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Posts Tagged ‘Ttip’

Luis Sepulveda

Geraldina Collotti, Il Manifesto, 31 dicembre 2015

Nato 66 anni fa in Cile e naturalizzato francese, Luis Sepulveda non ha bisogno di presentazioni. Scrittore, giornalista, sceneggiatore, regista, ha al suo attivo una vasta produzione letteraria che riflette la lunga stagione d’impegno e d’avventura. Nipote di un anarchico andaluso fuggito in Sudamerica per evitare la pena capitale, ha fatto parte del Gap, la guardia personale del presidente cileno Salvador Allende.

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Filippo Ghira, Il ribelle, 14 ottobre 2015

In conseguenza dell’accordo di libero scambio del Pacifico (Tpp), firmato la scorsa settimana dai dodici ministri del Commercio dei Paesi interessati, dopo dieci anni di discussioni, è stato compiuto un ulteriore passo vero il libero mercato mondiale. Al Tpp dovrebbe seguire infatti in tempi brevi l’analogo accordo (Ttip) per l’area dell’Atlantico, attualmente in trattativa tra Nord America ed Unione europea.

Grazie all’accordo America-Asia le merci e i capitali potranno circolare liberamente senza dover essere soggette a dazi e regolamenti vari che verranno semplicemente cancellati. Alla entrata in vigore del Tpp manca soltanto la ratifica dei rispettivi governi e Parlamenti ma, nonostante i molti mugugni che si sono levati, sia per le sue implicazioni sia per la segretezza che ha caratterizzato le trattative e l’incontro decisivo ad Atlanta, non sembrano esistere ostacoli tali da impedirne un voto favorevole. Ad Obama peraltro il Senato aveva concesso i pieni poteri per agire come meglio avesse creduto.

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Adam S. Hersh e Joseph Stiglitz, sbilanciamoci.info, 13 ottobre 2015

Il Tpp ha ben poco a che fare con il libero scambio, e somiglia piuttosto a un accordo che vuole gestire i rapporti commerciali e di investimento tra i suoi membri ­per conto delle più potenti lobby di ciascun paese

Mentre i negoziatori e i ministri degli Stati Uniti e degli altri undici paesi del Pacifico si incontrano ad Atlanta per definire i dettagli del nuovo Accordo Trans-Pacifico (TPP), un’analisi più seria è fondamentale. Il più grande accordo della storia sul commercio e gli investimenti non è come sembra.

Si sentirà parlare molto dell’importanza del TPP per il “libero scambio”. La realtà è che si tratta di un accordo che vuole gestire i rapporti commerciali e di investimento tra i suoi membri ­- e farlo per conto delle più potenti lobby di ciascun paese. Fate attenzione: è evidente dalle principali questioni, sulle quali i negoziatori stanno ancora contrattando, che il TPP non ha niente a che fare con il “libero” scambio.

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Vincenzo Comito, sbilanciamoci.info, 13 ottobre 2015

Il TPP è più un affare di geopolitica che di commercio. L’obiettivo principale per gli Stati Uniti e il Giappone è di superare in dinamismo la Cina e di creare una zona economica che bilanci la forza economica di quest’ultimo paese nella regione. Inoltre, e parallelamente, quello di scrivere le regole dell’economia del XXI secolo

L’ipotesi del cosiddetto accordo di libero scambio dell’area Pacifico (Trans-Pacific Partnership, TPP), che è stata approvata di recente ad Atlanta dai governi di dodici paesi americani ed asiatici, presenta delle prospettive incerte. Non si sa se i parlamenti nazionali approveranno l’accordo, si ignora se esso contribuirà in qualche modo allo sviluppo dei paesi firmatari, mentre si discute, infine, se esso riuscirà a frenare in qualche modo lo sviluppo economico cinese e la crescita della sua influenza politica, tentativo di freno che appare lo scopo principale dell’attivismo statunitense.I contenuti dell’accordo non sono ancora noti con precisione; si conoscono peraltro i suoi contorni di massima e possiamo dunque ricordarli brevemente, seguendo in particolare, ma non solo, le tracce di un articolo del New York Times (Granville, 2015).

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Giorgio Lunghini, Il Manifesto, 17 ottobre 2015

Un investimento è davvero tale se aumenta lo stock di capitale di un paese, per esempio se si costruisce una nuova fabbrica, si impiegano nuove macchine e si assumono nuovi lavoratori

In molti paesi civili, di là e di qua dall’Atlantico, dagli stessi Stati uniti alla Ger­ma­nia, il Ttip è oggetto di cri­ti­che severe e ben fondate.

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Riccardo Frola, Il Manifesto, 10 ottobre 2015

«Exit» del filosofo tedesco Tomasz Konicz per Stampa Alternativa. Cancellato il lavoro come fonte della ricchezza, la produzione di merci è costellata di soluzioni alle sue crisi che rinviano solo la sua fine

Appena richiuso Exit di Tomasz Konicz (Stampa alter­na­tiva, pp. 158, euro 14) , il let­tore ha la sen­sa­zione per­tur­bante di essersi risve­gliato in un mondo estra­neo e ostile. Il crollo della società del lavoro, gli obi­tori di El Sal­va­dor e Gua­te­mala, «in cui si ammuc­chiano a doz­zine» i cada­veri dei ragaz­zini uccisi dalle maras, il «Levia­tano ritor­nato allo stato sel­vag­gio» descritti da Konicz, ren­dono di colpo espli­cito ciò che nella quo­ti­dia­nità occi­den­tale sem­brava ancora nasco­sto fra le righe.

