Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Thomas Piketty’

Marco Bascetta, Il Manifesto, 4 novembre 2015

Una cronologia delle vicende europee. Dalle illusioni iniziali all’attuale crisi irreversibile del progetto teso a costruire l’Europa politica. Una raccolta degli scritti di Thomas Piketty per Bompiani

L’autore c’è, eccome! È Tho­mas Piketty, una super­star, il cele­brato autore de Il Capi­tale nel XXI secolo. Il titolo anche: Si può sal­vare l’Europa? Chi mai sarebbe tanto nichi­li­sta o indif­fe­rente dal non porsi que­sta domanda? Quello che non c’è, invece, è pro­prio il libro, a dispetto delle quasi 400 pagine (Bom­piani, euro 20) che ci tro­viamo tra le mani. Ma, in fondo, era­vamo stati avver­titi: «il libro rac­co­glie l’insieme delle Cro­na­che men­sili dell’autore, pub­bli­cate su Libé­ra­tion dal set­tem­bre 2004 al giu­gno 2015, senza alcuna cor­re­zione o riscrit­tura». E, va aggiunto, senza alcuna nota o ele­mento di cura e sele­zione per l’edizione italiana.

(altro…)

Read Full Post »

Thomas Piketty, Diritti Globali, 19 settembre 2015

Thomas Piketty

Lo slancio di solidarietà in favore dei rifugiati osservato in queste ultime settimane è stato tardivo

Ma quantomeno ha avuto il merito di ricordare agli europei e al mondo una realtà fondamentale. Il nostro continente, nel XXI secolo, può e deve diventare una grande terra di immigrazione. Tutto concorre in tal senso: il nostro invecchiamento autodistruttivo lo impone, il nostro modello sociale lo consente e l’esplosione demografica dell’Africa abbinata al riscaldamento globale lo esigerà sempre di più. Tutte queste cose sono largamente note. Un po’ meno noto, forse, è che prima della crisi finanziaria l’Europa si avviava a diventare la regione più aperta del mondo in termini di flussi migratori. È la crisi, scatenatasi nel 2007-2008 negli Stati Uniti, ma da cui l’Europa non è mai riuscita a uscire per colpa di politiche sbagliate, che ha condotto all’aumento della disoccupazione e della xenofobia, e a una chiusura brutale delle frontiere. Il tutto in un momento in cui il contesto internazionale (Primavera Araba, afflusso di profughi) avrebbe giustificato, al contrario, una maggiore apertura.

(altro…)

Read Full Post »

Viviamo in un’epoca di dualismi economici, di profonde divisioni fra Nord e Sud su più livelli, Europa-Nord/Africa-Sud, Nord Europa/Sud Europa, Nord Italia/Sud Italia. E potremmo andare avanti così fino a estendere il ragionamento al rapporto fra i centri cittadini e le periferie. In altra epoca e con altra terminologia si sarebbe parlato di sfruttamento: delle risorse naturali, della forza lavoro, ecc.

Per Krugman si tratta di un tema ricorrente. Ricordo infatti un bell’articolo, tradotto in italiano sul sito della voce.info, intitolato La disuguaglianza che arriva dal commercio. Il tema della disuguaglianza e della distribuzione del reddito è già al centro del dibattito accademico, rilanciato in maniera clamorosa dal successo del libro di Thomas Piketty, Il Capitale nel XXI secolo. Si tratta ora di portarlo con forza al centro del dibattito politico.

Paul Krugman, premio Nobel per l’economia 2008

(altro…)

Read Full Post »

Alcuni ricercatori si sono divertiti a stilare una classifica dei libri di cui tutti – o quasi – parlano, pur non avendoli mai letti. Come ogni esercizio di questo tipo, è ovviamente opinabile, ma suggerisce alcune riflessioni, se vogliamo un po’ polemiche. D’altra parte, essendo io un appassionato lettore (se devo scegliere, quando faccio la valigia metto un libro in più e un maglioncino in meno), probabilmente non faccio testo, ma non posso esimermi dal partecipare a questo giochino.

