paesi in cui vi è chi ancora imma­gina uno spa­zio poli­tico ed eco­no­mico per risol­vere la crisi poli­tica ed eco­no­mica, crisi isti­tu­zio­nale e di strut­tura, crisi di stra­te­gia che attra­versa l’intero continente.

La Gre­cia non è solo un espe­ri­mento di poli­ti­che ordoliberiste.

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Luciana Castellina, Il Manifesto, 1 luglio 2015

Nono­stante l’amichevole gesto con cui Mat­teo Renzi, rega­lan­do­gli una cra­vatta, accolse la prima volta il neo eletto primo mini­stro greco, è pro­prio lui che, arri­vati al dun­que, ha ora reso il peg­gior ser­vi­zio a Ale­xis Tsi­pras. Dicendo che il refe­ren­dum di Atene avrà per oggetto un pro­nun­cia­mento a favore dell’euro o della dracma. Pro­prio il con­tra­rio di quanto il governo greco si è sfor­zato di spie­gare. E cioè che non intende affatto optare per un ritorno alla moneta nazio­nale e uscire dall’eurozona, e invece aver più forza per imporre una discus­sione– che fino ad ora non c’è stata mai — su quale debba essere in mate­ria la poli­tica europea.

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Paul Krugman, Nuovo Illuminismo

Paul Krugman

Paul Krugman sul New York Times, con ancora fresca la notizia della vittoria di Podemos nelle maggiori città spagnole, torna brevemente sul tema della Grecia e della sua possibile uscita dalla moneta unica. La grande paura dell’ormai screditato establishment europeo, ragiona il premio Nobel, non è che la Grecia fallisca, ma che possa riprendersi a seguito dell’uscita dall’euro, diventando così un esempio per tutti gli altri.

C’è appena stato un altro terremoto elettorale nell’eurozona: i candidati spagnoli di Podemos hanno vinto le elezioni locali a Madrid e a Barcellona. Io spero che l’IFKAT — cioè l’insieme delle istituzioni finora chiamate “Troika” — facciano bene attenzione.

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Geraldina Colotti, Il Manifesto, 29 maggio 2015

Avrebbe dovuto essere una visita pri­vata: alla ricerca dei suoi tra­scorsi liguri a Favaro, dove sono nati i nonni. Ma l’agenda dell’ex pre­si­dente uru­gua­yano José Alberto Mujica Cor­dano si è riem­pita subito. E “Pepe” ha avuto ben pochi momenti per godersi l’alternanza di sole e piog­gia di que­sti ultimi giorni, insieme alla moglie Lucia Topo­lan­sky. Una cop­pia inos­si­da­bile di diri­genti poli­tici dai tra­scorsi guer­ri­glieri, rima­sti insieme dai tempi in cui i Tupa­ma­ros ispi­ra­vano il cuore dei gio­vani, nel Nove­cento delle grandi speranze.

“Pepe” Mujica (Lapresse – Vincenzo Livieri, da Il Manifesto)

Il Movi­mento di libe­ra­zione nazio­nale Tupa­ma­ros è stato un’organizzazione di guer­ri­glia urbana di orien­ta­mento marxista-leninista che ha agito in Uru­guay tra gli anni ’60 e ’70. Fon­da­tori e diri­genti — da Raul Sen­dic a Mujica, a Topo­lan­sky a Mau­ri­cio Rosen­cof — hanno pagato con lun­ghi anni di car­cere, ostaggi del regime mili­tare che ha oppresso il paese a par­tire dal golpe del 1973, e che ha con­cluso il suo ciclo nel 1984, con l’elezione del mode­rato Julio Maria Sanguinetti.

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Anna Maria Merlo, Il Manifesto, 21 aprile 2015

Bruxelles studia l’ipotesi di “operazioni militari” contro i trafficanti. L’obiettivo di Frontex resta sempre lo stesso: difendere la fortezza Europa. Le proposte della Commissione. La protesta delle associazioni umanitarie

Ue sarà più «soli­dale», come afferma Mat­teo Renzi, ma que­sta soli­da­rietà si esprime senza uscire dai cri­teri che hanno por­tato alla crea­zione di Fron­tex, dieci anni fa e, alla fine dell’anno scorso, del suo pro­gramma Tri­ton: sor­ve­gliare e punire, respin­gere il più pos­si­bile i migranti dispe­rati che cer­cano di sca­lare la for­tezza Europa. Tra i dieci punti pre­sen­tati dalla Com­mis­sione per rispon­dere nell’immediato all’emergenza dei 1600 morti in nean­che quat­tro mesi di que­sto 2015 (un morto ogni due ore, in media), ve ne sono alcuni molto pro­ble­ma­tici: Bru­xel­les pro­pone al Con­si­glio euro­peo straor­di­na­rio di domani dei capi di stato e di governo di orga­niz­zare una più pre­cisa lotta ai traf­fi­canti, di bloc­care le strade uti­liz­zate dai migranti, di seque­strare e distrug­gere i barconi.

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Giancarlo Mancini, Il Manifesto, 4 aprile 2015

Victor Serge

Sono usciti in Italia i “Carnets 1936-1947“, scritti ritrovati in una fondazione a pochi chilometri da Città del Messico, dove Serge sconfitto trascorse i suoi ultimi anni

Fine novem­bre 1936, Parigi, André Gide è da poco tor­nato dal suo viag­gio in Unione sovie­tica, da cui ha tratto il suo già famoso e discusso Ritorno dall’URSS. Anche Vic­tor Serge è da poco tor­nato dall’Unione sovie­tica, il suo però non è stato un viag­gio da “let­te­rato” ma la fuga di un per­se­gui­tato poli­tico, di un dis­si­dente. Dopo dicias­sette anni di vita in Rus­sia in cui ha par­te­ci­pato alla rivo­lu­zione e al suo dif­fi­cile e tor­tuoso cam­mino Serge è tor­nato ancora una volta ad essere un apo­lide, un figlio di nes­suno, un cit­ta­dino del mondo in un mondo che però tol­lera sem­pre meno simili abitanti. (altro…)

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