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Giorgio Ferrari, Il Manifesto, 25 settembre 2015

I ricercatori della stessa Unione europea hanno segnalato l’anomalia sulle emissioni in uno studio del 2011. Due anni dopo avevano la soluzione, ma le lobby hanno bloccato Bruxelles, ammorbidendo i criteri delle direttive. Ma oggi lo scontro è di potere: gli Usa puntano solo la competizione tedesca, mentre lo scandalo potrebbe (dovrebbe) aprire gli occhi su Ttip e indipendenza delle autorità di controllo

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Daniela Preziosi, Il Manifesto, 11 settembre 2015

Fuori dall’euro: lo propone un manifesto firmato Varoufakis, Lafontaine, Mélenchon e Stefano Fassina. Lanciano una conferenza internazionale. Propongono di dire basta ai trattati-capestro

«Un piano B per la Gre­cia» era quello di Yanis Varou­fa­kis, quello della famosa «moneta paral­lela», quando da mini­stro dell’economia, nel corso delle trat­ta­tive tra il suo paese e la Ue, cer­cava di con­vin­cere il primo mini­stro Ale­xis Tsi­pras a non cedere al ricatto delle isti­tu­zioni euro­pee e cer­care strade alter­na­tive a quella che lui con­si­de­rava una resa. «Un plan B» è lo slo­gan usato in que­ste set­ti­mane da Jean-Luc Mélen­chon, lea­der del Parti de Gau­che fran­cese, nel Front de Gau­che, per indi­care una strada alter­na­tiva a quella dell’obbedienza, anche obtorto collo, ai trat­tati euro­pei. «Un piano B in Europa» è il titolo di un dibat­tito sboc­ciato ieri a sor­presa nel pro­gramma della Fête de l’Humanité, sto­rico appun­ta­mento della sini­stra fran­cese in corso in que­sti giorni alla Cor­neuve, alle porte di Parigi. Si terrà domani alle 16 e 30. E sarà un evento per le sini­stre di tutta Europa. I pro­ta­go­ni­sti sono un poker d’assi dei cul­tori del genere. Nes­suno di pro­ve­nienza ’estre­mi­sta’, anzi: sono tutti ex socia­li­sti o social­de­mo­cra­tici. Ma sono tutti usciti dai rispet­tivi par­titi con­tro la loro irre­si­sti­bile e inar­re­sta­bile «deriva a destra».

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Francesco Martone, Sbilanciamoci.info, 23 luglio 2015

Il Rapporto Lange, votato dall’Europarlamento, crea uno stato di eccezione che può essere di volta in volta invocato dalle imprese per far valere i propri diritti rispetto a normative ritenute pregiudizievoli

Nel giorno del processo a Tsipras l’Europarlamento ha votato il Rapporto Lange. Così l’Europa della cittadinanza cede il passo all’austerity, all’ordoliberismo e agli interessi dei mercati.

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Barbara Spinelli, Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015

Barbara Spinelli

Nel 1998 il presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer descrisse i due «plebisciti» su cui poggiano le democrazie: quello delle urne, e il «plebiscito permanente dei mercati». La coincidenza con l’adozione di lì a poco dell’euro è significativa.

La moneta unica nasce alla fine degli anni ’90 senza Stato: per i mercati il suo conclamato vizio d’origine si trasforma in virtù. Le parole di Tietmeyer e i modi di funzionamento dell’euro segnano l’avvio ufficiale del processo che viene chiamato decostituzionalizzazione – o deparlamentarizzazione – delle democrazie.

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Il capitalismo è all’attacco. E l’offensiva viene portata avanti su più fronti, con armi diverse ma egualmente potenti, con la complicità di buona parte della classe politica e nella quasi totale indifferenza dell’opinione pubblica. Già in altre occasioni, su questo blog ho parlato del TTIP, il Trattato di partenariato transatlantico, di guerra totale, ecc. Adesso è il turno del TASI, un’altra grave minaccia per l’Europa. Ben vengano, quindi, articoli come questo che, sinteticamente, illustrano i rischi per il nostro modo di vivere. Se passasse il TASI, in breve tempo potremmo scordarci la sanità pubblica, il trasporto pubblico locale, potremmo buttare nel cestino dei rifiuti (in parte già lo abbiamo fatto) il risultato del referendum sull’acqua pubblica, ecc. Ma non dappertutto, solo dove ci sarebbe, per qualcuno, la convenienza a investire, dove c’è il mercato. Dove, viceversa, il mercato non ci fosse, la soluzione è semplice: il servizio non verrebbe erogato, oppure sarebbe a carico di una pubblica amministrazione sempre più priva di risorse economiche, con i risultati che ben possiamo immaginare.

Il tutto, naturalmente, discusso in gran segreto, alla faccia della democrazia, senza nemmeno sapere chi sono e con che criterio sono stati scelti – non dico eletti – i negoziatori chiamati a rappresentare i nostri interessi.

Oltre al TTIP arriva il TISA (Trade In Service Agreement). Altro segretissimo negoziato USA-UE per la totale privatizzazione dei servizi pubblici

Marco Bersani (Attac Italia)

Mentre si è appena concluso a Bruxelles l’ottavo round del negoziato fra Usa e Unione Europea sul TTIP, emergono periodicamente nuovi documenti sull’altro segretissimo negoziato in corso, il Trade In Service Agreement (TISA).