(altro…)

Read Full Post »

Mauro Gallegati, sbilanciamoci.info, 9 marzo 2015

Senza un cambiamento profondo, l’Europa non si riprenderà. È interessante analizzare i costi di un’uscita dall’euro, ma una moneta nazionale opererebbe in un contesto ben diverso dai tempi della lira. E senza Europa perderemo tutti.

Non credo esista una demarcazione netta nelle scienze sociali. Così l’economia si interseca con la storia, e queste si sovrappongono alla politica ed alla sociologia. Di per sé questo approccio ripudia il modello unico, la pretesa naturalità dell’economia. Se, per usare le parole di Piketty, “ci sono questioni che sono troppo importanti per essere lasciate agli economisti”, il tema dell’uscita dall’euro non fa eccezione. Le sofferenze sociali soprattutto dei Paesi più fragili dell’Europa, stanno producendo conseguenze sociali che ci fanno chiedere: quanto resiliente sarà la democrazia in Europa? L’euro ha lasciato i cittadini – soprattutto nei Paesi in crisi – senza voce in capitolo sul destino delle loro economie. Gli elettori hanno ripetutamente mandato a casa i politici al potere, scontenti della direzione dell’economia – ma alla fine il nuovo governo continua sullo stesso percorso dettato dalla Troika.

(altro…)

Read Full Post »

Maurizio Franzini, Sbilanciamoci.info, 13 febbraio 2015

In Italia la diseguaglianza tra i redditi è salita dal 31,7 al 32,1%. Peggio di noi solo Gran Bretagna e Spagna. Ma il problema è strutturale

In Italia la disuguaglianza nei redditi è alta. Lo è nel confronto con la maggioranza dei paesi occidentali, in particolare europei, e lo è in base a vari indicatori di disuguaglianza. Anche la disuguaglianza nella ricchezza accumulata – ovunque molto più accentuata di quella dei redditi – è alta sebbene in questo caso il confronto internazionale sia per noi meno sfavorevole.

Questo stato di cose, contrariamente a quanto spesso si afferma, non è l’esito della crisi in atto. La disuguaglianza alta e persistente esiste, da noi, da più di un ventennio e ha resistito agli alti (pochi) e ai bassi che la nostra economia ha conosciuto in questo periodo. Essa è, dunque, un nostro problema strutturale (tra vari altri) che si iscrive nella tendenza all’aggravamento delle disuguaglianze nel lungo periodo che non è certo esclusiva del nostro paese, come ben documenta Piketty nel suo fortunato Il capitale nel XXI secolo.

È, però, interessante chiedersi quale sia stato l’andamento della disuguaglianza (sia nei redditi, sia nella ricchezza) negli anni della crisi. Purtroppo, soprattutto per i redditi, non disponiamo di dati recenti, confrontabili a livello internazionale. Quelli raccolti dall’OCSE si fermano per quasi tutti i paesi al 2011; a essi faremo riferimento, comparandoli con quelli del 2007. Per la ricchezza, invece, possiamo disporre di dati più recenti; va, comunque, ricordato che i dati relativi alla ricchezza presentano seri problemi di rilevazione e perciò risultano meno attendibili.

In base all’indice della disuguaglianza più utilizzato, il coefficiente di Gini, in Italia la disuguaglianza nei redditi disponibili (cioè al netto delle imposte e inclusivi dei trasferimenti monetari da parte dello stato) tra il 2007 e il 2011 è cresciuta dal 31,7 al 32,1%. Si tratta, dunque, di un peggioramento lieve (0,4 punti percentuali) inferiore a quello di altri paesi e soprattutto – riferendoci ai maggiori tra gli europei – di Spagna (2,9 punti percentuali), Francia (1,6), Svezia (1,4), Danimarca (1,1) e Germania (0,6). Anche negli Stati Uniti il peggioramento è stato più marcato (1,1).

Malgrado ciò l’Italia continua ad occupare una posizione poco gloriosa nella triste graduatoria dei paesi con la più alta disuguaglianza. Infatti nel 2011 tra i maggiori paesi europei hanno fatto peggio di noi solo la Gran Bretagna (e si tratta di un fatto storico) e la Spagna (qui, invece, la responsabilità è del tremendo impatto della crisi).

Il generalizzato aggravamento della disuguaglianza nei redditi disponibili sarebbe stato maggiore se il welfare state non avesse rafforzato, in quasi tutti i paesi, la sua capacità redistributiva (almeno in base ai dati di cui disponiamo) limitando l’impatto del peggioramento nella disuguaglianza dei redditi percepiti nei vari mercati (incluso quello del lavoro) sulla disuguaglianza dei redditi disponibili. Ciò indica che il perverso motore della disuguaglianza è collocato più all’interno dei mercati che non nella macchina del welfare, malgrado i suoi molti difetti.

Ad esempio, in Italia l’indice di Gini applicato ai redditi di mercato – prima di tassazione e redistribuzione – è cresciuto di 1,1 punti, quindi quasi il triplo di quello nei redditi disponibili. Anche per effetto di questo aumento, esso ha raggiunto il 50,2%, un valore davvero ragguardevole, assai vicino a quello degli Stati Uniti (50,6%). Anche in questo caso molti paesi europei hanno fatto peggio di noi, in particolare la Spagna dove l’indice è cresciuto, in modo drammatico, di ben 6,1 punti.

Un rapido sguardo ai dati sulla ricchezza (in particolare quelli raccolti dal Credit Suisse) mostra che negli anni della crisi la quota di ricchezza concentrata nelle mani dell’1% più ricco è cresciuta ovunque, con le modeste eccezioni di Svezia e Stati Uniti dove è diminuita di pochissimo (0,2 e 0,5 punti percentuali, rispettivamente). In Italia quella quota è cresciuta di ben 4 punti percentuali (dal 17,7 al 21,7%), poco meno che in Spagna – anche in questo caso leader – e come in Danimarca, ma più che in tutti gli altri maggiori paesi. Malgrado questo peggioramento – e senza dimenticare che la ricchezza detenuta dall’1% più ricco è comunque molto alta – l’Italia risulta, in questo caso, meno disuguale di molti altri paesi. Ciò è dovuto essenzialmente alla diffusione della proprietà della casa che contrasta la concentrazione della ricchezza complessiva.

Una differenza di rilievo nella dinamica della disuguaglianza dei redditi e della ricchezza emerge considerando che la seconda, diversamente dalla prima, negli anni precedenti la crisi era in diminuzione pressoché ovunque; la crisi ha, dunque, avuto l’effetto di invertire quella tendenza e di rafforzare la posizione dei più ricchi. Anche questo dato porta alla conclusione che tra disuguaglianza e andamento dell’economia non vi sono nessi sistematici. Perciò coloro – e sono moltissimi – che nutrono la speranza se non la convinzione che con l’attesissimo ritorno della crescita economica anche le disuguaglianze si attenueranno hanno ottime probabilità di restare delusi. La lotta alla disuguaglianza richiede misure specifiche che, per quanto si è visto, non possono riguardare soltanto il welfare state, ma dovrebbero incidere anche, e soprattutto, sul funzionamento dei mercati.

Read Full Post »

Luciana Castellina, Il Manifesto, 15 gennaio 2015

«Il rischio per l’Europa non è Tsi­pras ma la Mer­kel». Que­sta verità espressa qual­che set­ti­mana fa da Piketty mi ha dato una botta di otti­mi­smo. Per­ché Piketty, pur non avendo alcun potere deli­be­ra­tivo, si è accre­di­tato come voce ascol­tata e rispet­tata (basti pen­sare alle astro­no­mi­che cifre rag­giunte dalla ven­dita del suo ultimo libro); e, sia pure sem­pre meno, l’opinione pub­blica ancora conta un po’.

Piketty non è del resto il solo eco­no­mi­sta impor­tante ad essersi espresso in que­sto senso su Syriza: sui più impor­tanti quo­ti­diani euro­pei e per­sino ame­ri­cani sono state non poche le voci auto­re­voli che hanno ana­liz­zato con serietà il pro­gramma del par­tito che nei son­daggi appare vin­cente nelle pros­sime ele­zioni gre­che, e ne hanno tratto la con­se­guenza che non si tratta di grida di un insen­sato estre­mi­smo, ma di pro­po­ste lar­ga­mente condivisibili.