Si tratta di un negoziato cui prendono parte i paesi che hanno i mercati del settore servizi più grandi del mondo: Usa; Australia, Nuova Zelanda, Canada, i 28 paesi dell’Unione Europea, più altri 18 Stati, che complessivamente producono il 70 % del prodotto interno lordo globale.

E, naturalmente, l’obiettivo di questo negoziato è la totale liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici, riprendendo gran parte del vecchio Accordo generale sul commercio dei servizi (Agcs), discusso per oltre 10 anni all’interno dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Omc) e fallito sotto la pressione delle mobilitazioni sociali del movimento altermondialista.

Dopo la prima denuncia del negoziato, fatta da Wikileaks lo scorso giugno, attraverso la pubblicazione di un primo documento, incentrato sulla liberalizzazione dei servizi e prodotti finanziari, dei servizi bancari e dei prodotti assicurativi, un secondo documento è trapelato a metà dicembre attraverso la rete Associated Whistle-Blowing Press, relativo all’intenzione da parte degli Usa di inserire nel negoziato gli interessi della Coalition of Service Industries, lobby statunitense di cui fanno parte IBM, HP e Google, nel promuovere l’accesso e la distribuzione dell’informazione, delle applicazioni e dei servizi scelti dai consumatori, senza alcuna restrizione al trasferimento dei dati tra i paesi, con immaginabili conseguenze per la protezione dei consumatori e per le leggi sulla privacy.

È invece di questi giorni un terzo documento, anch’esso diffuso dalla Associated Whistle-Blowing Press, che rivela il deciso attacco alla sanità pubblica portato avanti all’interno del Tisa. Si tratta di una proposta, discussa lo scorso 6 ottobre a Bruxelles, che prevede l’apertura totale delle frontiere al mercato della sanità, valutato in 6 trilioni di dollari, per facilitare la mobilità dei pazienti tra paesi diversi, attraverso la distribuzione di voucher individuali alle persone, che potranno decidere in quali paesi utilizzarli. L’obiettivo è la privatizzazione totale dei sistemi sanitari con grande vantaggio dei cittadini più ricchi, delle cliniche private e delle compagnie assicurative, il tutto pagato con i soldi dei contribuenti.

Anche il capitolo sulla sanità, come gli altri precedenti, porta la clausola “confidential”, ribadendo la segretezza del negoziato, che prevede l’impegno dei governi a non rivelarne i contenuti non solo in corso d’opera, bensì fino a cinque anni dopo l’approvazione.

Tisa e Ttip costituiscono il più compiuto attacco portato avanti in questi anni ai diritti del lavoro, ai beni comuni e ai servizi pubblici, ai diritti sociali e ambientali, oltre a determinare il definitivo passaggio dallo stato di diritto allo stato di mercato, con la fine della democrazia e della sovranità popolare.

Ma fermarli si può: in questi giorni a Bruxelles le diverse campagne nazionali Stop Ttip hanno consolidato la rete d’iniziativa comune; e, mentre la petizione europea promossa dai movimenti viaggia a pieno ritmo verso i 2 milioni di firme, è posizionata ai blocchi di partenza la costruzione di una forte mobilitazione sociale, in tutti i paesi europei e negli Usa, per il prossimo 18 aprile, giornata transnazionale di protesta contro Ttip, Ceta (accordo di libero scambio Ue-Canada) e Tisa.

Nessuno che abbia a cuore il diritto al futuro può chiamarsene fuori.

 

(6 febbraio 2015)

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Vincenzo Comito, sbilanciamoci.info, 30 novembre 2014

Il premier Renzi spinge per una rapida approvazione del trattato di libero scambio tra Europa e Usa. Proprio mentre, in Francia e Germania, crescono le obiezioni

L’attuale governo appare ormai chiaramente come l’ennesima sciagura, peraltro certamente non casuale, capitata al nostro paese. Se c’era ancora bisogno di una conferma a questa triste constatazione, a parte le vicende del cosiddetto job act e quelle del patto di stabilità, essa è fornita ora con evidenza dalle ultime notizie relative alle trattative che si vanno affannosamente svolgendo in gran segreto tra Bruxelles e Washington intorno al TTIP. Sul tema sono comparsi a suo tempo su questo sito molti articoli di commento e quindi non ci soffermiamo in dettaglio sui contenuti del progetto, né sui suoi molti punti deboli. Nei fatti, l’avanzamento di tale schema, la cui iniziativa si deve al governo statunitense, si sta di recente scontrando, tra l’altro, con l’opposizione di una crescente parte dell’opinione pubblica del nostro continente e, almeno per alcuni aspetti del progetto, anche da parte di alcuni tra i più importanti governi europei. Peraltro, anche la posizione del senato e del congresso statunitensi non sembra del tutto sicura in merito.

Dai promotori dell’iniziativa viene espressa la speranza che le trattative si chiudano entro la fine del 2015, ma tale data appare ormai lungi dall’essere scontata. La precedente deadlineera peraltro a suo tempo stata fissata alla fine del 2014, ma gli intoppi manifestatisi sulla discussione dei singoli punti, poi le elezioni europee e la successiva fase di attesa dell’insediamento della nuova Commissione, insediamento avvenuto solo da poco, hanno fatto slittare i tempi. Intanto l’Italia sembra, in tali discussioni, svolgere sostanzialmente il ruolo del servo sciocco.