Se que­sto è acca­duto è per­ché Tsi­pras non ha solo otte­nuto l’appoggio di così larga parte del popolo greco che chiede giu­sti­zia, ma anche di un bel nucleo di eco­no­mi­sti del paese che sono diven­tati suoi con­si­glieri (e alcuni can­di­dati a mini­stro nell’ipotesi di con­qui­stare la dire­zione del governo di Atene). Si tratta di ex stu­denti greci che, come tan­tis­simi, sono emi­grati nel mondo per fre­quen­tare le uni­ver­sità eccel­lenti del Regno Unito, della Fran­cia, della Ger­ma­nia; e anche di quelle ame­ri­cane. Per que­sto sono cono­sciuti e ascol­tati anche fuori dal loro paese.

Il potere deli­be­ra­tivo ce l’ha per ora que­sto ese­cu­tivo dell’Unione euro­pea che pro­prio nel suo ultimo ver­tice — sordo e cieco rispetto alla realtà greca – ha riba­dito le solite posi­zioni: no a ogni ristrut­tu­ra­zione del debito, ma solo un breve pro­lun­ga­mento dei tempi di resti­tu­zione. Del tutto insuf­fi­ciente a impo­stare una poli­tica di lungo periodo per garan­tire una ripresa eco­no­mica quale sarebbe necessaria.

Né le annun­ciate pro­messe di aumento della liqui­dità annun­ciate dalla Bce (il Qe, quan­ti­ta­tive easing) sem­bra pos­sano dav­vero aiu­tare: l’esperienza di que­sti anni sta lì a dimo­strare come ogni volta che le ban­che otten­gono soldi si affret­tano a darli ai big più sicuri e non ai pro­ta­go­ni­sti di una dif­fusa e minuta eco­no­mia autoctona.

Quanto la Gre­cia chiede non è l’elemosina, ma i mezzi per impo­stare un nuovo modello di svi­luppo, che non sia la ripro­po­si­zione di quello ete­ro­di­retto adot­tato negli anni pas­sati dagli spe­cu­la­tori stra­nieri in com­butta con quelli locali, respon­sa­bile di aver por­tato il paese alla catastrofe.

Senza nep­pure porsi qual­che inter­ro­ga­tivo auto­cri­tico l’esecutivo euro­peo, e i governi che ne sosten­gono le posi­zioni, non inten­dono capire che non si uscirà dalla crisi se non con un muta­mento radi­cale, non limi­tan­dosi a con­sen­tire ai cit­ta­dini un po’ più di inu­tile con­sumo nelle catene dei super­mar­ket inter­na­zio­nali (il modello degli 80 euro di Renzi). Una vit­to­ria di Syriza il pros­simo 25 gen­naio può aiu­tare tutti a ripro­porsi que­sto ordine di pro­blemi. Speriamo.

Read Full Post »

Su questo argomento vedi anche “Usa: studenti dichiarano guerra a economisti. Duello tra Piketty e neoclassici“, Wall Street Italia, 7 gennaio 2015.

Alfonso Gianni, Il Manifesto, 6 gennaio 2015

Una frase di protesta proiettata sulla parete nel corso della conferenza

Il con­fronto tra due noti eco­no­mi­sti, Tho­mas Piketty, autore del for­tu­nato Il Capi­tale nel XXI secolo e Gre­gory Man­kiw, con­ser­va­tore ex con­si­gliere di Bush, tenu­tosi l’altro giorno a Boston nella gre­mi­tis­sima Indi­pen­dence Ball­room dell’Hotel She­ra­ton è stata stra­vinta dal primo. A rife­rirlo – e anche que­sto è molto signi­fi­ca­tivo – è il Sole24Ore, tra­mite la penna di Carlo Basta­sin che colora il suo arti­colo di gustosi epi­sodi, come le cri­ti­che di John Sti­glitz alle teo­rie di Man­kiw pro­iet­tate sulle pareti della sala in con­tem­po­ra­nea alla discus­sione, oppure l’accorato appello di un gio­vane eco­no­mi­sta alla ribel­lione nei con­fronti del capi­ta­li­smo e a por­tare la pro­te­sta nelle Uni­ver­sità. Tanto da far dire all’articolista del gior­nale con­fin­du­striale che erano decenni che un dibat­tito eco­no­mico non susci­tava pas­sioni tipi­che di una assem­blea stu­den­te­sca di stampo sessantottino.

Eppure il libro di Piketty ha susci­tato per­ples­sità e cri­ti­che anche a sini­stra, alcune delle quali più che giu­sti­fi­cate. Come quelle di David Har­vey o di Chri­stian Marazzi, per citarne solo alcune tra le più auto­re­voli, che hanno giu­sta­mente impu­tato all’autore fran­cese di con­si­de­rare il capi­tale come una cosa, scri­vendo di fatto una sto­ria del patri­mo­nio, e non un rap­porto sociale mediato da cose come in effetti è. Infatti il lungo sag­gio di Piketty si con­cen­tra più sui sin­tomi che non sulle cause dell’aumento delle dise­gua­glianze sociali. Inol­tre è assente l’analisi del ruolo poli­tico del debito nella pola­riz­za­zione della ric­chezza a sca­pito del lavoro vivo e della coo­pe­ra­zione sociale.

Tut­ta­via ciò che conta – al di là dell’ambizione spro­po­si­tata del titolo, pro­ba­bil­mente non col­ti­vata dall’autore mede­simo – è che Il Capi­tale nel XXI secolo è una incon­fu­ta­bile foto­gra­fia del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo che con «pre­ci­sione atroce», per dirla con lo stesso Har­vey, ha regi­strato il dila­tarsi delle disu­gua­glianze lungo il secolo pas­sato a livello mon­diale. Ed è in que­sta chiave che va letto e con­si­de­rato. Qui sta la sua forza pro­rom­pente di cri­tica al neo­li­be­ri­smo, ossia a quelle teo­rie che hanno con­ce­pito la dise­gua­glianza, quindi la com­pe­ti­zione, come il motore dello sviluppo.

Piketty è pas­sato anche da que­ste parti. Ha tenuto con­fe­renze, fra le quali una alla Camera dei Depu­tati, ma senza susci­tare così forti entu­sia­smi. E’ curioso – se riper­cor­riamo con nostal­gia il ricordo degli anni Ses­santa e Set­tanta — e anzi forse spia­ce­vole dirlo, ma biso­gna ammet­tere che l’ambiente intel­let­tuale che si respira oltre Atlan­tico, almeno in ambito uni­ver­si­ta­rio o negli imme­diati din­torni, è molto più ricet­tivo che non nel nostro paese e in tanta parte d’Europa. Mal­grado la crisi eco­no­mica abbia pro­prio nel nostro vec­chio con­ti­nente le con­se­guenze più pro­fonde e dura­ture, a cause delle scia­gu­rate poli­ti­che pro cicli­che por­tate avanti dalla Ue e dai sin­goli governi. E quindi più urgente sia la neces­sità dell’elaborazione di alter­na­tive di poli­tica economica.

In Ita­lia e in buona parte d’Europa – con la grande ecce­zione della Gre­cia e della Spa­gna — la cri­tica supera a stento l’ambito acca­de­mico o una sini­stra spesso stol­ta­mente ver­go­gnosa dell’importanza data nel pas­sato alle que­stioni eco­no­mi­che. Intanto Oli­vier Blan­chard, il capo eco­no­mi­sta del Fondo Mone­ta­rio ci avverte che ci sono degli «angoli bui» nella teo­ria eco­no­mica (più ele­gan­te­mente Nas­sim Nicho­las Taleb li avrebbe chia­mati «cigni neri») che hanno impe­dito di pre­dire e ana­liz­zare per tempo la crisi. La famosa domanda rivolta anni addie­tro dalla Regina Eli­sa­betta a un ple­num di eco­no­mi­sti «Come mai non avete pre­vi­sto la più ter­ri­bile crisi di tutti i tempi?» è rima­sta ancora senza rispo­sta. Intanto tutti i modelli – inter­pre­ta­tivi e pre­dit­tivi – sono sal­tati, spe­cie quelli mate­ma­tici che pare­vano a torto i più solidi.