Già qualche mese fa Matteo Renzi, incontrando il presidente americano, non solo si era dichiarato d’accordo a scatola chiusa sullo stesso trattato, ma aveva anche sostenuto con energia che bisognava accelerare i tempi dell’approvazione. È opportuno però considerare che si erano poi avute delle prese di posizione piuttosto critiche sul tema, come ci informa anche il professor De Cecco (De Cecco, 2014); esse avevano mostrato tutte le difficoltà di arrivare al via libera al progetto, almeno per come esso si presentava all’inizio. Aveva cominciato a segnalare con chiarezza le sue obiezioni il vice cancelliere tedesco, Sigmar Gabriel, socialdemocratico, dichiarando pubblicamente che mentre la parte del trattato che riguardava la liberalizzazione degli scambi poteva anche andare avanti, sia pure con qualche distinguo – anche la Merkel aveva sollevato qualche osservazione al riguardo -, quella invece relativa alla risoluzione delle dispute, che è poi in effetti la più controversa, non poteva essere accettata. Più di recente anche il governo francese, per bocca del suo ministro per il commercio estero, ha fatto conoscere la sua perplessità di fronte a tali clausole.

Si poteva a questo punto pensare che i rappresentanti italiani mostrassero ormai maggiori cautele o, perlomeno, minori entusiasmi verso la questione. Ma apprendiamo ora dal Financial Times, attraverso un articolo che ha ottenuto un certo rilievo sul quotidiano (Oliver, Donnan, 2014), che l’Italia ha di recente suonato il campanello d’allarme sull’insufficiente ritmo delle trattative e che essa è piuttosto contrariata dai ritardi. Il rappresentante italiano, Carlo Calenda, tra l’altro anche sottosegretario per lo sviluppo economico del nostro amato governo, ha dichiarato, come riporta l’organo della City di qualche giorno fa, tutta la sua impazienza al riguardo ed il timore che anche la data del dicembre 2015 si presenti come un traguardo difficile da rispettare. Calenda paventa in particolare che, se si va avanti con le trattative oltre la fine di tale anno, cosa che peraltro noi auspichiamo ardentemente, l’opposizione da parte dei partiti “anticapitalistici ed antiamericani”, nonché di molte organizzazioni non-governative, diventino anche più forti. I suoi timori si estendono anche all’eventualità che poi si entri in periodo elettorale, almeno negli Stati Uniti, e che le discussioni si trascinino così sino al 2017 ed anche oltre. Naturalmente Calenda appare d’accordo, per quanto riguarda lui e il suo governo, nel lasciare il trattato sostanzialmente come è, comprese le clausole sulla risoluzione delle dispute, anche se riconosce, bontà sua, che qualche concessione al centro- sinistra tedesco bisognerà forse farla.

La linea italiana appare così nella sostanza simile a quella manifestata anche di recente da David Cameron, peraltro in odore di uscita dall’UE. Noi non siamo certo sorpresi da questa brillante presa di posizione del nostro rappresentante. Ci saremmo semmai meravigliati se, al contrario, il nostro governo avesse manifestato anche la più pallida briciola di autonomia rispetto agli Stati Uniti, evento peraltro da sempre molto improbabile. Le tradizioni vanno difese a tutti i costi.

Fortunatamente, le probabilità di un accordo sul trattato così come era configurato nel progetto originale, nonostante l’entusiasmo mostrato al riguardo da Renzi e da Calenda, appaiono ad oggi relativamente ridotte.

Testi citati nell’articolo
– De Cecco M., Un trattato transatlantico su misura dell’America, La Repubblica Affari & Finanza, 24 novembre 2014
– Oliver C., Donnan S., Europe-US trade talks delay upset Italy, www.ft.com, 23 novembre 2014

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George Monbiot, Internazionale, 13 novembre 2014

L’anno scorso ero scoraggiato: un’ombra minacciosa si allungava sulle libertà che i nostri antenati hanno difeso a costo della vita. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, i parlamenti rischiavano di non poter più legiferare per il bene dei loro cittadini a causa di un trattato che avrebbe permesso alle grandi aziende di citare i governi in tribunale. E io cercavo di trovare il modo per impedire una cosa del genere.

Fino a quel momento, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) tra l’Unione europea e gli Stati Uniti lo conosceva solo chi che partecipava ai negoziati. E io sospettavo che nessun altro ne avrebbe mai sentito parlare. Perfino il nome sembrava fatto apposta per non suscitare interesse. Avevo scritto un articolo al riguardo per un solo motivo: poter dire ai miei figli che avevo cercato di fare qualcosa.

Con mio grande stupore, quell’articolo è diventato virale. In seguito alla reazione dell’opinione pubblica e al coinvolgimento di importanti attivisti, la Commissione europea e il governo britannico hanno dovuto dare una risposta. La petizione Stop Ttip ha raccolto più di 800mila firme; la petizione 38 Degrees ne ha raccolte 910mila. A ottobre ci sono state 450 azioni di protesta in 24 stati dell’Unione europea. La Commissione europea è stata costretta ad affrontare gli aspetti più controversi del trattato attraverso una consultazione pubblica che ha ricevuto 150mila risposte. Mai dire che le persone non possono affrontare questioni complesse.