La distanza è side­rale. Basta con­fron­tare la pro­po­sta che emerge dal lavoro di Piketty e che è rim­bal­zata nella discus­sione di Boston sulla neces­sità di isti­tuire una tassa mon­diale sulla ric­chezza, una sorta di patri­mo­niale uni­ver­sale, e lo squal­lido dibat­tito, con annessi risvolti da romanzo giallo d’appendice, attual­mente in corso sul fami­ge­rato arti­colo 19 bis del decreto di delega fiscale, che ha isti­tuito una sorta di «modica quan­tità» di eva­sione fiscale, pari al 3% dell’imponibile e che avrebbe garan­tito la deru­bri­ca­zione di reati e la can­cel­la­zione di ini­bi­zioni ai pub­blici uffici per Sil­vio Ber­lu­sconi. Da una parte si cerca almeno di tagliare le unghie a quei ric­chi che con orgo­glio – vedi le dichia­ra­zioni di War­ren Buf­fet — hanno riven­di­cato di avere vinto quella fase della lotta di classe che si è svi­lup­pata nel mondo negli ultimi qua­ranta anni; dall’altra truf­fal­di­na­mente si tenta di garan­tire nuovi mar­gini e impu­nità all’evasione e l’elusione fiscale.

Solo la forza delle idee non riu­scirà a bucare quella imper­mea­bi­liz­za­zione che il capi­ta­li­smo euro­peo ha saputo costruire a sua pro­te­zione.

E’ evi­dente che ci vuole un fatto con­creto ed esterno al dibat­tito eco­no­mico per dare una scrol­lata. L’occasione c’è ed è quella della più che pro­ba­bile vit­to­ria di Syriza in Gre­cia. A con­di­zione che si sap­pia che la cosa più dif­fi­cile viene dopo, quando comin­cerà un brac­cio di ferro con le eli­tes poli­ti­che, buro­cra­ti­che ed eco­no­mi­che della Ue per pro­ce­dere ad una ristrut­tu­ra­zione del debito.

In que­sto senso pos­siamo essere più otti­mi­sti di qual­che tempo fa. Il pen­siero unico in campo eco­no­mico è defi­ni­ti­va­mente spez­zato e le pos­si­bi­lità per un rivol­gi­mento poli­tico in Europa non abi­tano sol­tanto nel mondo dei desi­deri. Come è noto Key­nes con­clu­deva la sua opera mag­giore dicendo che spesso i gover­nanti seguono le indi­ca­zioni di qual­che oscuro eco­no­mi­sta del passato.

E’ suc­cesso così per il neo­li­be­ri­smo. Per Key­nes, che mar­xi­sta pro­prio non era, «pre­sto o tardi sono le idee, non gli inte­ressi costi­tuiti, che sono peri­co­lose sia nel bene che nel male». Spe­riamo che que­sta volta lo siano nel bene e presto.

Read Full Post »

Carlo Formenti, MicroMega, 28 ottobre 2014

Il capitalismo? Finito, almeno nella forma che aveva assunto nell’era industriale. A emettere la sentenza non è un neo marxista radicale che, con la crisi, vede finalmente approssimarsi il “crollo” dell’odiato nemico, né un economista che annuncia l’irreversibile transizione dall’era del capitale industriale a quella del capitale finanziario. L’autore del vaticinio, pubblicizzato da un articolo dell’Huffington Post  è Don Tapscott, noto tecnoentusiasta e apologeta della rivoluzione digitale, nonché coinventore di concetti come intelligenza collettiva, innovazione collaborativa, crowd sourcing (la potenza produttiva delle folle interconnesse via internet), ecc.

Di questo signore, come di altri profeti del paradiso digitale a venire, mi sono occupato in un libro di tre anni fa (“Felici e sfruttati”, Egea Editore) nel quale dimostravo come dietro le loro tesi sulla “socializzazione” di massa di produzione e consumo, si nasconda la realtà di un capitalismo di nuovo tipo, fondato sullo sfruttamento del lavoro gratuito di milioni di prosumer; e come la rapida crescita del settore in cui questa nuova forma di sfruttamento è più radicata (cioè la cosiddetta economia digitale), sia uno dei più potenti propulsori della finanziarizzazione dell’economia, dell’economia del debito, dell’aumento della disuguaglianza e del super sfruttamento della forza lavoro.

Ora Tapscott torna alla carica affermando che, se il termine non fosse stato “bruciato” dal marxismo, la parola socialismo sarebbe la sola adatta a descrivere il Capitalismo 2.0 che sta crescendo sotto i nostri occhi. Citando le preoccupazioni crescenti per i devastanti effetti economici, politici e sociali per la crescita della disuguaglianza espresse da economisti come Piketty, dalla nuova presidentessa della Federal Reserve americana, nonché da molti capitalisti “illuminati” e da testate al di sopra di ogni sospetto come l’Economist e il Financial Time, Tapscott sostiene che causa di tutto ciò sono i “vecchi” capitalisti che si ostinano a condurre i loro affari inseguendo i profitti immediati e ignorando i vantaggi che un’economia più “verde”, immateriale e “social” potrebbe arrecare al mondo intero e a loro stessi.

Non si tratta – Dio non voglia! – di ripudiare il mercato, la proprietà privata o di abbandonare il “sano” principio di uno Stato sempre più “minimo” e lontano dal perseguire velleitari progetti “dirigisti”. Basterebbe semplicemente assecondare l’onda spontanea dell’innovazione che monta irreversibile dalle nuove generazioni impegnate a cambiare il mondo attraverso social networking, social business, social government, social entertainment e “social tutto”.

Smontare queste tesi è fin troppo facile (l’ho già fatto in varie occasioni). Qui mi limito a osservare quale splendida accoglienza avrebbe ricevuto Dan Tapscott se avesse partecipato a quell’orgia di peana all’innovazione che si è alzata nei giorni scorsi alla Leopolda. Da quando è andato in pellegrinaggio a Silicon Valley, Matteo Renzi non ha smesso un solo minuto di celebrare le magnifiche sorti e progressive che attenderebbero un’Italia finalmente capace di incamminarsi a sua volta sulla strada della rivoluzione digitale.

I giovani che ha chiamato a raccolta con lo slogan “qui ci sono le persone che creano lavoro”, e che ha illuso sulla possibilità di costruire dal basso un’economia sociale e cooperativa in cui diventerebbero tutti “imprenditori di se stessi”, vengono così mobilitati contro la resistenza dei “nostalgici” che ostacolano l’innovazione; con la differenza che il bersaglio indicato da Renzi – che rivela così il suo cuore di destra – non sono i vecchi capitalisti bensì i vecchi operai, i milioni di persone che mentre lui raccoglieva gli applausi del ceto medio emergente alla Leopolda, marciavano a Roma contro precarietà, flessibilità, salari da fame, disoccupazione, sotto occupazione. Manifestavano perché sanno che l’innovazione renziana, esattamente come quella celebrata da Tapscott, peggiorerà ulteriormente le loro condizioni, senza regalare il roseo futuro che viene promesso alle giovani generazioni.

Read Full Post »

Il libro di Thomas Picketty: “Il capitale del xxi secolo” ha avuto una grande eco soprattutto nei mercati anglosassoni e negli ambienti liberal. Forse perchè la critica alle ineguaglianze di  reddito nel capitalismo contemporaneo (impossibili da negare) non mette in risalto che tale esito è connaturato con la stessa essenza dell’instabilità strutturale capitalismo. Non è un caso che nella prossima convention annuale dell’American Economic Association di gennaio 2015 verrà dedicata un’intera plenaria per discutere di come “correggere” dall’interno tali distorsioni. E che persino l’Università Bocconi si sente in dovere di discutere il libro. L’analisi  di Christian Marazzi, una critica da “sinistra”, mette invece  in luce  che non è sufficiente analizzare “in modo neutro” l’iniquità del capitalismo senza metterne in discussione le fondamenta teoriche e politiche.

Christian Marazzi, Il Manifesto, 8 ottobre 2014

Lo scorso mercoledì 1 ottobre Martin Wolf ha pubblicato sul Financial Times un articolo sulle ragioni che fanno dell’ineguaglianza un vero e proprio freno all’economia. Per dimostrare l’impatto economico delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e del capitale, in particolare una domanda debole e la regressione dei livelli di educazione, Wolf si basa su due studi, uno di Standard & Poor’s e l’altro di Morgan Stanley, due istituzioni che difficilmente possono considerarsi di sinistra.

(altro…)

Read Full Post »