La battaglia non è ancora vinta. Le aziende e i governi, guidati dal Regno Unito, si stanno mobilitando per placare le proteste. Ma la loro posizione si fa ogni mese più debole. All’epoca, il ministro britannico responsabile della questione era Kenneth Clarke. Il ministro rispose ai miei articoli ripetendo che “non c’era niente di più insensato” che rendere pubblica la posizione dell’Europa nei negoziati, come io avevo proposto. A ottobre, però, la Commissione è stata obbligata a fare proprio questo. La lotta contro il Ttip potrebbe diventare una vittoria storica dei cittadini contro lo strapotere delle aziende.

Il problema centrale si chiama “risoluzione delle controversie tra investitore e stato” (Investor-state dispute settlement, Isds). Il trattato consentirebbe alle aziende di fare causa ai governi citandoli davanti a un collegio arbitrale di avvocati esperti di diritto societario, un collegio dove le altre parti non avrebbero alcuna rappresentanza e che non sarebbe soggetto a un riesame dell’autorità giudiziaria.

Già oggi, grazie all’inserimento dell’Isds in trattati commerciali di portata minore, le grandi aziende sono impegnate in una girandola di vertenze che hanno come unico obiettivo quello di spazzare via qualsiasi legge che possa interferire con i loro profitti. La Philip Morris sta facendo causa ai governi di Uruguay e Australia, colpevoli di voler convincere la gente a non fumare.

L’azienda petrolifera Occidental ha ottenuto un risarcimento di 2,3 miliardi di dollari dall’Ecuador che aveva revocato la concessione per le trivellazioni in Amazzonia dopo aver scoperto che la compagnia aveva infranto la legge. La svedese Vattenfall è in causa contro il governo tedesco, responsabile di aver rinunciato all’energia nucleare. Un’azienda australiana ha presentato una causa da 300 milioni di dollari contro il governo di El Salvador per non aver dato le concessioni di sfruttamento di una miniera d’oro che rischia di inquinare l’acqua potabile.

In base al Ttip, si potrebbe usare lo stesso meccanismo per impedire alle amministrazioni locali del Regno Unito di annullare la privatizzazione delle ferrovie e della sanità pubblica, o per impedire di proteggere la salute dei cittadini e l’ambiente dall’avidità delle aziende. Gli avvocati all’interno di questi collegi arbitrali si sentono in obbligo solo nei confronti delle aziende che devono giudicare, e che in altri momenti sono i loro datori di lavoro.

Come ha commentato uno di questi legali, “quando penso all’arbitrato, mi stupisco sempre che degli stati sovrani abbiano potuto accettarlo. Tre privati cittadini ricevono il potere di vagliare, senza alcuna restrizione o procedura di appello, tutte le azioni del governo, tutte le decisioni dei tribunali e tutte le leggi e i regolamenti approvati dal parlamento”.

Questo accordo è talmente vergognoso che si è schierato contro perfino l’Economist (che di solito è il paladino delle aziende e dei trattati commerciali) definendo la risoluzione delle controversie tra investitore e stato “un modo per consentire alle multinazionali di arricchirsi a spese della gente”.

Quando David Cameron e i mezzi d’informazione legati al mondo imprenditoriale hanno lanciato la loro campagna contro la candidatura di Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea, hanno sostenuto che l’ex premier del Lussemburgo fosse una minaccia per la sovranità britannica.

Ecco un perfetto esempio di capovolgimento della realtà. Juncker, fiutando la direzione che stava prendendo il dibattito pubblico, aveva promesso nel suo programma: “Non sacrificherò gli standard di protezione della sicurezza, della salute, della società e delle informazioni in Europa sull’altare del libero scambio. E non accetterò che la giurisdizione dei tribunali negli stati dell’Unione europea sia limitata da regimi speciali per le controversie con gli investitori”. La colpa di Juncker, dunque, era di aver promesso di non svendere ad avvocati esperti di diritto societario la sovranità di un paese, come volevano Cameron e i baroni dei mezzi d’informazione.

Adesso Juncker è sotto pressione. A ottobre i rappresentanti di 14 governi gli hanno scritto in privato e senza consultare i rispettivi parlamenti, per chiedere l’inclusione della Isds (la lettera è stata resa pubblica qualche giorno fa). E chi sta guidando questa campagna? Il governo britannico. Tanta doppiezza è difficile da comprendere. Mentre si proclama talmente preoccupato della nostra sovranità da essere pronto a lasciare l’Unione europea, il governo britannico insiste segretamente affinché la Commissione europea massacri la nostra sovranità a favore dei profitti delle aziende. Cameron è a capo di una congiura delle polveri contro la democrazia.

Né lui né i suoi ministri sono stati in grado di rispondere a una domanda tremendamente banale: cos’hanno che non va i tribunali? Se le aziende vogliono citare in giudizio i governi, hanno già il diritto di rivolgersi a un tribunale, come chiunque altro. Di sicuro, con gli enormi mezzi di cui dispongono, non sono svantaggiati di fronte alla legge. Perché dovrebbero avere il permesso di usare un sistema legale separato, al quale noi non abbiamo accesso? Che fine ha fatto il principio secondo cui tutti sono uguali davanti alla legge?

Se i nostri tribunali sono idonei a privare i cittadini della loro libertà, perché non dovrebbero essere altrettanto idonei a privare le aziende di profitti futuri? Non dovremo più prestare ascolto ai difensori del Ttip finché non avranno risposto a questa domanda.

Non potranno sfuggirle ancora a lungo. A differenza di quanto accaduto con altri trattati, il Ttip finalmente è di pubblico dominio e questo indebolisce gli argomenti in suo favore. Ci attende una dura lotta dal risultato incerto, ma ho la sensazione che alla fine vinceremo.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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Eugenio Palazzini, Il Primato Nazionale

“Ogni giorno che passa è un giorno perso per l’intesa, il nostro è un appoggio totale e incondizionato”. La dichiarazione del premier Matteo Renzi non lascia spazio a dubbi o ripensamenti, il Ttip si farà e l’Italia è pronta a firmarlo in bianco. Dello stesso avviso il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che due giorni fa, intervenendo ad un convegno sul trattato transatlantico, ha dichiarato: “il negoziato va rilanciato mettendo in luce i vantaggi, che sono tanti. Bisogna perseguire con tenacia la strada del dialogo intercontinentale perché c’è sempre più bisogno di accesso al mercato”. Squinzi ha poi sottolineato che “dobbiamo muoverci rapidamente perché le voci dei detrattori si fanno più insistenti e la congiuntura internazionale non consente stalli prolungati.” Secondo il presidente di Confindustria “il negoziato va rilanciato con progressi in tempi brevi sulla rimozione dei dazi e il superamento degli ostacoli tariffari”. Nel silenzio pressoché generale, governo e organizzazione degli industriali premono dunque sull’acceleratore nei confronti di un negoziato che segnerà profondamente l’economia italiana a partire dal prossimo anno.

Ma che cos’è quindi il Ttip? Come abbiamo spiegato ante litteram sulle pagine di questo giornale, qui e qui, l’acronimo “Ttip” sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership (Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti), altrimenti detto “Tafta”, Transatlantic Free Trade Area, ovvero un accordo commerciale di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti. Il negoziato è iniziato in sordina a partire dal luglio 2013 e potrebbe concludersi a inizio 2015, dando vita alla più grande area commerciale libera da tassazioni della storia. Un enorme mercato deregolamentato che Washington considera come il fondamentale accordo da legare al “Tpp”, Trans-Pacific Partnership,altra area di libero scambio in via di creazione tra Usa, Canada, Messico, Perù, Cile, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Vietnam, Malesia e Sultanato del Brunei. Il governo statunitense sta quindi mettendo le basi per realizzare in breve tempo un new world dove investire ed esportare liberamente, eliminando ogni tipo di barriera per le proprie merci e per i propri capitali.

Come abbiamo però illustrato nei precedenti articoli pubblicati su Primato, l’abbattimento delle tariffe doganali non è il principale scopo del Ttip. L’obbiettivo primario è invece l’eliminazione delle “Barriere non tariffarie” al commercio, ovvero quei vincoli e norme di carattere tecnico, giuridico, commerciale e politico che in qualche modo tutelano a vario titolo i produttori, i lavoratori e i cittadini di una data nazione. In pratica qualunque multinazionale potrà operare sul territorio Ue senza tenere conto della legislazione nazionale e comunitaria relative la sicurezza degli alimenti, le soglie di tossicità, le norme sui farmaci (severissime in Europa), la libertà in rete, la previdenza sociale, l’energia, la cultura, i brevetti e così via. Basti pensare che come consulenti dei negoziati sono stati accreditati 600 lobbisti di multinazionali americane ed europee.

Non solo, il secondo pilastro del Ttip prevede un aspetto citato nei documenti Ue come “investor-state dispute settlement” o “ISDS system”. In soldoni la possibilità per ogni impresa di trovare tutela dei propri investimenti, ma soprattutto delle aspettative di ritorno degli stessi, in un nuovo tribunale sovranazionale a cui di fatto una multinazionale potrà rivolgersi per far causa direttamente ad uno Stato membro. L’Italia piuttosto che la Francia potrebbero ricevere allora lo stesso trattamento subito dall’Argentina. Vedi qui. La grande impresa assume così nel campo commerciale un potere diretto a scapito delle istituzioni e risultano evidenti i rischi per i prodotti europei, su tutti quelli agricoli come sottolineato dalla commissione Agri. Finanche l’inglese The Guardian ha voluto sottolineare come il Ttip rischia di essere un attacco alla sovranità degli Stati, un sistema che secondo il quotidiano britannico è pensato per to kill regulations protecting people and the living planet. Crediamo non ci sia bisogno di traduzione, o forse potremmo pensarne una ad hoc per Matteo Renzi.

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Alberto Ragozzino, Il Manifesto, 16 ottobre 2014

Ttip, ossia il Trat­tato tran­sa­tlan­tico per il com­mer­cio e gli inve­sti­menti, è un patto che gli Stati Uniti chie­dono, per non dire impon­gono, ai paesi dell’Unione euro­pea. L’intento dichia­rato dagli Usa e fatto pro­prio da Bru­xel­les è rilan­ciare il com­mer­cio inter­na­zio­nale e abbat­tere i prezzi delle merci e dei ser­vizi. Nell’acuminata cri­tica di Saskia Sas­sen, pub­bli­cata da Open Demo­cracy ,si indica una atteso van­tag­gio di 545 euro per fami­glia dall’introduzione del Ttip.

Sas­sen fa notare che non si quan­ti­fica il costo della per­dita di lavoro che col­pirà quella stessa fami­glia. È lo scon­tro tra mul­ti­na­zio­nali e per­sone indi­fese e non è una gara equi­li­brata, per­ché le per­sone hanno le mani legate. La let­tura pre­va­lente del Ttip è diversa da quella dei governi euro­pei. Si ritiene piut­to­sto che gli Usa vogliano garan­tirsi un’egemonia indi­stur­bata nei con­fronti dell’Europa con il con­trollo poli­tico, raf­for­zato da leggi pre­cise, valide per il pros­simo futuro in tutti i paesi facenti parte dell’Ue, nes­suno escluso. La scelta dei tempi, per non dire la fretta dell’operazione, ha pro­ba­bil­mente ori­gine nella grave crisi dell’economia occi­den­tale, cul­mi­nata nel 2008 e tut­tora pre­sente in molti paesi d’Europa. È dif­fusa la pre­oc­cu­pa­zione di per­dere altri colpi nei con­fronti dello slan­cio cinese che con­tem­po­ra­nea­mente sta com­ple­tando una serie di accordi con­cor­renti (il Regio­nal Com­pre­hen­sive Eco­no­mic Part­ner­ship, o Rcep, che com­prende oltre a Cina anche India, Giap­pone, Corea) nell’altra parte del globo, esclu­dendo da tali accordi gli Usa. Qui c’è un aspetto da sot­to­li­neare: Bru­xel­les e i governi euro­pei inte­res­sati sono con­vinti di rivi­vere l’epopea del Piano Mar­shall e quindi non hanno il corag­gio di tirarsi indie­tro, o almeno di pren­dere tempo. I governi, uno per l’altro, temono di per­dere qual­che grande occa­sione di rilan­cio e di cre­scita, lasciando l’ascensore a qual­che stato con­cor­rente. A sug­ge­rire un tale risul­tato con­cor­rono in modo deter­mi­nante le schiere di lob­bi­sti sti­pen­diati dalle mul­ti­na­zio­nali che con­vi­vono con gli eletti del Par­la­mento euro­peo e inse­gnano loro il mondo e i dintorni.

Cor­po­ra­tion e lob­bi­sti fio­ri­scono, al Senato e tra i rap­pre­sen­tanti, anche a Washing­ton, sia pure in un sistema di pesi e con­trap­pesi che offre cre­di­bi­lità demo­cra­tica al qua­dro poli­tico; una forma di demo­cra­zia ben pal­lida in Europa, ammesso che ci sia. Se que­sto è vero, se esi­stono tal­volta i con­trap­pesi, rimane però sem­pre, soprat­tutto oltre Atlan­tico , il prin­ci­pio della difesa dell’America, uno strac­cio rosso che viene sven­to­lato davanti agli occhi del pre­si­dente – ogni pre­si­dente – che così si con­vince a fir­mare qual­siasi obiet­tivo e a ini­ziare qual­siasi guerra che le mul­ti­na­zio­nali – del petro­lio, dell’auto, della finanza, delle der­rate ali­men­tari, delle reti com­mer­ciali, dell’informazione – riten­gano indi­spen­sa­bile al buon corso della nazione.

L’America lo vuole. In sostanza le mul­ti­na­zio­nali hanno la meglio; sanno cor­rom­pere e invi­schiare con i loro buoni argo­menti; e sanno ser­virsi dell’arma finale: la difesa della demo­cra­zia con­tro il comu­ni­smo, oppure, se del caso, con­tro il ter­ro­ri­smo. Que­sto argo­mento ha por­tato a un con­trollo molto inva­dente di inter­net. Per far­sene un’idea si può leg­gere il blog di Marco Schiaf­fino sul Fatto . Da noi, in Europa, non sem­pre è così, non tutto è così e la par­tita è ancora in corso. A fianco di un potere tra­di­zio­nale che è filoa­me­ri­cano sem­pre e comun­que, vi sono, da destra a sini­stra, anche par­titi, sin­da­cati, gruppi sociali, movi­menti, per­sone che si oppon­gono alle guerre, quelle pre­ven­tive e quelle por­ta­trici di demo­cra­zia; e, per quanto vale, rifiu­tano la schia­vitù eco­no­mica, quella pro­pria e quella altrui.

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Un’ulteriore stretta di vite del Finanzcapitalismo contro gli abitanti del pianeta Terra. Il TTIP (Tran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Part­ner­ship), l’accordo intercommerciale, in discussione tra Usa e Ue, comporterà l’istituzione di un tribunale che tutela solo i privati nelle dispute tra investitore estero e Stato.

di Andrea Baranes, da Il manifesto, 16 Maggio 2014

Dopo il disa­stro di Fuku­shima, la Ger­ma­nia decide di uscire dal nucleare. Pochi mesi dopo, basan­dosi su un accordo inter­na­zio­nale sugli inve­sti­menti in ambito ener­ge­tico, il colosso dell’energia Vat­ten­fall chiede allo stato tede­sco una com­pen­sa­zione di 3,5 miliardi di euro. L’anno prima la Phi­lip Mor­ris cita l’Australia, soste­nendo che la nuova legge pen­sata per limi­tare il con­sumo di siga­rette deprime il valore dei suoi inve­sti­menti nel Paese e ne “com­pro­mette irra­gio­ne­vol­mente il pieno uso e godimento”.

Ben­ve­nuti nel mondo delle dispute tra inve­sti­tore e Stato, o Investor-State Dispute Set­tle­ment (Isds). Sem­pli­fi­cando, una sorta di tri­bu­nale in cui le imprese pri­vate pos­sono diret­ta­mente citare in giu­di­zio gli Stati, quando que­sti doves­sero intro­durre delle legi­sla­zioni con impatti nega­tivi sugli inve­sti­menti rea­liz­zati e per­sino sui poten­ziali pro­fitti futuri. Legi­sla­zioni in ambito ambien­tale, del diritto del lavoro, della tutela dei con­su­ma­tori, sulla sicu­rezza e chi più ne ha più ne metta.

Tali «tri­bu­nali» sono parte inte­grante di diversi accordi com­mer­ciali o sugli inve­sti­menti, come nel caso del Nafta, siglato tra Canada, Usa e Mes­sico. È così che la sta­tu­ni­tense Metal­clad si è vista rico­no­scere un rim­borso di oltre 15 milioni di dol­lari quando un Comune mes­si­cano ha revo­cato l’autorizzazione a costruire una disca­rica di rifiuti peri­co­losi sul pro­prio ter­ri­to­rio; o ancora che la Lone Pine Resour­ces ha chie­sto 250 milioni di dol­lari al Canada a causa della mora­to­ria appro­vata dal Que­bec sulle atti­vità di frac­king — una pra­tica di estra­zione di petro­lio dalle rocce con enormi rischi ambientali.

Tutto que­sto potrebbe diven­tare la norma nei pros­simi anni anche in Ita­lia e in tutta Europa, se pas­sasse il Ttip o Tran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Part­ner­ship in discus­sione tra Ue e Usa. Se da una parte già si mol­ti­pli­cano studi e ricer­che che magni­fi­cano i pre­sunti van­taggi di una com­pleta libe­ra­liz­za­zione di com­mer­cio e inve­sti­menti, dall’altra fino a oggi i con­te­nuti dell’accordo fil­trano dalla Com­mis­sione euro­pea e dai governi con il con­ta­gocce. Quello che sem­bra però con­fer­mato è che uno dei pila­stri del Ttip dovrebbe essere pro­prio l’istituzione di un mec­ca­ni­smo di riso­lu­zione delle dispute tra inve­sti­tori e Stati.

Tra­la­sciando i pur enormi poten­ziali impatti di tale accordo in ogni atti­vità imma­gi­na­bile, per quale motivo gli inve­sti­tori esteri che si sen­tis­sero pena­liz­zati non dovreb­bero rivol­gersi ai tri­bu­nali esi­stenti tanto in Usa quanto in Ue, come un qual­siasi cit­ta­dino o impresa locale? Secondo la Com­mis­sione «alcuni inve­sti­tori potreb­bero pen­sare che i tri­bu­nali nazio­nali sono pre­ve­nuti». Fa pia­cere sapere che la Com­mis­sione si pre­oc­cupa per quello che alcuni inve­sti­tori esteri potreb­bero pen­sare più che dei cit­ta­dini che dovrebbe rap­pre­sen­tare. Tenendo poi conto che un sin­golo non può rivol­gersi a tali tri­bu­nali nel caso in cui fosse dan­neg­giato dal com­por­ta­mento di un inve­sti­tore estero, che giu­sti­zia è quella in cui uni­ca­mente una delle due parti può inten­tare causa all’altra? Ancora prima, nel momento in cui si san­ci­sce un diverso trat­ta­mento tra imprese locali e inve­sti­tori esteri, ha ancora senso affer­mare che «la legge è uguale per tutti»?

Con tali mec­ca­ni­smi si rischia di minare le stesse fon­da­menta della sovra­nità demo­cra­tica. Non vi è appello pos­si­bile, così come non c’è nes­suna tra­spa­renza sulle deci­sioni di tre «esperti» che si riu­ni­scono e deci­dono a porte chiuse, nel nome della «con­fi­den­zia­lità com­mer­ciale», ma che di fatto pos­sono influen­zare, pesan­te­mente, le legi­sla­zioni di Stati sovrani.

Spesso non è nem­meno neces­sa­rio arri­vare a giu­di­zio: la sem­plice minac­cia di una disputa basta a bloc­care o inde­bo­lire una nuova legi­sla­zione. In parte per il costo di tali pro­ce­di­menti, in parte per il rischio di dovere poi pagare multe che pos­sono arri­vare a miliardi di euro, ma anche per un altro aspetto: un governo che dovesse incor­rere in diverse dispute dimo­stre­rebbe di essere poco incline agli inve­sti­menti inter­na­zio­nali. In un mondo che ha fatto della com­pe­ti­ti­vità il pro­prio faro e che si è lan­ciato in una corsa verso il fondo in mate­ria ambien­tale, sociale, fiscale, sui diritti del lavoro pur di attrarre i capi­tali esteri, l’introduzione di leggi «ecces­sive» e l’essere citato in giu­di­zio in un Investor-State Dispute Set­tle­ment diven­tano mac­chie inaccettabili.

O forse, al con­tra­rio, è sem­pli­ce­mente inac­cet­ta­bile un mondo in cui la tutela dei pro­fitti delle imprese ha defi­ni­ti­va­mente il soprav­vento sui diritti delle per­sone. Come sostiene la cam­pa­gna pro­mossa anche in Ita­lia da decine di orga­niz­za­zioni – http://stop-ttip-italia.net -, a essere inac­cet­ta­bile è il Ttip nel suo insieme. E non è pro­ba­bil­mente neces­sa­rio il giu­di­zio di un tri­bu­nale inter­na­zio­nale per capire da che parte stare.

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